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giovedì 9 febbraio 2012

IRAN IL PAESE DELLE ROSE - V. LA GIOVENTU' IRANIANA UNA GENERAZIONE IN CRISI TRA IMPEGNO POLITICO E PARADISI ARTIFICIALI

Questo articolo è dedicato a Mohammad Reza Kassai.
Architetto, accademico, urbanista, archeologo, scrittore, viaggiatore, legittimista e liberale, musulmano e persiano si era accontentato, senza mai pentirsene, di essere stato il servitore di tre idee nobili: la libertà, la fedeltà e l’onore.
È stato mio Maestro.
Il Maestro sale in cattedra addita una via, un ideale da seguire; il testimone vive questo ideale sulla propria pelle, lo fa suo, senza paura di mettersi sempre in gioco, di rischiare il tutto per tutto.
A una opinione, a una teoria se ne può contrapporre un’altra, ma chi potrà mai confutare una vita, fatti e comportamenti concreti?
Ecco perché i migliori Maestri, coloro che riescono a infondere la “cultura”, sono anche dei testimoni che, con il loro esempio, mostrano di condividere e praticare le idee, gli ideali, i valori che propugnano.
Il valore del sacrificio della Sua vita non si dovrà mai disperdere, ci lascia un testamento spirituale, una pesante eredità, un patrimonio morale di equilibrio, di coraggio, di serietà, di rigore, di umanità e di professionalità, che, oggi, ci impegna tutti a continuare, con tutte le proprie forze professionali, intellettuali e morali, per tentare di rendere migliore il nostro Pianeta.
Non esiste cultura fuori della Storia, se per cultura si intende quel complesso di manifestazioni della vita, materiale, sociale e spirituale, di un popolo in un dato momento storico. Manifestazioni che comprendono la conoscenza, le credenze religiose, l’arte, la morale, la legge, le tradizioni, i costumi e ogni altra attitudine e capacità acquisita dall’Uomo, come membro della società.
Far conoscere il significato universale degli eventi disastrosi della sua Storia è un debito verso di Lui e verso il suo Paese.
L’impegno civile e politico diviene, ogni giorno, più difficile, soprattutto per i giovani, che, spinti verso una naturale aspirazione di ricerca di certezze per il proprio futuro, risentono, oggi, più che mai, della progressiva riduzione dell’etica contemporanea, ridotta a una mera fase di patteggiamento tra istituzioni, partiti e forze sociali. Una situazione che getta in uno sconforto quegli stessi giovani, che, per istinto naturale, cercano, invece, riferimenti e posizioni ideologiche certe su cui poter contare. Bisogna che i problemi e il disagio giovanile diventino problemi e disagio dell’intera società, di quella stessa società che deve ritrovare la dignità per rinnovarsi.
Così come siamo noi adulti che abbiamo la responsabilità della Memoria.
Ogni giornalista si trova di fronte a un bivio: può scegliere la carriera e scrivere quello che gli dicono oppure può fare una scelta diversa, scrivere quello che trova giusto e occuparsi di quello che gli interessa. Io ho scelto di scrivere quello che trovo giusto e di occuparmi di quello che mi interessa. Nell’arco della mia esistenza voglio riuscire a vivere una vita da essere umano, in cui ogni individuo sia rispettato. La qualcosa mi compenserà di tanti anni di fatiche che, in fondo, non mi sono dispiaciute.
Essere sinceri è una possibilità di salvezza morale!
Da anni, lavoro, senza un giorno di tregua. Spesso vado a letto a mezzanotte, dormo fino alle cinque, poi inizio una nuova giornata di lavoro.
Scrivere è, sempre, stato il mio sogno.
La mia vita.
Bambina, avevo fede nella scienza e nella felicità, nella verità e negli uomini.
Intrepida, a ogni tempesta offrivo il mio petto.
I miei sogni mi chiamavano a vivere per gli Altri e, ardentemente, mi auguravo di non vivere invano.
Mi sentirò, sempre, attratta dalle anime che soffrono di quella nobile e feconda sofferenza che è l'insoddisfazione di se stessi, la sete di ideali. Non sarà mai, ad attrarmi, la serenità dello scopo raggiunto: considero esseri veramente superiori, nel mondo di oggi, coloro che soffrono del male sublime di dare, perpetuamente, alla luce un io migliore.
Per fare scelte alternative ci vuole un grande coraggio, che è nulla, tuttavia, senza il sostegno dei propri cari. Ma è un percorso che ognuno di noi dovrebbe fare per dare un senso alla propria vita, al proprio passaggio su questo mondo.
Mi sento forte e invincibile, ma, a volte, è una grande fatica.
Allora non ci penso, e guardo oltre.
Il cielo del tempo ha molte sfumature: il Passato è rosa, il Presente grigio, il Futuro azzurro. Oltre il vacillante azzurro, si apre il gorgo senza limite e senza nome, il gorgo delle trasformazioni che portano a…
Roma, 7 febbraio 2012


“Viaggiare è il più personale dei piaceri. (…)”
con questa frase Vita Sackville-West introduce i suoi ricordi di viaggio in Persia.

IRAN
il paese delle rose

“(…)
Hame-ye alam tanast va Iran del
Nist qaviyande zin qiyas khejel
(…)”
Nezami Ganjavi, Haft peykar

a
Meysam Ebadi, Fatemeh Barati, Kasra Sharafi, Mobina Ehterami, Kambiz Shoaee (Shojaii, Shojaee), Mohsen Imani, Mostafa Ghanian, Mehdi Karami, Sarvar Broumand, Fatemeh Rajabpour, Masoud Khosravi, Sohrab Arabi, Amir Hossein Toufanpour, Davood Sadri, Alireza Eftekhari, Behzad Mohajer, Fahimeh Salahshoor, Iman Namazi, Hossein Tahmasebi, Fatemeh Samsarian, Hossein Akhtarzand, Mohammad Nikzadi, Mohammad Asgari, Mohammad Hossein Barzegar, Naser Amirnejad, Kianoush Asa, Neda Agha Soltan, Kaveh Alipour, Ashkan Sohrabi, Bahman Jenabi, Masoud Hashemzade, Hamid Hossein Beig Araghi, Saeed Abbasi, Ali Fathalian, Abbas Disnad, Ramin Ramezani, Nader Naseri, Seyed Reza Tabatabai, Iman Hashemi, Mohsen Haddadi, Vahed Akbari, Abolfazl Abdollahi, Salar Tahmasebi, Farzad Jashni, Hamed Basharati, Babak Sepehr, Tina Soudi, Maryam Mehr Azin, Milad Yazdan Panah, Parisa Koli, Ali Shahedi, Sajjad Ghaed Rahmati, Shalir Khazra, Vahid Reza Tabatabai, Mahmoud Raisi Najafi, Moharram Chegini Gheshlaghi, Yaghoub Barvayeh, Mohammad Naderipour, Hamid Maddah Shourcheh, Ahmad Kargar Nedjati, Said Esmaeeli Khanbebin, Mehrdad Heydari, Arman Estakhri Pour, Amir Javadifar, Taraneh Mousavi, Mohammad Kamrani, Mostafa Kiarostami, Behzad Ghahremani, Hossein Akbari, Mohsen Roh-Ol-Amini, Ramin Ghahremani, Hassan Shapoori, Reza Fatahi, Milad (no surname), Morteza Salahshoor, Morad Aghasi, Mohsen Entezami, Pouya Maghsoud Beigi, Hadi Fallah Manesh, Jafar Barvayeh, Hadi Fallah Manesh, Jafar Barvayeh, Majid Kamali, Mohammad Javad Parandakh, Ramin Pourandarjani.
[http://www.youtube.com/watch?v=-Fb7F94mhYM]

V. La gioventù iraniana:
una generazione in crisi
tra impegno politico e paradisi artificiali
Gli iraniani nati dopo la rivoluzione islamica cercano di fuggire un quotidiano difficile. Mentre alcuni si battono per il cambiamento, altri si rifugiano nella droga o evadono grazie a Internet.

di
Daniela Zini

Più di trenta anni dopo la rivoluzione iraniana, il regime, in nome dell’islam e della rivoluzione, impone tanti divieti ai giovani che questi non sanno più quello che sia permesso: ormai, la sola certezza che resta loro è che essere giovani sia un crimine e che il solo modo di vivere la loro età passi per la trasgressione delle leggi. In Iran più del 70% della popolazione ha meno di trenta anni, vale a dire è nata dopo la caduta del regime imperiale e non ha preso parte alla guerra Iran-Iraq, ciò che ne fa una delle più giovani del mondo. Istruita e politicizzata, particolarmente nelle classi medie e agiate, questa gioventù iraniana ha sete di cambiamento.
Come questa situazione è stata resa possibile?
Quali forme latenti di conflitto genera?
In quale misura favorisce lo sbocciare della rivolta?
Tali sono gli enjeux politici cruciali che questo reportage si propone di esplorare.

1. La rivoluzione divora i suoi figli
In certe culture, si utilizza, ancora, il termine “bocche inutili” per indicare i bambini. In queste culture, vale a dire, quelle in cui la povertà causa il disfacimento dell’unità familiare, conta che questa “bocca inutile” divenga, molto presto, un membro attivo.
L’Iran ha aderito, nel 1993, alla Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia, approvata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il 20 novembre 1989, con riserva che “le disposizioni della presente convenzione sono applicabili fintanto che non sono contrarie alle disposizioni del diritto musulmano e alle leggi interne”. Questa riserva è in contraddizione manifesta con la convenzione che precisa che “nessuna riserva incompatibile con l’oggetto e il fine della presente convenzione è autorizzata”. Gli abusi commessi, in seno alla famiglia, sono considerati “affari privati”, “affari di famiglia”, di cui si discute, raramente, in pubblico. Secondo l’UNICEF, l’abuso e lo sfruttamento dei bambini e le punizioni corporali, in famiglia e a scuola, sono comuni in Iran. Gli abusi, commessi nei confronti dei bambini, hanno luogo, dappertutto, in Iran, e possono prendere diverse forme, dalla violenza psichica alla violenza fisica, allo stupro da parte di membri della famiglia fino al matrimonio forzato e ai crimini di onore o ancora alla tratta di persone. Tuttavia, esistono poche informazioni disponibili sul modo in cui il governo iraniano tratti gli abusi commessi nei confronti dei bambini. Non esistono neppure statistiche ufficiali sull’argomento. Secondo l’US Department of State, nel maggio del 2010, il governo iraniano aveva denunciato circa 150mila casi di abusi perpetrati nei confronti di bambini, nei sei mesi precedenti. Sempre nel 2010, l’avvocata iraniana Nasrin Sotoudeh, attualmente detenuta nel carcere di Evin, aveva accusato il governo di non assolvere al proprio dovere di proteggere i bambini vittime di abusi. Secondo Nasrin Sotoudeh, le autorità giudiziarie non accordano, in effetti, che poca attenzione a questi maltrattamenti, perché i tribunali stimano che picchiare la propria moglie o i propri figli sia una “disputa familiare privata” ed evitano, dunque, di esaminare i casi nei dettagli. Nel sistema giuridico iraniano, basato sul diritto sciita, il diritto di famiglia non conosce i termini “potere parentale” né “autorità parentale”, nondimeno, la nozione esiste, sotto altri appellativi, quali hezanat e velayat. Questi concetti concernono, al tempo stesso, i diritti e i doveri dei genitori nei confronti dei loro figli. Dall’instaurazione della repubblica islamica, nel 1979, il sistema giuridico e penale è stato influenzato dalla shari’a, vale a dire dalla legge islamica. Questo radicale cambiamento politico ha comportato l’abbassamento dell’età della responsabilità penale all’età della pubertà religiosa, vale a dire a 9 anni per le bambine e a 15 anni per i bambini. Così, i bambini possono essere sottoposti a ogni punizione inflitta agli adulti. Al di fuori di rare strutture carcerarie, in alcune grandi città, i bambini sono detenuti con gli adulti.
Le cifre mostrano che vi è, attualmente, più di un milione di bambini iraniani che vivono in estrema povertà, più di mezzo milione, che vivono sotto la soglia dei 2 dollari al giorno, e un altro mezzo milione sotto la soglia di 1 dollaro al giorno.
Fenomeno nuovo, la comparsa di migliaia di bambini di strada e di fuggitivi che vagano intorno alle stazioni e ai terminals delle grandi città. Il gran numero di adolescenti in fuga contribuisce all’aumento della prostituzione e del traffico di schiavi sessuali in Iran. Fuggono di casa per evadere dalle costrizioni integraliste loro imposte, dai maltrattamenti e dalla tossicodipendenza dei loro genitori. Sfortunatamente, ricadono in nuove violenze e nello sfruttamento: il 90% di loro finisce nella spirale della prostituzione.
Il lavoro minorile è, egualmente, un flagello che colpisce ragazzi e ragazze al di sotto dei 18 anni. Tuttavia, l’art. 79 del codice del lavoro dispone che “l’impiego di persone con meno di 15 anni è vietato”. In virtù dell’art. 176 dello stesso codice, ogni datore di lavoro che impieghi un lavoratore con meno di 15 anni è passibile di una ammenda e, in caso di recidiva, di una pena detentiva. In altre leggi e regolamenti, quali l’art. 14 del codice di reclutamento nella pubblica amministrazione, l’art. 10 del regolamento di reclutamento a tempo determinato e l’art. 6 del regolamento di reclutamento nelle società anonime, l’età minima di ammissione all’impiego è fissata a 18 anni. Così, l’abolizione del lavoro dei bambini è riconosciuta nella legislazione nazionale.

2. Jeans, rock, sesso e internet
L’Iran è sconosciuto. E, tuttavia, costituisce, con la Cina, una delle più antiche entità politiche del mondo e lo Stato della regione che ha più vicini. Situato al crocevia del mondo arabo, della Turchia, dell’Asia Centrale e del Sub-Continente Indiano, e soggetto a molteplici influenze, l’Iran custodisce, gelosamente, la sua specificità e la sua indipendenza. E mantiene il suo mistero. Mal integrato nella società internazionale e poco desideroso di porvi rimedio, l’Iran è, nondimeno, indissociabile da tutte le grandi questioni che agitano la regione: il petrolio, l’Iraq, il nucleare, l’Afghanistan, l’Israele, l’attivismo islamico. L’America se ne inquieta, l’Europa anche. Ovunque, ci si chiede cosa voglia lo Stato islamico iraniano.
Un’altra grande incognita: gli stessi iraniani.
Chi sono?
Quali sono i loro valori e le loro aspirazioni?
Oggi, tutto è ripiombato nel buio e nella paura. Due anni e mezzo dopo la rivoluzione verde, dopo gli arresti, le torture, gli stupri, le esecuzioni, in breve, dopo la sanguinosa repressione che ha seguito le elezioni truccate di Mahmud Ahmadinejad, gli iraniani sono precipitati in una profonda depressione. E la situazione economica si è aggravata.
Nelle grandi città come Tehran, l’Occidente affascina, intriga, suscita una curiosità, appena velata, in presenza dello straniero. Il desiderio di porre domande è onnipresente. La gioventù iraniana ostenta un look ispirato, direttamente, alle stars americane ed europee. Look che stride, severamente, con l’immagine caricaturale, che si ha dell’Iran in Occidente: in un mondo caratterizzato dai divieti, questa gioventù è divenuta maestra nell’arte di flirtare con i limiti. Sono, infatti, i giovani delle classi medie, che giocano, non senza rischi, al gatto e al topo con il regime [http://www.dailymotion.com/video/x1qiy6_iran-jeunesse-liberte-surveillee-1_news#rel-page-6, http://www.dailymotion.com/video/x1qixp_iran-jeunesse-liberte-surveillee-2_news#rel-page-7, http://www.dailymotion.com/video/x1qix6_iran-jeunesse-liberte-surveillee-3_news#rel-page-6, http://www.dailymotion.com/video/x1qiwq_iran-jeunesse-liberte-surveillee-4_news#rel-page-4]. La vita nelle strade di Tehran è ben lontana dai clichés. Soprannominata “la capitale mondiale della chirurgia estetica”, alludendo all’ossessione “del naso piccolo”, Tehran è popolata da una gioventù che non ha nessuna intenzione di restare “discreta”. Respingendo i limiti del codice di abbigliamento islamico, le ragazze portano foulards che coprono appena una ciocca di capelli e combinaisons così attillate da lasciare poco spazio all’immaginazione. Certe periferie di Tehran, dove sfilano ragazze senza velo e ragazzi con il taglio di capelli all’occidentale e le sopracciglia depilate, prendono, addirittura, l’aspetto di metropoli occidentali. Ma le forze dell’ordine vegliano [http://www.adnkronos.com/IGN/Mediacenter/Video_News/?id=3.1.2133233983].
“Nell’impossibilità di esprimere il loro disaccordo politico, i giovani partecipano a una rivoluzione autoproclamata, nella quale utilizzano il proprio corpo per fare dichiarazioni sociali e politiche. Le relazioni sessuali sono divenute, al tempo stesso, una fonte di libertà e un atto di ribellione politica.”,
scrive Pardis Mahdavi, nel suo libro pubblicato, nel 2009, dal titolo Passionate Uprisings: Iran’s Sexual Revolution. Per far fronte a questa tendenza, il governo ha incoraggiato il siqeh, il matrimonio temporaneo, autorizzato dall’islam sciita, che ha una durata oscillante tra un’ora e novantanove anni. L’uomo può contrarre tanti matrimoni temporanei simultanei quanti ne desidera e scinderli quando crede. La donna no. Le donne iraniane sono dipendenti economicamente e il loro unico mezzo di sussistenza è essere maritate. Quelle che non lo sono più, dopo un divorzio o un ripudio, possono cercare di divenire seconde, terze o quarte mogli, una sorta di bonnes senza salario, alloggiate e magramente nutrite. Altre cadono nel circuito del siqeh, se hanno attrattive fisiche.
Questa ribellione sessuale ha, sfortunatamente, contribuito ad accrescere i casi di AIDS, di MST e a moltiplicare gli aborti. Nel 2009, il presidente del Centro Iraniano di Ricerca sull’HIV e sull’AIDS aveva riferito che era stata rilevata la più alta incidenza di AIDS tra i 25 e i 29 anni.
Le contraffazioni di marche occidentali abbondano, i fast-foods si ispirano nei loro menù ai burgers dello Zio Sam e le pizzerie iraniane non hanno nulla da invidiare a quelle della Little Italy. I più giovani, che tirano calci a un pallone nelle strade, indossano, frequentemente, le maglie dei grandi clubs europei, quali il Chelsea, il Barcelona o il Manchester. A ciò si aggiunge la possibilità di guardare la televisione occidentale, grazie a un’antenna satellitare, e di scaricare musica e films da internet. L’Iran è una delle società del mondo che si interessa di più alle nuove tecnologie. Il numero di internauti è stimato a 28 milioni, principalmente giovani. Si contano, egualmente, tra i 60mila e i 110mila blogs, maggioritariamente tenuti da giovani, una delle cifre più elevate nel Medio Oriente.
Oggi, non è raro osservare giovani coppie tenersi la mano nei parchi o sulle rive dei corsi d’acqua. Percorrendo i quartieri agiati di Tehran, il viaggiatore scopre un’altra forma di resistenza: le moschee deserte. Anche nei giorni di preghiera, accolgono tutt’al più qualche anziano credente, mentre i giovani sfrecciano sui loro motorini. Ma l’atto dissidente più radicale resta la conversione allo zoroastrismo o al cristianesimo. Anche se il numero esatto di convertiti resta ignoto, gli osservatori più prudenti riferiscono il caso di migliaia di iraniani, in maggioranza giovani. In risposta, il regime ha reintrodotto la pena di morte per apostasia, vale a dire abiura dell’islam.
L’Occidente fa sognare, ma, attenzione, a non trarre conclusioni troppo affrettate. Se la cultura occidentale moderna e, più ancora, l’ipotesi di un eventuale visto per gli Stati Uniti continuano a esercitare l’immaginario, un’attrattiva per le libertà individuali dell’Europa o di oltre-Atlantico non si accompagna, sistematicamente, a un filo-americanismo in materia di politica. Ciò costituisce un punto interessante: mentre le opinioni pubbliche occidentali si immaginano una popolazione iraniana, sprofondata nell’oscurantismo come i suoi leaders, questa stessa popolazione si dimostra capace di dissociare governo e popolazione, quando si interroga sulle sue opinioni riguardo all’Occidente. Tuttavia, per questa gioventù imbrigliata nelle sue aspirazioni, si deve ben realizzare che la politica internazionale è un “affare” di ordine, totalmente, secondario: i più favoriti non si fanno illusioni sulla natura del regime e aspirano, innanzitutto, a lasciare il Paese, mentre i più sfavoriti si preoccupano, innanzitutto, di avere, quotidianamente, cibo a sufficienza. Infine, la gioventù iraniana non sembra ostile nei riguardi dell’Occidente, al contrario. Anche tra quelli che difendono il regime, è palese che il discorso è, squisitamente, retorico e non risponde in nulla a una vera obbedienza ideologica, ma piuttosto alla salvaguardia di un interesse personale. Ed è del tutto possibile che questo discorso si tenga intorno a un fast-food all’americana con una Zam Zam Cola sul tavolo e il fondo sonoro di un CD, che rimanda le note degli ultimi successi di Lady Gaga o di Britney Spears. È, così, per numerosi basiji, che difendono la loro posizione per i vantaggi che questa apporta loro: salario, potere, facilitazioni per accedere all’università, servizio militare ridotto. Senza contare i più sprovveduti che sono portati con corriere in cambio di un sandwich e di una piccola somma di danaro.
L’impatto dei baby-boomers, nati negli anni 1980, inizia, appena, a farsi sentire. I ventenni, giocheranno un ruolo sempre più importante nell’orientamento – e, forse, nel ri-orientamento – del programma politico, economico e sociale dell’Iran nel corso dei prossimi venticinque anni. Come il resto della popolazione, una percentuale importante della gioventù sostiene l’Iran nel suo progetto di fare dell’energia nucleare uno dei principali pilastri del suo sviluppo economico e del suo avvenire.
Fin dal rovesciamento, nel 1953, del primo ministro Mohammad Mossadeq, la gioventù iraniana è, politicamente, impegnata. L’uccisione da parte della polizia di tre studenti dell’università di Tehran, Nasser Qandchi (Jebhe-ye Melli) e di Mehdi Shari’at-Razavi e Mostafa Bozorg-Nia, (Hezb-e Tudeh), il 7 dicembre di quello stesso anno (16 azar 1332), durante le manifestazioni, violentemente represse, contro la visita del vice-presidente americano Richard Nixon, per sostenere lo shah, quattro mesi dopo l’Operazione AJAX, condotta dalla CIA e dall’MI5 [http://www.youtube.com/watch?v=oi-JiM0Ox_8, http://www.youtube.com/watch?v=Mdeoktnv8ko&feature=related] – è, tuttora, commemorata nella Giornata Nazionale dello Studente. I giovani hanno, egualmente, svolto un ruolo chiave nella rivoluzione del 1979. Oggi, il loro numero è la loro forza. Il baby-boom, che ha seguito la rivoluzione, ha, praticamente, raddoppiato la popolazione, facendola passare da 34 a 62 milioni di abitanti, in dieci anni. L’Iran è uno dei Paesi più giovani del mondo. Questa esplosione demografica, che ha cambiato le carte da un triplo punto di vista politico, economico e sociale, costituisce una delle più grandi minacce per lo statu quo del regime islamico. Negli anni 1980, gli under 20 hanno formato il grosso delle truppe nella guerra di otto anni contro l’Iraq: volontari di appena 10-12 anni, arruolati nella milizia dei basiji, servivano anche a “ripulire” i campi di mine. Il 21 settembre 2010, l’Iran ha firmato il Protocollo Opzionale alla Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia, relativo al coinvolgimento dei bambini nei conflitti armati. Negli anni 1990, i giovani iraniani hanno iniziato a reclamare il loro dovuto nei campi politico, economico e sociale. Nel 1997, hanno contribuito a fare eleggere il presidente riformista Mohammad Khatami. Ma, davanti all’incapacità di questi nel prendere l’iniziativa del cambiamento, hanno fatto marcia indietro e hanno boicottato l’elezione presidenziale del 2005, ciò che è stato determinante nella vittoria dell’ultraconservatore Mahmud Ahmadinejad. E il loro ritorno alle urne, nelle elezioni del 2009, ha avuto una profonda influenza sulla politica iraniana. Il voto dei giovani è sempre più decisivo. Dopo la rivoluzione, l’età legale del diritto di voto era stata abbassata a 15 anni, ma, quando i teocrati si sono resi conto del potere politico della nuova generazione, è stata elevata a 16 e, poi, a 18 anni.

3. Disoccupazione, alcol, droga, prostituzione e suicidio
Trenta anni dopo la rivoluzione islamica, la gioventù iraniana si trova confrontata con un numero crescente di problemi, che nutrono la contestazione. Innanzitutto, la politica economica del governo non genera che 300mila posti di lavoro all’anno, quando ne occorrerebbe un milione. Dal 1990, la disoccupazione è, praticamente, raddoppiata tra le fila della gioventù. E la stessa disoccupazione genera una serie di altri mali, quali il consumo di alcol e di droga, la prostituzione, le fughe, i matrimoni precoci – che portano, inevitabilmente, al divorzio –, l’agitazione sociale e l’esodo delle classi istruite all’estero. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, l’Iran conosce una fuga di cervelli tra le più importanti al mondo. Quelli che restano, in Iran, si compiacciono di una doppia vita. L’una in uno spazio pubblico, dove le libertà di espressione e di azione si assottigliano, di giorno in giorno; l’altra nella sfera privata protettrice. Una volta varcata la soglia di casa, ci si toglie il velo, si accende la televisione satellitare e si beve vodka, comperata al mercato nero. A causa di una penuria di posti di lavoro e di una ancora più grave penuria di alloggi, il numero dei singles, tra i 20 e i 29 anni, è raddoppiato rispetto alla generazione precedente. I tre quarti vivono nella casa dei genitori, perché non hanno mezzi per sopperire ai propri bisogni e ancora meno per affrontare le spese di un matrimonio, che diviene inaccessibile, mentre i contatti tra i giovani dei due sessi sono, ufficialmente, vietati. Resta che questa regola è, largamente, ignorata nell’intimità delle case. In terra di islam e nei Paesi occidentali a forte popolazione musulmana, non si scherza con la verginità. Nonostante un tabù che perdura, sempre più donne iraniane perdono, oggi, la loro verginità prima del matrimonio, una “onta” che può essere aggirata con la chirurgia. Le mentalità in Iran hanno molto evoluto dalla rivoluzione, ma i rapporti sessuali prematrimoniali restano un soggetto tabù, almeno in pubblico. Benché il governo imponga leggi islamiche draconiane per limitarli, molti giovani “passano oltre”, con grande costernazione dei religiosi sciiti. Un sondaggio realizzato, nel 2010, dall’Organizzazione Nazionale dei Giovani dell’Iran rivelava che il 55% dei 7mila giovani – maschi e femmine – intervistati avevano avuto rapporti sessuali prima del matrimonio. Secondo esperti indipendenti, la percentuale reale potrebbe, anche, essere più elevata. Tuttavia, se le relazioni sessuali pre-matrimoniali non sono più un tabù come prima, in particolare per gli uomini, la tradizione vuole che le donne siano vergini il giorno del matrimonio. Anche se non esiste una legge che imponga una prova della verginità come condizione preliminare al matrimonio, i costumi sono profondamente radicati nella società iraniana. È ancora, comunemente, ammesso in Iran che un uomo possa esigere che la sua futura sposa sia vergine e annullare il matrimonio se non lo sia. In altri tempi, un lenzuolo imbrattato di sangue era prodotto, dopo la notte di nozze, come prova che l’imene era intatto, ma, ai nostri giorni, molti uomini e la loro famiglia domandano prima un “certificato di verginità”. È facile procurarsi dei tests di verginità da un ginecologo o dai servizi medico-legali. Lo sfasamento tra i costumi della società iraniana e la permissività crescente della vita privata ha generato un aumento della domanda di imenoplastiche, vale a dire di interventi di ricostruzione dell’imene. Le cliniche private di Tehran accettano, generalmente, di praticare questi interventi, anche se non sono, ufficialmente, autorizzate. Nonostante l’assenza di statistiche, si osserva, in questi ultimi anni, una crescita del mercato dell’imenoplastica. Secondo l’ubicazione della clinica e la reputazione del chirurgo, il costo di una imenoplastica oscilla dai 200 ai 500 dollari, a Tehran. E quello di un intervento al laser per cancellare le cicatrici può salire fino a 2mila dollari. Anche se queste pratiche sono considerate fraudolente, sono così diffuse che gli arbitri morali dell’Iran, gli ayatollah si sono sentiti obbligati di regolamentarle. Quattro anni fa, l’ayatollah Mohammad Sadeq Ruhani, un religioso conservatore ma dallo spirito indipendente, aveva emesso una fatwa per legalizzare l’imenoplastica per le donne che avevano perduto la propria verginità.
“Non vi è differenza tra un imene vero e uno falso.”
sostiene.
La severa restrizione delle relazioni individuali ha generato una cultura sociale clandestina, nonostante le onerose ammende inflitte ai contravventori. Il consumo di alcol e il ballo sono passibili di arresto da parte della polizia dei costumi e di settanta frustate.
In Iran, i problemi sociali e psicologici generano una grandissima domanda di droga. E, sfortunatamente, il consumo non si limita a una sola classe sociale. Né alle grandi città. Corollario dell’impoverimento generale, è dappertutto.
Dappertutto!
Naturalmente, i più poveri sono i più toccati.
Laboratori clandestini fabbricano ogni sorta di “porcheria”.
La vita è meno cara e il prezzo dei “prodotti” è, decisamente, imbattibile: se la cocaina è riservata ai ricchi, un grammo di oppio si tratta per circa 10 dollari e l’eroina, anche per meno. Se si fa attenzione, con un pò di danaro, siringhe, regolarmente, cambiate, si può vivere dieci, venti anni, “bucandosi” con l’eroina. I medici vedono, ora, affluire giovani di buona famiglia distrutti dalla shisheh, versione iraniana della metanfetamina, una droga sintetica altamente tossica, il veleno “che rende folli” e uccide in meno di un anno. Nelle classi sociali agiate è divenuto un flagello. Nei parchi pubblici di Tehran, i giardinieri spazzano, tutte le mattine, non foglie morte, ma vittime di overdose o prostitute che vendono il proprio corpo per una dose. Un paesaggio apocalittico nel Parco Haft-e Tir, nel sud di Tehran: un suolo coperto di siringhe usate e di drogati fatti su tutte le panchine, le guance scavate, la bocca aperta, gli occhi strabuzzati. Il modo di consumo più corrente è khunbazi, gioco di sangue: ci si inietta una dose, si tira il sangue dalla stessa vena per reiniettarselo immediatamente. Secondo due giovani drogati interrogati, l’effetto è garantito.
“Non hai lavoro, non hai famiglia, non hai distrazione. Per qualche ora, almeno, dimentichi tutto.”
Ufficialmente, i trafficanti di droghe sono impiccati in Iran, ma per molti iraniani, le droghe sono talmente facili da procurarsi che è impossibile che il governo dei mollah non vi sia coinvolto. È, egualmente, sorprendente che i costi cadano a ogni contestazione massiva del popolo.
La droga è una delle leve nelle mani degli ayatollah per far tacere il popolo e contenere le proteste?
L’Iran utilizza l’oppio da secoli. L’oppio è stato vietato, nel 1955, ma, dalla rivoluzione, si constata un aumento del consumo e del volume di droga in circolazione, in particolare tra i giovani e le donne. Le statistiche variano, considerevolmente, secondo le fonti, perché da più di due anni, tutti gli istituti di statistica sono stati chiusi e i sociologi imprigionati, al pari dei giornalisti, degli studenti, dei bloggers. Secondo l’Ufficio dell’ONU per il Controllo della Droga e la Prevenzione del Crimine, l’Iran ha uno dei tassi di consumo più elevati al mondo. Il 20% degli iraniani dai 15 ai 60 anni fa uso di droghe e il 16% di eroina. L’Iran consuma grandi quantità di oppio non raffinato: il 42% del totale mondiale. Circa il 10% dei drogati sono donne, che devono, immancabilmente, prostituirsi per procurarsi la loro dose di eroina o di crack. La vicinanza dell’Iran all’Afghanistan favorisce il traffico, attraverso la frontiera mal controllata, che separa i due Paesi per 960 chilometri. Tra il 1996 e il 2008, i sequestri in Iran hanno rappresentato più dei due terzi del volume mondiale.
L’Iran detiene, anche, il tasso più elevato, nel mondo, di suicidi in rapporto alla popolazione, in particolare tra le donne e gli adolescenti. È cresciuto del 17%, in due anni. Ogni giorno, mediamente, 10 iraniani decidono di finirla. Secondo i dati iraniani, la scelta dei metodi di suicidio differisce tra uomini e donne. Gli iraniani, in generale, si impiccano o utilizzano una iniezione letale, mentre le iraniane si impasticcano o si immolano con il fuoco.
Nel Paese di tutti i divieti, dove l’omosessualità è bandita e punita, perfino, con la morte, in caso di recidiva, lo Stato autorizza e finanzia il cambiamento di sesso di uomini e donne [http://www.youtube.com/watch?v=Kzyr5QqNDhc&feature=player_embedded], permettendo ai transessuali di trovare, a certe condizioni, una identità.
Ma solo per meglio “normalizzarli”!

Gli umani troveranno sempre più ragioni per dividersi che ragioni per unirsi!
Una nuova terribile guerra si prepara sotto i nostri occhi. Il ritmo si accelera, progressivamente, nei discorsi tenuti dai nostri leaders, come nelle parole vuote della nostra stampa.
Sempre più ragioni per giustificare un attacco all’Iran!
Le modalità sono familiari al punto che danno la nausea. Non è sorprendente che il leader impopolare dell’Iran non sia riuscito a calmare le tensioni crescenti. Tristemente, non è più visionario né più pacificatore dei nostri leaders.
Io credo che ogni speranza di pace debba ora venire, non dai dirigenti politici, ma dalla saggezza, dal cuore e dall’azione delle genti.
Da noi tutti.
Io ho cercato di presentarvi l’Iran da un’angolazione diversa da quella proposta dalla nostra stampa – con uno sguardo alle famiglie, che somigliano molto alle nostre famiglie, alle persone, il cui desiderio più profondo, proprio come il nostro, è di offrire un avvenire di pace ai propri figli.
Sono i bambini che soffrono più la guerra.
Io ho ricevuto in dono per il mio compleanno una collezione straordinaria di disegni di bambini iraniani. Ho il sentimento che i bambini riescano a esprimere, con emozione ed eloquenza, un desiderio universale di pace, di relazioni armoniose e amicali con gli Altri, in tutto il mondo, e con la preziosa Terra che noi condividiamo.
Può risultare difficile agli americani comprendere le parole di bambini, la cui lingua è poco familiare, ma forse queste immagini potrebbero parlare a tutti noi.
Vi sono Paesi che muoiono giovani o si arrestano giovani: tutto ciò che segue al loro periodo di vigore riguarda la sopravvivenza o la resurrezione.
L’Iran non si è mai ripreso dalle estenuanti fatiche delle sue avventure imperiali. E, solo ora, iniziamo a comprendere ciò che in questo Paese commuove e, a volte, sconvolge: in contatto diretto con la realtà, il peso bruto dell’oggetto, l’emozione o la sensazione forte e semplice, antica e sempre nuova, dura o dolce come la scorza o come la polpa di un frutto. Questa terra così celebrata è, meravigliosamente, immune da artifici letterari; lo stesso preziosismo di certi suoi Poeti non la tocca. Questa terra, da cui sono scaturiti tanti capolavori, non viene sentita come l’Italia, subito patria privilegiata delle arti, ma vi pulsa la vita come il sangue in un’arteria.
Poche regioni sono state più devastate dal furore delle guerre di religione, di razza e di classe; sopportiamo il ricordo di tanti furori inespiabili solo perché qui ci appaiono più nudi, più spontanei e meno ipocriti che altrove, quasi innocenti nel confessare il piacere che prova l’uomo a fare del male all’uomo.
Non vi è Paese più dominato da una religione possente, che favorisce, il più delle volte, la bigotteria e l’intolleranza, ma non vi è neppure Paese, ove si senta di più, sotto il broccato delle devozioni o sotto la pietra dei dogmi, sorgere il fervore umano. Non vi è Paese più legato, ma anche nessuno più libero, da questa rudimentale e suprema libertà fatta di privazione, di povertà, di indifferenza, del gusto di vivere e del disprezzo di morire.
Un popolo si conosce dalla sua Storia. Queste pagine dedicate alla Storia dell’Iran nascono dalla profonda gratitudine per un Uomo, il cui destino si identificò con quello del suo Paese. In balia degli eventi cercava il suo momento e il suo luogo. Cercava di affermarsi nel suo presente, appassionatamente e violentemente.
L’Iran è stato il nostro luogo di incontro.
Far conoscere il significato universale degli eventi disastrosi della sua Storia è un debito verso di Lui e verso il suo Paese.
Se tali eventi sono stati pagati, con la sofferenza, da parte di chi li ha subiti, gli insegnamenti, che se ne traggono, appartengono al mondo intero.
Colui che usurpa la libertà degli Altri è il primo a perdere la propria e a divenire schiavo.







Daniela Zini
Copyright © 27 gennaio 2012 ADZ

domenica 1 gennaio 2012

LETTERE DALL'IRAN: LETTERA DI MAJID TAVAKOLI DALLA PRIGIONE DI EVIN

LETTERE DALL’IRAN
Oggi vi propongo la traduzione della:

LETTERA DI MAJID TAVAKOLI
DALLA PRIGIONE DI EVIN






Io vorrei iniziare con l’esprimere la mia gioia, la mia gratitudine e il mio profondo rispetto alla grande Nazione iraniana. Io sono orgoglioso di essere nato in un Paese, dove il desiderio di libertà e di umanità si coniuga alle qualità essenziali di nobiltà, forza e potenza. Questo grande soffio vitale è una fonte di luce per opporsi ai padroni della tirannia, che cospirano nelle tenebre, minano ed esercitano la loro oppressione e la loro intimidazione.
Io sono passato da uno sciopero della fame all’isolamento, alla vista della compassione, della bontà d’animo e della volontà di vittoria del popolo del mio Paese, cose che mi hanno fatto riflettere sulla sofferenza e sull’amarezza di questi giorni con gioia e fierezza.
L’intensità dell’affetto e del sostegno, dimostrati dal popolo verde della mia Nazione, mi ha lasciato senza parole.
È con lacrime di gioia che mi rivolgo, umilmente, al magnifico popolo dell’Iran, lacrime di gioia, che esprimono la mia immensa gratitudine per la sua simpatia, la sua benevolenza e la sua solidarietà.
Io lo ringrazio, umilmente, per il costante desiderio di libertà, la sua umanità e per avere, ancora una volta, provato che non si abbandonano mai gli amici.
Io vorrei, ancora una volta, ringraziare tutti i prigionieri per la loro solidarietà, per parlare con una sola voce. Io voglio che sappiano che saremo, sempre, insieme per la causa. 
Io vorrei ringraziare tutti i leaders, che hanno dimostrato di essere i nobili padri e le nobili madri del Movimento Verde.
Io vorrei ringraziare tutte le donne, che hanno superato il proprio ruolo di mogli e di madri di prigionieri politici e sono divenute le combattenti degli ideali verdi della nostra Nazione, in questo momento di forte oppressione e di forte intimidazione.
Io vorrei ringraziare le nobili ragazze della Nazione, che hanno fatto versare a mia madre lacrime di gioia. Mi hanno fatto il più bel dono: conoscere cosa significhi avere delle vere sorelle.
Io vorrei ringraziare tutti i miei fratelli, i fieri ragazzi della mia Nazione, che hanno provato, a testa alta, che erano tutti dei Majid e che Majid non sarà mai solo.
Io non riuscirò mai a esprimere, a pieno, la mia gratitudine agli studenti della mia Nazione. Io vorrei ringraziarli di nuovo e sarò, sempre, loro riconoscente per il loro buon cuore e il loro sostegno.
Io vorrei, anche, ringraziare il personale di sicurezza e dell’amministrazione della prigione e dell’ospedale per l’appoggio e la benevolenza, che mi hanno testimoniato. Io li ringrazio di aver voltato le spalle a quanti hanno abbandonato ogni umanità e sono più che mai decisi a impartire lezioni, passando anche sopra i diritti di ogni prigioniero.
Infine, e questo non è meno importante, io vorrei ringraziare la mia famiglia e, in particolare, mia madre e mio padre, che sono stati i miei modelli verdi e mi hanno insegnato, fin da bambino, l’importanza della forza, del coraggio e della sincerità e continuano a farlo, ancora oggi.
In verità, il mese di giugno si dovrebbe chiamare il mese del popolo.
Io vorrei poter guardare questa sciagura come una grande vittoria, una vittoria della solidarietà e della simpatia, testimoniate dal popolo. Una vittoria dei media attivi e della diffusione efficace delle informazioni, una vittoria delle persone che, mettendo da parte i propri dolori e le proprie difficoltà, si ricordano degli altri, parlano con una sola voce e, infine, una vittoria dei media, che non si sono lasciati intimidire dalla feroce censura a 360 gradi.
Io sono lieto che i difensori dei diritti umani abbiano fatto sentire le grida della Nazione iraniana, che chiede giustizia al mondo intero e alle istituzioni internazionali.
Io sono riconoscente e felice di sapere che tutte le più piccole informazioni, quali il mio trasferimento dalla sezione comune all’isolamento, il mio sciopero della fame, il peggioramento della mia salute, la mia emorragia interna, il mio trasferimento all’ospedale Taleqani, il mio ritorno a Evin, e così via… siano state diffuse velocemente, a dimostrazione che i muri di censura, intorno a noi, stanno crollando. Tutto questo prova, sempre di più, la grandezza dei media liberi e indipendenti e dei giornali, che cercano la libertà, i messaggeri della mia Nazione.
Questa vittoria, questa solidarietà sono state una lezione per il nostro futuro. Ci hanno insegnato che, se vi è volontà, e questa volontà è condivisa da tutti, allora vi è la vittoria.
La tirannia non può, sempre, nascondere il proprio vero volto. Una buona volta, arretrerà davanti alla pressione delle esigenze e dei desideri del popolo.  
Io vorrei, ancora, esprimere la mia gratitudine e felicitarmi con il popolo verde della mia Nazione.

Prigione di Evin, Sala 3 Sezione 7, 9 khordad 1389 (30 maggio 2010)


Majid Tavakoli

Traduzione di Daniela Zini
Copyright © 1 gennaio 2012 ADZ















domenica 20 novembre 2011

LETTERE DALL'IRAN: LETTERA APERTA AD AHMAD SHAHID RELATORE SPECIALE DELL'ONU SUI DIRITTI UMANI IN IRAN


LETTERE DALL’IRAN
Oggi vi propongo la traduzione della:

LETTERA APERTA AD AHMAD SHAHID, RELATORE SPECIALE DELL’ONU SUI DIRITTI UMANI IN IRAN


Onorevole Ahmad Shahid,

Noi la salutiamo rispettosamente.

Noi ci felicitiamo con lei per la sua nomina a Relatore Speciale dell’ONU, incaricato di investigare sulla Repubblica Islamica dell’Iran.
Fino a oggi, noi siamo rimasti molto delusi dalla mancanza di attenzione portata alle violazioni dei diritti fondamentali in nome della costituzione iraniana e della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, alle quali la Repubblica Islamica dell’Iran è tenuta a uniformarsi.
Siamo delusi che non sia stato accordato all’Iran uno status particolare che richieda una sorveglianza continua delle organizzazioni internazionali in ragione delle sue sistematiche violazioni dei diritti umani.
Noi siamo dei prigionieri politici e dei prigionieri di coscienza, detenuti nella prigione di Rajai Shahr: noi siamo giornalisti, scrittori, studenti, sindacalisti e militanti dei diritti umani. Noi sappiamo perché siamo stati arrestati: è per le nostre attività durante le elezioni presidenziali del 12 giugno 2009, che si supponevano essere democratiche. Le nostre attività erano conformi alla Dichiarazione dei Diritti Umani e alle Risoluzioni delle Nazioni Unite, alle quali il regime iraniano è tenuto a uniformarsi. Sfortunatamente i leaders politici e i funzionari della sicurezza e della giustizia dell’Iran pretendono che le nostre attività siano sovversive e considerano quelli che li hanno condotte antirivoluzionari. È così che ci hanno arrestati, brutalmente interrogati e sottoposti a dure pressioni psicologiche e fisiche. Il regime ha condotto e continua a condurre vergognosi processi ingiusti che sono illegali e, per la maggior parte, senza un avvocato. Il risultato è che, particolarmente negli ultimi due anni, lunghe pene detentive sono state comminate, i prigionieri sono stati esiliati in prigioni, la cui condizione è al di sotto della norma, e sono stati sottoposti a restrizioni inumane. Il trattamento dei prigionieri e delle loro famiglie è stato brutale e contrario all’Islam.
Noi attribuiamo il giusto valore alla sua nomina in seno al Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani e attendiamo, con ansia, un suo viaggio in Iran per investigare sulle prigioni della Repubblica Islamica, visitare i prigionieri politici, i prigionieri di coscienza e le loro famiglie e rendersi conto del grado di crudeltà imposto al nostro Paese.
Noi la ringraziamo.    

Rasul Badaghi, Massud Bastani, Issa Saharkhiz, Ali Ajami, Keyvan Samini, Heshmatollah Tabarzadi

  Traduzione di Daniela Zini
Copyright © 20 novembre 2011 ADZ





 

martedì 27 settembre 2011

MONSANTO II. MONSANTO IN INDIA, DAL COTONE TRANSGENICO ALL'ONDATA DI SUICIDI

DA UTILIZZARE AMPIAMENTE
DA DIFFONDERE LARGAMENTE

“Sulla terra vi è abbastanza per soddisfare i bisogni di tutti, ma non per l’ingordigia di pochi.”
Mohandas Karamchand Gandhi (1869-1948)

Al piccolo Satish e ai nostri ragazzi, nostro avvenire  
Noi diciamo molto spesso che l’avvenire è nelle mani dei nostri ragazzi. Ma, nell’attesa che divengano grandi, è nelle mani degli adulti che riposa la responsabilità di proteggerli, tutelarli e aiutarli a schiudersi perché possano, a loro volta, contribuire a fare evolvere la nostra società.


In India, dal 1991, circa 20 milioni di contadini hanno lasciato la campagna per andare a riempire le bidonvilles delle grandi metropoli. Ma questo dato agghiacciante non è nulla al confronto dell’incontrollabile ondata di suicidi, che devasta l’ambiente rurale, toccato dal disastro del cotone BT.
250mila agricoltori indiani si sono suicidati, negli ultimi sedici anni, come dire, in media, un suicidio ogni mezz’ora. Le vedove si sono unite in una associazione e reclamano il divieto delle sementi. Accusano la MONSANTO di profittare della ingenuità e della mancanza di istruzione della massa dei coltivatori.
Il settore agricolo indiano è divenuto più vulnerabile ai mercati mondiali a causa della liberalizzazione dell’economia. Le riforme, nel Paese, hanno incluso la soppressione delle sovvenzioni agricole e l’apertura dell’agricoltura indiana al mercato mondiale. Queste riforme hanno aumentato i costi, riducendo le rese e i profitti di molti agricoltori.
Di conseguenza, i piccoli produttori sono, sovente, presi in un ciclo infernale di debiti insormontabili, che induce molti a mettere fine ai propri giorni, per semplice disperazione. Il tasso di suicidi più elevato è quello dei coltivatori del cotone. Come per altre colture, l’industria del cotone è, sempre, più dominata dalle multinazionali straniere, che tendono a promuovere le colture di cotone geneticamente modificate e controllano, sovente, il costo, la qualità e la quantità dei semi disponibili.  
Dal 2004, il Partito del Congresso è al potere. È stato eletto, poi, rieletto, grazie ai voti dei contadini. Ma evidentemente, la lobby agroindustriale è più forte di un bulletin de vote.


Lo scorso 11 agosto, la India’s National Biodiversity Authority (NBA) annunciava di avere avviato un’azione giudiziaria contro l’impresa americana MONSANTO “per aver sfruttato e utilizzato varietà locali di melanzana senza la preventiva autorizzazione delle autorità competenti”.
È la prima volta, in India, che una società viene perseguita per atti di “biopirateria”(1), una infrazione passibile di tre anni di carcere.
Sei anni fa, esattamente il 18 luglio 2005, mentre tutti gli occhi erano puntati sull'accordo nucleare, negoziato tra Washington e New Delhi, il Primo Ministro indiano Manmohan Singh e il Presidente americano George W. Bush, ne concludevano un altro, le cui conseguenze mondiali sarebbero state, potenzialmente, altrettanto importanti: un’iniziativa conoscitiva USA-India sull’agricoltura per la promozione dell’insegnamento, della ricerca, dei servizi e dei legami commerciali.
In tali condizioni diviene molto difficile individuare la linea di demarcazione tra interessi privati e interessi pubblici.
L’Aral Sea Basin Programme II (ABSP II) prevedeva l’immissione sul mercato della melanzana BT, nel 2007.
La melanzana BT è l’esempio perfetto del modello di partenariato pubblico-privato. Il progetto parte dal Governo americano, attraverso un programma finanziato dall’United States Agency for International Development (USAID) e condotto dall’Università di Cornell, chiamato Programma di Sostegno alla Biotecnologia in Agricoltura o ANSP II. Tra i partners si trova la MONSANTO, il suo avatar indiano, MAHYCO – che avrebbe fornito ai partners del progetto le licenze dei geni BT brevettati dalla MONSANTO –, il Tamil Nadu Agricoltural University (TNAU), l’University of Agricultural Sciences (UAS) di Dharwad e l’Indian Institute of Vegetable Research (IIVR) di Varasani. Il progetto include anche il Bangladesh, dove il Bangladesh Agricultural Research Institute (BARI) e l’University of Philippines Las Baños (UPLB) hanno condotto esperimenti nel quadro di protocolli di accordo (MOU) con MAHYCO.
L’USAID è “un organismo governativo federale indipendente che riceve l’insieme delle sue direttive in materia di politica estera dal Segretario di Stato”. La promozione degli OGM fa, ufficialmente, parte delle sue attribuzioni, uno dei suoi ruoli è di “integrare gli OGM nei sistemi alimentari locali”, affidando il compito ai giganti dell'agroalimentare e alle loro filiali.
Una decina di varietà esistenti nelle regioni del Karnataka e del Tamil Nadu, tra le 2.500 che conta il Paese, sono state utilizzate per mettere a punto questa prima melanzana geneticamente modificata, destinata a essere commercializzata in India. Contrariamente a quanto esige la legge sulla biodiversità, votata nel 2002, nessuna autorizzazione era stata avanzata per utilizzare le varietà locali. Gli agricoltori, in particolare, avrebbero dovuto essere consultati per una eventuale partecipazione agli utili derivanti dalla commercializzazione della melanzana, secondo quanto prevede il protocollo internazionale di Nagoya, adottato in occasione della Conferenza Mondiale sulla Biodiversità, nell'ottobre del 2010, che sancisce il principio dell'accesso e della ripartizione dei benefici (Access and Benefits-Sharing, ABS) per l'utilizzo delle risorse genetiche.

“La MONSANTO era perfettamente al corrente della legislazione e l’ha deliberatamente infranta.”,

sostiene Leo Saldanha, direttore dell’Environnement Support Group (ESG), che si è rivolto all’India’s National Biodiversity Authority (NBA) per dirimere questo caso di biopirateria.
Secondo il settimanale India Today, la MONSANTO avrebbe respinto ogni responsabilità, accusando i suoi partners indiani di non aver chiesto le autorizzazioni necessarie.
La MAHYCO, di cui la MONSANTO detiene il 26% delle quote, sostiene che la melanzana transgenica sia stata sviluppata dall’University of Agricultural Sciences (UAS) di Dharwad e che la società si sarebbe limitata a fornire il gene di trasformazione.
La melanzana, molto presente nel vasto panorama alimentare indiano, è, anche, oggetto di offerta votiva, in India. Nel tempio di Udupi (Karnataka), nel Sud del Paese, i fedeli di Krishna si sono, fortemente, opposti alla commercializzazione della melanzana BT, per timore di incorrere nella collera della loro divinità, offrendole ortaggi impuri.
L’accusa di biopirateria è un ulteriore colpo duro per la MONSANTO e rischia di frenare lo sviluppo delle sue attività in India.
Nel febbraio del 2010, mentre la questione del mais MON 810 tornava davanti alla Commissione Europea, il Ministro indiano dell’Ambiente, Jairam Ramesh, contro ogni aspettativa – il 16 ottobre 2009, il Genetic Engineering Approval Committee (GEAC) aveva emesso un parere favorevole alla commercializzazione della melanzana BT – decretava una moratoria (prorogata a tutto il 2011) sulla commercializzazione delle melanzane geneticamente modificate.
Nel suo comunicato stampa del 9 febbraio 2010, Ramesh parla di trasparenza, di riflessione e, soprattutto, di prudenza nelle scelte da fare:

“Quando non vi è chiaro consenso nella stessa comunità scientifica, esiste una forte opposizione in seno ai Governi dei diversi Stati, i responsabili della società civile pongono sempre più domande serie senza ricevere risposte soddisfacenti, l’opinione pubblica rifiuta la melanzana BT (…) e non vi è alcuna urgenza nell’immetterla sul mercato, è mio dovere adottare il principio di precauzione e imporre una moratoria.”

Una decisione che non rattristava, certo, l’ex-direttore generale delle operazioni in India per la MONSANTO, l’ottantaquattrenne Tiruvadi Jagadisan, che ha accusato la società di aver sottoposto “dati scientifici falsificati” agli organi governativi per ottenere le autorizzazioni di commercializzazione dei suoi prodotti sul territorio indiano.
L’India, che conta il 7,8% delle specie animali e vegetali del pianeta su solo il 2, 5% delle terre emerse, è molto esposta ai rischi di biopirateria. L’attenzione  è, particolarmente, alta da quando, nel 1997, gli agricoltori del Nord del Paese protestarono, violentemente, contro la società americana RiceTec per aver brevettato, con la denominazione “Kasmati”, una varietà di riso Basmati prodotta negli Stati Uniti. Nel maggio del 2001, l’Ufficio Brevetti americano respingeva l’istanza della RiceTech; se l’avesse accolta, la concessione del brevetto statunitense avrebbe significato non solo la fine delle esportazioni di riso indiano verso l’America, ma anche l’obbligo da parte dei coltivatori indiani di pagare i diritti di proprietà intellettuale su una delle loro colture ancestrali.
La moratoria rappresenta, dunque, una vittoria della società civile indiana. Ma questo non significa che il Paese volterà le spalle agli OGM alimentari.
Solo la coltura del cotone geneticamente modificato è, attualmente, autorizzata in India e ha portato la Nazione al rango di secondo produttore mondiale, davanti agli Stati Uniti e subito dopo la Cina.
Ma queste nuove sementi, costose, sono accusate di danneggiare i produttori più fragili.
Uno studio condotto sulle colture di cotone BT, nello Stato del Gujarat, nell’Ovest dell’India, rivelava che queste colture non resistevano più agli attacchi del verme della capsula del cotone contro il quale il cotone BT era stato, inizialmente, concepito.
La MONSANTO aveva sostenuto fino ad allora che “non vi erano mai stati casi di calo di rese delle colture di cotone o dei cereali BT attribuibili alla resistenza di un insetto.”
Era cosa fatta!
Tra il 60% e il 75% della popolazione indiana, che conta più di un miliardo di abitanti, vive di agricoltura, che rappresenta un quarto del PIL indiano.
Il miracolo tecnologico del cotone geneticamente modificato, in India, non vi è stato.
Vi è stato, al contrario, un vero disastro che si è dipanato in meno di un decennio.
Non ve ne è che uno, alla fin fine, che non abbia creduto al miracolo ed è il verme della capsula del cotone. Lui, ha sviluppato, così rapidamente, una resistenza da chiedersi se sia stato, mai, toccato dal pesticida secreto dalla pianta.
E, infine, il cotone BT non rende più di qualsiasi altro seme di cotone.
Per bloccare il calo inevitabile di resa, si era dovuto, dunque, passare, a un uso massivo di pesticidi, aumentando la fattura di almeno il 30%. 
Senza contare che questa bella pianta ha visto aumentare il suo prezzo incessantemente.
Senza contare, naturalmente, che, come ogni pianta geneticamente modificata, questo grazioso fiore è sterile e, dunque, ogni stagione, bisogna riacquistare le sementi.
Senza contare, infine, che questa dolcezza della natura ama l’acqua e il  nutrimento più del cotone ordinario: la terra si impoverisce e si dissecca e il mantenimento delle rese passa per l’arricchimento artificiale e l’irrigazione... tutto ciò costa caro e l’acqua è una derrata fragile, soprattutto se il cielo “si mette di mezzo”.
Ed è ciò che è accaduto, nel 2009, con una stagione del monsone la più debole da trentasette anni.
In mancanza di acqua in quantità sufficiente, le rese sono calate irrimediabilmente. I contadini, già molto indebitati, non hanno, dunque, guadagnato denaro, nel 2009, in un Paese che vantava, in quel momento, una crescita del 7% (è la decima potenza economica mondiale).
Non vi è alcun dubbio che il cotone BT sia stato un successo commerciale per la MONSANTO.
Ma, tecnicamente, è stato un échec completo.
E umanamente, il risultato è stato un vero dramma.
Nel 2009, un suicidio collettivo ha coinvolto 1.500 persone, che, senza alcuna via di uscita di fronte al fallimento completo che li toccava, non avevano più la forza di battersi e decidevano insieme di darsi la morte. Questa ondata di suicidi toccava, più particolarmente, tre regioni del Sud dell’India, la Maharashtra, il Kamataka et l’Andhra Pradesh.
Insediatasi in India, dal 1949, la MONSANTO rappresenta uno dei primi fornitori di prodotti fitosanitari, diserbanti e, soprattutto, pesticidi, che costituiscono un mercato importante, perché il cotone è, particolarmente, vulnerabile a una miriade di distruttori, quali il verme della capsula del cotone, l’antonomio, la cocciniglia, il ragno rosso, il bruco spinoso e il pidocchio.
Con l’avvento della “rivoluzione verde”, nella metà degli anni 1960, l’India aveva incoraggiato la monocoltura intensiva del cotone con varietà ibride di alto rendimento, che esigevano il ricorso a fertilizzanti chimici e l’uso massivo di pesticidi. E, l’uso intensivo di pesticidi aveva indotto un fenomeno ben conosciuto agli entomologi: lo sviluppo di forme di resistenza negli insetti ai prodotti impiegati per distruggerli. Risultato: per combattere i parassiti, i contadini avevano dovuto rincarare le dosi e ricorrere a molecole sempre più tossiche. Ed è a tal punto vero che, in India, dove la coltura del cotone non rappresenta che il 5% delle terre coltivate, questa conta, da sola, il 55% dei pesticidi utilizzati. Questo più ragguardevole ricorso ai prodotti chimici aveva aumentato i costi di produzione e costretto i contadini a indebitarsi sempre più. 
Dalla metà degli anni 1980, l’India ha accettato di aprire, totalmente, il suo mercato, in contropartita all’aiuto del Fondo Monetario Internazionale. Il mondo rurale, che rappresenta i 2/3 della popolazione, è, allora, divenuto un vasto laboratorio di sperimentazione in campo agricolo. Da allora, i contadini si sono consegnati mani e piedi ai piazzisti di sementi magiche: le rese dovevano essere eccezionali e gli insetti e i parassiti ordinati nei cassetti della storia.
Ma per toccare il Graal, si doveva sborsare per la stessa quantità di sementi fino a dieci volte di più.
Il prezzo della gloria.
E i contadini si sono fortemente indebitati.
Senonché le sementi di cotone BT si sono ammalate, infestate dal vorace verme della capsula del cotone.
Le società si erano, proprio, dimenticate di precisare che le piante non erano resistenti alle malattie locali e che si dovevano, dunque, spargere tonnellate di pesticidi in più.
Avevano, anche, omesso di indicare che le varietà in questione bevevano il doppio di acqua e danneggiavano il suolo molto velocemente.
Gli agricoltori si sono ritrovati a secco, paralizzati dai loro debiti e senza soldi per acquistare le sementi per l’anno seguente, perché le piante OGM – dotate di una tecnologia rivoluzionaria, affettuosamente, chiamata Terminator – sono state ideate perché i semi non possano ripiantarsi.
Di qui nuovi debiti... 
A questo si deve aggiungere la caduta dei corsi del cotone, negli anni 1990, che era passato da 98, 2 dollari a tonnellata, nel 1995, a 49,1, nel 2001, in particolare a causa della politica di sovvenzione americana (2). Questo calo dei corsi aveva finito per mettere in ginocchio i contadini, già indebitati, e innescato la prima ondata di suicidi, alla fine degli anni 1990.  
Oggi, l’introduzione di sementi geneticamente modificate è considerata come una seconda “rivoluzione verde” o “rivoluzione genetica” dagli osservatori indiani.
I negoziati per le licenze di utilizzazione della tecnologia BT tra la MONSANTO e la Maharashtra Hybrid Seeds Co. Ltd (MAHYCO) risalgono al 1993.
Con l’accordo del governo, la prima varietà di cotone BT – la US Cocker-312 – fu importata in India, nel 1996, e incrociata con le migliori varietà indiane, mediante back-cross, per produrre varietà di cotone BT, contenenti il gene Cry1Ac, adattate localmente.
Nell’aprile del 1998, la società di Saint-Louis acquistava il 26% delle quote della MAHYCO e creava con la sua partner indiana una fifty-fifty joint venture, la MAHYCO MONSANTO BIOTECH (MMB), destinata alla commercializzazione delle future sementi transgeniche di cotone. Contemporaneamente, il governo indiano autorizzava la multinazionale a condurre i primi esperimenti in campo di cotone BT.

“Questa decisione è stata presa fuori di ogni quadro legale.”,
denuncia Vandana Shiva, che ha ricevuto, nel 1993, il Right Livelihood  Award, per il suo impegno in favore dell’ecologia e contro l’influenza delle multinazionali agrochimiche nell’agricoltura indiana.

 “Nel 1999,”,

spiega,

“la mia organizzazione (2) ha depositato un ricorso presso la Corte Suprema per denunciare l’illegalità degli esperimenti realizzati da MAHYCO MONSANTO. Nel luglio del 2000, allorché la nostra richiesta non era stata, ancora, esaminata, questi esperimenti sono stati autorizzati su più vasta scala, vale a dire su una quarantina di siti, ripartiti in sei Stati, ma i risultati non sono mai stati comunicati, perché ci è stato detto che erano confidenziali. Il Genetic Engineering Approval Committee (GEAC) aveva domandato che fosse testata la sicurezza alimentare dei semi di cotone BT, utilizzati come foraggio per mucche e bufali, e che possono, dunque, alterare la qualità del latte, come quella dell’olio di cotone, che serve alla consumazione umana, ma questo non è, mai, stato fatto. In pochi anni, la MONSANTO ha realizzato un vero hold-up sul cotone indiano, con la complicità delle autorità governative, che hanno aperto la porta agli OGM, incuranti del principio di precauzione che l’India aveva, pur sempre, difeso.”

Il 20 febbraio 2002, l’India autorizza la piantagione di sementi di cotone modificate. La semente miracolo si chiama cotone BT ed è prodotta dalla MONSANTO. Seppure più costoso del seme classico, il cotone BT ha di che sedurre: la MONSANTO promette niente di meno che il triplo delle rese. Se si economizza sull’insetticida, l’investimento importante di partenza sarà recuperato e anche superato senza preoccupazione. Di qui, gli agricoltori indiani investono al massimo, si indebitano, se occorre, e in qualche anno, è il 90% delle superfici cotoniere del Paese a essere coperto di cotone magico.
Nel 2006, il Ministero dell’Agricoltura indiano dà l’allarme: la metà delle famiglie contadine è indebitata.
Questa pianta simbolica del mondo agricolo indiano è coltivata da più di 5mila anni e dà di che vivere a più di 17 milioni di famiglie, principalmente, negli Stati del Sud, Maharashtra, Gujerat, Tamil Nadu e Andhra Pradesh.
Nell’ottobre del 2008, un rapporto pubblicato dall’International Food Policy Research Institute (IFPRI), aveva fornito la prova che la causa del suicidio degli agricoltori, in India, fosse dovuta a diverse cause e che l’immissione del cotone BT sul mercato agricolo indiano non avesse avuto alcuna incidenza significativa su questi casi di suicidio. Questo rapporto tendeva a dimostrare che i suicidi fossero stati anteriori all’introduzione di questo cotone transgenico, nel 2002, e che il tasso di suicidi fosse abbastanza costante dal 1997. Concretamente, l’IFPRI non vedeva alcun legame tra il tasso di suicidio e lo sviluppo di cotone transgenico, mentre queste sementi erano vendute fino a cinque volte il prezzo pagato per il loro equivalente non OGM. Sulla carta, l’International Food Policy Research Institute (IFPRI) è una organizzazione che cerca soluzioni durevoli per eliminare la fame e la povertà nel mondo. L’IFPRI è uno dei quindici centri sostenuti dal Consultative Group on International Agricultural Research (CGIAR), la cui missione è di coordinare i programmi di ricerca agricola internazionale, allo scopo di ridurre la povertà e di assicurare la sicurezza alimentare nei Paesi in via di sviluppo, attraverso la ricerca agricola. Il CGIAR costituisce una alleanza di sessantaquattro membri, Governi, fondazioni private (The Rockfeller Foundation, MONSANTO) e organizzazioni internazionali e regionali. I dubbi sulla credibilità dei rapporti dell’IFRPI, si volgono verso i membri e gli sponsors dell’IFPRI, per i quali gli interessi diretti o indiretti delle multinazionali, quali la MONSANTO, sarebbero relativamente importanti.
Secondo il professor M.D. Nanjundaswamy, presidente del Karnataka Rajya Raitha Sangh (KRRS) (4), tutto sarebbe iniziato da una menzogna della MONSANTO. Il gigante dell’agroalimentare avrebbe cercato di testare la qualità di nuovi semi transgenici del cotone BT nell’ambiente indiano e avrebbe profittato della ingenuità di circa 10mila contadini, millantando un migliore raccolto.
Dopo aver tentato di far ricadere la responsabilità sui contadini indiani per aver mal utilizzato il suo prodotto, la MONSANTO doveva riconoscere l’inefficacia della sua semente. Di fronte allo scandalo e alle pressioni dei diversi movimenti, l’11 marzo 2010, la MONSANTO ammetteva, pubblicamente, che gli insetti avevano sviluppato una resistenza all’insetticida secreto da questa pianta geneticamente modificata e ritirava dal mercato i suoi semi B-Terminator.
Ma, molto prima, Greenpeace aveva, già, denunciato i rischi di resistenza che potevano sviluppare gli insetti. E non solo nei confronti del cotone BT, ma anche nei confronti delle numerose varietà di OGM, quali il mais MON 810.
Ma la MONSANTO aveva la soluzione!
Gli agricoltori dovevano passare alla seconda generazione di cotone BT, Bollguard II.
L’ammissione da parte della MONSANTO dell’inefficacia del cotone transgenico BT rientrava in una strategia di affari?
La società americana è ben disponibile a fornire soluzioni sempre più onerose ai suoi clienti.  
Per tutti coloro che sono morti, per tutti coloro che sono partiti per crepare nel fango delle bidonvilles e per tutti coloro che tentano ancora di sopravvivere, indebitandosi per acquistare un seme dalle rese misere, non cambia nulla.
Nell'ambito del tour asiatico alla conquista di nuovi mercati per i beni prodotti in America, la visita di tre giorni, in India, di Barack Obama, conclusasi l’8 novembre 2010, intendeva, essenzialmente, rafforzare le relazioni commerciali e la cooperazione nell'antiterrorismo tra i due Paesi, (http://www.bbc.co.uk/news/world-south-asia-11711007,
http://www.ibtimes.com/articles/79899/20101108/full-text-obamas-address-to-indian-parliament-on-nov8-2010.htm). Washington ha messo, da tempo, gli OGM, venduti dalla MONSANTO, al centro della sua politica economica estera. In un consesso di uomini di affari indiani e americani, Barack Obama avrebbe dichiarato:

“Gli Stati Uniti vedono l’Asia, particolarmente l’India, come il mercato dell’avvenire.”

Ma non saranno, certo, i maneggi di imprese, quali la MONSANTO, a facilitare il compito al Governo degli Stati Uniti!
In questi ultimi dieci anni, gli scambi commerciali tra India e Stati Uniti si sono triplicati, hanno raggiunto i 36,6 miliardi di dollari, nel 2010. Ma, allo stesso tempo, gli Stati Uniti sono passati dal ruolo di primo partner commerciale dell’India a quello di terzo.
Questa storia non è che un esempio nauseante, rivoltante, straziante.
Questa storia non è che un esempio, tra un numero incommensurabile di tanti altri, del valore che il capitalismo dà alla vita umana, del valore che dà alla salvaguardia e allo sviluppo delle nostre risorse.
Questa storia non è che una chiara illustrazione di come il capitalismo manipoli la natura al solo fine di trarre profitti.
È chiaro che questa semente è stata messa sul mercato senza disporre delle garanzie sufficienti sulla sua efficacia. Quello che contava, innanzitutto, era  venderla, e per questo, la promessa di rese superiori era sufficiente.
Le miserie umane, le devastazioni sulla natura non compromettono, infine, che l’avvenire commerciale del prodotto; ciò che è stato incassato resta nelle casse.
È la logica di un sistema che vive, giorno per giorno, e accumula le sue ricchezze distruggendo sempre più risorse.
Compresa la vita umana.
Non è solo il processo alla MONSANTO che conviene fare, ma quello al capitalismo.
È lui il vero colpevole.


Note:
(1) La biopirateria può essere definita come il modo in cui le multinazionali traggono vantaggio dalle risorse genetiche e dalle conoscenze tradizionali dei Paesi in via di sviluppo.
(2) Le sovvenzioni accordate agli agricoltori americani si elevano a 18 miliardi di dollari, nel 2006 (v. Fawzan Husain, “On India’s farms, a plague of suicide”, New York Times, 19 septembre 2006).
 (3) Il Research Foundation for Science, Technology and Natural Resource Policy è un istituto di ricerca, dedito, dal 1982, ad affrontare le più importanti questioni ecologiche e sociali dei nostri giorni, in stretta collaborazione con le comunità locali ed i movimenti sociali.
(4) Associazione dei Contadini dello Stato del Karnataka.


Copyright © 25 settembre 2011 ADZ
Daniela Zini