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giovedì 16 febbraio 2012

NEW DELHI la città dai mille volti

 “…né cristiano né pagano, saracino o tartero, né niuno huomo di niuna generazione non vide né cercò tante meravigliose cose del mondo come fece messer Marco Polo.”

UNA VIAGGIATRICE EUROPEA
ALL’ALBA DI UN NUOVO MILLENNIO
SULLE STRADE CHE VIDERO GENGIS KHAN E MARCO POLO

“Viaggiare per diventare senza patria.”
Henri Michaux

Agli asini e ai muli, senza i quali nulla di tutto ciò sarebbe accaduto.

La mondializzazione ha modificato il rapporto con il tempo e con lo spazio.
Le evoluzioni tecnologiche, economiche, politiche hanno provocato, moltiplicato le relazioni tra le persone, le culture.
Ma se le genti si incrociano sempre più, possiamo dire che si incontrano?
La paura dell’Altro, alimentata dall’ignoranza, nutre il razzismo. Vivere con i propri simili rassicura, ma i comunitarismi chiudono, inquietano.
È una banalità affermare che l’incontro con l’Altro permetta l’incontro con noi stessi. È identificando l’Altro che identifichiamo noi stessi.
Chi viaggia  senza incontrare l’Altro non viaggia, si sposta.
Diverse ragioni mi legano all’Asia e, negli anni, mi sono specializzata nei territori legati anche a Marco Polo.
Così è nata l’idea di questo viaggio.


XIV. INDIA

to Manjoo Singh, my Friend

“I offer you peace. I offer you love. I offer you friendship. I see your beauty. I hear your need. I feel your feelings. My wisdom flows from the Highest Source. I salute that Source in you. Let us work together for unity and love.”

Mohandas Karamchand Gandhi


Non andartene amore

Non andartene, amore, senza avvertirmi.
Ho vegliato tutta la notte e ora i miei occhi
Sono pesanti di sonno.
Ho paura di perderti mentre dormo.
Non andartene, amore, senza avvertirmi.

Mi sveglio e stendo le mani per toccarti. Ti sento e
Mi domando: “E’ un sogno?”
Oh, potessi stringere i tuoi piedi col mio cuore
E tenerli stretti al mio petto!
Non andartene, amore, senza avvertirmi.

Rabindranath Tagore


65 anni fa l’India diveniva indipendente
“In India, le nostre religioni non attecchiranno mai; l’antica saggezza della razza umana non sarà oscurata dagli eventi in Galilea. Al contrario, la saggezza indiana fluirà indietro verso l’Europa, e produrrà cambiamenti fondamentali nel nostro pensiero e nelle nostre conoscenze.”
Arthur Schopenhauer


Designato “Personaggio dell’anno 1930” dal Time Magazine, Mohandas Karamchand Gandhi è finalmente liberato, nel gennaio del 1931.
Nel mese di marzo, firma un patto con il vicerè delle Indie, il rappresentante di Londra a Delhi, Lord Edward Frederick Wood Irwin: in cambio della sospensione della campagna di disobbedienza civile, il governo accetta che Gandhi partecipi alla Conferenza della Tavola Rotonda che si terrà, a Londra per elaborare un progetto di costituzione per l’India coloniale. Il 29 agosto, il Mahatma si imbarca per Marsiglia. Sulla nave, i giornalisti lo incalzano. Arriverà a Londra, il 13 settembre, sotto una pioggia fitta, fredda e battente, vestito di un semplice dhoti, che non lascerà fino al suo ritorno in India, tre mesi più tardi. Ma la tavola rotonda è un échec completo per Gandhi, che ritornerà in India a mani vuote. Il 5 dicembre, lascia la Gran Bretagna, con la rabbia nel cuore, dopo aver recitato la parte della star hollywoodiana, incontrando il re e la regina, Charlie Chaplin, ma anche i poveri dell’East London, che gli hanno riservato una accoglienza da re. Sulla strada del ritorno, Gandhi si ferma a Parigi e in Svizzera. L’8 dicembre 1931, è invitato a parlare, a Losanna, a un meeting di obiettori di coscienza, organizzato da Pierre Cérésole. Poi, a Ginevra. Ed è là, che pronuncia, il 30 dicembre 1931, il suo discorso storico, non per l’India, ma per il resto del mondo: 
“Come i lavoratori potranno ottenere giustizia senza violenza?
Se i capitalisti impiegano la forza per sopprimere il loro movimento, perché non dovrebbero sforzarsi di distruggere i propri oppressori?
Risposta: questa è la vecchia legge, la legge della giungla: occhio per occhio, dente per dente. Come vi ho, già, spiegato, tutto il mio sforzo tende, propriamente, a sbarazzarci di questa legge della giungla, che non ai addice agli uomini. Voi non sapete, forse, che io sono consigliere di un sindacato operaio di una città chiamata Ahmedabad, sindacato che ha ricevuto attestazioni favorevoli di esperti in questo campo. Noi ci siamo sforzati di impiegare, sempre, il metodo della non-violenza per regolare i contrasti, che sono sorti tra capitale e lavoro, nel corso di questi ultimi quindici anni. Ciò che sto per dirvi è, dunque, basato su una esperienza che è in linea con quanto attiene questa questione. A mio modesto avviso, il movimento operaio può essere, sempre, vittorioso se è, perfettamente, unito e deciso a ogni sacrificio, quale che sia la forza degli oppressori. Ma coloro che guidano il movimento operaio non si rendono conto del valore del mezzo che hanno a loro disposizione e che il capitalismo non possiederà mai. Se i lavoratori riuscissero a comprendere che il capitale è, assolutamente, impotente senza la loro collaborazione, avrebbero, già, vinto la partita. Ma noi siamo talmente sotto l’ipnotismo del capitalismo, che finiamo per credere che rappresenti tutto in questo mondo. I lavoratori dispongono di un capitale che lo stesso capitalismo non possiederà mai. Già, ai suoi tempi,  Ruskin aveva dichiarato che il movimento operaio ha delle possibilità inaudite; ha, sfortunatamente, parlato al di sopra delle nostre teste. Oggi, un inglese che è, al contempo, un economista e un capitalista, è giunto, dall’alto della sua esperienza economica, alle conclusioni formulate, intuitivamente, da Ruskin. Ha apportato al lavoro un messaggio vitale. È falso, dice, credere che un pezzo di metallo costituisca del capitale; ed è, egualmente, falso credere che, anche, una certa quantità di prodotti rappresenti un capitale. Se noi andassimo alla vera fonte, vedremmo che il lavoro è il solo capitale, un capitale che non può essere ridotto in termini di metallo. È su questa legge che noi abbiamo lavorato nel nostro sindacato. È, basandoci su di essa, che noi abbiamo lottato contro il governo e liberato un milione e 70mila persone da una tirannia secolare. Io non posso entrare nei dettagli e spiegarvi in cosa sia consistita questa tirannia, ma coloro che vogliono studiare il problema, a fondo, potranno, facilmente, farlo. Io voglio, tuttavia, dirvi, semplicemente, come noi abbiamo ottenuto la vittoria. Esiste in inglese, come d’altronde in francese e in tutte le lingue, una parola molto importante, quantunque molto breve. In inglese non ha che due lettere, è la parola “no”, in francese “non”. Il segreto di tutta la questione è, semplicemente, il seguente: quando il capitale domanda al lavoro di dire sì, il lavoro, come un solo uomo, risponde no.  Nel momento stesso, in cui i lavoratori comprendono che è offerta loro la possibilità di dire “sì” quando pensano “sì” e “no” quando pensano “no”, il lavoro diviene il padrone e il capitale lo schiavo. E non importa, assolutamente, che il capitale abbia a sua disposizione i fucili, i mitragliatori e i gas venefici, perché resterà, perfettamente, impotente, se il lavoratore affermerà la sua dignità di uomo, restando, assolutamente, fedele al suo nome. Il lavoro non ha bisogno di vendicarsi, deve solo restare fermo e offrire il petto alle pallottole e ai gas venefici, se resta fedele al suo “no”, questo finirà per trionfare. Ma, io vi dirò perché il movimento operaio, così sovente capitola. Invece di isterilire il capitale, come ho suggerito in quanto io stesso operaio, cerca di impossessarsi del capitale per divenire capitalista, a sua volta. Di conseguenza, il capitalismo, accuratamente trincerato nelle sue posizioni e ben organizzato, non ha bisogno di inquietarsi: trova, nel movimento operaio, gli elementi che sosterranno la sua causa e saranno pronti a sostituirlo. Se noi non ci facessimo incantare dal capitale, ogni uomo e ogni donna comprenderebbe questa verità essenziale. Avendo, io stesso, partecipato all’organizzazione di esperienze di questo genere, in ogni sorta di casi e per lungo tempo, posso dire di avere il diritto di parlare di questa questione e di avere qualche autorità in materia. Non si tratta qui di qualcosa di sovrumano, ma, al contrario, di qualcosa che è possibile a ogni lavoratore, uomo o donna. In effetti, quello che si chiede all’operaio non differisce da quello che fa, in un certo senso, il soldato, che è incaricato di distruggere il nemico, ma porta la propria distruzione in tasca. Io desidero che il movimento operaio imiti il coraggio del soldato, ma senza adottarne la forma brutale del compito, che consiste nell’apportare la morte e le sofferenze al suo avversario, io mi permetto di assicurarvi, d’altronde, che chi è pronto a dare la propria vita senza esitazione e, al contempo, non imbraccia alcun tipo di arma, per annientare il proprio avversario, mostra un coraggio di un valore infinitamente superiore all’altro.”
(traduzione di Daniela Zini)
Questa strategia, esposta davanti a un mondo occidentale in piena rotta economica e all’alba dell’avanzata fascista, influenzerà, nel dopoguerra, numerosi movimenti di liberazione e di diritti civili. E, parimenti, molti personaggi, quali Martin Luther King, Nelson Mandela o ancora il Dalai Lama.
Gandhi termina il suo discorso con queste parole restate celebri:
“Io mi considero un soldato, tuttavia, un soldato della pace. Io conosco il valore della disciplina e della verità. Ecco perché vi chiedo di credermi quando affermo di non aver mai preso in considerazione che la popolazione indiana, se fosse necessario, ricorrerebbe alla violenza.”
Dopo il suo discorso, Gandhi raggiunge la città svizzera di Villeneuve, dove lo accoglie il suo amico scrittore Romain Rolland. Con il suo libro Mahatma Gandhi, il Premio Nobel francese, che vive sulle rive del Lago Lemano, è stato uno dei primi a far conoscere il pensiero di Gandhi, in Occidente. In occasione di questa visita, vorrebbe convincere Gandhi a esortare alla disobbedienza e al rifiuto di pagare le tasse in ogni Stato in guerra e, soprattutto, a denunciare i regimi fascisti piuttosto che le democrazie, anche se queste possiedono colonie. Ma Gandhi non si interessa che all’India e spiega al suo amico, costernato, che profitterà dei suoi ultimi giorni, in Europa, per rendere visita al papa e a Mussolini. Il primo non vorrà riceverlo, con il pretesto che non sia, adeguatamente, vestito. Il secondo lo accoglierà, in pompa magna, al suono del tamburo della gioventù fascista.
Come dire che il viaggio europeo di Gandhi sia stato un disastro per la sua immagine in Europa e in America…
E l’India, in tutto questo?
Ottiene la sua indipendenza con il favore della seconda guerra mondiale, che segna la fine dell’impero britannico, senza più i mezzi delle sue ambizioni. Durante il conflitto, Gandhi dichiara che l’India non può partecipare a una guerra che ha per fine la libertà democratica, quando questa libertà è rifiutata alla stessa India. In piena guerra, lancia il suo celebre “Quit India!” (“Lasciate l’India!”), la rivolta più radicale, destinata a cacciare i britannici dalle terre indiane. La situazione è divenuta insostenibile e gli inglesi cedono. L’India avrà la sua indipendenza, ma al prezzo della partizione in due Stati: l’uno indù e l’altro musulmano, il Pakistan.
Il giorno dell’indipendenza, il 15 agosto 1947, Gandhi non partecipa alle celebrazioni con il resto dell’India, ma resta solo a Calcutta. È addolorato per la partizione del Paese e lavora per la  cessazione delle violenze. Tra il 1946 e il 1947, più di 5mila persone sono uccise negli scontri tra le comunità. Milioni di persone sono spostate, di forza, al fine di omogeneizzare l’insediamento delle popolazioni secondo le loro credenze.
Il 30 gennaio 1948, in cammino verso una riunione di preghiera, Gandhi è abbattuto con tre pallottole nel petto, da un bramino legato al gruppo estremista Mahasabha, Nathuran Godse, che considera il Mahatma responsabile della partizione dell’India e del suo indebolimento…


NEW DEHLI
la città dai mille volti


“In India tutto è possibile!”
Questo detto indiano è più che mai di attualità.
13 milioni di abitanti, un inquinamento al top, strade dove le mucche passano rasenti alle BMW...
Occorrerà all’India tutto il suo genio perché Delhi divenga una regina, senza per questo perdere la sua anima e il suo patrimonio.
Lo sviluppo di Delhi e della sua area metropolitana testimonia del processo di urbanizzazione in India: un movimento di concentrazione crescente di popolazione urbana nelle megalopoli milionarie e multimilionarie. L’evoluzione demografica della città di Delhi è, innanzitutto, segnata dalla storia movimentata del Paese. Delhi è promossa capitale dell’impero britannico delle Indie, nel 1911, la sua popolazione passa da 238mila abitanti, nel 1911, a 696mila, nel 1947, a un ritmo di crescita sempre più rapido. Allo stesso tempo, l’espansione spaziale della città, secondo un modello di urbanizzazione, ampiamente vantato, ha causato una caduta spettacolare delle densità residenziali, da 55 abitanti per ettaro, nel 1911, a 18 abitanti, nel 1921, per risalire, in seguito, gradualmente, fino a 40, nel 1941.  
Con l’indipendenza, nel 1947, Delhi diviene la capitale della nuova Unione Indiana e conosce un trasferimento massivo di popolazione, a seguito della partizione dell’India e del Pakistan. Dopo il 1947, Delhi, che conta, allora, 900mila abitanti, dovrrà ricevere 470mila rifugiati dal Punjab occidentale e del Sind, mentre 320mila musulmani lasceranno la capitale per il Pakistan.
Il periodo 1941-1951 è, così, quello di più forte crescita demografica nella storia della capitale: la popolazione dell’agglomerato urbano passa da 700mila a 1,4 milione, con una crescita annuale del 7,5%, ineguagliata successivamente.    
Si dice che vi siano sette città a Delhi. Io ne conto otto, se includo la Delhi, la capitale inglese, divenuta quella della Repubblica Indiana, con le sue grandi strade, le sue ville, i suoi parchi, con quella Connaught Place, dove ci si perde inevitabilmente.
E, anche prima dell’Islam, vi era, forse, già, una città, perché l’area era abitata, almeno, dal tempo dei Kushana (III secolo d.C.) e, nell’VIII secolo d. C., esisteva un tempio relativamente importante.
Le sette città, di cui si parla, sono le sette capitali musulmane, che si sono succedute dalla conquista dei Ghaznavidi, quei turchi che fondarono il loro impero nell’attuale Afghanistan. Queste sette città si situano tutte a Ovest del fiume Yamuna, la prima abbastanza in disparte, l’ultima sulle sue rive o quasi. Estese su circa venti chilometri di lunghezza, formano da Nord a Sud, due gruppi principali, l’uno costituito dalla prima, la quarta e la seconda Delhi, l’altro dalla sesta, la quinta e la settima; la terza, Tughlaqabad, si trova, un poco in disparte, verso Est. Tutte non hanno avuto la stessa importanza storica, la stessa durata, né lo stesso genio architettonico.

di
Daniela Zini


Ma è il mio cuore amore mio


I tuoi occhi m’interrogano tristi.
Vorrebbero sapere i miei pensieri
Come la luna che scandaglia il mare.
Dal principio alla fine ho denudato
La mia vita davanti ai tuoi occhi,
Senza nulla celarti o trattenere.
Ed è per questo che non mi conosci.
Se fosse soltanto una gemma,
La romperei in cento pezzi
E con essi farei una catena
Da mettere attorno al tuo collo.
Se fosse soltanto un fiore,
Rotondo e piccolo e dolce,
Lo coglierei dallo stelo
Per metterlo nei tuoi capelli.

Ma è il mio cuore, mia diletta
Dove sono le sue spiagge e il suo fondo ?
Di questo regno tu ignori i confini
E tuttavia sei la sua regina.
Se fosse solo un momento di gioia
Fiorirebbe in un facile sorriso,
Lo potresti capire in un momento.
Se fosse soltanto un dolore
Si scioglierebbe in limpide lacrime,
Rivelando il suo più intimo segreto
Senza dire una sola parola.
Ma è il mio cuore, amore mio.
Le sue gioie e i suoi dolori
Sono sconfinati, e infiniti
I suoi desideri e le sue ricchezze.
Ti è vicino come la tua stessa vita,
Ma non puoi conoscerlo interamente.


Rabindranath Tagore


Per le strade di Delhi il popolo misero osserva con curiosità la sfilata dei notabili, che si affrettano verso il palazzo del Parlamento: è il 20 gennaio 1947 e l’Assemblea Costituente Indiana si raduna, per la sua seconda sessione, per elaborare gli schemi della costituzione della nuova India. Undici giorni dopo, un comitato di lavoro della Lega Musulmana si riunisce, a Karachi, per contestare le decisioni della costituente. In un documento di 3mila parole denuncia la non rappresentatività dell’Assemblea e ne chiede lo scioglimento.
Alla testa dei musulmani è Mohammad Ali Jinnah, straordinario tribuno di settanta anni, di educazione inglese, ma che non ha mai nascosto la sua ammirazione per Adolf Hitler ed è divenuto l’apostolo della partizione. Questi non vuole che, alla partenza dei dominatori inglesi, si crei un solo Paese indipendente: accarezza il vecchio sogno del teorico Choudhary Rahmat Ali, che aveva rigettato l’idea dell’unità dell’India e fatto balenare il disegno di due Stati sovrani, per uno dei quali aveva foggiato il nome di Pakistan, costituito dalle iniziali di Punjab, Afghania, Kashmir, Iran, Sind, Tukkanistan e Afghanistan. Quello che Jinnah ha sposato è il miraggio di un’India islamica indipendente, da contrapporre all’India indù. È, anche, convinto che gli inglesi non siano adamantini nella determinazione di cedere il potere soltanto a un’India unita e ha deciso di consacrare la sua opera, in quelli che sono, certamente, gli ultimi anni degli inglesi in India, al conseguimento dell’obiettivo della partizione.
Il subcontinente è percorso da brividi di febbre: gli indiani sanno che sta per giungere il momento della verità e scatenano lotte senza quartiere contro la potenza coloniale e tra loro. Tumulti esplodono a Lahore, Amritsar, Calcutta. Nel sontuoso palazzo di Delhi che ha visto i fasti dell’India imperiale, il vicerè feldmaresciallo conte Archibald Wavell, il “Napoleone del deserto”, che, sei anni prima, ha sgominato l’armata di Rodolfo Graziani, in Libia, ha preparato i piani per un ritiro graduale degli inglesi dall’India. Ma sir Claude John Eyre Auchinleck, The Auk, un altro dei grandi generali del deserto, il nemico di Erwin Rommel e, ora, comandante in capo dell’esercito indiano, non è d’accordo con i piani del vicerè. Il disegno di Wavell è ineccepibile come piano di emergenza, ma assurdo, se si pretende di attuarlo per gradi.
Come possono sperare gli inglesi di andarsene a tappe, mantenendo l’ordine, se non riescono a mantenerlo, già, ora che sono presenti, in India, con tutte le loro forze? 
I consiglieri suggeriscono a Wavell una soluzione diversa: fissare una data per il ritiro totale degli inglesi dall’India e invitare i leaders indiani a preparare uno schema per il passaggio dei poteri in quel giorno. Wavell approva: secondo lui, la prima data possibile per l’evacuazione è il 31 marzo 1948.
A Londra, il primo ministro laburista Clement Richard Attlee si leva a parlare alla Camera dei Comuni, il 20 febbraio. Attlee è un sostenitore dell’autonomia indiana, fin dal 1927, quando ha fatto parte della Simon Commission, per lo studio della situazione.
Inoltre, chi meglio di un governo socialista è idoneo a concedere l’autodeterminazione al popolo indiano?
“È intenzione precisa del governo inglese”,
annuncia Attlee,
“di compiere i passi necessari per effettuare il trasferimento del potere a responsabili mani indiane a una data non posteriore al giugno 1948.”
“Ero giunto alla conclusione”,
scriverà nelle memorie,
“che fosse inutile cercare di raggiungere un accordo tra i leaders delle comunità rivali. A meno di porre questi leaders di fronte a una scadenza precisa, questi avrebbero continuato a rinviare all’infinito.”
Ma la bomba, nel discorso di Attlee, è un’altra. Per la prima volta, gli inglesi si dichiarano aperti a una soluzione diversa da quella unitaria:
“Il governo di Sua Maestà dovrà considerare a chi debbano essere trasferiti i poteri del governo centrale dell’India britannica, a tempo debito: se, nella loro interezza, a una qualche forma di governo centrale o, in talune zone, agli esistenti governi provinciali o in altri modi che possano sembrare ragionevoli e nel migliore interesse del popolo indiano.”
Attlee fa, anche, il nome dell’uomo al quale verrà scaricata la patata bollente: spirato l’”incarico di guerra” di lord Wavell, il vicerè che presiederà, al crepuscolo dell’impero, è il visconte Louis  Francis Mountbatten di Burma.
La scelta non poteva essere migliore. Mountbatten ha tutte le doti personali e di sangue per ricoprire un posto di tale responsabilità. Cugino del re-imperatore, porta in India quel misterioso scintillio della regalità che affascina, da sempre, gli indiani. È bello, simpatico, estroverso, dotato di un immenso fascino personale. Lo circondano la fama della vittoria sui giapponesi e del suo eroico servizio in marina. È di lignaggio abbastanza antico per considerare, con una certa insensibilità clinica, come un infortunio sul mestiere, il compito di liquidare uno dei più grandi imperi della storia; ed è tanto soldato da concepire il passaggio dei poteri come una gigantesca operazione di tipo militare. Inoltre, Mountbatten arriva, in India, con un grande vantaggio: sa benissimo che sarà l’ultimo vicerè e ha fretta di tornarsene alla Marina.
A Delhi la dichiarazione di Attlee ha suscitato enorme impressione. Pandit Jawaharlal Nehru, il socialista aristocratico dalla rosa all’occhiello, si affretta a elogiarla, perché porta “realtà e una certa qualità dinamica alla situazione attuale”. Il suo Partito del Congresso ha detto, per anni, che non occorre, per il passaggio dei poteri, stabilire un accordo preliminare con la Lega Musulmana. Gli inglesi, con evidente accettazione della Realpolitik, aderiscono a tale punto di vista. Ma, altri leaders indiani gridano allo scandalo:
“L’Inghilterra si comporta da Ponzio Pilato tra indù e musulmani e ci invita alla guerra di successione.”      
Sotto le volte del Parlamento di Westminster, dove tante volte è stata fatta la storia, Winston Churchill, il vecchio leone dell’impero, ruggisce:
“Se trasferiremo il potere ai cosiddetti elementi politici indiani, lo trasferiremo a uomini di paglia, di cui, tra pochi anni, non resterà traccia.”
Il vincitore della guerra mondiale è furioso per il “tradimento” dei laburisti e chiede che la questione dell’India venga deferita alle Nazioni Unite. Ma, la mozione conservatrice, che condanna la politica indiana del governo, viene respinta con 337 voti contrari e 185 favorevoli.
Mentre, a Londra, si discute, in India scorre il sangue. La Lega dei Musulmani cerca di far accettare, come fatto compiuto, prima della partizione, il suo controllo del Punjab (o terra dei cinque fiumi), la più fertile e prospera delle province nord-occidentali dell’India, dove il 56% della popolazione è musulmana. L’intera regione viene corsa da eserciti privati, che incendiano e saccheggiano. Ondeggiando un enorme spadone il leader dei Sikh, Master Tara Singh, proclama la resistenza ai musulmani:
“Opponiamoci alla Lega. Otterremo il governo combattendo.”
Per le strade delle città infuria la battaglia, nei villaggi regna il terrore. Le statistiche parlano di 2mila morti, ma, certamente, sono molti di più.
Nehru torna da una visita al Punjab costernato da quanto ha visto:
“Ho avuto e ho sentito di comportamenti di esseri umani che degraderebbero i bruti. Tutto ciò non può recare che rovina e distruzione.”
Tra tanto sfacelo, atterra sulla pista dell’aeroporto di Delhi, nell’afoso pomeriggio del 22 marzo 1947, l’aereo che trasporta il nuovo vicerè. Alla Viceroy’s House, tra il brillare dei diademi e il candore degli avori antichi, la pompa e lo splendore di sempre accolgono l’ultimo rappresentante del re-imperatore. Il vicerè e la viceregina dominano dall’alto dei troni dorati la corte dei principi indiani, dei dignitari inglesi dall’aria vittoriana, dei generali. Dopo aver prestato, con voce metallica il giuramento, il vicerè rompe una tradizione. Pronuncia un discorso.
“Non sono qui”,
dice con fermezza,
“per mantenere il dominio inglese in India, ma per trasferirlo.”
Tra le sue carte Mountbatten ha le istruzioni del governo inglese, che impongono, tra l’altro:
“La data per il trasferimento dei poteri è flessibile, ma lei deve puntare sul primo giugno 1948.”
Il vicerè ha un grande vantaggio: riesce simpatico a tutti. Nehru ne ammira la vivacità di parola e la perfetta educazione, lo trova simile a lui:
“È uno schietto socialista inglese. È un Filippo Egalité in uniforme navale.”
Ma anche Mohandas Karamchand Gandhi ammira il vincitore della campagna in Birmania. Il Mahatma ha settantasette anni, è stanco, sopravvive, ormai, a se stesso ed è murato nella nicchia di santone del Congresso. Questo vicerè giovane gli fa rinascere la speranza di poter, finalmente, approdare con il suo popolo alla terra promessa.
L’unico, con il quale Mountbatten non riesce a trovare un’intesa, è Jinnah: il leader musulmano rimane rigido e legnoso. Gandhi suggerisce a Mountbatten di metterlo nell’imbarazzo: lo inviti a formare il governo e lasci che si sbrogli. Il vicerè declina il consiglio.     
La tragedia dell’India è che l’indipendenza pare, ormai, inscindibile dalla partizione. Nel suo studio di Delhi, spossato dai primi caldi che hanno trasformato la città in una fornace, Nehru si arrende, a sua volta, alla realtà.
“Se deve essere partizione, sia.”.
dichiara.
“Tagliando la testa ci libereremo del mal di testa.”
Concede a malincuore:
“La Lega Musulmana può avere il Pakistan: ma a condizione che non pretenda parti di India che non intendano unirsi al Pakistan.”
Il Congresso è lacerato, ma si fa strada, a passi da gigante, la convinzione che è meglio avere un’India divisa che non averne una del tutto.
L’8 aprile, Liaquat Ali Khan, uno dei leaders musulmani e oppositore di Jinnah, tanto piccolo, gioviale e garrulo quanto Jinnah è tenebroso e apocalittico, si reca da Mountbatten a porre un problema importante: bisogna dividere le forze armate in modo che siano pronte a trasferirsi nei due monconi di India al momento della partizione.
“È assurdo tagliare a metà un esercito”,
protesta Mountbatten,
“e io non lo farò.”
Liaquat non si scoraggia: porta un piano così razionale e minuzioso che il vicerè ne rimane impressionato. Ma, questa volta, è sir Claude Auchinleck, comandante in capo della Indian Army, a opporsi:
“Primo: le forze armate dell’India non possono essere recise due tronconi, in modo che ciascuno formi un esercito a sé. Secondo: non si può, comunque, realizzare un’operazione così delicata entro il giugno 1948. Sottolineo, inoltre, che se, in un momento così critico, il pubblico venisse a conoscenza di questo piano, le conseguenze sul morale e sull’efficienza delle forze armate sarebbero disastrose.”
Quando, il 28 aprile, la Costituente Indiana si raduna, per la sua terza sessione, appare a tutti evidente che la partizione è, ormai, inevitabile. Questa sessione entra, subito, nella storia con una decisione spettacolare: i costituenti dichiarano abolita la “intoccabilità”. I milioni di paria della classe dei miserabili, i senza casta, riacquistano, di colpo, per un voto di assemblea, la dignità umana. Il pubblico indiano non ha finito di stupirsi per questo proclama di emancipazione che Gandhi lo investe con un attacco improvviso: dichiara che la spartizione del Punjab e del Bengala è un delitto e “non accetterà il principio della divisione”.    
Inattesamente, anche Jinnah, il messia della partizione, si dice contrario a tagliare in due le province dove coesiste una popolazione indù con una musulmana. L’unica soluzione, afferma, è creare province indù e province musulmane e risolvere i problemi delle minoranze indù nel Pakistan e musulmana nell’India, con giganteschi scambi di popolazione. A queste dichiarazioni la migrazione si scatena spontanea, accompagnata da folate di violenza. Centinaia di migliaia di indù e di musulmani, in lunghe teorie di carri, che si protraggono per centinaia di chilometri, fuggono dalle loro case, temendo rappresaglie. Calcutta è sull’orlo di massacri raccapriccianti quanto quelli dell’agosto precedente. La situazione sta per precipitare.
A Delhi si mormora che Mountbatten non veda l’ora di togliersi dalle peste e tornare alla Royal Navy. Anche il giugno 1948, ormai, gli sembra una data troppo remota. Agli amici dichiara, apertamente, che l’unica saggezza consiste nel seguire il vecchio consiglio di Gandhi agli inglesi: andarsene e lasciare l’India al suo destino.
L’aereo, che porta il maresciallo Auchinleck a Londra, decolla il mattino del 29 aprile. Il vecchio soldato va a spiegare al governo quali problemi nascerebbero dalla partizione dell’esercito indiano. Intanto, il consiglio privato di Mountbatten ha elaborato lo schema per il passaggio dei poteri. Incaricato di illustrarlo ai governanti laburisti è colui che fu capo di stato maggiore di Churchill in guerra, lord Hastings Lionel Ismay, che si reca a Londra, il 2 maggio. Mountbatten ha una grande fretta. Nei mesi frenetici, che ha vissuto all’ombra dell’antica gloria, si è convinto che il suo governo ha intenzione di liberarsi dell’India al più presto, a qualsiasi prezzo. E non è vero. Attlee si è deciso a concedere l’indipendenza: ma vuole farlo con stile. L’opposizione conservatrice lo sta accusando di correre alla liquidazione dell’impero e di non avere un disegno preciso per il passaggio dei poteri. Dovesse verificarsi un bagno di sangue in India, passerebbe, certamente, alla storia come un irresponsabile maldestro. E questo, Attlee – che non è un’aquila, ma è un uomo di onore e di coscienza – è risoluto a evitarlo. Mountbatten, che ha molta più fretta di lui, compie, a questo punto, una leggerezza imperdonabile: fa riferire al primo ministro che il suo piano sarà, sicuramente, accettato dai leaders, sia indù sia musulmani, mentre, in realtà, non si è, ancora, consultato con nessuno di loro. Il piano del vicerè è semplicissimo e, forse, davvero troppo ambiguo: consiste nel trasferire il potere alle province indiane, già esistenti, lasciando solo una debole amministrazione federale al centro. Le divisioni esatte si sarebbero formate, per decisione delle province, solo dopo la partenza degli inglesi.
Il 10 maggio, Mountbatten, fiducioso, mostra il suo piano al leader indiano di cui ha più stima: Nehru. Gli occhi pungenti di quest’ultimo scivolano sulla carta, e, infine, il suo volto diventa grigio di ira.
“Questo schema”,
urla,
“è inaccettabile.”
Al costernato vicerè spiega che il suo piano porterebbe alla “balcanizzazione dell’India” e provocherebbe la guerra civile. Per la prima volta, in questi mesi, i fini lineamenti di Mountbatten sono stravolti dall’angoscia.
Ha, già, assicurato Londra che il suo piano sarà accettato dai leaders indiani: come può rimediare, ora?
Il tono di Mountbatten diviene quasi implorante: se nel piano venissero cooptate le critiche di Nehru, il Congresso lo accetterebbe?
Giustamente, Nehru obietta che non può impegnarsi per il Congresso. Da impulsivo, Mountbatten non perde un attimo: decide di far preparare un altro piano, che tenga conto delle osservazioni di Nehru, e, nel frattempo, telegrafa ad Attlee che quello che gli è stato portato da Ismay è, irrimediabilmente, caduto. Vappala Pangunni Menon, il consigliere indiano più vicino a Mountbatten, si accinge, disperatamente, al lavoro e impiega, come racconta uno storico, “esattamente quattro ore per stendere un piano destinato a cambiare la faccia dell’India e del mondo”.
Attlee ha ricevuto la comunicazione ed è bilioso. Tempesta di cablogrammi la residenza del vicerè e invita Mountbatten a volare, immediatamente, a Londra per giustificarsi. Lo stesso Ismay telegrafa per segnalare che non comprende più nulla.       
Mountbatten si trova a fronteggiare la situazione più difficile della sua carriera. Non ha alcuna voglia di andare a discolparsi a Londra. Gli piacerebbe trincerarsi dietro la propria dignità vicereale e minacciare di dimettersi, se Attlee non gli concedesse, a scatola chiusa, il “voto di fiducia”. Ma è troppo pretendere dal primo ministro la fiducia cieca su un atto di portata storica.
Il 18 maggio, il vicerè sale sull’aereo per Londra. Riesce, faticosamente, a calmare Attlee: gli indiani sono clienti difficili, è logico che le trattative subiscano alterne vicende. Il premier si convince, anche se la sua fiducia nel vicerè è scossa. Ma, Mountbatten, allorché rientra nella sua sede, il 31 maggio, è soddisfatto perché gli ha strappato una concessione strabiliante. La data di evacuazione non è più il primo giugno 1948, ma il 15 agosto 1947. Questa data, che rende felice il vicerè, permettendogli di tornare presto sulle navi, è sbalorditiva. Mancano solo due mesi e mezzo, alla partenza degli inglesi, e nulla, ancora, è stato preparato. L’evacuazione graduale, pianificata da Wavell, minaccia, ora, di trasformarsi in una rotta.
Le mura dell’edificio imperiale si sgretolano. Ma in campo indiano la confusione non è meno totale che in campo inglese. Jinnah, il “gran spartitore”, si dichiara, ferocemente, avverso alla partizione del Bengala e del Punjab. In queste ultime ore del dominio inglese, si prodiga in richieste impossibili. Chiede, perfino, un corridoio musulmano attraverso l’India indù, che, lungo 1.500 chilometri, congiunga i due tronconi del Pakistan. Nessuno – e meno di tutti Jinnah – prende sul serio la domanda.
Per ragioni diverse da quelle di Jinnah, insorge contro la partizione un personaggio che è agli antipodi del tribuno musulmano: Gandhi.
“Anche se tutta l’India brucia”,
pronuncia, in lacrime, a un raduno di preghiera, il 31 maggio,
“non dobbiamo concedere il Pakistan: neppure se i musulmani ce lo chiedano sulla punta della spada.”    
Mountbatten inizia a non comprendere più nulla: prima si tagliano i nodi, pensa, e meglio è.
Il 2 giugno, convoca i leaders indiani: accanto al volto amico di Nehru, vi è quello ostile di Jinnah e il ghigno volpino di Liaquat Ali. Annuncia le proposte inglesi: prendere o lasciare.
Jinnah è il più riluttante, ma, infine, si scioglie.
“Non riusciva a celare la sua soddisfazione.”,
telegrafa il vicerè a Londra.
Il piano viene pubblicato, ufficialmente, il giorno dopo. Mountbatten ne illustra i particolari a una conferenza stampa, il 4 giugno. Per la prima volta, annuncia al pubblico che la data stabilita dal governo inglese per il passaggio dei poteri è il 15 agosto. I poteri verranno trasferiti a due governi indiani. Al Congresso si levano voci di deplorazione. È stata perduta, si lamenta, la battaglia per l’India una.
Negli ambienti responsabili il futuro si delinea come un incubo.
In che modo si attuerà la partizione?
Com’è possibile pensare di spartire, in due mesi, i servizi civili, l’amministrazione, l’esercito?
Il vicerè e Nehru sono, continuamente, alla radio, per spiegare al popolo le fasi del trasferimento. La maggior parte di questo popolo, immerso nel letargo della sua miseria antica, non ascolta: e, anche se ascolta, non è in grado di comprendere. Eppure, a breve, quei problemi, non compresi oppure fraintesi, gli arriveranno in casa con il fuoco e con la spada.
Dichiara Nehru:
“Noi siamo piccoli uomini al servizio di grandi cause, ma poiché questa causa è grande qualcosa di questa grandezza ricadrà su di noi.”
Le prossime otto settimane diranno se la proposizione del leader della rosa sia vera. Intanto il comitato del Congresso vota una risoluzione di accettazione dell’indipendenza: 157 favorevoli, 29 contrari, 32 astenuti. Ma ribadisce che non bisogna perdere di vista il bene supremo dell’unità e che la partizione deve essere una soluzione soltanto temporanea.
La partizione trova scarsi sostenitori anche tra coloro che l’hanno inventata. I partiti indù ortodossi la esecrano. I musulmani nazionalisti la respingono. I comunisti, su espresso suggerimento di Mosca, dichiarano che è la espressione della vecchia perfida politica imperialistica inglese del divide et impera. Gli inglesi mirano a crearsi punti di forza, soprattutto nel Pakistan, dove sta per passare il troncone di esercito di più schietta ispirazione inglese. Lo sforzo del Foreign Office è volto a ottenere che i due nuovi Stati sovrani, India e Pakistan, accettino lo statuto di dominions. È il modo per dimostrare che, anziché liquidare l’impero, il governo socialista dà vita a un nuovo dinamico Commonwealth, la versione moderna e democratica di Britannia.
I capi del Congresso sfilano, ancora una volta, sui pavimenti luccicanti della residenza vicereale. Sono venuti a pregare Mountbatten di essere il primo governatore generale dell’India indù o, addirittura, delle due Indie, che scaturiranno dalla partizione. Per la stirpe di re che è Mountbatten, l’idea riveste un fascino romantico: gli si presenta l’occasione storica di essere, a un tempo, l’ultimo vicerè dell’India britannica e il primo governatore dell’India indipendente.
Il piano è bello ma irreale: alle menti dei musulmani fanatici suona scandaloso.
Il 2 luglio, Jinnah informa Mountbatten che ha intenzione di essere lui il primo governatore del Pakistan.
Mountbatten rimane impietrito: per lui la nuova soluzione era felice in quanto gli consentiva di conservare nella sua persona, in una sorta di unione personale, l’unità dell’India.
Ma ora che i musulmani lo rifiutano, vale la pena che rimanga quale governatore di mezza India?
I suoi consiglieri lo supplicano di farlo: la sua presenza può ancora evitare una guerra civile. Mountbatten invia il fido Ismay a Londra, perché trasferisca la responsabilità di una decisione sul governo. Curiosamente, la proposta rinfocola negli animi inglesi gli entusiasmi imperiali. Churchill è il più caloroso sostenitore di questa soluzione, perché la nomina di un governatore inglese servirà a smorzare le tensioni in India e “a rafforzare i legami di sentimento tra l’India e il resto del Commonwealth”. Alla vigilia della liquidazione dell’impero, gli inglesi si illudono che il cuore dell’antica colonia batta ancora all’unisono con il loro. Nella Londra austera dell’immediato dopoguerra, non si immagina ancora ciò che porterà, come conseguenze, l’ammainabandiera nel subcontinente. E, perfino, Mountbatten, a Delhi, abbagliato da un antico sogno di pompe regali, di elefanti e di gioielli, si illude su un passaggio dei poteri pacifico, qualcosa come gli antichi giubilei in onore di Vittoria regina. Per tutto luglio i più illuminati tra i suoi consiglieri si sforzano di aprirgli gli occhi: gli spiegano che, al momento della partizione, vi saranno, certamente, dei massacri. Una quantità di sette, di fraternità, di partiti stanno progettando violenze. I Sikh meditano lo sterminio dei musulmani; i musulmani preparano le stragi degli indù. Mountbatten  è persuaso di poter dominare la situazione. Fa dei piani strategici, come in Birmania, progettando di usare, perfino, l’aviazione contro i rivoltosi. Ma, in fondo, è convinto che non vi saranno disordini gravi. D’altronde, anche se lo volesse non avrebbe il tempo di preparare misure di sicurezza importanti sull’intero territorio indiano, che è immenso.
La divisione delle forze armate e dei servizi amministrativi procede, a tappe accelerate, sfociando spesso nel caos. Il Bengala e il Punjab decidono per la partizione. Non appena questa diventa un fatto sicuro, nel Punjab si scatena il terrore: esplosioni, incendi e massacri insanguinano Lahore, capitale della provincia, e Amristar, città sacra dei Sikh.
Tra una legge sul gas e una sulle banchine del porto passa, il 15 luglio, a Westminster, dopo una discussione frettolosa, l’Indian Independence Bill, la legge per l’indipendenza indiana, in venti paragrafi. Tre giorni dopo, viene consacrata dal consenso reale.
“Mai nei lunghi annali del parlamento inglese”,
scrive il Times,
“una misura di così profondo significato è stata contrassegnata da un’approvazione così rapida e così indolore.”
La dichiarazione di voto di Attlee accende le ironie: il primo ministro afferma che questa legge: “non è l’abdicazione, ma il coronamento della missione britannica in India”.
Nelle ultime settimane di dominio inglese, i principi indiani compiono disperati tentativi per salvare i loro privilegi e per sottrarsi all’ordinamento della nuova India. Sono dominati dall’angoscia di essere detronizzati e di perdere, di un colpo, solo i loro palazzi, i loro gioielli e le loro baiadere. In questa ultima antistorica battaglia, trovano un alleato insperato: sir Conrad Corfield, un funzionario dell’amministrazione inglese, che, saltando il vicerè e aggiungendo l’ennesima spina alla corona di Mountbatten, va a Londra a perorare, direttamente, dal segretario di stato la causa dei rajah. Di questi i meno bellicosi si precipitano a fare atto di lealtà verso il Parlamento indiano. Ma, nel Junagadh, il cui principe ha aderito al Pakistan, gli indiani si affrettano a entrare militarmente.
Il nizam di Hyderabad tenta, addirittura, di negoziare uno status di Dominion tra il suo staterello e la crona britannica. Un anno dopo l’indipendenza, nel settembre del 1948, le truppe indiane, in quella che sarà chiamata eufemisticamente “un’azione di polizia”, occuperanno Hyderabad per “restaurare l’ordine” e, allora, anche il nizam farà atto di sottomissione all’India.
Il grande mercato, benedetto dalla storia, è quasi compiuto.
Lord Herbert Louis Samuel, liberale, si alza alla Camera Alta e applaude alla legge di indipendenza:
“Siamo stati, così, bravi da aver concluso un trattato di pace senza che vi sia stata una guerra.”
La guerra verrà dopo, lo rimbeccano i colleghi, se gli inglesi, nel mese che rimane, non riusciranno a spartire bene le proprietà, prima di cederle ai due eredi. L’imbarazzo più cocente è quello di definire i confini di partizione del Bengala e del Punjab.
L’8 luglio, arriva, in India, l’arbitro inglese incaricato di stabilirli. È sir Cyril John Radcliffe, un eminente avvocato che non ha la minima conoscenza dell’India. Fino a poche ore prima della partenza, ha, invano, supplicato che qualcuno del Foreign Office gli chiarisca il suo compito. Radcliffe adempie la sua missione con l’animo della disperazione. In Bengala, si trova a dover separare Calcutta dal suo retroterra, pur sapendo che ciò condannerà all’agonia economica la regione. Con una furia burocratica che ripugna, profondamente, al suo animo di inglese onesto, Radcliffe taglia tutto: taglia il sistema ferroviario della provincia, taglia i fiumi, su cui si muovono i trasporti della regione e il commercio vitale della iuta, taglia le strade, taglia le campagne, taglia i villaggi. Per giorni e giorni, si arrovella su una serie di soluzioni alternative: alla fine, costernato, traccia sulla mappa una lunga linea da nord a sud, dalle pendici dell’Himalaya a Est di Darjeeling alla Baia del Bengala a Est di Calcutta. Quel tratto di matita ha deciso, per un quarto di secolo, della vita e della morte di milioni di uomini.
La partizione risulta altamente insoddisfacente. Lo stesso accade nel Punjab. Qui il malcapitato Radcliffe fa, addirittura, fatica a trovare una mappa decente che mostri, realmente, i contorni del Paese, i canali e l’esatta posizione dei fiumi.
Il giorno dell’indipendenza arrivò nel caos. Quel giorno l’India fu investita dal primo monsone dell’anno, che annunciava la penuria di cibo. Nel Kashmir, tribù musulmane si apprestarono a prendere il controllo della regione al grido:
“Islam, difenditi.”
Stavano per aprirsi i massacri che sarebbero costati all’India circa un milione di morti, tra cui il capo santo Gandhi. Master Tara Singh, la barba fiammeggiante come un profeta dell’Antico Testamento, incitava i suoi Sikh alla rivolta.  Si scoprì un complotto per assassinare Jinnah, il 14 agosto, a Karachi. Era noto a tutti che, al momento della proclamazione dell’indipendenza, sarebbero scattati assalti ai treni, attentati dinamitardi, imboscate, distruzioni delle chiuse, inondazioni. Quella notte nessuno, in India, dormì. Come batté la mezzanotte del 14 agosto 1947, quello che Benjamin Disraeli aveva chiamato “il gioiello più luminoso della corona britannica”, passò nei libri di storia. Era la fine della dominazione inglese dell’India, e anche dell’impero britannico, in generale. Un altro capitolo dell’Ottocento si chiudeva.
Alle 8.30 del 15, Mountbatten, bellissimo nella sua uniforme di gala, salutato da un salva di trentuno cannoni e dal lento alzarsi e spiegarsi al vento della nuova bandiera nazionale indiana, cessò di essere l’ultimo vicerè dell’India e giurò come primo governatore generale del Dominion Indiano. Egli lesse un messaggio del re Giorgio VI, non più imperatore dell’India:
“In questo storico giorno in cui l’India prende il suo posto come un libero e indipendente Dominion nel Commonwealth britannico delle Nazioni, mando a voi tutti il mio saluto e i più cordiali auguri. Con questo trasferimento di poteri mediante il consenso giunge il coronamento di un grande ideale democratico, cui i popoli inglese e indiano sono del pari fermamente dediti.”
Gandhi non prese parte alle celebrazioni. Passò la giornata in preghiera, digiunando, in uno slum di Calcutta. In quel momento, in tutta l’India treni e convogli di carri recanti profughi venivano attaccati da bande di armati, che tagliavano la gola agli uomini e portavano via le donne.
Il 16 agosto, iniziarono le stragi in grande stile. Quando gli inglesi ebbero ultimato l’evacuazione dell’India, 600mila persone erano morte del solo Punjab e 14 milioni erano stati costretti a lasciare le loro case. 


Daniela Zini
Copyright © 16 febbraio 2012 ADZ

domenica 12 febbraio 2012

LA NON-VIOLENZA SCONFIGGERA' LA VIOLENZA?

LA NON-VIOLENZA SCONFIGGERA' LA VIOLENZA? 
 
Mohandas Karamchand Gandhi
Discorso tenuto da Gandhi alla Conferenza delle relazioni interasiatiche,
New Delhi, 2 aprile 1947

“Questo messaggio lo dedichiamo ai folli.
A tutti coloro che vedono le cose in modo diverso.
Potete citarli.
Essere in disaccordo con loro.
Potete glorificarli o denigrarli, ma l’unica cosa che non potete fare è ignorarli.
Perché riescono a cambiare le cose.
E mentre qualcuno potrebbe definirli folli, noi ne vediamo il genio.
Perché solo coloro che sono abbastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo, lo cambiano davvero.”
Mohandas Karamchand Gandhi

di
Daniela Zini


L’Europa del Terzo Millennio potrebbe ripetere, in parte, l’esperienza dell’India?
Potrebbe avviarsi a svilupparsi, nell’Occidente industrialmente civilizzato, una esperienza di impegno e di lotta morale che, sessantacinque anni fa, portarono un Paese arretrato e ancora diviso in caste medioevali a sconfiggere la potente Inghilterra?
Le domande si inseriscono, direttamente, nel contesto di avvenimenti di cui l’Europa è stata teatro proprio in questo scorcio dell’anno 2012.
Il problema che nasce da questi episodi di “disobbedienza”, forse, appena iniziata tra masse popolari inermi e apparati politico-militari, accampati su posizioni di ferreo mantenimento dello status quo, investe la capacità da parte delle masse di sviluppare forme di lotta autonome, non mediate da nessuna struttura o apparato di governo, e di concretarle in un esercizio di forza capace di influenzare il corso della politica e della storia.
Il problema si può, più semplicemente, porre in questi termini: il mondo Occidentale, e, in esso, comprendo, ovviamente, anche l’America, è maturo per la “disobbedienza civile”?
Abbiamo assistito, recentemente, a varie, sporadiche, pittoresche manifestazioni contestatarie in varie parti del mondo. Studenti, operai, giovani di varia e diversa estrazione sono scesi nelle strade e nelle piazze, seguendo un istinto di lotta più che una tattica. Spesso, la contestazione è uscita dai binari della protesta civile per assumere tinte rivoluzionario-anarchiche, offrendo credito e spunto alle reazioni di ogni tipo, e pretesti morali agli adoratori dell’ordine in tutte le sue forme, anche le forme poliziesche. Il fatto è che nessuna di queste apparizioni della massa sulla scena politica fosse guidata.
Mancavano i leaders.
Dove vi è un leader, è stato ucciso.
Martin Luther King ha pagato con il suo sangue il coraggioso, per taluni arcaico e inattuale, proposito di guidare, pacificamente, trenta milioni di uomini di colore americani alla conquista dei loro diritti. Aggiungiamo che dove vi è un leader vi è una forza morale che sta dietro e al di sopra di questi. I neri d’America hanno avuto dalla loro la energia misteriosa di un popolo che si riconosceva unito nella sofferenza e nell’umiliazione. Le sporadiche contestazioni delle masse giovanili europee, cresciute nel culto del benessere, il cui rifiuto sembra protestare più che affermare una condizione di lotta, tendono, troppo palesemente, alla conquista di traguardi parziali (l’affermazione, che si sente ripetere anche da noi, di un rovesciamento politico, di una “contestazione globale”, suonano esagerazioni e vanterie bellicistiche): manca a esse un unitario e approfondito compito di elevazione morale. Non si cambia nulla, avendo di vista la pura e semplice conquista di posizioni materiali. La stessa lotta della classe operaia si è affievolita e burocratizzata, quando le è venuto a mancare il motivo reale e profondo di una sofferenza umana e totale.
Non di solo pane si nutrono le rivoluzioni!
La privazione dei diritti materiali e morali è stata la causa delle più grandi e risolutive ribellioni storiche. Ma la privazione è anche, in se stessa, un’arma che ciascuno deve sapersi imporre, quando ha di mira uno scopo superiore.
“Ogni privazione”,
diceva Gandhi,
“qualunque sia la causa che la provoca è benefica all’uomo.”
I giovani iraniani hanno dato un esempio splendido ed esaltante di coraggio e di protesta civile. La disobbedienza, nelle vie di Tehran, di Shiraz, di Esfahan, di Tabriz, di Mashhad e di molte altre città, ha assunto i toni di una sommessa epopea, tanto più commovente in quanto si sapeva, già, destinata a subire la legge della forza della ragione di Stato.
E, tuttavia, il regime iraniano ha subito uno smacco che resterà nella storia, destinato a ripetersi, forse, a non lunga scadenza.
La storia è piena di esempi lasciati cadere e raccolti dalla posterità.
La Chiesa è ridiventata ecumenica e cristiana, passando attraverso i roghi dei suoi “eretici”. L’uomo è destinato a sopravvivere ai suoi dogmi, anche e soprattutto al dogma della violenza come necessità, della sopraffazione come necessità, dell’ordine come necessità, della coerenza ideologica come necessità. I mostri sacri dei secoli passati sono tutti, più o meno, rinati sotto altre spoglie. Per riconoscerli e combatterli, anche sotto le allettanti apparenze delle libertà, che non sono tali, occorre una grande forza morale.
L’esempio di Gandhi e del suo apostolato di “non-violenza” inizia, soltanto, ora, ad “accendere” qualche seguace nel mondo.
Il 29 luglio scorso, centinaia di ragazze e di ragazzi iraniani, per protesta contro la mancanza di libertà, che incrudelisce in Iran, avevano partecipato a una gigantesca battaglia dell’acqua nel Park-e Ab-o Atash (Parco Acqua e Fuoco), nel centro di Tehran, [http://www.youtube.com/watch?v=Ck2Kulf8KI4&feature=related], dopo un appello lanciato su Facebook. Dieci di loro erano stati arrestati e liberati, l’indomani, dietro cauzione. Il regime, che non concepisce e non accetta eccezioni alle regole costituite – le donne e gli uomini non sono autorizzati a interagire insieme, in pieno giorno, in attività fisiche – li considera traditori. Sono dei “disobbedienti” pacifici, che hanno il torto di concepire la Patria come una comunità umana, fondata su principi di amore e di fratellanza.
Sono utopisti e pavidi?
No, sono realisti e coraggiosi.
Oggi, sono una minoranza, domani possono essere una forza!
I movimenti più incisivi e duraturi della storia hanno, spesso, origini silenziose e remote.
Nel 1901, Gandhi si trovava nel Natal, una delle colonie inglesi del Sudafrica, popolata da una minoranza indiana abbastanza numerosa. Il governo dell’Unione aveva, di recente, approvato una legge che imponeva una tassa di capitazione: ogni uomo, donna o ragazzo, rimasti liberi dal proprio contratto di lavoro, doveva pagare una tassa di tre sterline. Scopo dell’imposizione del balzello era di costringere gli indiani ad assoggettarsi, nuovamente, a un altro contratto di lavoro, in evidenti condizioni di inferiorità. Una prima promessa del governo inglese di abolire la tassa non fu mantenuta per l’opposizione degli europei del Natal e a questa vessazione se ne aggiunse un’altra. Una sentenza della Corte Suprema del Capo stabiliva che i matrimoni, celebrati in Sudafrica, non fossero riconosciuti dalla legge, se non celebrati, secondo i riti cristiani, e iscritti nel registro dei matrimoni.
“Questa draconiana sentenza”,
scriveva Gandhi nella sua Autobiografia,
“annullava con un tratto di penna tutti i matrimoni celebrati, in Sudafrica, secondo i riti indù e musulmano e secondo la religione di Zoroastro; le  molte donne sposatesi nel Paese cessavano, ai termini della sentenza, di essere considerate legalmente unite ai propri mariti ed erano degradate al rango di concubine, mentre i loro discendenti erano privati del diritto di ereditare le sostanze paterne. Questa era per le donne non meno che per gli uomini una posizione insostenibile e gli indiani del Sudafrica si misero in agitazione.”
A quell’epoca Gandhi stava raccogliendo i primi seguaci alla dottrina del Satyagraha o metodo della sopportazione dell’ingiustizia, fondato sulla pacifica, ma inflessibile, volontà di non obbedire agli ordini imposti con la violenza e sulla accettazione delle conseguenti sanzioni. Il Satyagraha era ispirato a una profonda convinzione morale, che l’“amore infinito”, ahimsa, ha valore di salvezza universale. Gli indiani delle colonie sudafricane non avevano alcuna conoscenza di questa dottrina filosofico-religiosa. Erano, per lo più, gente di bassa condizione sociale, incolti, ma dotati di un grande orgoglio nazionale e di un severo senso religioso. L’assommarsi delle due ingiustizie, quella relativa alla tassa e quella relativa ai matrimoni offrì a Gandhi l’occasione di associare nell’azione pacifica di protesta uomini e donne. Queste ultime si offersero con entusiasmo, cercarono, in ogni modo, di farsi arrestare con i più strani pretesti. La polizia finse di ignorarle. Ricorsero ai passaggi clandestini di frontiera tra il Natal e il Transvaal, si dettero a esercitare il commercio ambulante senza licenza. La polizia continuò a ignorarle.
Gandhi decise, allora, di spingere oltre la provocazione pacifica. Dopo essere entrate, clandestinamente, dal Transvaal nel Natal, le donne della colonia indiana avrebbero proseguito per Newcastle, il grande centro minerario di carbone, e avrebbero invitato i minatori a scioperare. Gandhi era angosciato all’idea di spingere quelle povere donne in un’impresa che poteva avere per loro gravi conseguenze. Le lasciò libere, una a una, di decidere.
“Consigliai i coloni”,
scriveva,
“a decidere ognuno indipendentemente dalle decisioni che avrebbero preso gli altri. Mi affannai a ripetere, in tutti i modi, che si doveva tenere presente che erano proibite le diserzioni dalla lotta, fosse questa breve o lunga.”
Gli aderenti al movimento del Satyagraha entrarono nel Natal, marciarono su Newcastle e, solo allora, il governo inglese si rese conto che il piccolo fuoco stava per diventare un incendio.
I minatori proclamarono lo sciopero.
Gandhi, raggiunto dalla notizia per telefono, rimase perplesso e compiaciuto. Non era preparato a quel meraviglioso risveglio della volontà di sacrificio e di lotta di un popolo oppresso, non aveva né gli uomini né i mezzi per far fronte a una impresa che si annunciava gravida di sviluppi. Le donne della colonia furono arrestate e condannate a tre mesi di reclusione nel carcere di Maritzburg.
La prigionia fu dura e penosa. Una delle detenute, Valliamma Munuswami Mudaliar, una sedicenne di Johannesburg, uscì di prigione ridotta a uno scheletro. Gandhi andò a visitarla e la trovò confinata in un letto. Era molto alta e il suo corpo emaciato faceva una terribile impressione.
“Valliamma”,
chiese Gandhi,
“sei pentita di essere andata in prigione?”
“Pentita?”,
esclamò.
“Sono pronta a tornarvi subito se vengono ad arrestarmi.”
“Anche se questo dovesse costarti la vita?”
“Non mi importerebbe affatto. Chi non vorrebbe morire per la propria patria?”
Pochi giorni dopo, il 22 febbraio 1914, Valliamma moriva, prima eroina della dottrina più alta che la storia dell’uomo abbia prodotto nel corso delle lotte politiche [ http://scnc.ukzn.ac.za/doc/B/Vs/Valliamma_Munuswami_Mudliar_1898_1914_Child_Martyr_A_True_Story.pdf]. Ma il Satyagraha era, ormai, un’arma nelle mani del popolo indiano e del suo straordinario leader.
La battaglia per l’abolizione della tassa di 3 sterline sui disoccupati fu lunga.
Nel 1916, il governo inglese decise di abolirla.
Gandhi, così, commenta quel momento iniziale della sua lotta:
“Il sacrificio delle sorelle indiane fu, assolutamente, disinteressato, perché conoscevano appena la questione legale per cui lottavano. Molte di loro non avevano la minima idea della patria e il loro patriottismo era fatto solo di fede. Molte erano illetterate e non potevano, quindi, leggere neppure i giornali. Ma avevano, egualmente, compreso che un colpo fierissimo era stato inferto all’onore degli indiani e la volontaria prigionia era un grido di angoscia e di preghiera offerto dal profondo del loro cuore.”
Dal Sudafrica il Satyagraha passò in India.
Altre e ben più impegnative lotte si presentavano davanti a Gandhi e, sebbene questa non sia, neppure in succinto, una biografia del grande leader del pacifismo mondiale, della cui tragica morte, per mano di un fanatico, è stato, proprio lo scorso 30 gennaio, il sessantaquattresimo anniversario, merita almeno, ricordare quale prezzo di privazioni, di coraggio, di estenuante lotta abbia pagato, personalmente, alla causa del riscatto indiano. I suoi digiuni leggendari – nel settembre del 1932, stette, senza cibo, 142 ore – i lunghi periodi di carcerazione, la paziente tenacia con cui affrontava i funzionari dell’amministrazione inglese per discutere questioni di capitale importanza, quali la concessione all’India di uno statuto federativo, primo passo verso l’indipendenza, i formidabili problemi organizzativi impostigli dal governo di una massa popolare sempre più impaziente di agire, tutto ciò dà appena la misura di un uomo che ha creato da nulla, o meglio da quel nulla che è la volontà umana, ispirata da una fede religiosa e da una giusta causa, una delle più ammirevoli rivoluzioni di tutti i tempi.
Tornato in India, nel 1915, Gandhi prese parte alla guerra come infermiere e si impegnò, a fondo, nella lotta politica.
Nel 1919, fu nominato presidente del Congresso Nazionale Indiano e guida della lotta da questo condotta per il riconoscimento dell’autonomia. Il Satyagraha fu applicato, in quegli anni del dopoguerra, alla resistenza opposta alla Legge Rowlat, varata dagli inglesi per combattere il movimento rivoluzionario nel Bengala. L’agitazione, che ne conseguì, fu talmente violenta che Gandhi si vide costretto a sospendere il movimento che, tuttavia, fu ripreso, nel 1920, sotto la forma pacifica della non-cooperazione. Per conseguire l’indipendenza economica dell’India fu deciso di rinunciare all’uso delle bevande alcoliche e delle vetture e alla partecipazione agli uffici di governo. Anche questa volta seguirono disordini violenti, ma Gandhi non rinunciò, mai, alla sua dottrina e riuscì, sempre, a ricondurre le sue lotte nell’alveo originale del principio della non-violenza.
La rinuncia era la sua arma preferita.
L’aveva appresa fin da giovane, di ritorno dagli studi in Inghilterra, traendone l’ispirazione dalla lettura dei testi sacri indiani e della Bibbia. Un esempio illustre questo suo singolare noviziato sulla strada dell’astinenza come mezzo di elevazione morale.   
“Avevo letto”,
scriveva nella sua Autobiografia,
“in un libro sul vegetarianismo, che il sale non è un ingrediente necessario alla vita dell’uomo, che, al contrario, una dieta insipida è più sana. Avevo letto e constatato che i fisici più deboli devono evitare i legumi. A me piacevano molto. Ora avvenne che Kasturba (sua moglie), la quale subito dopo l’operazione pareva stesse un poco meglio, avesse iniziato, di nuovo, ad avere emorragie e la malattia sembrasse ostinata. La cura idroterapica per se stessa non dava risultati. Kasturba non aveva molta fede nei miei rimedi, per quanto non si opponesse a adottarli. Ma non voleva sentire il parere di estranei. Così, quando tutte le cure tentate fallirono, le consigliai di evitare il sale e i legumi. Da principio, non voleva saperne, sebbene io cercassi di convincerla con ragionamenti e mettendo in opera la mia autorità. Infine, mi provocò, dicendomi che, se si fosse trattato di me, non mi sarei privato di questi ingredienti, anche se consigliato a farlo. Fui, al tempo stesso, addolorato e lieto di questa risposta, perché ebbi, così, l’opportunità di mostrarle il mio amore.
Le dissi:
“Ti sbagli, se io fossi sofferente e il dottore mi consigliasse di non prendere questi due alimenti gli obbedirei senza esitazione. E, intanto, senza avere sentito alcun parere medico, ti giuro che starò, un anno, senza toccare né sale né legumi, anche nel caso in cui non seguissi il mio esempio.”
Kasturbai fu colpita dalle mie parole e, profondamente, addolorata mi rispose:
“Perdonami, conoscendoti come ti conosco, non avrei dovuto provocarti. Ti prometto di astenermi da quegli alimenti, ma tu non considerare come un voto le parole che hai pronunciato poco fa. Ne avrei troppo rimorso.”
“Tu avrai grande beneficio”,
risposi,
“dall’evitare, d’ora innanzi, il sale e non dubito che ti sentirai subito meglio. Quanto a me, io non posso ritrarre un voto fatto seriamente, tanto più che, sono certo, ne trarrò giovamento, perché ogni privazione, qualunque sia la causa che la provochi, è benefica all’uomo. Lasciami fare. Sarà una prova per me e un aiuto morale per te.”
Rinunciò a discutere.
“Sei troppo ostinato, non dai ascolto a nessuno!”,
esclamò, cercando conforto nelle lacrime.
Ho voluto raccontare questo incidente come un esempio di Satyagraha e posso dire che questo è uno dei più dolci ricordi della mia vita.”
L’episodio illustra le motivazioni semplici, ma profonde, della forza morale dell’uomo, il quale, proprio perché rappresentava, a un altissimo grado, la saggezza che proviene da un fermo convincimento morale, non poteva non cadere, come è caduto, sotto l’arma di un fanatico. Accadde la sera del 30 gennaio 1948, mentre l’India era dilaniata dalla lotta esplosa tra indù e musulmani dopo la proclamazione dell’indipendenza.
Gandhi fu assassinato a New Delhi, con tre pallottole nel petto, da un bramino legato al gruppo estremista Mahasabha, Nathuran Godse.
L’assassinio fu consumato in mezzo a una folla assiepata, come ogni giorno, nel vasto giardino della residenza del Mahatma, per un appuntamento quotidiano con l’apostolo. Trafitto dalle pallottole, Gandhi ebbe il tempo di pronunciare due volte la stessa parola:
“Rama! Rama! (Dio! Dio!)”
Erano le sole parole che avrebbe voluto dire prima di morire. Ed era anche la morte che aveva detto di preferire.
“Non desidero morire di una paralisi delle mie facoltà, come un uomo sconfitto. La pallottola di un assassino potrebbe porre fine alla mia vita. L’accoglierei con gioia. Ma soprattutto vorrei morire facendo il mio dovere fino all’ultimo respiro.”
Queste parole erano state pronunciate da Gandhi, la sera prima della sua morte, il 29 gennaio 1948. Sembrerà strano che l’apostolo della non-violenza abbia desiderato per sé una morte violenta. Ma questo è, in un certo senso, nella fatalità delle cose.
La violenza è nella natura irrazionale dell’uomo!
La non-violenza è nella verità della sua anima, quella verità che Gandhi ha, eroicamente, cercato tutta la vita.
La sua lezione è, forse, troppo lontana da noi, da una società come quella occidentale, estremamente tecnicizzata e razionalizzata, che a certe manifestazioni della fede guarda come a pericolose e, ormai, superate superstizioni.
Eppure, è certo che laddove un uomo soffre per una affermazione della verità, laddove, per lo stesso motivo, un popolo intero soffre e lotta, là è presente l’insegnamento di Gandhi.


Daniela Zini
Copyright © 12 febbraio 2012 ADZ

giovedì 9 febbraio 2012

IRAN IL PAESE DELLE ROSE - V. LA GIOVENTU' IRANIANA UNA GENERAZIONE IN CRISI TRA IMPEGNO POLITICO E PARADISI ARTIFICIALI

Questo articolo è dedicato a Mohammad Reza Kassai.
Architetto, accademico, urbanista, archeologo, scrittore, viaggiatore, legittimista e liberale, musulmano e persiano si era accontentato, senza mai pentirsene, di essere stato il servitore di tre idee nobili: la libertà, la fedeltà e l’onore.
È stato mio Maestro.
Il Maestro sale in cattedra addita una via, un ideale da seguire; il testimone vive questo ideale sulla propria pelle, lo fa suo, senza paura di mettersi sempre in gioco, di rischiare il tutto per tutto.
A una opinione, a una teoria se ne può contrapporre un’altra, ma chi potrà mai confutare una vita, fatti e comportamenti concreti?
Ecco perché i migliori Maestri, coloro che riescono a infondere la “cultura”, sono anche dei testimoni che, con il loro esempio, mostrano di condividere e praticare le idee, gli ideali, i valori che propugnano.
Il valore del sacrificio della Sua vita non si dovrà mai disperdere, ci lascia un testamento spirituale, una pesante eredità, un patrimonio morale di equilibrio, di coraggio, di serietà, di rigore, di umanità e di professionalità, che, oggi, ci impegna tutti a continuare, con tutte le proprie forze professionali, intellettuali e morali, per tentare di rendere migliore il nostro Pianeta.
Non esiste cultura fuori della Storia, se per cultura si intende quel complesso di manifestazioni della vita, materiale, sociale e spirituale, di un popolo in un dato momento storico. Manifestazioni che comprendono la conoscenza, le credenze religiose, l’arte, la morale, la legge, le tradizioni, i costumi e ogni altra attitudine e capacità acquisita dall’Uomo, come membro della società.
Far conoscere il significato universale degli eventi disastrosi della sua Storia è un debito verso di Lui e verso il suo Paese.
L’impegno civile e politico diviene, ogni giorno, più difficile, soprattutto per i giovani, che, spinti verso una naturale aspirazione di ricerca di certezze per il proprio futuro, risentono, oggi, più che mai, della progressiva riduzione dell’etica contemporanea, ridotta a una mera fase di patteggiamento tra istituzioni, partiti e forze sociali. Una situazione che getta in uno sconforto quegli stessi giovani, che, per istinto naturale, cercano, invece, riferimenti e posizioni ideologiche certe su cui poter contare. Bisogna che i problemi e il disagio giovanile diventino problemi e disagio dell’intera società, di quella stessa società che deve ritrovare la dignità per rinnovarsi.
Così come siamo noi adulti che abbiamo la responsabilità della Memoria.
Ogni giornalista si trova di fronte a un bivio: può scegliere la carriera e scrivere quello che gli dicono oppure può fare una scelta diversa, scrivere quello che trova giusto e occuparsi di quello che gli interessa. Io ho scelto di scrivere quello che trovo giusto e di occuparmi di quello che mi interessa. Nell’arco della mia esistenza voglio riuscire a vivere una vita da essere umano, in cui ogni individuo sia rispettato. La qualcosa mi compenserà di tanti anni di fatiche che, in fondo, non mi sono dispiaciute.
Essere sinceri è una possibilità di salvezza morale!
Da anni, lavoro, senza un giorno di tregua. Spesso vado a letto a mezzanotte, dormo fino alle cinque, poi inizio una nuova giornata di lavoro.
Scrivere è, sempre, stato il mio sogno.
La mia vita.
Bambina, avevo fede nella scienza e nella felicità, nella verità e negli uomini.
Intrepida, a ogni tempesta offrivo il mio petto.
I miei sogni mi chiamavano a vivere per gli Altri e, ardentemente, mi auguravo di non vivere invano.
Mi sentirò, sempre, attratta dalle anime che soffrono di quella nobile e feconda sofferenza che è l'insoddisfazione di se stessi, la sete di ideali. Non sarà mai, ad attrarmi, la serenità dello scopo raggiunto: considero esseri veramente superiori, nel mondo di oggi, coloro che soffrono del male sublime di dare, perpetuamente, alla luce un io migliore.
Per fare scelte alternative ci vuole un grande coraggio, che è nulla, tuttavia, senza il sostegno dei propri cari. Ma è un percorso che ognuno di noi dovrebbe fare per dare un senso alla propria vita, al proprio passaggio su questo mondo.
Mi sento forte e invincibile, ma, a volte, è una grande fatica.
Allora non ci penso, e guardo oltre.
Il cielo del tempo ha molte sfumature: il Passato è rosa, il Presente grigio, il Futuro azzurro. Oltre il vacillante azzurro, si apre il gorgo senza limite e senza nome, il gorgo delle trasformazioni che portano a…
Roma, 7 febbraio 2012


“Viaggiare è il più personale dei piaceri. (…)”
con questa frase Vita Sackville-West introduce i suoi ricordi di viaggio in Persia.

IRAN
il paese delle rose

“(…)
Hame-ye alam tanast va Iran del
Nist qaviyande zin qiyas khejel
(…)”
Nezami Ganjavi, Haft peykar

a
Meysam Ebadi, Fatemeh Barati, Kasra Sharafi, Mobina Ehterami, Kambiz Shoaee (Shojaii, Shojaee), Mohsen Imani, Mostafa Ghanian, Mehdi Karami, Sarvar Broumand, Fatemeh Rajabpour, Masoud Khosravi, Sohrab Arabi, Amir Hossein Toufanpour, Davood Sadri, Alireza Eftekhari, Behzad Mohajer, Fahimeh Salahshoor, Iman Namazi, Hossein Tahmasebi, Fatemeh Samsarian, Hossein Akhtarzand, Mohammad Nikzadi, Mohammad Asgari, Mohammad Hossein Barzegar, Naser Amirnejad, Kianoush Asa, Neda Agha Soltan, Kaveh Alipour, Ashkan Sohrabi, Bahman Jenabi, Masoud Hashemzade, Hamid Hossein Beig Araghi, Saeed Abbasi, Ali Fathalian, Abbas Disnad, Ramin Ramezani, Nader Naseri, Seyed Reza Tabatabai, Iman Hashemi, Mohsen Haddadi, Vahed Akbari, Abolfazl Abdollahi, Salar Tahmasebi, Farzad Jashni, Hamed Basharati, Babak Sepehr, Tina Soudi, Maryam Mehr Azin, Milad Yazdan Panah, Parisa Koli, Ali Shahedi, Sajjad Ghaed Rahmati, Shalir Khazra, Vahid Reza Tabatabai, Mahmoud Raisi Najafi, Moharram Chegini Gheshlaghi, Yaghoub Barvayeh, Mohammad Naderipour, Hamid Maddah Shourcheh, Ahmad Kargar Nedjati, Said Esmaeeli Khanbebin, Mehrdad Heydari, Arman Estakhri Pour, Amir Javadifar, Taraneh Mousavi, Mohammad Kamrani, Mostafa Kiarostami, Behzad Ghahremani, Hossein Akbari, Mohsen Roh-Ol-Amini, Ramin Ghahremani, Hassan Shapoori, Reza Fatahi, Milad (no surname), Morteza Salahshoor, Morad Aghasi, Mohsen Entezami, Pouya Maghsoud Beigi, Hadi Fallah Manesh, Jafar Barvayeh, Hadi Fallah Manesh, Jafar Barvayeh, Majid Kamali, Mohammad Javad Parandakh, Ramin Pourandarjani.
[http://www.youtube.com/watch?v=-Fb7F94mhYM]

V. La gioventù iraniana:
una generazione in crisi
tra impegno politico e paradisi artificiali
Gli iraniani nati dopo la rivoluzione islamica cercano di fuggire un quotidiano difficile. Mentre alcuni si battono per il cambiamento, altri si rifugiano nella droga o evadono grazie a Internet.

di
Daniela Zini

Più di trenta anni dopo la rivoluzione iraniana, il regime, in nome dell’islam e della rivoluzione, impone tanti divieti ai giovani che questi non sanno più quello che sia permesso: ormai, la sola certezza che resta loro è che essere giovani sia un crimine e che il solo modo di vivere la loro età passi per la trasgressione delle leggi. In Iran più del 70% della popolazione ha meno di trenta anni, vale a dire è nata dopo la caduta del regime imperiale e non ha preso parte alla guerra Iran-Iraq, ciò che ne fa una delle più giovani del mondo. Istruita e politicizzata, particolarmente nelle classi medie e agiate, questa gioventù iraniana ha sete di cambiamento.
Come questa situazione è stata resa possibile?
Quali forme latenti di conflitto genera?
In quale misura favorisce lo sbocciare della rivolta?
Tali sono gli enjeux politici cruciali che questo reportage si propone di esplorare.

1. La rivoluzione divora i suoi figli
In certe culture, si utilizza, ancora, il termine “bocche inutili” per indicare i bambini. In queste culture, vale a dire, quelle in cui la povertà causa il disfacimento dell’unità familiare, conta che questa “bocca inutile” divenga, molto presto, un membro attivo.
L’Iran ha aderito, nel 1993, alla Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia, approvata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il 20 novembre 1989, con riserva che “le disposizioni della presente convenzione sono applicabili fintanto che non sono contrarie alle disposizioni del diritto musulmano e alle leggi interne”. Questa riserva è in contraddizione manifesta con la convenzione che precisa che “nessuna riserva incompatibile con l’oggetto e il fine della presente convenzione è autorizzata”. Gli abusi commessi, in seno alla famiglia, sono considerati “affari privati”, “affari di famiglia”, di cui si discute, raramente, in pubblico. Secondo l’UNICEF, l’abuso e lo sfruttamento dei bambini e le punizioni corporali, in famiglia e a scuola, sono comuni in Iran. Gli abusi, commessi nei confronti dei bambini, hanno luogo, dappertutto, in Iran, e possono prendere diverse forme, dalla violenza psichica alla violenza fisica, allo stupro da parte di membri della famiglia fino al matrimonio forzato e ai crimini di onore o ancora alla tratta di persone. Tuttavia, esistono poche informazioni disponibili sul modo in cui il governo iraniano tratti gli abusi commessi nei confronti dei bambini. Non esistono neppure statistiche ufficiali sull’argomento. Secondo l’US Department of State, nel maggio del 2010, il governo iraniano aveva denunciato circa 150mila casi di abusi perpetrati nei confronti di bambini, nei sei mesi precedenti. Sempre nel 2010, l’avvocata iraniana Nasrin Sotoudeh, attualmente detenuta nel carcere di Evin, aveva accusato il governo di non assolvere al proprio dovere di proteggere i bambini vittime di abusi. Secondo Nasrin Sotoudeh, le autorità giudiziarie non accordano, in effetti, che poca attenzione a questi maltrattamenti, perché i tribunali stimano che picchiare la propria moglie o i propri figli sia una “disputa familiare privata” ed evitano, dunque, di esaminare i casi nei dettagli. Nel sistema giuridico iraniano, basato sul diritto sciita, il diritto di famiglia non conosce i termini “potere parentale” né “autorità parentale”, nondimeno, la nozione esiste, sotto altri appellativi, quali hezanat e velayat. Questi concetti concernono, al tempo stesso, i diritti e i doveri dei genitori nei confronti dei loro figli. Dall’instaurazione della repubblica islamica, nel 1979, il sistema giuridico e penale è stato influenzato dalla shari’a, vale a dire dalla legge islamica. Questo radicale cambiamento politico ha comportato l’abbassamento dell’età della responsabilità penale all’età della pubertà religiosa, vale a dire a 9 anni per le bambine e a 15 anni per i bambini. Così, i bambini possono essere sottoposti a ogni punizione inflitta agli adulti. Al di fuori di rare strutture carcerarie, in alcune grandi città, i bambini sono detenuti con gli adulti.
Le cifre mostrano che vi è, attualmente, più di un milione di bambini iraniani che vivono in estrema povertà, più di mezzo milione, che vivono sotto la soglia dei 2 dollari al giorno, e un altro mezzo milione sotto la soglia di 1 dollaro al giorno.
Fenomeno nuovo, la comparsa di migliaia di bambini di strada e di fuggitivi che vagano intorno alle stazioni e ai terminals delle grandi città. Il gran numero di adolescenti in fuga contribuisce all’aumento della prostituzione e del traffico di schiavi sessuali in Iran. Fuggono di casa per evadere dalle costrizioni integraliste loro imposte, dai maltrattamenti e dalla tossicodipendenza dei loro genitori. Sfortunatamente, ricadono in nuove violenze e nello sfruttamento: il 90% di loro finisce nella spirale della prostituzione.
Il lavoro minorile è, egualmente, un flagello che colpisce ragazzi e ragazze al di sotto dei 18 anni. Tuttavia, l’art. 79 del codice del lavoro dispone che “l’impiego di persone con meno di 15 anni è vietato”. In virtù dell’art. 176 dello stesso codice, ogni datore di lavoro che impieghi un lavoratore con meno di 15 anni è passibile di una ammenda e, in caso di recidiva, di una pena detentiva. In altre leggi e regolamenti, quali l’art. 14 del codice di reclutamento nella pubblica amministrazione, l’art. 10 del regolamento di reclutamento a tempo determinato e l’art. 6 del regolamento di reclutamento nelle società anonime, l’età minima di ammissione all’impiego è fissata a 18 anni. Così, l’abolizione del lavoro dei bambini è riconosciuta nella legislazione nazionale.

2. Jeans, rock, sesso e internet
L’Iran è sconosciuto. E, tuttavia, costituisce, con la Cina, una delle più antiche entità politiche del mondo e lo Stato della regione che ha più vicini. Situato al crocevia del mondo arabo, della Turchia, dell’Asia Centrale e del Sub-Continente Indiano, e soggetto a molteplici influenze, l’Iran custodisce, gelosamente, la sua specificità e la sua indipendenza. E mantiene il suo mistero. Mal integrato nella società internazionale e poco desideroso di porvi rimedio, l’Iran è, nondimeno, indissociabile da tutte le grandi questioni che agitano la regione: il petrolio, l’Iraq, il nucleare, l’Afghanistan, l’Israele, l’attivismo islamico. L’America se ne inquieta, l’Europa anche. Ovunque, ci si chiede cosa voglia lo Stato islamico iraniano.
Un’altra grande incognita: gli stessi iraniani.
Chi sono?
Quali sono i loro valori e le loro aspirazioni?
Oggi, tutto è ripiombato nel buio e nella paura. Due anni e mezzo dopo la rivoluzione verde, dopo gli arresti, le torture, gli stupri, le esecuzioni, in breve, dopo la sanguinosa repressione che ha seguito le elezioni truccate di Mahmud Ahmadinejad, gli iraniani sono precipitati in una profonda depressione. E la situazione economica si è aggravata.
Nelle grandi città come Tehran, l’Occidente affascina, intriga, suscita una curiosità, appena velata, in presenza dello straniero. Il desiderio di porre domande è onnipresente. La gioventù iraniana ostenta un look ispirato, direttamente, alle stars americane ed europee. Look che stride, severamente, con l’immagine caricaturale, che si ha dell’Iran in Occidente: in un mondo caratterizzato dai divieti, questa gioventù è divenuta maestra nell’arte di flirtare con i limiti. Sono, infatti, i giovani delle classi medie, che giocano, non senza rischi, al gatto e al topo con il regime [http://www.dailymotion.com/video/x1qiy6_iran-jeunesse-liberte-surveillee-1_news#rel-page-6, http://www.dailymotion.com/video/x1qixp_iran-jeunesse-liberte-surveillee-2_news#rel-page-7, http://www.dailymotion.com/video/x1qix6_iran-jeunesse-liberte-surveillee-3_news#rel-page-6, http://www.dailymotion.com/video/x1qiwq_iran-jeunesse-liberte-surveillee-4_news#rel-page-4]. La vita nelle strade di Tehran è ben lontana dai clichés. Soprannominata “la capitale mondiale della chirurgia estetica”, alludendo all’ossessione “del naso piccolo”, Tehran è popolata da una gioventù che non ha nessuna intenzione di restare “discreta”. Respingendo i limiti del codice di abbigliamento islamico, le ragazze portano foulards che coprono appena una ciocca di capelli e combinaisons così attillate da lasciare poco spazio all’immaginazione. Certe periferie di Tehran, dove sfilano ragazze senza velo e ragazzi con il taglio di capelli all’occidentale e le sopracciglia depilate, prendono, addirittura, l’aspetto di metropoli occidentali. Ma le forze dell’ordine vegliano [http://www.adnkronos.com/IGN/Mediacenter/Video_News/?id=3.1.2133233983].
“Nell’impossibilità di esprimere il loro disaccordo politico, i giovani partecipano a una rivoluzione autoproclamata, nella quale utilizzano il proprio corpo per fare dichiarazioni sociali e politiche. Le relazioni sessuali sono divenute, al tempo stesso, una fonte di libertà e un atto di ribellione politica.”,
scrive Pardis Mahdavi, nel suo libro pubblicato, nel 2009, dal titolo Passionate Uprisings: Iran’s Sexual Revolution. Per far fronte a questa tendenza, il governo ha incoraggiato il siqeh, il matrimonio temporaneo, autorizzato dall’islam sciita, che ha una durata oscillante tra un’ora e novantanove anni. L’uomo può contrarre tanti matrimoni temporanei simultanei quanti ne desidera e scinderli quando crede. La donna no. Le donne iraniane sono dipendenti economicamente e il loro unico mezzo di sussistenza è essere maritate. Quelle che non lo sono più, dopo un divorzio o un ripudio, possono cercare di divenire seconde, terze o quarte mogli, una sorta di bonnes senza salario, alloggiate e magramente nutrite. Altre cadono nel circuito del siqeh, se hanno attrattive fisiche.
Questa ribellione sessuale ha, sfortunatamente, contribuito ad accrescere i casi di AIDS, di MST e a moltiplicare gli aborti. Nel 2009, il presidente del Centro Iraniano di Ricerca sull’HIV e sull’AIDS aveva riferito che era stata rilevata la più alta incidenza di AIDS tra i 25 e i 29 anni.
Le contraffazioni di marche occidentali abbondano, i fast-foods si ispirano nei loro menù ai burgers dello Zio Sam e le pizzerie iraniane non hanno nulla da invidiare a quelle della Little Italy. I più giovani, che tirano calci a un pallone nelle strade, indossano, frequentemente, le maglie dei grandi clubs europei, quali il Chelsea, il Barcelona o il Manchester. A ciò si aggiunge la possibilità di guardare la televisione occidentale, grazie a un’antenna satellitare, e di scaricare musica e films da internet. L’Iran è una delle società del mondo che si interessa di più alle nuove tecnologie. Il numero di internauti è stimato a 28 milioni, principalmente giovani. Si contano, egualmente, tra i 60mila e i 110mila blogs, maggioritariamente tenuti da giovani, una delle cifre più elevate nel Medio Oriente.
Oggi, non è raro osservare giovani coppie tenersi la mano nei parchi o sulle rive dei corsi d’acqua. Percorrendo i quartieri agiati di Tehran, il viaggiatore scopre un’altra forma di resistenza: le moschee deserte. Anche nei giorni di preghiera, accolgono tutt’al più qualche anziano credente, mentre i giovani sfrecciano sui loro motorini. Ma l’atto dissidente più radicale resta la conversione allo zoroastrismo o al cristianesimo. Anche se il numero esatto di convertiti resta ignoto, gli osservatori più prudenti riferiscono il caso di migliaia di iraniani, in maggioranza giovani. In risposta, il regime ha reintrodotto la pena di morte per apostasia, vale a dire abiura dell’islam.
L’Occidente fa sognare, ma, attenzione, a non trarre conclusioni troppo affrettate. Se la cultura occidentale moderna e, più ancora, l’ipotesi di un eventuale visto per gli Stati Uniti continuano a esercitare l’immaginario, un’attrattiva per le libertà individuali dell’Europa o di oltre-Atlantico non si accompagna, sistematicamente, a un filo-americanismo in materia di politica. Ciò costituisce un punto interessante: mentre le opinioni pubbliche occidentali si immaginano una popolazione iraniana, sprofondata nell’oscurantismo come i suoi leaders, questa stessa popolazione si dimostra capace di dissociare governo e popolazione, quando si interroga sulle sue opinioni riguardo all’Occidente. Tuttavia, per questa gioventù imbrigliata nelle sue aspirazioni, si deve ben realizzare che la politica internazionale è un “affare” di ordine, totalmente, secondario: i più favoriti non si fanno illusioni sulla natura del regime e aspirano, innanzitutto, a lasciare il Paese, mentre i più sfavoriti si preoccupano, innanzitutto, di avere, quotidianamente, cibo a sufficienza. Infine, la gioventù iraniana non sembra ostile nei riguardi dell’Occidente, al contrario. Anche tra quelli che difendono il regime, è palese che il discorso è, squisitamente, retorico e non risponde in nulla a una vera obbedienza ideologica, ma piuttosto alla salvaguardia di un interesse personale. Ed è del tutto possibile che questo discorso si tenga intorno a un fast-food all’americana con una Zam Zam Cola sul tavolo e il fondo sonoro di un CD, che rimanda le note degli ultimi successi di Lady Gaga o di Britney Spears. È, così, per numerosi basiji, che difendono la loro posizione per i vantaggi che questa apporta loro: salario, potere, facilitazioni per accedere all’università, servizio militare ridotto. Senza contare i più sprovveduti che sono portati con corriere in cambio di un sandwich e di una piccola somma di danaro.
L’impatto dei baby-boomers, nati negli anni 1980, inizia, appena, a farsi sentire. I ventenni, giocheranno un ruolo sempre più importante nell’orientamento – e, forse, nel ri-orientamento – del programma politico, economico e sociale dell’Iran nel corso dei prossimi venticinque anni. Come il resto della popolazione, una percentuale importante della gioventù sostiene l’Iran nel suo progetto di fare dell’energia nucleare uno dei principali pilastri del suo sviluppo economico e del suo avvenire.
Fin dal rovesciamento, nel 1953, del primo ministro Mohammad Mossadeq, la gioventù iraniana è, politicamente, impegnata. L’uccisione da parte della polizia di tre studenti dell’università di Tehran, Nasser Qandchi (Jebhe-ye Melli) e di Mehdi Shari’at-Razavi e Mostafa Bozorg-Nia, (Hezb-e Tudeh), il 7 dicembre di quello stesso anno (16 azar 1332), durante le manifestazioni, violentemente represse, contro la visita del vice-presidente americano Richard Nixon, per sostenere lo shah, quattro mesi dopo l’Operazione AJAX, condotta dalla CIA e dall’MI5 [http://www.youtube.com/watch?v=oi-JiM0Ox_8, http://www.youtube.com/watch?v=Mdeoktnv8ko&feature=related] – è, tuttora, commemorata nella Giornata Nazionale dello Studente. I giovani hanno, egualmente, svolto un ruolo chiave nella rivoluzione del 1979. Oggi, il loro numero è la loro forza. Il baby-boom, che ha seguito la rivoluzione, ha, praticamente, raddoppiato la popolazione, facendola passare da 34 a 62 milioni di abitanti, in dieci anni. L’Iran è uno dei Paesi più giovani del mondo. Questa esplosione demografica, che ha cambiato le carte da un triplo punto di vista politico, economico e sociale, costituisce una delle più grandi minacce per lo statu quo del regime islamico. Negli anni 1980, gli under 20 hanno formato il grosso delle truppe nella guerra di otto anni contro l’Iraq: volontari di appena 10-12 anni, arruolati nella milizia dei basiji, servivano anche a “ripulire” i campi di mine. Il 21 settembre 2010, l’Iran ha firmato il Protocollo Opzionale alla Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia, relativo al coinvolgimento dei bambini nei conflitti armati. Negli anni 1990, i giovani iraniani hanno iniziato a reclamare il loro dovuto nei campi politico, economico e sociale. Nel 1997, hanno contribuito a fare eleggere il presidente riformista Mohammad Khatami. Ma, davanti all’incapacità di questi nel prendere l’iniziativa del cambiamento, hanno fatto marcia indietro e hanno boicottato l’elezione presidenziale del 2005, ciò che è stato determinante nella vittoria dell’ultraconservatore Mahmud Ahmadinejad. E il loro ritorno alle urne, nelle elezioni del 2009, ha avuto una profonda influenza sulla politica iraniana. Il voto dei giovani è sempre più decisivo. Dopo la rivoluzione, l’età legale del diritto di voto era stata abbassata a 15 anni, ma, quando i teocrati si sono resi conto del potere politico della nuova generazione, è stata elevata a 16 e, poi, a 18 anni.

3. Disoccupazione, alcol, droga, prostituzione e suicidio
Trenta anni dopo la rivoluzione islamica, la gioventù iraniana si trova confrontata con un numero crescente di problemi, che nutrono la contestazione. Innanzitutto, la politica economica del governo non genera che 300mila posti di lavoro all’anno, quando ne occorrerebbe un milione. Dal 1990, la disoccupazione è, praticamente, raddoppiata tra le fila della gioventù. E la stessa disoccupazione genera una serie di altri mali, quali il consumo di alcol e di droga, la prostituzione, le fughe, i matrimoni precoci – che portano, inevitabilmente, al divorzio –, l’agitazione sociale e l’esodo delle classi istruite all’estero. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, l’Iran conosce una fuga di cervelli tra le più importanti al mondo. Quelli che restano, in Iran, si compiacciono di una doppia vita. L’una in uno spazio pubblico, dove le libertà di espressione e di azione si assottigliano, di giorno in giorno; l’altra nella sfera privata protettrice. Una volta varcata la soglia di casa, ci si toglie il velo, si accende la televisione satellitare e si beve vodka, comperata al mercato nero. A causa di una penuria di posti di lavoro e di una ancora più grave penuria di alloggi, il numero dei singles, tra i 20 e i 29 anni, è raddoppiato rispetto alla generazione precedente. I tre quarti vivono nella casa dei genitori, perché non hanno mezzi per sopperire ai propri bisogni e ancora meno per affrontare le spese di un matrimonio, che diviene inaccessibile, mentre i contatti tra i giovani dei due sessi sono, ufficialmente, vietati. Resta che questa regola è, largamente, ignorata nell’intimità delle case. In terra di islam e nei Paesi occidentali a forte popolazione musulmana, non si scherza con la verginità. Nonostante un tabù che perdura, sempre più donne iraniane perdono, oggi, la loro verginità prima del matrimonio, una “onta” che può essere aggirata con la chirurgia. Le mentalità in Iran hanno molto evoluto dalla rivoluzione, ma i rapporti sessuali prematrimoniali restano un soggetto tabù, almeno in pubblico. Benché il governo imponga leggi islamiche draconiane per limitarli, molti giovani “passano oltre”, con grande costernazione dei religiosi sciiti. Un sondaggio realizzato, nel 2010, dall’Organizzazione Nazionale dei Giovani dell’Iran rivelava che il 55% dei 7mila giovani – maschi e femmine – intervistati avevano avuto rapporti sessuali prima del matrimonio. Secondo esperti indipendenti, la percentuale reale potrebbe, anche, essere più elevata. Tuttavia, se le relazioni sessuali pre-matrimoniali non sono più un tabù come prima, in particolare per gli uomini, la tradizione vuole che le donne siano vergini il giorno del matrimonio. Anche se non esiste una legge che imponga una prova della verginità come condizione preliminare al matrimonio, i costumi sono profondamente radicati nella società iraniana. È ancora, comunemente, ammesso in Iran che un uomo possa esigere che la sua futura sposa sia vergine e annullare il matrimonio se non lo sia. In altri tempi, un lenzuolo imbrattato di sangue era prodotto, dopo la notte di nozze, come prova che l’imene era intatto, ma, ai nostri giorni, molti uomini e la loro famiglia domandano prima un “certificato di verginità”. È facile procurarsi dei tests di verginità da un ginecologo o dai servizi medico-legali. Lo sfasamento tra i costumi della società iraniana e la permissività crescente della vita privata ha generato un aumento della domanda di imenoplastiche, vale a dire di interventi di ricostruzione dell’imene. Le cliniche private di Tehran accettano, generalmente, di praticare questi interventi, anche se non sono, ufficialmente, autorizzate. Nonostante l’assenza di statistiche, si osserva, in questi ultimi anni, una crescita del mercato dell’imenoplastica. Secondo l’ubicazione della clinica e la reputazione del chirurgo, il costo di una imenoplastica oscilla dai 200 ai 500 dollari, a Tehran. E quello di un intervento al laser per cancellare le cicatrici può salire fino a 2mila dollari. Anche se queste pratiche sono considerate fraudolente, sono così diffuse che gli arbitri morali dell’Iran, gli ayatollah si sono sentiti obbligati di regolamentarle. Quattro anni fa, l’ayatollah Mohammad Sadeq Ruhani, un religioso conservatore ma dallo spirito indipendente, aveva emesso una fatwa per legalizzare l’imenoplastica per le donne che avevano perduto la propria verginità.
“Non vi è differenza tra un imene vero e uno falso.”
sostiene.
La severa restrizione delle relazioni individuali ha generato una cultura sociale clandestina, nonostante le onerose ammende inflitte ai contravventori. Il consumo di alcol e il ballo sono passibili di arresto da parte della polizia dei costumi e di settanta frustate.
In Iran, i problemi sociali e psicologici generano una grandissima domanda di droga. E, sfortunatamente, il consumo non si limita a una sola classe sociale. Né alle grandi città. Corollario dell’impoverimento generale, è dappertutto.
Dappertutto!
Naturalmente, i più poveri sono i più toccati.
Laboratori clandestini fabbricano ogni sorta di “porcheria”.
La vita è meno cara e il prezzo dei “prodotti” è, decisamente, imbattibile: se la cocaina è riservata ai ricchi, un grammo di oppio si tratta per circa 10 dollari e l’eroina, anche per meno. Se si fa attenzione, con un pò di danaro, siringhe, regolarmente, cambiate, si può vivere dieci, venti anni, “bucandosi” con l’eroina. I medici vedono, ora, affluire giovani di buona famiglia distrutti dalla shisheh, versione iraniana della metanfetamina, una droga sintetica altamente tossica, il veleno “che rende folli” e uccide in meno di un anno. Nelle classi sociali agiate è divenuto un flagello. Nei parchi pubblici di Tehran, i giardinieri spazzano, tutte le mattine, non foglie morte, ma vittime di overdose o prostitute che vendono il proprio corpo per una dose. Un paesaggio apocalittico nel Parco Haft-e Tir, nel sud di Tehran: un suolo coperto di siringhe usate e di drogati fatti su tutte le panchine, le guance scavate, la bocca aperta, gli occhi strabuzzati. Il modo di consumo più corrente è khunbazi, gioco di sangue: ci si inietta una dose, si tira il sangue dalla stessa vena per reiniettarselo immediatamente. Secondo due giovani drogati interrogati, l’effetto è garantito.
“Non hai lavoro, non hai famiglia, non hai distrazione. Per qualche ora, almeno, dimentichi tutto.”
Ufficialmente, i trafficanti di droghe sono impiccati in Iran, ma per molti iraniani, le droghe sono talmente facili da procurarsi che è impossibile che il governo dei mollah non vi sia coinvolto. È, egualmente, sorprendente che i costi cadano a ogni contestazione massiva del popolo.
La droga è una delle leve nelle mani degli ayatollah per far tacere il popolo e contenere le proteste?
L’Iran utilizza l’oppio da secoli. L’oppio è stato vietato, nel 1955, ma, dalla rivoluzione, si constata un aumento del consumo e del volume di droga in circolazione, in particolare tra i giovani e le donne. Le statistiche variano, considerevolmente, secondo le fonti, perché da più di due anni, tutti gli istituti di statistica sono stati chiusi e i sociologi imprigionati, al pari dei giornalisti, degli studenti, dei bloggers. Secondo l’Ufficio dell’ONU per il Controllo della Droga e la Prevenzione del Crimine, l’Iran ha uno dei tassi di consumo più elevati al mondo. Il 20% degli iraniani dai 15 ai 60 anni fa uso di droghe e il 16% di eroina. L’Iran consuma grandi quantità di oppio non raffinato: il 42% del totale mondiale. Circa il 10% dei drogati sono donne, che devono, immancabilmente, prostituirsi per procurarsi la loro dose di eroina o di crack. La vicinanza dell’Iran all’Afghanistan favorisce il traffico, attraverso la frontiera mal controllata, che separa i due Paesi per 960 chilometri. Tra il 1996 e il 2008, i sequestri in Iran hanno rappresentato più dei due terzi del volume mondiale.
L’Iran detiene, anche, il tasso più elevato, nel mondo, di suicidi in rapporto alla popolazione, in particolare tra le donne e gli adolescenti. È cresciuto del 17%, in due anni. Ogni giorno, mediamente, 10 iraniani decidono di finirla. Secondo i dati iraniani, la scelta dei metodi di suicidio differisce tra uomini e donne. Gli iraniani, in generale, si impiccano o utilizzano una iniezione letale, mentre le iraniane si impasticcano o si immolano con il fuoco.
Nel Paese di tutti i divieti, dove l’omosessualità è bandita e punita, perfino, con la morte, in caso di recidiva, lo Stato autorizza e finanzia il cambiamento di sesso di uomini e donne [http://www.youtube.com/watch?v=Kzyr5QqNDhc&feature=player_embedded], permettendo ai transessuali di trovare, a certe condizioni, una identità.
Ma solo per meglio “normalizzarli”!

Gli umani troveranno sempre più ragioni per dividersi che ragioni per unirsi!
Una nuova terribile guerra si prepara sotto i nostri occhi. Il ritmo si accelera, progressivamente, nei discorsi tenuti dai nostri leaders, come nelle parole vuote della nostra stampa.
Sempre più ragioni per giustificare un attacco all’Iran!
Le modalità sono familiari al punto che danno la nausea. Non è sorprendente che il leader impopolare dell’Iran non sia riuscito a calmare le tensioni crescenti. Tristemente, non è più visionario né più pacificatore dei nostri leaders.
Io credo che ogni speranza di pace debba ora venire, non dai dirigenti politici, ma dalla saggezza, dal cuore e dall’azione delle genti.
Da noi tutti.
Io ho cercato di presentarvi l’Iran da un’angolazione diversa da quella proposta dalla nostra stampa – con uno sguardo alle famiglie, che somigliano molto alle nostre famiglie, alle persone, il cui desiderio più profondo, proprio come il nostro, è di offrire un avvenire di pace ai propri figli.
Sono i bambini che soffrono più la guerra.
Io ho ricevuto in dono per il mio compleanno una collezione straordinaria di disegni di bambini iraniani. Ho il sentimento che i bambini riescano a esprimere, con emozione ed eloquenza, un desiderio universale di pace, di relazioni armoniose e amicali con gli Altri, in tutto il mondo, e con la preziosa Terra che noi condividiamo.
Può risultare difficile agli americani comprendere le parole di bambini, la cui lingua è poco familiare, ma forse queste immagini potrebbero parlare a tutti noi.
Vi sono Paesi che muoiono giovani o si arrestano giovani: tutto ciò che segue al loro periodo di vigore riguarda la sopravvivenza o la resurrezione.
L’Iran non si è mai ripreso dalle estenuanti fatiche delle sue avventure imperiali. E, solo ora, iniziamo a comprendere ciò che in questo Paese commuove e, a volte, sconvolge: in contatto diretto con la realtà, il peso bruto dell’oggetto, l’emozione o la sensazione forte e semplice, antica e sempre nuova, dura o dolce come la scorza o come la polpa di un frutto. Questa terra così celebrata è, meravigliosamente, immune da artifici letterari; lo stesso preziosismo di certi suoi Poeti non la tocca. Questa terra, da cui sono scaturiti tanti capolavori, non viene sentita come l’Italia, subito patria privilegiata delle arti, ma vi pulsa la vita come il sangue in un’arteria.
Poche regioni sono state più devastate dal furore delle guerre di religione, di razza e di classe; sopportiamo il ricordo di tanti furori inespiabili solo perché qui ci appaiono più nudi, più spontanei e meno ipocriti che altrove, quasi innocenti nel confessare il piacere che prova l’uomo a fare del male all’uomo.
Non vi è Paese più dominato da una religione possente, che favorisce, il più delle volte, la bigotteria e l’intolleranza, ma non vi è neppure Paese, ove si senta di più, sotto il broccato delle devozioni o sotto la pietra dei dogmi, sorgere il fervore umano. Non vi è Paese più legato, ma anche nessuno più libero, da questa rudimentale e suprema libertà fatta di privazione, di povertà, di indifferenza, del gusto di vivere e del disprezzo di morire.
Un popolo si conosce dalla sua Storia. Queste pagine dedicate alla Storia dell’Iran nascono dalla profonda gratitudine per un Uomo, il cui destino si identificò con quello del suo Paese. In balia degli eventi cercava il suo momento e il suo luogo. Cercava di affermarsi nel suo presente, appassionatamente e violentemente.
L’Iran è stato il nostro luogo di incontro.
Far conoscere il significato universale degli eventi disastrosi della sua Storia è un debito verso di Lui e verso il suo Paese.
Se tali eventi sono stati pagati, con la sofferenza, da parte di chi li ha subiti, gli insegnamenti, che se ne traggono, appartengono al mondo intero.
Colui che usurpa la libertà degli Altri è il primo a perdere la propria e a divenire schiavo.







Daniela Zini
Copyright © 27 gennaio 2012 ADZ

domenica 1 gennaio 2012

LETTERE DALL'IRAN: LETTERA DI MAJID TAVAKOLI DALLA PRIGIONE DI EVIN

LETTERE DALL’IRAN
Oggi vi propongo la traduzione della:

LETTERA DI MAJID TAVAKOLI
DALLA PRIGIONE DI EVIN






Io vorrei iniziare con l’esprimere la mia gioia, la mia gratitudine e il mio profondo rispetto alla grande Nazione iraniana. Io sono orgoglioso di essere nato in un Paese, dove il desiderio di libertà e di umanità si coniuga alle qualità essenziali di nobiltà, forza e potenza. Questo grande soffio vitale è una fonte di luce per opporsi ai padroni della tirannia, che cospirano nelle tenebre, minano ed esercitano la loro oppressione e la loro intimidazione.
Io sono passato da uno sciopero della fame all’isolamento, alla vista della compassione, della bontà d’animo e della volontà di vittoria del popolo del mio Paese, cose che mi hanno fatto riflettere sulla sofferenza e sull’amarezza di questi giorni con gioia e fierezza.
L’intensità dell’affetto e del sostegno, dimostrati dal popolo verde della mia Nazione, mi ha lasciato senza parole.
È con lacrime di gioia che mi rivolgo, umilmente, al magnifico popolo dell’Iran, lacrime di gioia, che esprimono la mia immensa gratitudine per la sua simpatia, la sua benevolenza e la sua solidarietà.
Io lo ringrazio, umilmente, per il costante desiderio di libertà, la sua umanità e per avere, ancora una volta, provato che non si abbandonano mai gli amici.
Io vorrei, ancora una volta, ringraziare tutti i prigionieri per la loro solidarietà, per parlare con una sola voce. Io voglio che sappiano che saremo, sempre, insieme per la causa. 
Io vorrei ringraziare tutti i leaders, che hanno dimostrato di essere i nobili padri e le nobili madri del Movimento Verde.
Io vorrei ringraziare tutte le donne, che hanno superato il proprio ruolo di mogli e di madri di prigionieri politici e sono divenute le combattenti degli ideali verdi della nostra Nazione, in questo momento di forte oppressione e di forte intimidazione.
Io vorrei ringraziare le nobili ragazze della Nazione, che hanno fatto versare a mia madre lacrime di gioia. Mi hanno fatto il più bel dono: conoscere cosa significhi avere delle vere sorelle.
Io vorrei ringraziare tutti i miei fratelli, i fieri ragazzi della mia Nazione, che hanno provato, a testa alta, che erano tutti dei Majid e che Majid non sarà mai solo.
Io non riuscirò mai a esprimere, a pieno, la mia gratitudine agli studenti della mia Nazione. Io vorrei ringraziarli di nuovo e sarò, sempre, loro riconoscente per il loro buon cuore e il loro sostegno.
Io vorrei, anche, ringraziare il personale di sicurezza e dell’amministrazione della prigione e dell’ospedale per l’appoggio e la benevolenza, che mi hanno testimoniato. Io li ringrazio di aver voltato le spalle a quanti hanno abbandonato ogni umanità e sono più che mai decisi a impartire lezioni, passando anche sopra i diritti di ogni prigioniero.
Infine, e questo non è meno importante, io vorrei ringraziare la mia famiglia e, in particolare, mia madre e mio padre, che sono stati i miei modelli verdi e mi hanno insegnato, fin da bambino, l’importanza della forza, del coraggio e della sincerità e continuano a farlo, ancora oggi.
In verità, il mese di giugno si dovrebbe chiamare il mese del popolo.
Io vorrei poter guardare questa sciagura come una grande vittoria, una vittoria della solidarietà e della simpatia, testimoniate dal popolo. Una vittoria dei media attivi e della diffusione efficace delle informazioni, una vittoria delle persone che, mettendo da parte i propri dolori e le proprie difficoltà, si ricordano degli altri, parlano con una sola voce e, infine, una vittoria dei media, che non si sono lasciati intimidire dalla feroce censura a 360 gradi.
Io sono lieto che i difensori dei diritti umani abbiano fatto sentire le grida della Nazione iraniana, che chiede giustizia al mondo intero e alle istituzioni internazionali.
Io sono riconoscente e felice di sapere che tutte le più piccole informazioni, quali il mio trasferimento dalla sezione comune all’isolamento, il mio sciopero della fame, il peggioramento della mia salute, la mia emorragia interna, il mio trasferimento all’ospedale Taleqani, il mio ritorno a Evin, e così via… siano state diffuse velocemente, a dimostrazione che i muri di censura, intorno a noi, stanno crollando. Tutto questo prova, sempre di più, la grandezza dei media liberi e indipendenti e dei giornali, che cercano la libertà, i messaggeri della mia Nazione.
Questa vittoria, questa solidarietà sono state una lezione per il nostro futuro. Ci hanno insegnato che, se vi è volontà, e questa volontà è condivisa da tutti, allora vi è la vittoria.
La tirannia non può, sempre, nascondere il proprio vero volto. Una buona volta, arretrerà davanti alla pressione delle esigenze e dei desideri del popolo.  
Io vorrei, ancora, esprimere la mia gratitudine e felicitarmi con il popolo verde della mia Nazione.

Prigione di Evin, Sala 3 Sezione 7, 9 khordad 1389 (30 maggio 2010)


Majid Tavakoli

Traduzione di Daniela Zini
Copyright © 1 gennaio 2012 ADZ