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domenica 12 febbraio 2012

LA NON-VIOLENZA SCONFIGGERA' LA VIOLENZA?

LA NON-VIOLENZA SCONFIGGERA' LA VIOLENZA? 
 
Mohandas Karamchand Gandhi
Discorso tenuto da Gandhi alla Conferenza delle relazioni interasiatiche,
New Delhi, 2 aprile 1947

Questo messaggio lo dedichiamo ai folli.
A tutti coloro che vedono le cose in modo diverso.
Potete citarli.
Essere in disaccordo con loro.
Potete glorificarli o denigrarli, ma l’unica cosa che non potete fare è ignorarli.
Perché riescono a cambiare le cose.
E mentre qualcuno potrebbe definirli folli, noi ne vediamo il genio.
Perché solo coloro che sono abbastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo, lo cambiano davvero.”
Mohandas Karamchand Gandhi

di
Daniela Zini


L’Europa del Terzo Millennio potrebbe ripetere, in parte, l’esperienza dell’India?
Potrebbe avviarsi a svilupparsi, nell’Occidente industrialmente civilizzato, una esperienza di impegno e di lotta morale che, sessantacinque anni fa, portarono un Paese arretrato e ancora diviso in caste medioevali a sconfiggere la potente Inghilterra?
Le domande si inseriscono, direttamente, nel contesto di avvenimenti di cui l’Europa è stata teatro proprio in questo scorcio dell’anno 2012.
Il problema che nasce da questi episodi di “disobbedienza”, forse, appena iniziata tra masse popolari inermi e apparati politico-militari, accampati su posizioni di ferreo mantenimento dello status quo, investe la capacità da parte delle masse di sviluppare forme di lotta autonome, non mediate da nessuna struttura o apparato di governo, e di concretarle in un esercizio di forza capace di influenzare il corso della politica e della storia.
Il problema si può, più semplicemente, porre in questi termini: il mondo Occidentale, e, in esso, comprendo, ovviamente, anche l’America, è maturo per la “disobbedienza civile”?
Abbiamo assistito, recentemente, a varie, sporadiche, pittoresche manifestazioni contestatarie in varie parti del mondo. Studenti, operai, giovani di varia e diversa estrazione sono scesi nelle strade e nelle piazze, seguendo un istinto di lotta più che una tattica. Spesso, la contestazione è uscita dai binari della protesta civile per assumere tinte rivoluzionario-anarchiche, offrendo credito e spunto alle reazioni di ogni tipo, e pretesti morali agli adoratori dell’ordine in tutte le sue forme, anche le forme poliziesche. Il fatto è che nessuna di queste apparizioni della massa sulla scena politica fosse guidata.
Mancavano i leaders.
Dove vi è un leader, è stato ucciso.
Martin Luther King ha pagato con il suo sangue il coraggioso, per taluni arcaico e inattuale, proposito di guidare, pacificamente, trenta milioni di uomini di colore americani alla conquista dei loro diritti. Aggiungiamo che dove vi è un leader vi è una forza morale che sta dietro e al di sopra di questi. I neri d’America hanno avuto dalla loro la energia misteriosa di un popolo che si riconosceva unito nella sofferenza e nell’umiliazione. Le sporadiche contestazioni delle masse giovanili europee, cresciute nel culto del benessere, il cui rifiuto sembra protestare più che affermare una condizione di lotta, tendono, troppo palesemente, alla conquista di traguardi parziali (l’affermazione, che si sente ripetere anche da noi, di un rovesciamento politico, di una “contestazione globale”, suonano esagerazioni e vanterie bellicistiche): manca a esse un unitario e approfondito compito di elevazione morale. Non si cambia nulla, avendo di vista la pura e semplice conquista di posizioni materiali. La stessa lotta della classe operaia si è affievolita e burocratizzata, quando le è venuto a mancare il motivo reale e profondo di una sofferenza umana e totale.
Non di solo pane si nutrono le rivoluzioni!
La privazione dei diritti materiali e morali è stata la causa delle più grandi e risolutive ribellioni storiche. Ma la privazione è anche, in se stessa, un’arma che ciascuno deve sapersi imporre, quando ha di mira uno scopo superiore.
“Ogni privazione”,
diceva Gandhi,
“qualunque sia la causa che la provoca è benefica all’uomo.”
I giovani iraniani hanno dato un esempio splendido ed esaltante di coraggio e di protesta civile. La disobbedienza, nelle vie di Tehran, di Shiraz, di Esfahan, di Tabriz, di Mashhad e di molte altre città, ha assunto i toni di una sommessa epopea, tanto più commovente in quanto si sapeva, già, destinata a subire la legge della forza della ragione di Stato.
E, tuttavia, il regime iraniano ha subito uno smacco che resterà nella storia, destinato a ripetersi, forse, a non lunga scadenza.
La storia è piena di esempi lasciati cadere e raccolti dalla posterità.
La Chiesa è ridiventata ecumenica e cristiana, passando attraverso i roghi dei suoi “eretici”. L’uomo è destinato a sopravvivere ai suoi dogmi, anche e soprattutto al dogma della violenza come necessità, della sopraffazione come necessità, dell’ordine come necessità, della coerenza ideologica come necessità. I mostri sacri dei secoli passati sono tutti, più o meno, rinati sotto altre spoglie. Per riconoscerli e combatterli, anche sotto le allettanti apparenze delle libertà, che non sono tali, occorre una grande forza morale.
L’esempio di Gandhi e del suo apostolato di “non-violenza” inizia, soltanto, ora, ad “accendere” qualche seguace nel mondo.
Il 29 luglio scorso, centinaia di ragazze e di ragazzi iraniani, per protesta contro la mancanza di libertà, che incrudelisce in Iran, avevano partecipato a una gigantesca battaglia dell’acqua nel Park-e Ab-o Atash (Parco Acqua e Fuoco), nel centro di Tehran, [http://www.youtube.com/watch?v=Ck2Kulf8KI4&feature=related], dopo un appello lanciato su Facebook. Dieci di loro erano stati arrestati e liberati, l’indomani, dietro cauzione. Il regime, che non concepisce e non accetta eccezioni alle regole costituite – le donne e gli uomini non sono autorizzati a interagire insieme, in pieno giorno, in attività fisiche – li considera traditori. Sono dei “disobbedienti” pacifici, che hanno il torto di concepire la Patria come una comunità umana, fondata su principi di amore e di fratellanza.
Sono utopisti e pavidi?
No, sono realisti e coraggiosi.
Oggi, sono una minoranza, domani possono essere una forza!
I movimenti più incisivi e duraturi della storia hanno, spesso, origini silenziose e remote.
Nel 1901, Gandhi si trovava nel Natal, una delle colonie inglesi del Sudafrica, popolata da una minoranza indiana abbastanza numerosa. Il governo dell’Unione aveva, di recente, approvato una legge che imponeva una tassa di capitazione: ogni uomo, donna o ragazzo, rimasti liberi dal proprio contratto di lavoro, doveva pagare una tassa di tre sterline. Scopo dell’imposizione del balzello era di costringere gli indiani ad assoggettarsi, nuovamente, a un altro contratto di lavoro, in evidenti condizioni di inferiorità. Una prima promessa del governo inglese di abolire la tassa non fu mantenuta per l’opposizione degli europei del Natal e a questa vessazione se ne aggiunse un’altra. Una sentenza della Corte Suprema del Capo stabiliva che i matrimoni, celebrati in Sudafrica, non fossero riconosciuti dalla legge, se non celebrati, secondo i riti cristiani, e iscritti nel registro dei matrimoni.
“Questa draconiana sentenza”,
scriveva Gandhi nella sua Autobiografia,
“annullava con un tratto di penna tutti i matrimoni celebrati, in Sudafrica, secondo i riti indù e musulmano e secondo la religione di Zoroastro; le  molte donne sposatesi nel Paese cessavano, ai termini della sentenza, di essere considerate legalmente unite ai propri mariti ed erano degradate al rango di concubine, mentre i loro discendenti erano privati del diritto di ereditare le sostanze paterne. Questa era per le donne non meno che per gli uomini una posizione insostenibile e gli indiani del Sudafrica si misero in agitazione.”
A quell’epoca Gandhi stava raccogliendo i primi seguaci alla dottrina del Satyagraha o metodo della sopportazione dell’ingiustizia, fondato sulla pacifica, ma inflessibile, volontà di non obbedire agli ordini imposti con la violenza e sulla accettazione delle conseguenti sanzioni. Il Satyagraha era ispirato a una profonda convinzione morale, che l’“amore infinito”, ahimsa, ha valore di salvezza universale. Gli indiani delle colonie sudafricane non avevano alcuna conoscenza di questa dottrina filosofico-religiosa. Erano, per lo più, gente di bassa condizione sociale, incolti, ma dotati di un grande orgoglio nazionale e di un severo senso religioso. L’assommarsi delle due ingiustizie, quella relativa alla tassa e quella relativa ai matrimoni offrì a Gandhi l’occasione di associare nell’azione pacifica di protesta uomini e donne. Queste ultime si offersero con entusiasmo, cercarono, in ogni modo, di farsi arrestare con i più strani pretesti. La polizia finse di ignorarle. Ricorsero ai passaggi clandestini di frontiera tra il Natal e il Transvaal, si dettero a esercitare il commercio ambulante senza licenza. La polizia continuò a ignorarle.
Gandhi decise, allora, di spingere oltre la provocazione pacifica. Dopo essere entrate, clandestinamente, dal Transvaal nel Natal, le donne della colonia indiana avrebbero proseguito per Newcastle, il grande centro minerario di carbone, e avrebbero invitato i minatori a scioperare. Gandhi era angosciato all’idea di spingere quelle povere donne in un’impresa che poteva avere per loro gravi conseguenze. Le lasciò libere, una a una, di decidere.
“Consigliai i coloni”,
scriveva,
“a decidere ognuno indipendentemente dalle decisioni che avrebbero preso gli altri. Mi affannai a ripetere, in tutti i modi, che si doveva tenere presente che erano proibite le diserzioni dalla lotta, fosse questa breve o lunga.”
Gli aderenti al movimento del Satyagraha entrarono nel Natal, marciarono su Newcastle e, solo allora, il governo inglese si rese conto che il piccolo fuoco stava per diventare un incendio.
I minatori proclamarono lo sciopero.
Gandhi, raggiunto dalla notizia per telefono, rimase perplesso e compiaciuto. Non era preparato a quel meraviglioso risveglio della volontà di sacrificio e di lotta di un popolo oppresso, non aveva né gli uomini né i mezzi per far fronte a una impresa che si annunciava gravida di sviluppi. Le donne della colonia furono arrestate e condannate a tre mesi di reclusione nel carcere di Maritzburg.
La prigionia fu dura e penosa. Una delle detenute, Valliamma Munuswami Mudaliar, una sedicenne di Johannesburg, uscì di prigione ridotta a uno scheletro. Gandhi andò a visitarla e la trovò confinata in un letto. Era molto alta e il suo corpo emaciato faceva una terribile impressione.
“Valliamma”,
chiese Gandhi,
“sei pentita di essere andata in prigione?”
“Pentita?”,
esclamò.
“Sono pronta a tornarvi subito se vengono ad arrestarmi.”
“Anche se questo dovesse costarti la vita?”
“Non mi importerebbe affatto. Chi non vorrebbe morire per la propria patria?”
Pochi giorni dopo, il 22 febbraio 1914, Valliamma moriva, prima eroina della dottrina più alta che la storia dell’uomo abbia prodotto nel corso delle lotte politiche [ http://scnc.ukzn.ac.za/doc/B/Vs/Valliamma_Munuswami_Mudliar_1898_1914_Child_Martyr_A_True_Story.pdf]. Ma il Satyagraha era, ormai, un’arma nelle mani del popolo indiano e del suo straordinario leader.
La battaglia per l’abolizione della tassa di 3 sterline sui disoccupati fu lunga.
Nel 1916, il governo inglese decise di abolirla.
Gandhi, così, commenta quel momento iniziale della sua lotta:
“Il sacrificio delle sorelle indiane fu, assolutamente, disinteressato, perché conoscevano appena la questione legale per cui lottavano. Molte di loro non avevano la minima idea della patria e il loro patriottismo era fatto solo di fede. Molte erano illetterate e non potevano, quindi, leggere neppure i giornali. Ma avevano, egualmente, compreso che un colpo fierissimo era stato inferto all’onore degli indiani e la volontaria prigionia era un grido di angoscia e di preghiera offerto dal profondo del loro cuore.”
Dal Sudafrica il Satyagraha passò in India.
Altre e ben più impegnative lotte si presentavano davanti a Gandhi e, sebbene questa non sia, neppure in succinto, una biografia del grande leader del pacifismo mondiale, della cui tragica morte, per mano di un fanatico, è stato, proprio lo scorso 30 gennaio, il sessantaquattresimo anniversario, merita almeno, ricordare quale prezzo di privazioni, di coraggio, di estenuante lotta abbia pagato, personalmente, alla causa del riscatto indiano. I suoi digiuni leggendari – nel settembre del 1932, stette, senza cibo, 142 ore – i lunghi periodi di carcerazione, la paziente tenacia con cui affrontava i funzionari dell’amministrazione inglese per discutere questioni di capitale importanza, quali la concessione all’India di uno statuto federativo, primo passo verso l’indipendenza, i formidabili problemi organizzativi impostigli dal governo di una massa popolare sempre più impaziente di agire, tutto ciò dà appena la misura di un uomo che ha creato da nulla, o meglio da quel nulla che è la volontà umana, ispirata da una fede religiosa e da una giusta causa, una delle più ammirevoli rivoluzioni di tutti i tempi.
Tornato in India, nel 1915, Gandhi prese parte alla guerra come infermiere e si impegnò, a fondo, nella lotta politica.
Nel 1919, fu nominato presidente del Congresso Nazionale Indiano e guida della lotta da questo condotta per il riconoscimento dell’autonomia. Il Satyagraha fu applicato, in quegli anni del dopoguerra, alla resistenza opposta alla Legge Rowlat, varata dagli inglesi per combattere il movimento rivoluzionario nel Bengala. L’agitazione, che ne conseguì, fu talmente violenta che Gandhi si vide costretto a sospendere il movimento che, tuttavia, fu ripreso, nel 1920, sotto la forma pacifica della non-cooperazione. Per conseguire l’indipendenza economica dell’India fu deciso di rinunciare all’uso delle bevande alcoliche e delle vetture e alla partecipazione agli uffici di governo. Anche questa volta seguirono disordini violenti, ma Gandhi non rinunciò, mai, alla sua dottrina e riuscì, sempre, a ricondurre le sue lotte nell’alveo originale del principio della non-violenza.
La rinuncia era la sua arma preferita.
L’aveva appresa fin da giovane, di ritorno dagli studi in Inghilterra, traendone l’ispirazione dalla lettura dei testi sacri indiani e della Bibbia. Un esempio illustre questo suo singolare noviziato sulla strada dell’astinenza come mezzo di elevazione morale.   
“Avevo letto”,
scriveva nella sua Autobiografia,
“in un libro sul vegetarianismo, che il sale non è un ingrediente necessario alla vita dell’uomo, che, al contrario, una dieta insipida è più sana. Avevo letto e constatato che i fisici più deboli devono evitare i legumi. A me piacevano molto. Ora avvenne che Kasturba (sua moglie), la quale subito dopo l’operazione pareva stesse un poco meglio, avesse iniziato, di nuovo, ad avere emorragie e la malattia sembrasse ostinata. La cura idroterapica per se stessa non dava risultati. Kasturba non aveva molta fede nei miei rimedi, per quanto non si opponesse a adottarli. Ma non voleva sentire il parere di estranei. Così, quando tutte le cure tentate fallirono, le consigliai di evitare il sale e i legumi. Da principio, non voleva saperne, sebbene io cercassi di convincerla con ragionamenti e mettendo in opera la mia autorità. Infine, mi provocò, dicendomi che, se si fosse trattato di me, non mi sarei privato di questi ingredienti, anche se consigliato a farlo. Fui, al tempo stesso, addolorato e lieto di questa risposta, perché ebbi, così, l’opportunità di mostrarle il mio amore.
Le dissi:
“Ti sbagli, se io fossi sofferente e il dottore mi consigliasse di non prendere questi due alimenti gli obbedirei senza esitazione. E, intanto, senza avere sentito alcun parere medico, ti giuro che starò, un anno, senza toccare né sale né legumi, anche nel caso in cui non seguissi il mio esempio.”
Kasturbai fu colpita dalle mie parole e, profondamente, addolorata mi rispose:
“Perdonami, conoscendoti come ti conosco, non avrei dovuto provocarti. Ti prometto di astenermi da quegli alimenti, ma tu non considerare come un voto le parole che hai pronunciato poco fa. Ne avrei troppo rimorso.”
“Tu avrai grande beneficio”,
risposi,
“dall’evitare, d’ora innanzi, il sale e non dubito che ti sentirai subito meglio. Quanto a me, io non posso ritrarre un voto fatto seriamente, tanto più che, sono certo, ne trarrò giovamento, perché ogni privazione, qualunque sia la causa che la provochi, è benefica all’uomo. Lasciami fare. Sarà una prova per me e un aiuto morale per te.”
Rinunciò a discutere.
“Sei troppo ostinato, non dai ascolto a nessuno!”,
esclamò, cercando conforto nelle lacrime.
Ho voluto raccontare questo incidente come un esempio di Satyagraha e posso dire che questo è uno dei più dolci ricordi della mia vita.”
L’episodio illustra le motivazioni semplici, ma profonde, della forza morale dell’uomo, il quale, proprio perché rappresentava, a un altissimo grado, la saggezza che proviene da un fermo convincimento morale, non poteva non cadere, come è caduto, sotto l’arma di un fanatico. Accadde la sera del 30 gennaio 1948, mentre l’India era dilaniata dalla lotta esplosa tra indù e musulmani dopo la proclamazione dell’indipendenza.
Gandhi fu assassinato a New Delhi, con tre pallottole nel petto, da un bramino legato al gruppo estremista Mahasabha, Nathuran Godse.
L’assassinio fu consumato in mezzo a una folla assiepata, come ogni giorno, nel vasto giardino della residenza del Mahatma, per un appuntamento quotidiano con l’apostolo. Trafitto dalle pallottole, Gandhi ebbe il tempo di pronunciare due volte la stessa parola:
“Rama! Rama! (Dio! Dio!)”
Erano le sole parole che avrebbe voluto dire prima di morire. Ed era anche la morte che aveva detto di preferire.
“Non desidero morire di una paralisi delle mie facoltà, come un uomo sconfitto. La pallottola di un assassino potrebbe porre fine alla mia vita. L’accoglierei con gioia. Ma soprattutto vorrei morire facendo il mio dovere fino all’ultimo respiro.”
Queste parole erano state pronunciate da Gandhi, la sera prima della sua morte, il 29 gennaio 1948. Sembrerà strano che l’apostolo della non-violenza abbia desiderato per sé una morte violenta. Ma questo è, in un certo senso, nella fatalità delle cose.
La violenza è nella natura irrazionale dell’uomo!
La non-violenza è nella verità della sua anima, quella verità che Gandhi ha, eroicamente, cercato tutta la vita.
La sua lezione è, forse, troppo lontana da noi, da una società come quella occidentale, estremamente tecnicizzata e razionalizzata, che a certe manifestazioni della fede guarda come a pericolose e, ormai, superate superstizioni.
Eppure, è certo che laddove un uomo soffre per una affermazione della verità, laddove, per lo stesso motivo, un popolo intero soffre e lotta, là è presente l’insegnamento di Gandhi.


Daniela Zini
Copyright © 12 febbraio 2012 ADZ

giovedì 9 febbraio 2012

IRAN IL PAESE DELLE ROSE - V. LA GIOVENTU' IRANIANA UNA GENERAZIONE IN CRISI TRA IMPEGNO POLITICO E PARADISI ARTIFICIALI

Questo articolo è dedicato a Mohammad Reza Kassai.
Architetto, accademico, urbanista, archeologo, scrittore, viaggiatore, legittimista e liberale, musulmano e persiano si era accontentato, senza mai pentirsene, di essere stato il servitore di tre idee nobili: la libertà, la fedeltà e l’onore.
È stato mio Maestro.
Il Maestro sale in cattedra addita una via, un ideale da seguire; il testimone vive questo ideale sulla propria pelle, lo fa suo, senza paura di mettersi sempre in gioco, di rischiare il tutto per tutto.
A una opinione, a una teoria se ne può contrapporre un’altra, ma chi potrà mai confutare una vita, fatti e comportamenti concreti?
Ecco perché i migliori Maestri, coloro che riescono a infondere la “cultura”, sono anche dei testimoni che, con il loro esempio, mostrano di condividere e praticare le idee, gli ideali, i valori che propugnano.
Il valore del sacrificio della Sua vita non si dovrà mai disperdere, ci lascia un testamento spirituale, una pesante eredità, un patrimonio morale di equilibrio, di coraggio, di serietà, di rigore, di umanità e di professionalità, che, oggi, ci impegna tutti a continuare, con tutte le proprie forze professionali, intellettuali e morali, per tentare di rendere migliore il nostro Pianeta.
Non esiste cultura fuori della Storia, se per cultura si intende quel complesso di manifestazioni della vita, materiale, sociale e spirituale, di un popolo in un dato momento storico. Manifestazioni che comprendono la conoscenza, le credenze religiose, l’arte, la morale, la legge, le tradizioni, i costumi e ogni altra attitudine e capacità acquisita dall’Uomo, come membro della società.
Far conoscere il significato universale degli eventi disastrosi della sua Storia è un debito verso di Lui e verso il suo Paese.
L’impegno civile e politico diviene, ogni giorno, più difficile, soprattutto per i giovani, che, spinti verso una naturale aspirazione di ricerca di certezze per il proprio futuro, risentono, oggi, più che mai, della progressiva riduzione dell’etica contemporanea, ridotta a una mera fase di patteggiamento tra istituzioni, partiti e forze sociali. Una situazione che getta in uno sconforto quegli stessi giovani, che, per istinto naturale, cercano, invece, riferimenti e posizioni ideologiche certe su cui poter contare. Bisogna che i problemi e il disagio giovanile diventino problemi e disagio dell’intera società, di quella stessa società che deve ritrovare la dignità per rinnovarsi.
Così come siamo noi adulti che abbiamo la responsabilità della Memoria.
Ogni giornalista si trova di fronte a un bivio: può scegliere la carriera e scrivere quello che gli dicono oppure può fare una scelta diversa, scrivere quello che trova giusto e occuparsi di quello che gli interessa. Io ho scelto di scrivere quello che trovo giusto e di occuparmi di quello che mi interessa. Nell’arco della mia esistenza voglio riuscire a vivere una vita da essere umano, in cui ogni individuo sia rispettato. La qualcosa mi compenserà di tanti anni di fatiche che, in fondo, non mi sono dispiaciute.
Essere sinceri è una possibilità di salvezza morale!
Da anni, lavoro, senza un giorno di tregua. Spesso vado a letto a mezzanotte, dormo fino alle cinque, poi inizio una nuova giornata di lavoro.
Scrivere è, sempre, stato il mio sogno.
La mia vita.
Bambina, avevo fede nella scienza e nella felicità, nella verità e negli uomini.
Intrepida, a ogni tempesta offrivo il mio petto.
I miei sogni mi chiamavano a vivere per gli Altri e, ardentemente, mi auguravo di non vivere invano.
Mi sentirò, sempre, attratta dalle anime che soffrono di quella nobile e feconda sofferenza che è l'insoddisfazione di se stessi, la sete di ideali. Non sarà mai, ad attrarmi, la serenità dello scopo raggiunto: considero esseri veramente superiori, nel mondo di oggi, coloro che soffrono del male sublime di dare, perpetuamente, alla luce un io migliore.
Per fare scelte alternative ci vuole un grande coraggio, che è nulla, tuttavia, senza il sostegno dei propri cari. Ma è un percorso che ognuno di noi dovrebbe fare per dare un senso alla propria vita, al proprio passaggio su questo mondo.
Mi sento forte e invincibile, ma, a volte, è una grande fatica.
Allora non ci penso, e guardo oltre.
Il cielo del tempo ha molte sfumature: il Passato è rosa, il Presente grigio, il Futuro azzurro. Oltre il vacillante azzurro, si apre il gorgo senza limite e senza nome, il gorgo delle trasformazioni che portano a…
Roma, 7 febbraio 2012


“Viaggiare è il più personale dei piaceri. (…)”
con questa frase Vita Sackville-West introduce i suoi ricordi di viaggio in Persia.

IRAN
il paese delle rose

“(…)
Hame-ye alam tanast va Iran del
Nist qaviyande zin qiyas khejel
(…)”
Nezami Ganjavi, Haft peykar

a
Meysam Ebadi, Fatemeh Barati, Kasra Sharafi, Mobina Ehterami, Kambiz Shoaee (Shojaii, Shojaee), Mohsen Imani, Mostafa Ghanian, Mehdi Karami, Sarvar Broumand, Fatemeh Rajabpour, Masoud Khosravi, Sohrab Arabi, Amir Hossein Toufanpour, Davood Sadri, Alireza Eftekhari, Behzad Mohajer, Fahimeh Salahshoor, Iman Namazi, Hossein Tahmasebi, Fatemeh Samsarian, Hossein Akhtarzand, Mohammad Nikzadi, Mohammad Asgari, Mohammad Hossein Barzegar, Naser Amirnejad, Kianoush Asa, Neda Agha Soltan, Kaveh Alipour, Ashkan Sohrabi, Bahman Jenabi, Masoud Hashemzade, Hamid Hossein Beig Araghi, Saeed Abbasi, Ali Fathalian, Abbas Disnad, Ramin Ramezani, Nader Naseri, Seyed Reza Tabatabai, Iman Hashemi, Mohsen Haddadi, Vahed Akbari, Abolfazl Abdollahi, Salar Tahmasebi, Farzad Jashni, Hamed Basharati, Babak Sepehr, Tina Soudi, Maryam Mehr Azin, Milad Yazdan Panah, Parisa Koli, Ali Shahedi, Sajjad Ghaed Rahmati, Shalir Khazra, Vahid Reza Tabatabai, Mahmoud Raisi Najafi, Moharram Chegini Gheshlaghi, Yaghoub Barvayeh, Mohammad Naderipour, Hamid Maddah Shourcheh, Ahmad Kargar Nedjati, Said Esmaeeli Khanbebin, Mehrdad Heydari, Arman Estakhri Pour, Amir Javadifar, Taraneh Mousavi, Mohammad Kamrani, Mostafa Kiarostami, Behzad Ghahremani, Hossein Akbari, Mohsen Roh-Ol-Amini, Ramin Ghahremani, Hassan Shapoori, Reza Fatahi, Milad (no surname), Morteza Salahshoor, Morad Aghasi, Mohsen Entezami, Pouya Maghsoud Beigi, Hadi Fallah Manesh, Jafar Barvayeh, Hadi Fallah Manesh, Jafar Barvayeh, Majid Kamali, Mohammad Javad Parandakh, Ramin Pourandarjani.
[http://www.youtube.com/watch?v=-Fb7F94mhYM]

V. La gioventù iraniana:
una generazione in crisi
tra impegno politico e paradisi artificiali
Gli iraniani nati dopo la rivoluzione islamica cercano di fuggire un quotidiano difficile. Mentre alcuni si battono per il cambiamento, altri si rifugiano nella droga o evadono grazie a Internet.

di
Daniela Zini

Più di trenta anni dopo la rivoluzione iraniana, il regime, in nome dell’islam e della rivoluzione, impone tanti divieti ai giovani che questi non sanno più quello che sia permesso: ormai, la sola certezza che resta loro è che essere giovani sia un crimine e che il solo modo di vivere la loro età passi per la trasgressione delle leggi. In Iran più del 70% della popolazione ha meno di trenta anni, vale a dire è nata dopo la caduta del regime imperiale e non ha preso parte alla guerra Iran-Iraq, ciò che ne fa una delle più giovani del mondo. Istruita e politicizzata, particolarmente nelle classi medie e agiate, questa gioventù iraniana ha sete di cambiamento.
Come questa situazione è stata resa possibile?
Quali forme latenti di conflitto genera?
In quale misura favorisce lo sbocciare della rivolta?
Tali sono gli enjeux politici cruciali che questo reportage si propone di esplorare.

1. La rivoluzione divora i suoi figli
In certe culture, si utilizza, ancora, il termine “bocche inutili” per indicare i bambini. In queste culture, vale a dire, quelle in cui la povertà causa il disfacimento dell’unità familiare, conta che questa “bocca inutile” divenga, molto presto, un membro attivo.
L’Iran ha aderito, nel 1993, alla Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia, approvata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il 20 novembre 1989, con riserva che “le disposizioni della presente convenzione sono applicabili fintanto che non sono contrarie alle disposizioni del diritto musulmano e alle leggi interne”. Questa riserva è in contraddizione manifesta con la convenzione che precisa che “nessuna riserva incompatibile con l’oggetto e il fine della presente convenzione è autorizzata”. Gli abusi commessi, in seno alla famiglia, sono considerati “affari privati”, “affari di famiglia”, di cui si discute, raramente, in pubblico. Secondo l’UNICEF, l’abuso e lo sfruttamento dei bambini e le punizioni corporali, in famiglia e a scuola, sono comuni in Iran. Gli abusi, commessi nei confronti dei bambini, hanno luogo, dappertutto, in Iran, e possono prendere diverse forme, dalla violenza psichica alla violenza fisica, allo stupro da parte di membri della famiglia fino al matrimonio forzato e ai crimini di onore o ancora alla tratta di persone. Tuttavia, esistono poche informazioni disponibili sul modo in cui il governo iraniano tratti gli abusi commessi nei confronti dei bambini. Non esistono neppure statistiche ufficiali sull’argomento. Secondo l’US Department of State, nel maggio del 2010, il governo iraniano aveva denunciato circa 150mila casi di abusi perpetrati nei confronti di bambini, nei sei mesi precedenti. Sempre nel 2010, l’avvocata iraniana Nasrin Sotoudeh, attualmente detenuta nel carcere di Evin, aveva accusato il governo di non assolvere al proprio dovere di proteggere i bambini vittime di abusi. Secondo Nasrin Sotoudeh, le autorità giudiziarie non accordano, in effetti, che poca attenzione a questi maltrattamenti, perché i tribunali stimano che picchiare la propria moglie o i propri figli sia una “disputa familiare privata” ed evitano, dunque, di esaminare i casi nei dettagli. Nel sistema giuridico iraniano, basato sul diritto sciita, il diritto di famiglia non conosce i termini “potere parentale” né “autorità parentale”, nondimeno, la nozione esiste, sotto altri appellativi, quali hezanat e velayat. Questi concetti concernono, al tempo stesso, i diritti e i doveri dei genitori nei confronti dei loro figli. Dall’instaurazione della repubblica islamica, nel 1979, il sistema giuridico e penale è stato influenzato dalla shari’a, vale a dire dalla legge islamica. Questo radicale cambiamento politico ha comportato l’abbassamento dell’età della responsabilità penale all’età della pubertà religiosa, vale a dire a 9 anni per le bambine e a 15 anni per i bambini. Così, i bambini possono essere sottoposti a ogni punizione inflitta agli adulti. Al di fuori di rare strutture carcerarie, in alcune grandi città, i bambini sono detenuti con gli adulti.
Le cifre mostrano che vi è, attualmente, più di un milione di bambini iraniani che vivono in estrema povertà, più di mezzo milione, che vivono sotto la soglia dei 2 dollari al giorno, e un altro mezzo milione sotto la soglia di 1 dollaro al giorno.
Fenomeno nuovo, la comparsa di migliaia di bambini di strada e di fuggitivi che vagano intorno alle stazioni e ai terminals delle grandi città. Il gran numero di adolescenti in fuga contribuisce all’aumento della prostituzione e del traffico di schiavi sessuali in Iran. Fuggono di casa per evadere dalle costrizioni integraliste loro imposte, dai maltrattamenti e dalla tossicodipendenza dei loro genitori. Sfortunatamente, ricadono in nuove violenze e nello sfruttamento: il 90% di loro finisce nella spirale della prostituzione.
Il lavoro minorile è, egualmente, un flagello che colpisce ragazzi e ragazze al di sotto dei 18 anni. Tuttavia, l’art. 79 del codice del lavoro dispone che “l’impiego di persone con meno di 15 anni è vietato”. In virtù dell’art. 176 dello stesso codice, ogni datore di lavoro che impieghi un lavoratore con meno di 15 anni è passibile di una ammenda e, in caso di recidiva, di una pena detentiva. In altre leggi e regolamenti, quali l’art. 14 del codice di reclutamento nella pubblica amministrazione, l’art. 10 del regolamento di reclutamento a tempo determinato e l’art. 6 del regolamento di reclutamento nelle società anonime, l’età minima di ammissione all’impiego è fissata a 18 anni. Così, l’abolizione del lavoro dei bambini è riconosciuta nella legislazione nazionale.

2. Jeans, rock, sesso e internet
L’Iran è sconosciuto. E, tuttavia, costituisce, con la Cina, una delle più antiche entità politiche del mondo e lo Stato della regione che ha più vicini. Situato al crocevia del mondo arabo, della Turchia, dell’Asia Centrale e del Sub-Continente Indiano, e soggetto a molteplici influenze, l’Iran custodisce, gelosamente, la sua specificità e la sua indipendenza. E mantiene il suo mistero. Mal integrato nella società internazionale e poco desideroso di porvi rimedio, l’Iran è, nondimeno, indissociabile da tutte le grandi questioni che agitano la regione: il petrolio, l’Iraq, il nucleare, l’Afghanistan, l’Israele, l’attivismo islamico. L’America se ne inquieta, l’Europa anche. Ovunque, ci si chiede cosa voglia lo Stato islamico iraniano.
Un’altra grande incognita: gli stessi iraniani.
Chi sono?
Quali sono i loro valori e le loro aspirazioni?
Oggi, tutto è ripiombato nel buio e nella paura. Due anni e mezzo dopo la rivoluzione verde, dopo gli arresti, le torture, gli stupri, le esecuzioni, in breve, dopo la sanguinosa repressione che ha seguito le elezioni truccate di Mahmud Ahmadinejad, gli iraniani sono precipitati in una profonda depressione. E la situazione economica si è aggravata.
Nelle grandi città come Tehran, l’Occidente affascina, intriga, suscita una curiosità, appena velata, in presenza dello straniero. Il desiderio di porre domande è onnipresente. La gioventù iraniana ostenta un look ispirato, direttamente, alle stars americane ed europee. Look che stride, severamente, con l’immagine caricaturale, che si ha dell’Iran in Occidente: in un mondo caratterizzato dai divieti, questa gioventù è divenuta maestra nell’arte di flirtare con i limiti. Sono, infatti, i giovani delle classi medie, che giocano, non senza rischi, al gatto e al topo con il regime [http://www.dailymotion.com/video/x1qiy6_iran-jeunesse-liberte-surveillee-1_news#rel-page-6, http://www.dailymotion.com/video/x1qixp_iran-jeunesse-liberte-surveillee-2_news#rel-page-7, http://www.dailymotion.com/video/x1qix6_iran-jeunesse-liberte-surveillee-3_news#rel-page-6, http://www.dailymotion.com/video/x1qiwq_iran-jeunesse-liberte-surveillee-4_news#rel-page-4]. La vita nelle strade di Tehran è ben lontana dai clichés. Soprannominata “la capitale mondiale della chirurgia estetica”, alludendo all’ossessione “del naso piccolo”, Tehran è popolata da una gioventù che non ha nessuna intenzione di restare “discreta”. Respingendo i limiti del codice di abbigliamento islamico, le ragazze portano foulards che coprono appena una ciocca di capelli e combinaisons così attillate da lasciare poco spazio all’immaginazione. Certe periferie di Tehran, dove sfilano ragazze senza velo e ragazzi con il taglio di capelli all’occidentale e le sopracciglia depilate, prendono, addirittura, l’aspetto di metropoli occidentali. Ma le forze dell’ordine vegliano [http://www.adnkronos.com/IGN/Mediacenter/Video_News/?id=3.1.2133233983].
“Nell’impossibilità di esprimere il loro disaccordo politico, i giovani partecipano a una rivoluzione autoproclamata, nella quale utilizzano il proprio corpo per fare dichiarazioni sociali e politiche. Le relazioni sessuali sono divenute, al tempo stesso, una fonte di libertà e un atto di ribellione politica.”,
scrive Pardis Mahdavi, nel suo libro pubblicato, nel 2009, dal titolo Passionate Uprisings: Iran’s Sexual Revolution. Per far fronte a questa tendenza, il governo ha incoraggiato il siqeh, il matrimonio temporaneo, autorizzato dall’islam sciita, che ha una durata oscillante tra un’ora e novantanove anni. L’uomo può contrarre tanti matrimoni temporanei simultanei quanti ne desidera e scinderli quando crede. La donna no. Le donne iraniane sono dipendenti economicamente e il loro unico mezzo di sussistenza è essere maritate. Quelle che non lo sono più, dopo un divorzio o un ripudio, possono cercare di divenire seconde, terze o quarte mogli, una sorta di bonnes senza salario, alloggiate e magramente nutrite. Altre cadono nel circuito del siqeh, se hanno attrattive fisiche.
Questa ribellione sessuale ha, sfortunatamente, contribuito ad accrescere i casi di AIDS, di MST e a moltiplicare gli aborti. Nel 2009, il presidente del Centro Iraniano di Ricerca sull’HIV e sull’AIDS aveva riferito che era stata rilevata la più alta incidenza di AIDS tra i 25 e i 29 anni.
Le contraffazioni di marche occidentali abbondano, i fast-foods si ispirano nei loro menù ai burgers dello Zio Sam e le pizzerie iraniane non hanno nulla da invidiare a quelle della Little Italy. I più giovani, che tirano calci a un pallone nelle strade, indossano, frequentemente, le maglie dei grandi clubs europei, quali il Chelsea, il Barcelona o il Manchester. A ciò si aggiunge la possibilità di guardare la televisione occidentale, grazie a un’antenna satellitare, e di scaricare musica e films da internet. L’Iran è una delle società del mondo che si interessa di più alle nuove tecnologie. Il numero di internauti è stimato a 28 milioni, principalmente giovani. Si contano, egualmente, tra i 60mila e i 110mila blogs, maggioritariamente tenuti da giovani, una delle cifre più elevate nel Medio Oriente.
Oggi, non è raro osservare giovani coppie tenersi la mano nei parchi o sulle rive dei corsi d’acqua. Percorrendo i quartieri agiati di Tehran, il viaggiatore scopre un’altra forma di resistenza: le moschee deserte. Anche nei giorni di preghiera, accolgono tutt’al più qualche anziano credente, mentre i giovani sfrecciano sui loro motorini. Ma l’atto dissidente più radicale resta la conversione allo zoroastrismo o al cristianesimo. Anche se il numero esatto di convertiti resta ignoto, gli osservatori più prudenti riferiscono il caso di migliaia di iraniani, in maggioranza giovani. In risposta, il regime ha reintrodotto la pena di morte per apostasia, vale a dire abiura dell’islam.
L’Occidente fa sognare, ma, attenzione, a non trarre conclusioni troppo affrettate. Se la cultura occidentale moderna e, più ancora, l’ipotesi di un eventuale visto per gli Stati Uniti continuano a esercitare l’immaginario, un’attrattiva per le libertà individuali dell’Europa o di oltre-Atlantico non si accompagna, sistematicamente, a un filo-americanismo in materia di politica. Ciò costituisce un punto interessante: mentre le opinioni pubbliche occidentali si immaginano una popolazione iraniana, sprofondata nell’oscurantismo come i suoi leaders, questa stessa popolazione si dimostra capace di dissociare governo e popolazione, quando si interroga sulle sue opinioni riguardo all’Occidente. Tuttavia, per questa gioventù imbrigliata nelle sue aspirazioni, si deve ben realizzare che la politica internazionale è un “affare” di ordine, totalmente, secondario: i più favoriti non si fanno illusioni sulla natura del regime e aspirano, innanzitutto, a lasciare il Paese, mentre i più sfavoriti si preoccupano, innanzitutto, di avere, quotidianamente, cibo a sufficienza. Infine, la gioventù iraniana non sembra ostile nei riguardi dell’Occidente, al contrario. Anche tra quelli che difendono il regime, è palese che il discorso è, squisitamente, retorico e non risponde in nulla a una vera obbedienza ideologica, ma piuttosto alla salvaguardia di un interesse personale. Ed è del tutto possibile che questo discorso si tenga intorno a un fast-food all’americana con una Zam Zam Cola sul tavolo e il fondo sonoro di un CD, che rimanda le note degli ultimi successi di Lady Gaga o di Britney Spears. È, così, per numerosi basiji, che difendono la loro posizione per i vantaggi che questa apporta loro: salario, potere, facilitazioni per accedere all’università, servizio militare ridotto. Senza contare i più sprovveduti che sono portati con corriere in cambio di un sandwich e di una piccola somma di danaro.
L’impatto dei baby-boomers, nati negli anni 1980, inizia, appena, a farsi sentire. I ventenni, giocheranno un ruolo sempre più importante nell’orientamento – e, forse, nel ri-orientamento – del programma politico, economico e sociale dell’Iran nel corso dei prossimi venticinque anni. Come il resto della popolazione, una percentuale importante della gioventù sostiene l’Iran nel suo progetto di fare dell’energia nucleare uno dei principali pilastri del suo sviluppo economico e del suo avvenire.
Fin dal rovesciamento, nel 1953, del primo ministro Mohammad Mossadeq, la gioventù iraniana è, politicamente, impegnata. L’uccisione da parte della polizia di tre studenti dell’università di Tehran, Nasser Qandchi (Jebhe-ye Melli) e di Mehdi Shari’at-Razavi e Mostafa Bozorg-Nia, (Hezb-e Tudeh), il 7 dicembre di quello stesso anno (16 azar 1332), durante le manifestazioni, violentemente represse, contro la visita del vice-presidente americano Richard Nixon, per sostenere lo shah, quattro mesi dopo l’Operazione AJAX, condotta dalla CIA e dall’MI5 [http://www.youtube.com/watch?v=oi-JiM0Ox_8, http://www.youtube.com/watch?v=Mdeoktnv8ko&feature=related] – è, tuttora, commemorata nella Giornata Nazionale dello Studente. I giovani hanno, egualmente, svolto un ruolo chiave nella rivoluzione del 1979. Oggi, il loro numero è la loro forza. Il baby-boom, che ha seguito la rivoluzione, ha, praticamente, raddoppiato la popolazione, facendola passare da 34 a 62 milioni di abitanti, in dieci anni. L’Iran è uno dei Paesi più giovani del mondo. Questa esplosione demografica, che ha cambiato le carte da un triplo punto di vista politico, economico e sociale, costituisce una delle più grandi minacce per lo statu quo del regime islamico. Negli anni 1980, gli under 20 hanno formato il grosso delle truppe nella guerra di otto anni contro l’Iraq: volontari di appena 10-12 anni, arruolati nella milizia dei basiji, servivano anche a “ripulire” i campi di mine. Il 21 settembre 2010, l’Iran ha firmato il Protocollo Opzionale alla Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia, relativo al coinvolgimento dei bambini nei conflitti armati. Negli anni 1990, i giovani iraniani hanno iniziato a reclamare il loro dovuto nei campi politico, economico e sociale. Nel 1997, hanno contribuito a fare eleggere il presidente riformista Mohammad Khatami. Ma, davanti all’incapacità di questi nel prendere l’iniziativa del cambiamento, hanno fatto marcia indietro e hanno boicottato l’elezione presidenziale del 2005, ciò che è stato determinante nella vittoria dell’ultraconservatore Mahmud Ahmadinejad. E il loro ritorno alle urne, nelle elezioni del 2009, ha avuto una profonda influenza sulla politica iraniana. Il voto dei giovani è sempre più decisivo. Dopo la rivoluzione, l’età legale del diritto di voto era stata abbassata a 15 anni, ma, quando i teocrati si sono resi conto del potere politico della nuova generazione, è stata elevata a 16 e, poi, a 18 anni.

3. Disoccupazione, alcol, droga, prostituzione e suicidio
Trenta anni dopo la rivoluzione islamica, la gioventù iraniana si trova confrontata con un numero crescente di problemi, che nutrono la contestazione. Innanzitutto, la politica economica del governo non genera che 300mila posti di lavoro all’anno, quando ne occorrerebbe un milione. Dal 1990, la disoccupazione è, praticamente, raddoppiata tra le fila della gioventù. E la stessa disoccupazione genera una serie di altri mali, quali il consumo di alcol e di droga, la prostituzione, le fughe, i matrimoni precoci – che portano, inevitabilmente, al divorzio –, l’agitazione sociale e l’esodo delle classi istruite all’estero. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, l’Iran conosce una fuga di cervelli tra le più importanti al mondo. Quelli che restano, in Iran, si compiacciono di una doppia vita. L’una in uno spazio pubblico, dove le libertà di espressione e di azione si assottigliano, di giorno in giorno; l’altra nella sfera privata protettrice. Una volta varcata la soglia di casa, ci si toglie il velo, si accende la televisione satellitare e si beve vodka, comperata al mercato nero. A causa di una penuria di posti di lavoro e di una ancora più grave penuria di alloggi, il numero dei singles, tra i 20 e i 29 anni, è raddoppiato rispetto alla generazione precedente. I tre quarti vivono nella casa dei genitori, perché non hanno mezzi per sopperire ai propri bisogni e ancora meno per affrontare le spese di un matrimonio, che diviene inaccessibile, mentre i contatti tra i giovani dei due sessi sono, ufficialmente, vietati. Resta che questa regola è, largamente, ignorata nell’intimità delle case. In terra di islam e nei Paesi occidentali a forte popolazione musulmana, non si scherza con la verginità. Nonostante un tabù che perdura, sempre più donne iraniane perdono, oggi, la loro verginità prima del matrimonio, una “onta” che può essere aggirata con la chirurgia. Le mentalità in Iran hanno molto evoluto dalla rivoluzione, ma i rapporti sessuali prematrimoniali restano un soggetto tabù, almeno in pubblico. Benché il governo imponga leggi islamiche draconiane per limitarli, molti giovani “passano oltre”, con grande costernazione dei religiosi sciiti. Un sondaggio realizzato, nel 2010, dall’Organizzazione Nazionale dei Giovani dell’Iran rivelava che il 55% dei 7mila giovani – maschi e femmine – intervistati avevano avuto rapporti sessuali prima del matrimonio. Secondo esperti indipendenti, la percentuale reale potrebbe, anche, essere più elevata. Tuttavia, se le relazioni sessuali pre-matrimoniali non sono più un tabù come prima, in particolare per gli uomini, la tradizione vuole che le donne siano vergini il giorno del matrimonio. Anche se non esiste una legge che imponga una prova della verginità come condizione preliminare al matrimonio, i costumi sono profondamente radicati nella società iraniana. È ancora, comunemente, ammesso in Iran che un uomo possa esigere che la sua futura sposa sia vergine e annullare il matrimonio se non lo sia. In altri tempi, un lenzuolo imbrattato di sangue era prodotto, dopo la notte di nozze, come prova che l’imene era intatto, ma, ai nostri giorni, molti uomini e la loro famiglia domandano prima un “certificato di verginità”. È facile procurarsi dei tests di verginità da un ginecologo o dai servizi medico-legali. Lo sfasamento tra i costumi della società iraniana e la permissività crescente della vita privata ha generato un aumento della domanda di imenoplastiche, vale a dire di interventi di ricostruzione dell’imene. Le cliniche private di Tehran accettano, generalmente, di praticare questi interventi, anche se non sono, ufficialmente, autorizzate. Nonostante l’assenza di statistiche, si osserva, in questi ultimi anni, una crescita del mercato dell’imenoplastica. Secondo l’ubicazione della clinica e la reputazione del chirurgo, il costo di una imenoplastica oscilla dai 200 ai 500 dollari, a Tehran. E quello di un intervento al laser per cancellare le cicatrici può salire fino a 2mila dollari. Anche se queste pratiche sono considerate fraudolente, sono così diffuse che gli arbitri morali dell’Iran, gli ayatollah si sono sentiti obbligati di regolamentarle. Quattro anni fa, l’ayatollah Mohammad Sadeq Ruhani, un religioso conservatore ma dallo spirito indipendente, aveva emesso una fatwa per legalizzare l’imenoplastica per le donne che avevano perduto la propria verginità.
“Non vi è differenza tra un imene vero e uno falso.”
sostiene.
La severa restrizione delle relazioni individuali ha generato una cultura sociale clandestina, nonostante le onerose ammende inflitte ai contravventori. Il consumo di alcol e il ballo sono passibili di arresto da parte della polizia dei costumi e di settanta frustate.
In Iran, i problemi sociali e psicologici generano una grandissima domanda di droga. E, sfortunatamente, il consumo non si limita a una sola classe sociale. Né alle grandi città. Corollario dell’impoverimento generale, è dappertutto.
Dappertutto!
Naturalmente, i più poveri sono i più toccati.
Laboratori clandestini fabbricano ogni sorta di “porcheria”.
La vita è meno cara e il prezzo dei “prodotti” è, decisamente, imbattibile: se la cocaina è riservata ai ricchi, un grammo di oppio si tratta per circa 10 dollari e l’eroina, anche per meno. Se si fa attenzione, con un pò di danaro, siringhe, regolarmente, cambiate, si può vivere dieci, venti anni, “bucandosi” con l’eroina. I medici vedono, ora, affluire giovani di buona famiglia distrutti dalla shisheh, versione iraniana della metanfetamina, una droga sintetica altamente tossica, il veleno “che rende folli” e uccide in meno di un anno. Nelle classi sociali agiate è divenuto un flagello. Nei parchi pubblici di Tehran, i giardinieri spazzano, tutte le mattine, non foglie morte, ma vittime di overdose o prostitute che vendono il proprio corpo per una dose. Un paesaggio apocalittico nel Parco Haft-e Tir, nel sud di Tehran: un suolo coperto di siringhe usate e di drogati fatti su tutte le panchine, le guance scavate, la bocca aperta, gli occhi strabuzzati. Il modo di consumo più corrente è khunbazi, gioco di sangue: ci si inietta una dose, si tira il sangue dalla stessa vena per reiniettarselo immediatamente. Secondo due giovani drogati interrogati, l’effetto è garantito.
“Non hai lavoro, non hai famiglia, non hai distrazione. Per qualche ora, almeno, dimentichi tutto.”
Ufficialmente, i trafficanti di droghe sono impiccati in Iran, ma per molti iraniani, le droghe sono talmente facili da procurarsi che è impossibile che il governo dei mollah non vi sia coinvolto. È, egualmente, sorprendente che i costi cadano a ogni contestazione massiva del popolo.
La droga è una delle leve nelle mani degli ayatollah per far tacere il popolo e contenere le proteste?
L’Iran utilizza l’oppio da secoli. L’oppio è stato vietato, nel 1955, ma, dalla rivoluzione, si constata un aumento del consumo e del volume di droga in circolazione, in particolare tra i giovani e le donne. Le statistiche variano, considerevolmente, secondo le fonti, perché da più di due anni, tutti gli istituti di statistica sono stati chiusi e i sociologi imprigionati, al pari dei giornalisti, degli studenti, dei bloggers. Secondo l’Ufficio dell’ONU per il Controllo della Droga e la Prevenzione del Crimine, l’Iran ha uno dei tassi di consumo più elevati al mondo. Il 20% degli iraniani dai 15 ai 60 anni fa uso di droghe e il 16% di eroina. L’Iran consuma grandi quantità di oppio non raffinato: il 42% del totale mondiale. Circa il 10% dei drogati sono donne, che devono, immancabilmente, prostituirsi per procurarsi la loro dose di eroina o di crack. La vicinanza dell’Iran all’Afghanistan favorisce il traffico, attraverso la frontiera mal controllata, che separa i due Paesi per 960 chilometri. Tra il 1996 e il 2008, i sequestri in Iran hanno rappresentato più dei due terzi del volume mondiale.
L’Iran detiene, anche, il tasso più elevato, nel mondo, di suicidi in rapporto alla popolazione, in particolare tra le donne e gli adolescenti. È cresciuto del 17%, in due anni. Ogni giorno, mediamente, 10 iraniani decidono di finirla. Secondo i dati iraniani, la scelta dei metodi di suicidio differisce tra uomini e donne. Gli iraniani, in generale, si impiccano o utilizzano una iniezione letale, mentre le iraniane si impasticcano o si immolano con il fuoco.
Nel Paese di tutti i divieti, dove l’omosessualità è bandita e punita, perfino, con la morte, in caso di recidiva, lo Stato autorizza e finanzia il cambiamento di sesso di uomini e donne [http://www.youtube.com/watch?v=Kzyr5QqNDhc&feature=player_embedded], permettendo ai transessuali di trovare, a certe condizioni, una identità.
Ma solo per meglio “normalizzarli”!

Gli umani troveranno sempre più ragioni per dividersi che ragioni per unirsi!
Una nuova terribile guerra si prepara sotto i nostri occhi. Il ritmo si accelera, progressivamente, nei discorsi tenuti dai nostri leaders, come nelle parole vuote della nostra stampa.
Sempre più ragioni per giustificare un attacco all’Iran!
Le modalità sono familiari al punto che danno la nausea. Non è sorprendente che il leader impopolare dell’Iran non sia riuscito a calmare le tensioni crescenti. Tristemente, non è più visionario né più pacificatore dei nostri leaders.
Io credo che ogni speranza di pace debba ora venire, non dai dirigenti politici, ma dalla saggezza, dal cuore e dall’azione delle genti.
Da noi tutti.
Io ho cercato di presentarvi l’Iran da un’angolazione diversa da quella proposta dalla nostra stampa – con uno sguardo alle famiglie, che somigliano molto alle nostre famiglie, alle persone, il cui desiderio più profondo, proprio come il nostro, è di offrire un avvenire di pace ai propri figli.
Sono i bambini che soffrono più la guerra.
Io ho ricevuto in dono per il mio compleanno una collezione straordinaria di disegni di bambini iraniani. Ho il sentimento che i bambini riescano a esprimere, con emozione ed eloquenza, un desiderio universale di pace, di relazioni armoniose e amicali con gli Altri, in tutto il mondo, e con la preziosa Terra che noi condividiamo.
Può risultare difficile agli americani comprendere le parole di bambini, la cui lingua è poco familiare, ma forse queste immagini potrebbero parlare a tutti noi.
Vi sono Paesi che muoiono giovani o si arrestano giovani: tutto ciò che segue al loro periodo di vigore riguarda la sopravvivenza o la resurrezione.
L’Iran non si è mai ripreso dalle estenuanti fatiche delle sue avventure imperiali. E, solo ora, iniziamo a comprendere ciò che in questo Paese commuove e, a volte, sconvolge: in contatto diretto con la realtà, il peso bruto dell’oggetto, l’emozione o la sensazione forte e semplice, antica e sempre nuova, dura o dolce come la scorza o come la polpa di un frutto. Questa terra così celebrata è, meravigliosamente, immune da artifici letterari; lo stesso preziosismo di certi suoi Poeti non la tocca. Questa terra, da cui sono scaturiti tanti capolavori, non viene sentita come l’Italia, subito patria privilegiata delle arti, ma vi pulsa la vita come il sangue in un’arteria.
Poche regioni sono state più devastate dal furore delle guerre di religione, di razza e di classe; sopportiamo il ricordo di tanti furori inespiabili solo perché qui ci appaiono più nudi, più spontanei e meno ipocriti che altrove, quasi innocenti nel confessare il piacere che prova l’uomo a fare del male all’uomo.
Non vi è Paese più dominato da una religione possente, che favorisce, il più delle volte, la bigotteria e l’intolleranza, ma non vi è neppure Paese, ove si senta di più, sotto il broccato delle devozioni o sotto la pietra dei dogmi, sorgere il fervore umano. Non vi è Paese più legato, ma anche nessuno più libero, da questa rudimentale e suprema libertà fatta di privazione, di povertà, di indifferenza, del gusto di vivere e del disprezzo di morire.
Un popolo si conosce dalla sua Storia. Queste pagine dedicate alla Storia dell’Iran nascono dalla profonda gratitudine per un Uomo, il cui destino si identificò con quello del suo Paese. In balia degli eventi cercava il suo momento e il suo luogo. Cercava di affermarsi nel suo presente, appassionatamente e violentemente.
L’Iran è stato il nostro luogo di incontro.
Far conoscere il significato universale degli eventi disastrosi della sua Storia è un debito verso di Lui e verso il suo Paese.
Se tali eventi sono stati pagati, con la sofferenza, da parte di chi li ha subiti, gli insegnamenti, che se ne traggono, appartengono al mondo intero.
Colui che usurpa la libertà degli Altri è il primo a perdere la propria e a divenire schiavo.







Daniela Zini
Copyright © 27 gennaio 2012 ADZ

domenica 1 gennaio 2012

LETTERE DALL'IRAN: LETTERA DI MAJID TAVAKOLI DALLA PRIGIONE DI EVIN

LETTERE DALL’IRAN
Oggi vi propongo la traduzione della:

LETTERA DI MAJID TAVAKOLI
DALLA PRIGIONE DI EVIN






Io vorrei iniziare con l’esprimere la mia gioia, la mia gratitudine e il mio profondo rispetto alla grande Nazione iraniana. Io sono orgoglioso di essere nato in un Paese, dove il desiderio di libertà e di umanità si coniuga alle qualità essenziali di nobiltà, forza e potenza. Questo grande soffio vitale è una fonte di luce per opporsi ai padroni della tirannia, che cospirano nelle tenebre, minano ed esercitano la loro oppressione e la loro intimidazione.
Io sono passato da uno sciopero della fame all’isolamento, alla vista della compassione, della bontà d’animo e della volontà di vittoria del popolo del mio Paese, cose che mi hanno fatto riflettere sulla sofferenza e sull’amarezza di questi giorni con gioia e fierezza.
L’intensità dell’affetto e del sostegno, dimostrati dal popolo verde della mia Nazione, mi ha lasciato senza parole.
È con lacrime di gioia che mi rivolgo, umilmente, al magnifico popolo dell’Iran, lacrime di gioia, che esprimono la mia immensa gratitudine per la sua simpatia, la sua benevolenza e la sua solidarietà.
Io lo ringrazio, umilmente, per il costante desiderio di libertà, la sua umanità e per avere, ancora una volta, provato che non si abbandonano mai gli amici.
Io vorrei, ancora una volta, ringraziare tutti i prigionieri per la loro solidarietà, per parlare con una sola voce. Io voglio che sappiano che saremo, sempre, insieme per la causa. 
Io vorrei ringraziare tutti i leaders, che hanno dimostrato di essere i nobili padri e le nobili madri del Movimento Verde.
Io vorrei ringraziare tutte le donne, che hanno superato il proprio ruolo di mogli e di madri di prigionieri politici e sono divenute le combattenti degli ideali verdi della nostra Nazione, in questo momento di forte oppressione e di forte intimidazione.
Io vorrei ringraziare le nobili ragazze della Nazione, che hanno fatto versare a mia madre lacrime di gioia. Mi hanno fatto il più bel dono: conoscere cosa significhi avere delle vere sorelle.
Io vorrei ringraziare tutti i miei fratelli, i fieri ragazzi della mia Nazione, che hanno provato, a testa alta, che erano tutti dei Majid e che Majid non sarà mai solo.
Io non riuscirò mai a esprimere, a pieno, la mia gratitudine agli studenti della mia Nazione. Io vorrei ringraziarli di nuovo e sarò, sempre, loro riconoscente per il loro buon cuore e il loro sostegno.
Io vorrei, anche, ringraziare il personale di sicurezza e dell’amministrazione della prigione e dell’ospedale per l’appoggio e la benevolenza, che mi hanno testimoniato. Io li ringrazio di aver voltato le spalle a quanti hanno abbandonato ogni umanità e sono più che mai decisi a impartire lezioni, passando anche sopra i diritti di ogni prigioniero.
Infine, e questo non è meno importante, io vorrei ringraziare la mia famiglia e, in particolare, mia madre e mio padre, che sono stati i miei modelli verdi e mi hanno insegnato, fin da bambino, l’importanza della forza, del coraggio e della sincerità e continuano a farlo, ancora oggi.
In verità, il mese di giugno si dovrebbe chiamare il mese del popolo.
Io vorrei poter guardare questa sciagura come una grande vittoria, una vittoria della solidarietà e della simpatia, testimoniate dal popolo. Una vittoria dei media attivi e della diffusione efficace delle informazioni, una vittoria delle persone che, mettendo da parte i propri dolori e le proprie difficoltà, si ricordano degli altri, parlano con una sola voce e, infine, una vittoria dei media, che non si sono lasciati intimidire dalla feroce censura a 360 gradi.
Io sono lieto che i difensori dei diritti umani abbiano fatto sentire le grida della Nazione iraniana, che chiede giustizia al mondo intero e alle istituzioni internazionali.
Io sono riconoscente e felice di sapere che tutte le più piccole informazioni, quali il mio trasferimento dalla sezione comune all’isolamento, il mio sciopero della fame, il peggioramento della mia salute, la mia emorragia interna, il mio trasferimento all’ospedale Taleqani, il mio ritorno a Evin, e così via… siano state diffuse velocemente, a dimostrazione che i muri di censura, intorno a noi, stanno crollando. Tutto questo prova, sempre di più, la grandezza dei media liberi e indipendenti e dei giornali, che cercano la libertà, i messaggeri della mia Nazione.
Questa vittoria, questa solidarietà sono state una lezione per il nostro futuro. Ci hanno insegnato che, se vi è volontà, e questa volontà è condivisa da tutti, allora vi è la vittoria.
La tirannia non può, sempre, nascondere il proprio vero volto. Una buona volta, arretrerà davanti alla pressione delle esigenze e dei desideri del popolo.  
Io vorrei, ancora, esprimere la mia gratitudine e felicitarmi con il popolo verde della mia Nazione.

Prigione di Evin, Sala 3 Sezione 7, 9 khordad 1389 (30 maggio 2010)


Majid Tavakoli

Traduzione di Daniela Zini
Copyright © 1 gennaio 2012 ADZ















domenica 20 novembre 2011

LETTERE DALL'IRAN: LETTERA APERTA AD AHMAD SHAHID RELATORE SPECIALE DELL'ONU SUI DIRITTI UMANI IN IRAN


LETTERE DALL’IRAN
Oggi vi propongo la traduzione della:

LETTERA APERTA AD AHMAD SHAHID, RELATORE SPECIALE DELL’ONU SUI DIRITTI UMANI IN IRAN


Onorevole Ahmad Shahid,

Noi la salutiamo rispettosamente.

Noi ci felicitiamo con lei per la sua nomina a Relatore Speciale dell’ONU, incaricato di investigare sulla Repubblica Islamica dell’Iran.
Fino a oggi, noi siamo rimasti molto delusi dalla mancanza di attenzione portata alle violazioni dei diritti fondamentali in nome della costituzione iraniana e della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, alle quali la Repubblica Islamica dell’Iran è tenuta a uniformarsi.
Siamo delusi che non sia stato accordato all’Iran uno status particolare che richieda una sorveglianza continua delle organizzazioni internazionali in ragione delle sue sistematiche violazioni dei diritti umani.
Noi siamo dei prigionieri politici e dei prigionieri di coscienza, detenuti nella prigione di Rajai Shahr: noi siamo giornalisti, scrittori, studenti, sindacalisti e militanti dei diritti umani. Noi sappiamo perché siamo stati arrestati: è per le nostre attività durante le elezioni presidenziali del 12 giugno 2009, che si supponevano essere democratiche. Le nostre attività erano conformi alla Dichiarazione dei Diritti Umani e alle Risoluzioni delle Nazioni Unite, alle quali il regime iraniano è tenuto a uniformarsi. Sfortunatamente i leaders politici e i funzionari della sicurezza e della giustizia dell’Iran pretendono che le nostre attività siano sovversive e considerano quelli che li hanno condotte antirivoluzionari. È così che ci hanno arrestati, brutalmente interrogati e sottoposti a dure pressioni psicologiche e fisiche. Il regime ha condotto e continua a condurre vergognosi processi ingiusti che sono illegali e, per la maggior parte, senza un avvocato. Il risultato è che, particolarmente negli ultimi due anni, lunghe pene detentive sono state comminate, i prigionieri sono stati esiliati in prigioni, la cui condizione è al di sotto della norma, e sono stati sottoposti a restrizioni inumane. Il trattamento dei prigionieri e delle loro famiglie è stato brutale e contrario all’Islam.
Noi attribuiamo il giusto valore alla sua nomina in seno al Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani e attendiamo, con ansia, un suo viaggio in Iran per investigare sulle prigioni della Repubblica Islamica, visitare i prigionieri politici, i prigionieri di coscienza e le loro famiglie e rendersi conto del grado di crudeltà imposto al nostro Paese.
Noi la ringraziamo.    

Rasul Badaghi, Massud Bastani, Issa Saharkhiz, Ali Ajami, Keyvan Samini, Heshmatollah Tabarzadi

  Traduzione di Daniela Zini
Copyright © 20 novembre 2011 ADZ