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lunedì 18 giugno 2012

IRAN IL PAESE DELLE ROSE VIII. Faida greco-persiana: Europa e il mito dell’Occidente



“Viaggiare è il più personale dei piaceri. […]”
con questa frase Vita Sackville-West introduce i suoi ricordi di viaggio in Persia.

IRAN
il paese delle rose

“[…]
Hame-ye alam tanast va Iran del
Nist qaviyande zin qiyas khejel
[…]”
Nezami Ganjavi, Haft peykar

VIII. Faida greco-persiana:
Europa e il mito dell’Occidente
“Eppure, in questa tragica vigilia non esiste altra salvezza. Non esiste, per la sinistra europea, altra politica estera. Stati Uniti d’Europa. Assemblea europea. Il resto è “ flatus vocis”, il resto è catastrofe.
Carlo Rosselli [1899-1937], 1935


Sam Drukker

Non bene conveniunt nec in una sede morantur
maiestas et amor; sceptri gravitate relicta
ille pater rectorque deum, cui dextra trisulcis
ignibus armata est, qui nutu concutit orbem,
induitur faciem tauri mixtusque iuvencis
mugit et in teneris formosus obambulat herbis.
Quippe color nivis est, quam nec vestigia duri
calcavere pedis nec solvit aquaticus auster.
Colla toris exstant, armis palearia pendent,
cornua vara quidem, sed quae contendere possis
facta manu, puraque magis perlucida gemma.
Nullae in fronte minae, nec formidabile lumen:
pacem vultus habet. Miratur Agenore nata,
quod tam formosus, quod proelia nulla minetur;
sed quamvis mitem metuit contingere primo,
mox adit et flores ad candida porrigit ora.
Gaudet amans et, dum veniat sperata voluptas,
oscula dat manibus; vix iam, vix cetera differt;
et nunc adludit viridique exsultat in herba,
nunc latus in fulvis niveum deponit harenis;
paulatimque metu dempto modo pectora praebet
virginea plaudenda manu, modo cornua sertis
inpedienda novis; ausa est quoque regia virgo
nescia, quem premeret, tergo considere tauri,
cum deus a terra siccoque a litore sensim
falsa pedum primis vestigia ponit in undis;
inde abit ulterius mediique per aequora ponti
fert praedam: pavet haec litusque ablata relictum
respicit et dextra cornum tenet, altera dorso
inposita est; tremulae sinuantur flamine vestes.
Publius Ovidius Naso [43 a.C.-18 d.C.], Metamorphoseon,  II

à mon Amie Margherita Paolini
Les Amitiés d’esprit se font par chaînes et rencontres, comme les Amitiés de cœur. Un Ami admiré nous fait connaître ses Amis, et ceux-ci nous plaisent par des traits qui sont aussi les siens. C’est par un Ami admiré que j’ai connu Margherita.

Come il Dio della Bibbia, nel momento della creazione, il geografo è obbligato a dare un nome a ciò che descrive: la toponimia, costruzione umana, è, di conseguenza, carica di motivazioni umane.
“Ut omnis natura in caelum et terram divisa est, sic caeli regionibus terra in Asiam et Europam. Asia enim iacet ad meridiem et austrum, Europa ad septemtriones et aquilonem. Asia dicta ab nympha, a qua et Iapeto traditur Prometheus. Europa ab Europa Agenoris, quam ex Phoenice, Manlius scribit taurum exportasse, quorum egregiam imaginem ex aere Pythagoras Tarenti.
Europae loca multae incolunt nationes. Ea fere nominata aut translaticio nomine ab hominibus ut Sabini et Lucani, aut declinato ab hominibus, ut Apulia et Latium, aut utrumque, ut Etruria et Tusci. Qua regnum fuit Latini, universus ager dictus Latius, particulatim oppidis cognominatus, ut a Praeneste Praenestinus, ab Aricia Aricinus.”
 M. Terentius Varro [116 a.C.-27 a.C.], De Lingua Latina, V
Il termine Europa è stato  utilizzato dai geografi per designare l’insieme delle penisole, delle montagne e delle pianure, all’estremità occidentale del continente euro-asiatico. In tale modo, sono stati gli stessi geografi a sollevare uno dei grandi problemi relativi alla definizione di Europa.
Se a Nord, a Ovest e a Sud il mare costituisce il confine naturale del continente qual è il confine a Est?
Le steppe dell’attuale Russia, la terra degli sciti nell’Antichità, il Bosforo e gli altipiani, che separano l’Anatolia dalle valli dell’Eufrate e del Tigri, sono zone indefinite, in cui l’Europa emerge dall’Asia.
Perché e come l’Europa, confusa con l’Occidente, da semplice nozione geografica, è divenuta il principio organizzatore della più corrente visione del mondo?
Perché e come questo termine Europa può essere, al tempo stesso, vettore di sentimenti di alterità odiosa e portatore di speranze umaniste?
È, forse, la più straordinaria parabola della storia mondiale quella che ha visto il passaggio dalla guerra fredda e dalla contrapposizione nucleare dei blocchi alla distensione tra Est e Ovest, all’emancipazione dell’Europa Orientale e, poi, alla decomposizione dell’ordine mondiale per l’insorgenza di nazionalismi e di fanatismi tribali, che impongono, ormai, la scadenza, sia pure in prospettiva, di un “governo mondiale dell’Umanità.” 
La Guerra del Golfo, nell’inverno del 1991, ha segnato il punto di spartiacque tra due epoche: gli anni della svolta mondiale e gli anni della frantumazione mondiale. Con una regola nuova e inquietante: quanto si sviluppava l’asse distensivo tra Est e Ovest, tanto si accentuava la contrapposizione aspra e impietosa tra Nord e Sud del mondo. Così, nel pianeta, si delineava una intesa tra le superpotenze, che consisteva nella riduzione delle armi nucleari e, tendenzialmente, un disarmo bilanciato, comprensivo anche delle armi convenzionali, che investiva gli arsenali di Washington e di Mosca, che toccava il destino del Patto di Varsavia e anche del Patto Atlantico. E, dall’altra parte, una accresciuta situazione di ingovernabilità dei conflitti regionali.
Il caso dell’Iraq dimostra che, nelle varie regioni del mondo, non interessate alla linea Est-Ovest, le superpotenze – una volta avviate a collaborare – contino meno di quanto contassero quando erano diverse. Quando erano divise e contrapposte, America e Unione Sovietica riuscivano a rappresentare ognuna una garanzia in un’area. Vi erano i Paesi dominati dal Comunismo e i Paesi dominati dagli Stati Uniti. In un certo modo, esisteva un bilanciamento. Il tramonto di quell’equilibrio del terrore ha scaricato sulle Nazioni Unite il compito fondamentale di garantire l’ordine mondiale, riproposto quella che era considerata l’utopia del “governo mondiale dell’Umanità”.

di
Daniela Zini



  1. Che cos’è l’Europa? Un oggetto reale, una entità storica e geografica, chiaramente identificata, o un mito, una costruzione puramente immaginaria, atemporale, destinata a spiegare e a rafforzare il legame sociale?
“Nessuna scienza è affare di filosofi più della geografia.”
Strabone [58 a.C. ca.-21/25 a.C. ], Geografia, I, 1, 1
La costruzione comunitaria costituisce un fenomeno politico senza precedenti. Il progetto di una cooperazione o di una unione tra i Paesi europei non è certo una idea nuova, perché la nozione di Europa e di Stato europeo si ritrova in filosofi quali Immanuel Kant [1724-1804] e Georg Wilhelm Friedrich Hegel [1770-1831]. La integrazione comunitaria rappresenta, tuttavia, un caso singolare, sia per la natura dei legami, che uniscono i suoi membri, sia per la importanza che assume sulla scena internazionale. Sovente percepita come un apparato tecnocratico e distante, l’Unione Europea è oggetto di una relativa disaffezione da parte delle popolazioni degli Stati Membri, che denunciano una mancanza di apertura e di partecipazione cittadina al suo seno. In questa diatriba si inseriscono nuove sfide, quali l’allargamento a Est, la candidatura turca e l’adozione eventuale di un trattato, che stabilisca una costituzione per l’Europa. Confrontata a queste molteplici problematiche, l’Unione Europea è, più che mai, in cerca della sua legittimità, alla ricerca della sua identità.


Il rapimento di Europa – Tiziano Vecellio [1559-1562]

L’idea dell’Europa inizia da un mito. Un mito greco, probabilmente tessuto su una trama semitica: la dea Europa – Oceanide dalle numerose sorelle, tra le quali figura Asia – sedotta e rapita dalle terre asiatiche da un biondo toro, di cui Zeus ha preso le sembianze, vola sul dorso dell’animale verso Creta, per esservi fecondata dal suo divino rapitore. La notte precedente il rapimento, un sogno premonitore le ha mostrato: “due terre disputarsi a causa sua, la terra di Asia e la terra di fronte” [Denis de Rougemont, Vingt-huit siècles d’Europe].
Anche se, come riferisce Erodoto [484 a.C.-425 a.C.], Europa “non è mai giunta in quel Paese che i greci chiamano, ora [X secolo a.C.], Europa”, si immagina, senza difficoltà, tutto ciò che si possa trarre dal ricco simbolismo di questo rapimento leggendario. Ha di che soddisfare, pienamente, l’ideologia che l’Occidente nutre delle sue origini e della sua identità: venuta da quell’Asia delle prime grandi civiltà, Europa, scelta tra tutte, è, bruscamente e deliziosamente, strappata dalla sua terra natale per ricevere il seme di Zeus, che destina la sua discendenza a un ruolo dominante. Probabilmente costruito per fondare, al tempo stesso, la filiazione asiatica e la specificità della Grecia, il mito di Europa è ripreso da tutti i popoli che si situano sulla scia ellenica.


Il rapimento di Europa - Paolo Veronese [1580]
Museo  di Palazzo Ducale - Venezia

Nelle sue Storie, che riferiscono i conflitti tra i greci [elleni] e i persiani [barbari], Erodoto, utilizza, per primo, il termine Europa sia come toponimo, sia come nome proprio, e conferisce alla nozione una importanza ideologica e politica maggiore. L’Europa, con al centro la città di Atene, si oppone all’Asia, l’Impero dei persiani.


Il rapimento di Europa -  Rembrandt [1632]

Gli elleni divengono, così, i guardiani del continente europeo, che il celebre storico greco erige a baluardo contro la tirannia persiana. La Guerra del Peloponneso [431-404 a.C.] che divide la Grecia, mette, temporaneamente, in secondo piano, la opposizione tra Asia e Europa. Non è che dalla Pace di Antalcida [386 a.C.], che attribuisce le città greche dell’Asia Minore, Cipro e Clazomene al Grande Re di Persia, Artaserse II, che la polarizzazione assume, di nuovo, rilievo. Nel suo Panegirico, l’oratore Isocrate esorta l’unione di tutti i greci contro i persiani, condannando l’attribuzione ingiusta delle città dell’Asia Minore e delle isole al Grande Re. La potenza crescente dell’Impero macedone lo porta, tuttavia, a rivedere il suo atteggiamento: nel suo scritto Filippo [346 a.C.], Isocrate preconizza l’intervento del Re di Macedonia, che dispone della più grande forza armata in Europa, contro l’Impero dell’Asia. Chiama, al contempo, i popoli europei – sottinteso i greci – a sostenere Filippo II di Macedonia [382 a.C.-336 a.C.].
“Restano da riassumere gli argomenti trattati, perché tu possa considerare nello spazio di pochissime righe la somma dei miei consigli. Affermo che tu devi essere il benefattore dei greci, il Re dei macedoni e dominare sul maggior numero possibile di barbari. Se farai ciò, tutti te ne saranno grati, i greci per i benefici di cui godranno, i macedoni, se li guiderai da Re e non da tiranno, gli altri popoli, se allontaneranno, grazie a te, il potere dispotico dei barbari e otterranno la protezione dei greci.”
Se, con Isocrate, la nozione Europa resta ancora strettamente legata alla Grecia, conosce, nell’opera di Teopompo di Chio una trasformazione: il Re di Macedonia è l’uomo più potente di Europa, capace – se vuole – di estendere la sua autorità su tutta l’Europa.


Il rapimento di Europa - François Boucher [1747]
Musée du Louvre - Parigi

All’epoca dell’Impero romano, un nuovo aspetto, già enunciato dai greci, assume maggiore rilevanza: la superiorità dell’Europa grazie ai suoi vantaggi climatici e geografici. Era stato Ippocrate di Coo [460 a.C. ca.-337 a.C.] ,  il mitico fondatore della medicina, il primo a teorizzare la superiorità dei greci sui popoli asiatici per motivi climatici:
“Un clima variabile produce una natura che si accompagna a modi fieri, impetuosi e discordanti, dacché frequenti paure producono una disposizione mentale violenta, mentre la quiete e la calma intorpidiscono lo spirito. In realtà, è proprio per questo motivo che gli abitanti di Europa sono più coraggiosi di quelli di Asia. Le condizioni poco mutevoli inducono a modi indolenti; le variazioni brusche, di contro, eccitano il corpo e la mente.”
Il geografo Strabone [58 a.C. ca.-21/25 a.C.] la descrive come un continente vario e il più adatto a produrre il migliore cittadino e la migliore forma di Stato. Riferendosi ai cambiamenti climatici e geografici, mette in epigrafe il fatto che l’Europa abbia prodotto popoli dominatori – greci, macedoni, romani – e abbia saputo creare le migliori condizioni per una vita guerriera, agricola e politica.
“L’Europa ha ricevuto dalla natura grandi vantaggi: essendo tutta disseminata di montagne accanto a pianure, dappertutto i popoli agricoltori e civilizzati vivono fianco a fianco con quelli guerrieri, ed essendo i primi più numerosi, la pace ha finito per prevalere.”


Il rapimento di Europa - Gustave Moreau [1869]

L’idea di una Europa superiore agli altri continenti è ancora distinta da Marco Manilio [I sec. a.C.-I sec. d.C.], il poeta considera la Libia un deserto sterile, popolato, unicamente, da serpenti velenosi e animali selvatici; quanto all’Asia, le riconosce una certa fertilità e un relativo benessere, ma nulla di più. Di contro, conferisce all’Europa tutti i vantaggi: i suoi uomini ne fanno il più grande territorio, i suoi artisti e i suoi eruditi la terra più feconda.


Il rapimento di Europa - Valentin Serov [1910]

Per molti di noi, Europa e Occidente sono pressoché la stessa cosa, per quanto Occidente, in quanto civiltà, abbia, da alcuni secoli, travalicato, ampiamente, le frontiere del vecchio continente. Noi difendiamo qui, la tesi che questa distinzione Europa-Occidente è più che una semplice questione di geografia o anche di storia. Corrisponde, infatti, a due concezioni del mondo che, dopo una coabitazione forzata e disagiata, sono chiamate a divergere, radicalmente, in un avvenire più o meno lontano. Etimologicamente, Europa [il cui nome proviene, forse, dall’accadico Erebu, che denota la terra del tramonto, in contrapposizione ad Asu, l’Asia, la terra del sorgere del sole] e Occidente [che prende il nome dall’espressione latina solem occidentem, ovvero sole morente, in contrapposizione a solem orientem, ovvero sole nascente] ricoprono lo stesso significato di natura geografica. Ma, quale che sia il punto di vista, Occidente è una apparizione ulteriore, secondaria, rispetto a Europa, che è prima, originaria. Se Erodoto, 2500 anni fa, si perdeva in congetture sulla origine del termine Europa, ignorava il termine Occidente, che, come il suo antonimo Oriente, non appare, come aggettivo, che, nel 395 d.C., con la divisione dell’Impero romano in due parti, alla morte di Teodosio I [347 d.C.-395 d.C.].  Riappare come sostantivo, intorno all’XI e al XII secolo, per la penna dei clerici [uomini di chiesa, che conoscevano bene il latino e il greco e avevano una buona cultura classica e una ottima cultura teologica], i quali, implicitamente almeno, identificano questo vocabolo con la Cristianità  e, più specificamente, con il Cattolicesimo romano, in antitesi alla religione ortodossa dell’Impero bizantino, poi, del suo successore, l’Impero russo.
Da queste considerazioni storiche si può dedurre che l’Occidente è, innanzitutto, una divisione dell’Europa da se stessa, che relega la sua metà orientale ai barbari e agli eretici.
Lo Scisma di Oriente del 1054 tra la Chiesa Cattolica romana e la Chiesa Ortodossa mette fine a sette secoli di intense lotte teologiche, iniziate, nel 330 d.C., con la divisione dell’Impero romano, allorché il Vescovo di Roma pretendeva arrogarsi la supremazia sui Patriarcati di Alessandria e Antiochia, Gerusalemme e Costantinopoli. Il Sacco di Costantinopoli, nel 1204, da parte dei Crociati riafferma, con inaudita violenza, questa rottura tra Europa occidentale latina ed Europa orientale greca, poi slava.
Più tardi, una terza Europa appare con la Riforma Protestante, che ricopre, essenzialmente, l’area culturale germanica, intersecandosi tra le altre due, senza pervenire, tuttavia, nonostante la disastrosa Guerra dei Trenta Anni [1618-1648], a spezzare l’influenza dell’Occidente cattolico e romano, che regnava da Vienna alla Sicilia. Il seguito di questa tragica storia è conosciuto: è quello di una doppia guerra civile che ha opposto, tra il 1915 e il 1945, da un lato – e, forse, si spera, per l’ultima volta – i resti dell’Impero di Occidente di Carlomagno, diviso tra una parte continentale [asse Berlino-Vienna-Roma] e una parte atlantica [asse Parigi-Londra-Washington], e parallelamente, fino a oggi, le due metà separate dell’antica Europa romana: l’Oriente ortodosso e comunista all’Occidente cattolico e protestante, laicizzato. Questo ultimo scontro, nonostante la caduta dell’utopia comunista, prosegue, in modo larvato, e minaccia di riprendere proporzioni drammatiche, come testimoniano i conflitti nei Balcani, attizzati dall’ingerenza aggressiva degli Stati Uniti e dai loro alleati occidentali.  

  1. Esiste un popolo europeo o occidentale?
“Iniziamo dall’Europa, per la varietà di forme, e la virtù degli uomini e delle forme politiche, e la grande disponibilità di beni, e, poi, è abitabile nella sua totalità.”
Strabone [58 a.C. ca.-21/25 a.C. ], Geografia, II, 5, 26
La domanda può sembrare assurda, dopotutto, perché i cittadini dell’Ovest europeo non hanno scelta: sono occidentali, per geografia e civiltà. Ma avremmo qualche difficoltà a chiamare orientali gli europei dell’Est: da un lato, dal 1989, l’Europa orientale non esiste più veramente come un blocco politicamente distinto, la maggior parte dei suoi Stati si sono riuniti all’Occidente; dall’altro, il termine designa, oggi, gli abitanti dell’Estremo Oriente, loro stessi più o meno occidentalizzati nei loro costumi e nella loro ideologia.
È Isidorus Pacensis o Isidoro di Badajoz o di Beja, che, per primo, nel 769 d.C., menziona gli  europei, Europenses [soldati di contrade diverse che andavano dall’Aquitania alla Germania e formavano l’armata del Maire du Palais], descrivendoci la loro gioia di tornare vittoriosi dalla Battaglia di Poitiers, nel 732, contro gli invasori arabi. La battaglia era durata sette giorni, al termine dei quali, gli europei avevano visto, con l’aiuto del cielo, le tende del campo nemico:
“Statim nocte praelium dirimente, despicabiliter gladios elevant, atque in alio die videntes castra Arabum innumerabilia ad pugnam sese reservant et exsurgentes de vagina, sua diluculo prospiciunt Europenses Arabum tentoria ordinata, et tabernacula ubi fuerant castra locata, nescientes cuncta esse pervacua, et putantes ab intimo esse Saracenorum phalanges ad praelium praeparatas, mittentes exploratorum officia, cuncta reperunt Ismaelitarum agmina effugata, omnesque tacite pernoctando cuneos diffugisse repatriando.”
Ma le tende degli arabi erano vuote, ai guerrieri di Carlo Martello [690 ca.-741], dopo il saccheggio, non restava più che tornarsene, festanti, ciascuno al proprio Paese:
“Europenses vero, soliciti ne per semitas delitescentes aliquas facerent simulanter celatas, undique stupefacti in circuitu sese frustra recaptant, et qui ad persequentes gentes memoratas nullo modo vigilant, spoliis tantum et manubiis decenter divisis in suas se laeti recipiunt patrias.”
Con l’occidentalizzazione del mondo, oggi, quasi totale, incontestabile, l’Occidente non ha più un luogo geografico preciso.
Secondo Oswald Manuel Arnold Gottfried Spengler [1880-1936], il termine designa una civiltà animata da uno spirito di conquista faustiana o prometea, che è, nonostante le apparenze, entrata in una lunga fase di declino dal Rinascimento.
Più recentemente, Samuel Phillips Huntington [1927-2008], ha riproposto la nozione di civiltà come un insieme di valori condivisi. Huntington non è, forse, il primo ad aver intravisto uno scontro delle civiltà nel mondo, tuttavia, il suo libro, The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order [1996], che sviluppa una tesi che aveva, già, espresso, nel 1993, in un articolo apparso sulla rivista Foreign Affairs, è divenuto un riferimento obbligato dopo l’11 settembre 2001. Molti intellettuali e politici si sono ben guardati dal vedere negli attentati al World Trade Center e nella replica americana, in Afghanistan, l’inizio di uno scontro larvato tra Occidente e Islam, per timore di accreditare le tesi di Huntington. In sostanza, Huntigton pretende che, dalla fine della guerra fredda, sono le identità e la cultura a generare i conflitti e le alleanze tra gli Stati, e non le ideologie politiche o la opposizione Nord-Sud. Il mondo ha, così, tendenza a dividersi in civiltà che inglobano più Stati.  Non vi è, dunque, coincidenza tra Stato e civiltà. Per Huntigton, la civiltà rappresenta la entità culturale più larga. La civiltà “è il modo più elevato di raggruppamento e il livello più alto di identità culturale di cui gli esseri umani hanno bisogno per distinguersi dalle altre specie. Si definisce, al contempo, attraverso elementi oggettivi, quali la lingua, la storia, la religione, i costumi, le istituzioni e attraverso elementi soggettivi di auto-identificazione.” Secondo Huntington, sette o otto civiltà si dividono il mondo, sebbene non ne citi che cinque, la cinese, la giapponese, l’induista, la musulmana e l’occidentale. Non considera l’Africa come una civiltà in sé – diversamente da Fernand Braudel [1902-1985] –, preferendo riunire il continente alle altre civiltà. Riguardo all’America Latina, adotta una posizione ambivalente: talora, la considera una sotto-civiltà dell’Occidente, talora vi vede una civiltà distinta, incombente per gli Stati Uniti. Il mondo internazionale del dopo-guerra fredda è divenuto multi-civilizzazionale, secondo Huntigton, perché l’Occidente ha cessato di dominare il sistema internazionale con la fine dell’Imperialismo coloniale e la cessazione delle ostilità tra Stati occidentali. Gli Stati delle altre civiltà si sono, a loro volta, inseriti in questo sistema per interagire gli uni con gli altri. Così, grandi che siano state la potenza dell’Occidente e la attrattiva della sua cultura per le altre civiltà, la diffusione delle idee occidentali non ha prodotto una civiltà universale. Le civiltà esposte alle idee dell’Occidente ne hanno fatto propri i savoir-faire, senza tuttavia sposarne tutti i valori, come l’individualismo, lo Stato di diritto e la separazione tra spirituale e temporale. La modernizzazione degli Stati non-occidentali non ha portato, pertanto, la loro occidentalizzazione, ma rafforzato, piuttosto, l’attaccamento alla propria civiltà. Parimenti per la democratizzazione di diversi Paesi non-occidentali; la democrazia ha portato al potere partiti ostili ai valori occidentali. Secondo Huntington, si sta stabilendo un nuovo rapporto di forze tra le civiltà. Mentre l’Occidente vede la sua influenza e la sua importanza relative declinare, le civiltà asiatiche guadagnano in potenza economica, militare e politica e riaffermano i propri valori. Conoscendo una crescita demografica rapida, l’Islam è in preda a rivalità intestine e destabilizza i suoi vicini. La spinta demografica dell’Islam si accompagna a una risorgiva della religione islamica che, in diversi Paesi, si è palesata con l’ascesa del fondamentalismo, in particolare tra i giovani. Huntington, infine, stima che la sopravvivenza dell’Occidente dipenda dalla capacità e dalla volontà degli americani di riaffermare la loro identità occidentale, fondata sull’eredità europea. Il libro di Huntignton è, al contempo, una teoria delle relazioni internazionali e una critica del multi-culturalismo come politica interna. Imputa al multi-culturalismo americano di voler creare “un Paese dalle civiltà multiple, vale a dire un Paese che non appartiene ad alcuna civiltà e sprovvisto di una unità culturale”. Ritiene che lo scontro tra i sostenitori del multi-culturalismo e i difensori della civiltà occidentale costituisca il “vero conflitto” negli Stati Uniti. Se questi ultimi dovessero disoccidentalizzarsi, l’Ovest si ridurrebbe allora all’Europa, anch’essa alle prese con l’irruzione dell’Islam. Per arrestare il declino dell’Occidente, Europa e America del Nord dovrebbero ricercare una integrazione politica ed economica, come pure allineare i Paesi dell’America Latina all’Occidente, impedire al Giappone di staccarsi dall’Ovest, frenare la potenza militare dell’Islam e della Cina, mantenendo la superiorità tecnologica e militare dell’Occidente sulle altre civiltà.  Questo schema esemplificativo si accorda molto bene con la paranoia americana di fronte al risveglio della Cina e dell’Islam e non fa spazio ad alcuna potenza europea distinta. La tesi di Huntignton, che si ricollega alle riflessioni strategiche di Zbigniew Brzezinski [1928], è dettata da un opportunismo geopolitico, più che dall’osservazione dei fatti. Il suo leitmotiv può riassumersi in questo appello:
“Occidentali di tutti i Paesi unitevi dietro la bandiera stellata di fronte alle minacce barbare!”
L’America anglo-sassone, riconosciamolo, gode di una posizione egemonica incontestabile nel mondo dalla caduta dell’Unione Sovietica. È, inoltre, – e ciò, dall’origine della sua conquista dell’Ovest – la punta di diamante del dispositivo tecnico ed economico di occidentalizzazione del mondo e di mondializzazione dei mercati. Il punto debole dell’America, il difetto della sua corazza risiede, fin dall’inizio, nell’eterogeneità della sua costituzione etnica e culturale, nel poco di profondità della sua storia e delle sue tradizioni. La maggioranza WASP [acronimo di White Anglo-Saxon Protestant, che, in inglese, significa anche vespa, per indicare un cittadino statunitense, discendente dei colonizzatori originari inglesi, non appartenente, quindi, a nessuna delle tradizionali minoranze: nativi americani, afro-americani, ebrei, irlandesi, italiani, ispanici, europei orientali slavi, asiatici] si sente defraudata delle sue prerogative dalle potenti lobbies etniche, affariste e mafiose che si dividono, oggi, il potere negli Stati Uniti. Nel mondo, si mormora che l’America, caos di popoli e di culture, senza tradizione unificatrice, miri ad abolire ciò che non ha mai posseduto: tutte le tradizioni plurimillenarie che sono sopravvissute al rullo compressore della modernità conquistatrice. Senza andare fino alla tesi, non dimostrabile, del complotto in questo senso, si può constatare che è, effettivamente, ciò che accade sul terreno: laddove appaiono i prodotti della civiltà occidentale americana, inclusa l’Europa, questi stessi si insediano, scalzando la cultura locale. Ma l’ideologia occidentalista [Aleksandr Aleksandrovich Zinovyev] si impone ancora più efficacemente con la diffusione delle regole di produttività e di mercato, “delocalizzanti” e sradicanti, legate agli investimenti e ai prestiti concessi dagli organismi internazionali.
Sarebbe illusorio pensare che le barriere doganali possano bloccare il meccanismo. Il fallimento dei tentativi autarchici, nazionalisti o comunisti, è una grande lezione del XX secolo. La soluzione è piuttosto da ricercare in un ritorno di coscienza etnica o culturale, riscontrabile un poco ovunque, in questo momento, che permetta di limitare gli eccessi del processo di mondializzazione e di riorientarne le opzioni nel senso scelto dai popoli destinatari. L’Europa ha un ruolo-chiave da svolgere in materia, perché è, innegabilmente, la matrice della civiltà occidentale, monoteista e prometea, la cui fiaccola è stata ripresa dall’America. Ma la sua cultura-madre di origine indo-europea, greco-romana, germanica o slava, resta vivente nelle profondità del suo inconscio collettivo, nella memoria e nella tradizione occultate, sempre pronte a riemergere in tempo di crisi, con tutte le loro risorse. L’America, pollone tardivo della civiltà, è il vettore essenziale dell’Occidente, il conquistatore dell’Ovest per eccellenza.
L’Europa è, per forza di cose, l’Occidente. Ma non è solo l’Occidente.  Figlia della Grecia, l’Europa nasce alla fonte della tragedia e della politica. Il ricorso a questa eredità oscurata potrà, forse, salvarla dalle impasses occidentaliste e tracciare una nuova via verso un avvenire che, al di là del nihilismo attuale, non può riannodare con la storia e il destino, il tragico e il politico. In breve, l’Europa non è, certo, più completamente se stessa, sotto l’influenza del modernismo occidentale; ma non è neppure ancora perfettamente occidentalizzata come l’America. La sua identità composita euro-occidentale cerca una via propria nei labirinti intricati della tecno-struttura mondialista e a fronte delle ambizioni geopolitiche dell’America totalitaria. Questa ricerca di indipendenza può, inoltre, renderla solidale con le etno-resistenze che, qui e là, tentano di spezzare le catene dell’influenza occidentalista. Il risveglio di una coscienza culturale europea, sola alternativa che possa trarci dall’implosione attuale, è portatore di un nuovo rapporto con la tecno-struttura anonima che manipola il destino dei popoli senza il loro consenso. Implica anche una geopolitica di riconoscimento e di coesistenza dei popoli e delle loro tradizioni in seno al sistema-mondo, in luogo della loro negazione, quale è praticata dall’Occidente. Per il momento, il Vecchio Continente non sembra disposto ad accettare questa sfida, ma l’aumento delle minacce legate all’apertura storica presente, la nuova multi-polarizzazione del mondo e la necessità di opporre un contro-potere alla dittatura americana potrebbero costringerla, prima di quanto creda, a darsi la politica dei suoi mezzi.
Al tempo della guerra fredda, l’Europa era divenuta la prima linea difensiva dell’America. Era anche una prova tangibile del successo della politica americana del dopo-guerra. La sagace generosità del Piano Marshall aveva pagato, l’Europa dell’Ovest non era divenuta comunista e non aveva raggiunto il blocco sovietico. L’America, come Monsieur Perrichon, l’eroe di Le Voyage de Monsieur Perrichon [1860] di Eugène Labiche [1815-1888], ci amava, tanto più che ci aveva salvati. Le difficoltà dell’Europa richiamano l’America alle sue. Di riflesso ai suoi successi, l’Europa è divenuta uno specchio dei suoi limiti. Non è abbastanza dire che la crisi europea intervenga in un difficile momento per gli Stati Uniti, che rende ancora più aleatoria la speranza di una ripresa economica, prima della scadenza elettorale delle Presidenziali americane.
Barack Hussein Obama [1961] ha ignorato l’Europa, l’Europa si porta alla sua attenzione. La crisi europea ha, certo, cadute dirette sulla economia americana, ma forza, soprattutto, gli Stati Uniti a far fronte a ciò che loro rifiutano, ancora, di fare: l’ingresso in un mondo che non dominano più come facevano ieri. A tale proposito, l’appello di aiuto dell’Europa alla Cina, quale che sia la risposta poco entusiasta di quest’ultima, è particolarmente difficile da accettare per Washington. Simboleggia le trasformazioni profonde del mondo. Nel 1950, l’Occidente dietro gli Stati Uniti rappresentava il 68% della ricchezza mondiale. È meno del 43%, oggi, e non dovrebbe essere che il 32%, nel 2050, secondo le proiezioni di istituzioni finanziarie, quali la Goldman Sachs [1869]. La Cina è, già, la seconda potenza economica mondiale e il Brasile sta per divenire la sesta economia del pianeta, superando, così, la Gran Bretagna.
Anche se volesse venire in aiuto dell’Europa, l’America ne sarebbe ben incapace!
Sarebbe crudele evocare, qui, la storiella del cieco e del paralitico per descrivere lo stato di decadenza competitiva, che caratterizza, ormai, le relazioni tra America ed Europa. Certo, l’America spera, sempre, di poter fare assegnamento sull’Europa.
Su tale punto, la riuscita della NATO in Libia appare un precedente felice, ma può servire da modello?
Un dittatore è caduto per un costo – agli americani piace sottolinearlo – insignificante per Washington, lo 0,1% del costo del loro impegno in Afghanistan.
L’America può non essere in prima linea?

Certo, non è stata l’Unione Europea, ma, essenzialmente la Francia e la Gran Bretagna ad avere svolto un ruolo di primo piano in questa avventura singolare. Ma l’America, grazie alle potenze europee, non si è sentita sola nel suo “interventismo umanitario”, ha trovato dei relais.
Dove li troverebbe domani se l’Europa, in piena tempesta finanziaria, politica e identitaria, si trovasse costretta a ripiegare su se stessa per curarsi le ferite?  
Il sogno dell’America era di non doversi più preoccupare dell’Europa, considerata una questione regolata e superata.
Si è resa conto che non è così.             


Daniela Zini
Copyright © 12 giugno 2012 ADZ

martedì 20 marzo 2012

LETTERA APERTA AL PRESIDENTE BARACK OBAMA

LETTERA APERTA AL PRESIDENTE BARACK OBAMA

Roma, 19 marzo 2012


President Barack Obama
The White House
1600 Pennsylvania Avenue NW
Washington, DC 20500

“E in principio erano le statue.”
È così che potrebbe iniziare un saggio storiografico sulla guerra o una dissertazione filosofica sulla vera levatrice della storia moderna. Perché le statue belliche nascondono più guerre di quante non ne mostrino. Erette per cantare in pietra la memoria delle conquiste belliche, non fanno che nascondere l’orrore, la distruzione e la morte di ogni guerra. E i sembianti di pietra di Vittorie o di Angeli, coronati di alloro, non servono solo a far sì che il vincitore mantenga la memoria del proprio trionfo, ma anche a foggiare l’amnesia nel vinto.
Oggi, questi specchi di roccia sono caduti in oblio.
Non solo sono seppelliti, giorno dopo giorno, dalla critica implacabile di uccelli di ogni genere, ma hanno trovato nei media un rivale imbattibile.
L’effigie di Saddam Hussein, rovesciata a Baghdad, non è stata soppiantata da quella del Presidente degli Stati Uniti di allora, ma dai cartelloni pubblicitari delle multinazionali. Per quanto il volto sempliciotto di George W. Bush si prestasse a promuovere “cibo spazzatura”, le multinazionali hanno preferito auto-erigersi l’omaggio di un nuovo mercato conquistato. Al mercato della distruzione è succeduto il mercato della ricostruzione. E, anche se le perdite continuano tra le truppe, l’importante è il danaro che va e che viene come deve essere: con fluidità e in abbondanza.
“In passato erano le statue, oggi sono le Borse Valori.”
È, così, che potrebbe continuare la istoriografia moderna della guerra.
Ma la realtà della storia – questo caotico orrore guardato, tutti i giorni, un pò meno e con un pò più di asepsi – impegna, chiede conto, esige addebiti, incrimina. Uno sguardo onesto e una analisi critica potrebbero individuare i pezzi del puzzle e, allora, si udrebbe, come un macabro fracasso, l’adagio: 
“In principio era la guerra.” 
Chi non ricorda la giustificazione della forza armata multinazionale per invadere l’Iraq?
Si è costruita su quella menzogna una gigantesca impalcatura mediatica che è stata il carburante per una guerra che non è, ancora, terminata, almeno in termini militari. Al pari delle statue che sono servite per il ricordo del vincitore e l’amnesia del vinto, nelle guerre, i belligeranti devono non solo distruggere fisicamente l’avversario, ma anche costruirsi un alibi di propaganda, di legittimità.
Distruggere moralmente!
Chi non ricorda che non sono, mai, state trovate armi di distruzione di massa in Iraq?
È, dunque, senza importanza che si sia agito con una menzogna, che vi siano stati orrori, distruzione e morte, perpetrati con un falso alibi?
Signor Presidente, è ancora viva in me l’eco delle Sue parole a Praga:
“Quando sono nato il mondo era diviso e le nostre Nazioni erano confrontate a situazioni molto diverse. Poche persone avrebbero potuto prevedere che uno come me sarebbe potuto divenire, un giorno, Presidente degli Stati Uniti. Poche persone avrebbero potuto prevedere che a un Presidente americano sarebbe stato concesso di parlare a un pubblico come questo, a Praga.
[…]”
Quel 5 aprile 2009, Lei non ha esitato a fissare un obiettivo molto ambizioso alla Sua nuova diplomazia: l’impegno dell’America a ricercare la pace e la sicurezza in un mondo senza armi nucleari.
Questa dichiarazione di intenti lasciava ben sperare tutti coloro che lottano per la pace. Entrava in risonanza con l’appello in favore del Protocollo Hiroshima-Nagasaki, complementare al Trattato di Non-Proliferazione Nucleare, avente come obiettivo la creazione di un mondo libero da armi nucleari entro il 2020.
Lei, Signor Presidente, in rottura totale con il Suo predecessore, riteneva che il Suo Paese avesse una “precisa responsabilità morale di agire”. E ciò, proprio quando gli Stati Uniti ci avevano abituato, da lungo tempo, a parole e ad azioni belliche, in linea con il loro modello di sviluppo infallibile, basato sulla democrazia liberale e la fede cristiana.
Ebbene, ora, è necessario concretizzare nella pratica questa “precisa responsabilità morale di agire” per essere coerenti tra il dire e il fare.
Lei, Signor Presidente, deve prendere decisioni politiche per superare i conflitti armati che affliggono l’intera umanità, conflitti nei quali il Suo Paese è implicato.    
E ho ricordato un altro 5 aprile, quello del 1898. Quel giorno, un altro Suo predecessore, Theodore Roosevelt, che, pure, era favorevole alla guerra, scriveva al suo Sottosegretario di Stato Robert Bacon:
“Qui, a Washington, noi abbiamo l’impressione che tutti coloro che abbiano un legame qualsiasi con gli interessi del big business siano pronti a ricorrere a qualsiasi infamia per preservare la pace ed evitare che gli affari siano pregiudicati.”
Ed ecco che, al presente, la nostra realtà nazionale è invasa dalla guerra!
Una guerra che non solo non è più lontana per chi aveva l’abitudine di vederla in geografie o in calendari distanti, ma che inizia a governare le decisioni e le indecisioni di coloro che credevano che i conflitti bellici non si trovassero che nei bollettini di informazione o nei filmati di luoghi così lontani quali l’Iraq, l’Afghanistan…
Guerra senza fine?
Quando finirà questa guerra?
Quando apparirà sullo schermo del Governo Federale il game over della fine del gioco, seguito dai nomi dei produttori o degli sponsors della guerra?
La guerra non è più un urto tra eserciti.
È una conflagrazione tra popoli che, nella lotta, impegnano tutti i loro beni, tutte le loro vite.
È la guerra totale, in cui ciascuna delle parti cerca, con i più efficienti strumenti, forniti dalla scienza moderna, di distruggere il potenziale bellico e di abbattere il morale del nemico, come mezzo indiretto per annientarne l’esercito.
È la negazione di ogni sentimento umano, il definitivo ripudio del diritto come regola di vita.
È un turbine che sradica intere popolazioni dalle terre, sulle quali risiedevano da secoli, per gettarle senza più case, senza più mezzi per vivere, a migliaia di chilometri di distanza; che non rispetta né ospedali, né luoghi di culto, né asili di infanzia; che riduce in macerie fumanti biblioteche, musei, opere d’arte, i più preziosi patrimoni ereditati da innumerevoli generazioni passate.
L’umanità sta, laboriosamente, cercando la sua strada attraverso un agitato periodo di transizione. Le istituzioni politiche e sociali devono, ancora una volta, essere trasformate: un nuovo mondo sta per nascere. Il vecchio mondo, da qualsiasi lato si guardi, appare nel suo letto di morte.
Settantacinque anni dopo la firma del trattato di pace e il ritiro delle truppe americane dall’Italia, noi non vediamo intorno a noi che diffidenza, incertezza e fanatismo. Noi viviamo sotto il regime della grande paura. Per decine di milioni di esseri umani la fame e la disperazione sono più che una paura, sono realtà della vita giornaliera.
Il sangue ha iniziato a scorrere di nuovo.
Per cecità da una parte, per impotenza dall’altra, le soluzioni della disperazione sembrano essere le sole adottabili e realiste.
Che cosa dobbiamo pensare di tutto ciò?
Nel 1947, tre fattori principali sono stati determinanti nella vita internazionale: il piano Marshall, l’insuccesso della Conferenza dei Tre Grandi e il sorgere del Cominform.
Il problema dell’ordine internazionale è il problema più urgente, quello che deve avere una precedenza assoluta nella nostra considerazione, in quanto solo una sua razionale soluzione può dare un senso a tutte le soluzioni proposte per i particolari problemi politici, economici, spirituali che, oggi, si presentano nell’ambito dei singoli Stati. Se non arriveremo a un assetto internazionale che metta fine alle guerre a ripetizione, coinvolgenti tutti i Paesi del mondo, non potremo salvare la nostra civiltà: entreremo in un nuovo Medioevo.
La cosiddetta Intelligentia risulta composta di propagandisti e di esperti, perché non si apprezzano più le opere di significato universale, né le ricerche disinteressate, ma solo le opere che esaltano i sentimenti nazionalisti e i ritrovati tecnici, che possono tradursi in armi efficienti. Discorsi, giornali, televisione, fanno appello alle forze irrazionali dell’animo umano, per creare uno stato di follia collettiva, che unifichi tutto il popolo in una sola volontà diretta a un unico fine: la vittoria, a qualunque costo, sopportando qualsiasi sacrificio. Non ci si deve neppure più chiedere cosa la vittoria possa significare. Si vuole la vittoria per la vittoria, si vuole la distruzione del nemico, si vuole sopravvivere, anche se quello che di noi sopravvivrà non meriterebbe, in alcun modo, essere difeso.
Le falsificazioni, le menzogne sono, sistematicamente, adoperate come strumenti di guerra al pari delle bombe e dei missili.
Chi ragiona, chi dubita, è un nemico della patria.
Tutti i valori morali sono sovvertiti: la violenza, il misconoscimento di ogni regola di vita civile, l’odio che non ammette alcuna attenuante a favore dell’avversario, il conformismo e l’obbedienza cieca agli ordini che vengono dall’alto, sono lodati, premiati, divengono abiti spirituali, in luogo del rispetto della vita umana, dell’ossequio alle leggi, della tolleranza, dello spirito critico e del senso di responsabilità individuale.
È per questo che la distinzione tra reazionari e progressisti, oggi, non corre più lungo la linea che separa coloro che  vogliono consolidare o modificare, in qualsiasi modo, lo stato di cose esistente entro i confini dei singoli Stati nazionali, ma si pone tra coloro che ostacolano e coloro che favoriscono l’avvento di un nuovo ordine internazionale, capace di ridurre i contrasti tra Stati. 
Cessiamo di guardare altrove e di aspettare da altri la soluzione dei nostri problemi.
Riflettiamo sulla profonda affermazione lanciata da George Washington al popolo americano, al termine della sua Presidenza:
“Trattate tutte le Nazioni con buona fede e giustizia.
[…]
Bisogna abbandonare gli odi inveterati e gli appassionati attaccamenti per altri. La Nazione che si abbandona a un durevole odio o a un ostinato affetto per un’altra Nazione si rende in certa misura schiava.”
La posizione, che ho delineata, implica un atteggiamento pacifista perfettamente chiaro.
Opponendomi alla guerra, credo rendere un servizio ai reali interessi di una Europa e di una America, i cui popoli non chiedono che di vivere in pace.
Il mio pacifismo, è bene intenderci, non è sinonimo di viltà.
Mi rendo conto, fin troppo bene, che vi sono cose il cui valore è superiore a quello della vita stessa.
Ma queste cose possono essere salvaguardate dalla guerra?
Potrebbe una gara di distruzione atomica risolvere il problema israelo-iraniano?
Io credo che la soluzione militare, a onta della cortina fumogena di “fermezza” e di “potenza” da cui viene circondata, non sia in fondo che una prova di impotenza e di collasso.
I conflitti armati non risolvono nulla.
I problemi non si risolvono che con una conveniente organizzazione della società.
Coloro che vogliono la pace non si preparino più oltre alla guerra.
Non è vero che le due guerre mondiali furono determinate da cause economiche. Nessuno che sappia compiere un ragionamento economico corretto può credere che un popolo, anche vincitore, possa trarre dalla guerra un qualsiasi risultato, se non di impoverimento, di miseria e di abiezione.
Vero è, invece, che le due grandi guerre furono guerre civili, anzi guerre di religione e, così, sarà la terza, se, per nostra sventura, opereremo in modo da provocarne l’opera finale di distruzione.
Se nell’Europa conquistata dai tedeschi si ripeté l’esperienza che Tacito aveva scolpito con le parole solenni:
“Senatus, equites, populusque romanus ruere in servitium.,
ciò fu perché, negli uomini, lo spirito, non sempre, è pronto a vincere la materia.
Non ha senso alcuno dire che le guerre siano una conseguenza del capitalismo, della malvagia natura degli uomini o dei sentimenti nazionalisti. Indiscutibilmente, i gruppi capitalisti possono avere interesse che scoppi la guerra. Ma questo non significa che la loro volontà sia una determinante sufficiente per farla scoppiare. All’interno di ciascuno Stato, i produttori di grano hanno interesse alla carestia, i costruttori di case hanno interesse che divampino incendi che distruggano le città, ma non per questo si verifica la carestia o le nostre città sono distrutte dagli incendi.
È probabile che, in certe occasioni, i gruppi capitalisti, che ottengono l’appoggio dei Governi per conseguire l’esclusività di alcuni mercati, l’appalto di lavori pubblici, l’emissione di prestiti e altri privilegi, nei Paesi politicamente tanto deboli da subire l’influenza di potenze straniere, possano, senza volere la guerra, spingere a essa, facendo nascere attriti e alimentando pericolosi contrasti tra gli Stati.
Nella nuova era atomica, guerra vuol dire distruzione, forse, non della razza umana, ma certamente di quell’umanesimo per cui, soltanto agli uomini, è consentito di essere al mondo.
Quella bomba atomica, di cui tanto paventiamo, vive, purtroppo, in ognuno di noi!
Un mondo auspicabile, per la cui attuazione si deve lottare, non è un mondo chiuso contro nessuno, è un mondo aperto a tutti.
È un mondo in cui gli uomini possono, liberamente, far valere i propri contrastanti ideali e le maggioranze sono tenute a rispettare le minoranze e a promuoverne le finalità.
È un mondo in cui ogni Stato è pronto a sacrificare una parte della propria sovranità.
Oggi, ogni Stato afferma, nel modo più intransigente, la propria assoluta sovranità; non ammette alcun limite al proprio volere; pretende essere, in ogni caso, il solo giudice del proprio diritto. E, per difendere il proprio diritto, cerca di raggiungere una forza maggiore degli eventuali nemici, armandosi e alleandosi con altri Stati. La sicurezza conseguita da uno Stato corrisponde all’insicurezza, all’accettazione di una condizione di inferiorità, da parte di altri.
Il cosiddetto diritto internazionale, in realtà non è un diritto, perché afferma norme che le parti osservano finché desiderano rispettarle. In tutti gli accordi internazionali è, infatti, sottintesa la clausola rebus sic stantibus, per la quale i Governi, in pratica, si ritengono vincolati solo nei limiti in cui l’adempimento degli obblighi, che dagli accordi discendono, non sia, a loro insindacabile giudizio, in contrasto con l’interesse del proprio Paese.
La più grandiosa e grottesca manifestazione della completa vacuità del diritto internazionale è stata, il Patto Briand-Kellog, che poneva la guerra “fuori legge”. Pressoché tutti i Governi del mondo – compresi quelli della Germania, dell’Italia e del Giappone – si affrettarono a dare pubblica prova delle loro pacifiche intenzioni, firmando la morte legale della guerra.
Stupendi discorsi, scambio di telegrammi tra Capi di Stato, brindisi, felicitazioni, articoli ditirambici su grandi giornali.
Ma di buone intenzioni è lastricato l’inferno!
In nome degli ideali più puri si costruiscono le migliori cattedrali, ma se gli ideali proposti non vivono nel nostro animo, al servizio di ciascuno di noi, sono destinati a venire traditi.
E le belle cattedrali si trasformano in vuote conchiglie!
Il Patto Briand-Kellog, non prevedendo nessuna efficace sanzione, lasciò le cose come stavano. La guerra, tutta occupata a massacrare e a distruggere, neppure si accorse di essere stata messa “fuori legge” da così tante brave persone.
In un mondo, in cui si osservano rabbiosi ritorni a pestiferi miti nazionalisti, in cui, improvvisamente, si scoprono passionali correnti patriottiche in chi fino a ieri professava idee internazionaliste, in questo mondo, in cui si vedono, con raccapriccio, riformarsi tendenze belliciste, urge compiere un’opera di unificazione.
Opera, dico, e non predicazione!
Signor Presidente, lei voleva realizzare il sogno di Martin Luther King, lui che ha lottato, incessantemente, per sancire i diritti civili nel suo Paese e debellare l’ingiustizia perché tutti noi potessimo sedere alla stessa tavola della fraternità, dividere insieme il pane che alimenta il corpo e il pane che alimenta lo spirito, costruire insieme i cammini della libertà.
La pace è una costruzione permanente tra le persone e i popoli nella diversità e nell’unità.
Signor Presidente, lei è di fronte a grandi sfide, che non possono essere assunte da una sola persona. Anche i popoli devono poter partecipare alla costruzione di nuovi modelli di vita e pervenire, così, alla realizzazione di società più giuste e più fraterne. 
Georges Clemenceau sosteneva che la guerra fosse una cosa troppo seria per essere lasciata ai generali. Noi dovremmo, tutti, convincerci che la pace è una cosa troppo seria per essere lasciata ai diplomatici.
Signor Presidente, ascolti la voce dei popoli e non si lasci manipolare da coloro che cercano, sempre, di favorire il capitale finanziario e di imporre i propri interessi economici, politici e militari piuttosto che la vita dell’umanità. Le spese militari sono alternative alle spese sociali. Quanto più aumentano le une, tanto più devono, necessariamente, diminuire le altre.
Nel piccolo gruppo di uomini, estremamente ricchi, debbono trovarsi persone stupide oltre ogni dire, se pensano, seriamente, che la guerra totale possa giovare alle loro ricchezze o al loro potere politico. Sono le stesse che distruggono l’ambiente e la libertà cittadina e che generano la fame, la povertà e l’emarginazione.
Noi vogliamo essere liberati, in questa epoca di abbondanza, dal tirannico spettro della fame e dell’incertezza del domani.
Noi non vogliamo più essere vittime di un potere economico accentrato nelle mani di una minoranza irresponsabile.
Noi non vogliamo più tollerare l’esclusione, per ragioni di nascita o di povertà o di altra inferiorità sociale, dalla possibilità di impiegare tutte le nostre capacità per il bene di tutti.
Noi non vogliamo più essere esposti allo spregio e alla umiliazione o corrotti dalla presunzione e dalla strettezza di vedute, che ogni sistema a stratificazioni sociali porta con sé. 
“Ogni giogo è fatto per essere scosso.”
ci ammonisce Denis Diderot.
Certa che le Sue prossime decisioni andranno nella buona direzione, chiuderò questa mia, prendendo in prestito i versi del grande Poeta persiano Abu ‘Abdallah Mosharref-od-Din b. Mosleh Sa’di, da lei citati, lo scorso Nouruz:

Bani adam a’za-ye yek peikarand,
Ke dar afarinesh ze yek gouharand.
Chu ‘ozvi be dard avard ruzgar,
Degar ‘ozvha ra namanad qarar.
To kaz mehnat-e digaran bi ghammi,
Nashayad ke namat nehand adami.

I figli dell’Uomo sono parti di un unico corpo,
Originate dalla stessa essenza.
Se il destino arreca dolore a una sola,
Anche le altre ne risentono.
Tu, che del dolore altrui non ti curi,
Tu non sei degno di essere chiamato Uomo.

Az samin-e qalb kheili moteshakkeram.
’Eid-e Ishan mobarak, Aqa-ye Obama!


Assunta Daniela Zini
Copyright © 19 marzo 2012 ADZ