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mercoledì 11 marzo 2020

CORONAVIRUS: UE FARA’ IL MASSIMO, VELOCE, MA CHE TEMPISMO! di Daniela Zini


CORONAVIRUS: UE FARA’ IL MASSIMO, VELOCE
 PRESIDENTE DEL CONSIGLIO EUROPEO CHARLES YVES JEAN GHISLAINE MICHEL

 MA CHE TEMPISMO!
MA CHE TEMPISMO DA PARTE DELL’UNIONE EUROPEA, DOPO L’ACCERTAMENTO DEL PRIMO CASO DI CORONAVIRUS IN FRANCIA E, QUINDI, IN EUROPA, IL 19 GENNAIO SCORSO!
NOI ERAVAMO IMPEGNATI A SEGUIRE LE VICENDE DI SAN REMO, MENTRE IL RESTO DEL MONDO SI DAVA DA FARE PER INSABBIARE QUESTO GENERE DI NOTIZIE E, POI, GETTARE LA CROCE ADDOSSO A NOI PERMANENTEMENTE DISTRATTI E DISTORTI.
IL 24 GENNAIO, 24 HEURES TITOLAVA:

UN TROISIEME CAS DE CORONAVIRUS EN FRANCE
France Les trois premiers cas, confirmés ce vendredi, du coronavirus chinois en Europe ont tous été détectés en France.

MA NEL DARE LA NOTIZIA DEI 3 CASI DI CORONAVIRUS IN FRANCIA, FORNIVA RAGGUAGLI CIRCA LA SITUAZIONE NEL MONDO...
IN COREA DEL SUD, IN AUSTRALIA, A SINGAPORE, IN NEPAL, A TAIWAN, IN TAILANDIA E IN VIETNAM.
NON MENZIONAVA, A RAGIONE, L’ARTICOLO E’ DEL 24 GENNAIO, NE’ LA GRAN BRETAGNA NE’ LA GERMANIA.


MA, IN GERMANIA:
- IL 27 GENNAIO, VIENE RICONOSCIUTO POSITIVO UN QUADRO TEDESCO 33ENNE;
- IL 28 GENNAIO, 3 DIPENDENTI DI WEBASTO [UN UOMO DI 27 ANNI, UNO DI 40 E UNA DONNA DI 33] SONO RICOVERATI A SCHWABING;
- IL 30 GENNAIO, UN UOMO DELLA STESSA COMPAGNIA WEBASTO E’ POSITIVO AL TEST.

E IN GRAN BRETAGNA, IL 31 GENNAIO, VENGONO CONFERMATI 2 CASI DI CORONAVIRUS A NEWCASTLE.

PERO’ LA FAMA DI UNTORI, GRAZIE ALLA DISATTENZIONE DELLA STAMPA TUTTA PRESA A COPRIRE L’EVENTO PIU’ SEGUITO AL MONDO, SAN REMO, CE L’ABBIAMO NOI, CHE ABBIAMO RILEVATO IL PRIMO CASO IL 21 FEBBRAIO.
QUALCUNO, SICURAMENTE, HA BARATO NEI NUMERI E ANCHE IN ALTRO, MA HA GIOCATO E NON POCO LA DISTRAZIONE DEI NOSTRI MEDIA, CHE, OGGI, DICONO: IN GERMANIA IL PRIMO CASO E LA GERMANIA HA NASCOSTO.
NO, LA GERMANIA NON HA NASCOSTO E NON E’ NEPPURE IL PRIMO PAESE CONTAGIATO IN EUROPA, IN QUANTO E’ STATA LA FRANCIA, CON BEN 3 CASI.

MI AUGURO CHE QUESTA PIAGA DEL CORONAVIRUS, CHE HA MESSO A NUDO LE FRAGILITA’ DEI PAESI E LA NON-COOPERAZIONE TRA LORO, FINISCA QUANTO PRIMA O ALMENO FINISCA PRIMA CHE FINIAMO TUTTI.
E QUESTO E’ PROPRIO TUTTO!

Daniela Zini


Trois cas du nouveau coronavirus chinois ont été «confirmés» en France, sur des patients hospitalisés à Paris et Bordeaux, ont annoncé vendredi soir les autorités sanitaires françaises, soulignant qu’il s’agissait des «premiers cas européens». Les trois patients hospitalisés, dont deux au moins s’étaient rendus en Chine, ont été placés en isolement.

«Nous sommes en train de remonter l’histoire de ces patients positifs de façon à rentrer en contact avec les personnes qu’ils ont croisées», avait expliqué la ministre de la Santé Agnès Buzyn en annonçant les deux premiers cas lors d’un point presse, notant que la période d’incubation était probablement «autour de 7 jours, entre 2 et 12 jours». Le troisième, «proche parent de l’un des cas, qui était en cours d’investigation, vient d’être confirmé», a indiqué le ministère plus tard dans la soirée.

«Nous avons aujourd’hui les premiers cas européens, probablement parce que nous avons mis au point le test très rapidement et que nous sommes capables de les identifier», a estimé la ministre. «Il faut traiter une épidémie comme on traite un incendie, très vite repérer la source» et le «circonscrire le plus vite possible» a-t-elle encore déclaré.

«Il va bien»

Les personnes avec qui les patients positifs au coronavirus ont été en contact doivent ainsi «prendre leur température plusieurs fois par jour, contacter le centre 15 en cas de symptôme et rester chez elles pour l’instant pour éviter tout contact ultérieur qui favoriserait la propagation du virus», a insisté la ministre, appelant à ne pas se rendre aux urgences en cas de symptômes.

Le premier patient, âgé de 48 ans, est revenu le 22 janvier en France après «quelques jours» en Chine où il est notamment «passé par Wuhan», et a été hospitalisé jeudi à Bordeaux, a précisé Agnès Buzyn. «Il va bien», a-t-elle assuré. «Nous savons que depuis qu’il est sur le territoire français, il a été en contact avec une dizaine de personnes, nous allons les contacter».

L’importance de se surveiller

La ministre, qui a indiqué avoir eu l’information sur le second cas positif juste avant le point presse, n’a pas été en mesure de donner de détails sur le patient, indiquant toutefois qu’il était allé en Chine et qu’il était hospitalisé à l’hôpital Bichat à Paris. Agnès Buzyn a noté qu’il n’était pas possible de contrôler les «multiples voies» pour revenir de Chine: «On voit bien la difficulté dans un monde comme le nôtre de fermer les frontières, ça n’est en réalité pas possible».

«Pour les voyageurs qui rentrent de Chine, il est important de se surveiller, et au moindre signe respiratoire ou si on a de la fièvre, il ne faut pas aller aux urgences, il faut appeler le centre 15 qui vient chercher le patient», a-t-elle insisté.

La Chine a intensifié ses efforts pour contenir la propagation d’un nouveau virus tueur avec le confinement de plus de 40 millions de personnes. Le bilan officiel de la maladie causée par ce coronavirus apparu en décembre sur un marché de Wuhan, une ville du centre de la Chine, s’est encore aggravé vendredi, avec 26 morts.

D’autres cas

En dehors de la Chine, le virus a essaimé dans plusieurs pays. Un homme d’une trentaine d’années ayant séjourné dans la région de Wuhan a été hospitalisé non loin de Seattle (côte ouest des États-Unis), où il était retourné le 15 janvier, ont annoncé le 21 janvier les autorités. Il avait contacté de lui-même les services de santé le 19 janvier, après l’apparition de symptômes. Son état est jugé satisfaisant.

Une deuxième cas a été enregistré le 24 janvier, celui d’une sexagénaire arrivée de Wuhan le 13 janvier et habitant Chicago. «Elle se porte bien cliniquement», d’après les autorités sanitaires locales.

Le premier cas au Japon est celui d’un trentenaire qui a dû être hospitalisé le 10 janvier pour une forte fièvre et d’autres symptômes. Il était rentré quelques jours plus tôt d’un séjour à Wuhan. Un deuxième cas a été annoncé le 24 janvier, un quadragénaire qui réside à Wuhan, arrivé le 19 dans l’archipel nippon et qui avait ressenti de la fièvre le 14 janvier. D’autres cas ont aussi été enregistrés en Corée du Sud, en Australie, à Singapour, au Népal, à Taïwan, en Thaïlande et au Vietnam. (afp/nxp)


30MILA SOLDATI DAGLI STATI UNITI IN EUROPA SENZA MASCHERINA di Daniela Zini

30MILA SOLDATI 
DAGLI STATI UNITI IN EUROPA
 SENZA MASCHERINA
 
IO AVEVO GIÀ COMMENTATO QUESTA NOTIZIA GIORNI FA E MI ERO POSTA DELLE DOMANDE SUL PERCHÉ 30 000 SOLDATI AMERICANI VENISSERO IN EUROPA, AL TEMPO DEL CORONAVIRUS, DOPO AVERE SBARACCATO DALL’AFGHANISTAN E ANCHE IN TUTTA FRETTA...

1)          SONO SENZA MASCHERINA? ALLORA O SONO IMMUNI GENETICANENTE [MA QUESTO SIGNIFICHEREBBE CHE IL CORONAVIRUS È UN VIRUS PERSONALIZZATO!] O SONO IMMUNIZZATI DA VACCINO.

2)          DA COSA DEVONO PROTEGGERE L’EUROPA? IN EUROPA, A PARTE IL CORONAVIRUS - CHE, PER ME, È UNA VERA E PROPRIA ARMA DI DISTRUZIONE DI MASSA, SE NON ALTRO PER I MORTI CHE HA FATTO IN TUTTO IL MONDO, PARTICOLARMENTE IN CINA, IRAN E ITALIA -, NON È IN ATTO UNA GUERRA.

3)          GLI STATI UNITI CHE FANNO APPARIRE LA MISSIONE DI PACE [LA GUERRA] IN AFGHANISTAN RIUSCITA E CONCLUSA CON UN ACCORDO CON I TALEBANI, QUEGLI STESSI TALEBANI CONTRO I QUALI LA MISSIONE DI PACE ERA STATA MOBILITATA, DI FATTO, SE LA SONO DATA A GAMBE LEVATE DA QUEL PANTANO CHE DURAVA DA PIÙ DI TUTTI GLI ANNI DELLE 2 GUERRE MONDIALI MESSE INSIEME!

4)          GLI STATI UNITI SI SENTONO NULLAFACENTI DOPO LO SGOMBRO NON DALL’AFGHANISTAN, MA DA TUTTA QUELL’AREA ORIENTALE, DOPO L’ALTOLÀ FATTO LORO, A DICEMBRE, DA CINA, IRAN E RUSSIA?
GLI STATI UNITI NON POTRANNO PIÙ FARE, INFATTI, DA DICEMBRE, ESERCITAZIONI MILITARI - CHIAMIAMOLE COSÌ! - NELLE ACQUE DI HORMUZ E DELL’OCEANO INDIANO.
SAPETE COSA SIGNIFICA?
CHE NON AVRANNO PIÙ UNA VIA DI ACCESSO AI LORO TRAFFICI COMMERCIALI ATTRAVERSO LO STRETTO DI HORMUZ, CONTROLLATO DALL’IRAN!
E ALLORA DIRETE VOI?
GLI STATI UNITI HANNO URGENZA DI TROVARE UN’ALTRA VIA “ACQUATICA” ALTROVE, IN EUROPA, DOVE CASUALMENTE SI TROVERANNO A PASSARE IN QUESTO PERIODO PROPRIO QUEI 30 000 SOLDATI AMERICANI.

5)          FALLITA LA GUERRA IN IRAN [PROPRIO NON SI RIESCE AD ARMARE UNA GUERRA CONTRO L’IRAN!] E CHIUSASI QUELLA IN AFGHANISTAN [UNA VERA DEBACLE IN TERMINE DI VITE UMANE E DI RISORSE IMPIEGATE DALLA COALIZIONE, MA OGNUNO GIOCA A BATTAGLIA NAVALE CON I MEZZI CHE HA!] DOVE GLI STATI UNITI POTRANNO, ORA, LIBERARSI DELLE TONNELLATE DI SCORIE NUCLEARI ELIMINATE DALLE LORO CENTRALI ATOMICHE SUL LORO TERRITORIO - IN POCHE PAROLE, L’URANIO IMPOVERITO! -?
DEVO TEMERE IN EUROPA?

ECCO QUESTE SONO PARTE DELLE DOMANDE CHE TROVANO AHIMÉ ANCHE UNA RISPOSTA.
PERO’ NON SI DICE NULLA DELL’ESERCITO FRANCESE CHE SARA’ DISPIEGATO ALLA FRONTIERA RUSSA NELLA PRIMAVERA DEL 2021, A DIRE DELLA MINISTRA DELLA DIFESA FRANCESE FLORENCE PARLY [http://canempechepasnicolas.over-blog.com/2020/02/des-soldats-francais-a-la-frontiere-russe-que-vont-ils-faire-dans-cette-galere.html].
MA QUESTA E’ UN’ALTRA STORIA SULLA QUALE AVREMO MODO DI TORNARE.
BUONA GIORNATA A TUTTI!

Daniela Zini


Gli Stati uniti hanno alzato l’allerta Coronavirus per l’Italia a livello 3 [«evitare viaggi non essenziali»], portandolo a 4 per Lombardia e Veneto [«non viaggiare»], lo stesso che per la Cina. Le American Airlines e le Delta Air Lines hanno sospeso tutti i voli tra New York e Milano. I cittadini Usa che vanno in Germania, Polonia e altri paesi europei, a livello 2 di allerta, devono «adottare accresciute precauzioni».



C’è però una categoria di cittadini Usa esentata da tali norme: i 20.000 soldati che cominciano ad arrivare dagli Stati uniti in porti e aeroporti europei per l’esercitazione Defender Europe 20 [Difensore dell’Europa 2020], il più grande spiegamento di truppe Usa in Europa degli ultimi 25 anni. Compresi quelli già presenti, vi parteciperanno in aprile e maggio circa 30.000 soldati Usa, affiancati da 7.000 di 17 paesi membri e partner della Nato, tra cui l’Italia.
La prima unità corazzata è arrivata dal porto di Savannah negli Usa a quello di Bremerhaven in Germania. Complessivamente arrivano dagli Usa in 6 porti europei [in Belgio, Olanda, Germania, Lettonia, Estonia] 20.000 pezzi di equipaggiamento militare. Altri 13.000 pezzi sono forniti dai depositi preposizionati dallo US Army Europe [Esercito Usa in Europa], principalmente in Germania, Olanda e Belgio.
Tali operazioni, informa lo US Army Europe, «richiedono la partecipazione di decine di migliaia di militari e civili di molte nazioni».
Arriva allo stesso tempo dagli Usa in 7 aeroporti europei il grosso del contingente dei 20.000 soldati. Tra questi 6.000 della Guardia Nazionale provenienti da 15 Stati: Arizona, Florida, Montana, New York, Virginia e altri. All’inizio dell’esercitazione in aprile – comunica lo US Army Europe – i 30.000 soldati Usa «si spargeranno attraverso la regione europea» per «proteggere l’Europa da qualsiasi potenziale minaccia», con chiaro riferimento alla «minaccia russa».
Il generale Tod Wolters – che comanda le forze Usa in Europa e allo stesso tempo quelle Nato quale Comandante Supremo Alleato in Europa – assicura che «l’Unione europea, la Nato e il Comando europeo degli Stati uniti hanno lavorato insieme per migliorare le infrastrutture». Ciò permetterà ai convogli militari di spostarsi rapidamente lungo 4.000 km di vie di transito.
Decine di migliaia di soldati attraverseranno le frontiere per effettuare esercitazioni in dieci paesi.
In Polonia arriveranno, in 12 aree di addestramento, 16.000 soldati Usa con circa 2.500 veicoli. Paracadutisti Usa della 173a Brigata di stanza in Veneto e italiani delle Brigata Folgore di stanza in Toscana andranno in Lettonia per una esercitazione congiunta di lancio.
La Defender Europe 20 viene effettuata per «accrescere la capacità di dispiegare rapidamente una grande forza di combattimento dagli Stati uniti in Europa».
Si svolge quindi con tempi e procedure che rendono praticamente impossibile sottoporre decine di migliaia di soldati alle norme sanitarie sul Coronavirus e impedire che, nei turni di riposo, entrino in contatto con gli abitanti.
Per di più la US Army Europe Rock Band terrà in Germania, Polonia e Lituania una serie di concerti a ingresso libero che attireranno un grande pubblico.
I 30.000 soldati Usa, che «si spargeranno attraverso la regione europea», sono di fatto esentati dalle norme preventive sul Coronavirus che invece valgono per i civili.
Basta l’assicurazione data dallo US Army Europe che «stiamo monitorando il Coronavirus» e che «le nostre forze sono in buona salute».
Viene allo stesso tempo ignorato l’impatto ambientale di una esercitazione militare di tale portata.




Vi parteciperanno carrarmati Usa Abrams, pesanti 70 tonnellate con corazze di uranio impoverito, che consumano 400 litri di carburante per 100 km producendo forte inquinamento per erogare la massima potenza.
In tale situazione, che cosa fanno le autorità Ue e nazionali, che cosa fa l’Organizzazione mondiale della Sanità? Si mettono la mascherina, oltre che su bocca e naso, sugli occhi.





domenica 13 maggio 2012

E SE IL QUADRO DELLA CRISI ECONOMICA FOSSE UN FALSO DI AUTORE?

E SE IL QUADRO DELLA CRISI ECONOMICA FOSSE UN FALSO DI AUTORE?

di
Daniela Zini


Da ultimo, la sociologia scruta, attentamente, i sondaggi elettorali.
Per il grande pubblico, i sondaggi si sbagliano nelle loro previsioni, ma uno sguardo più attento rivela che, forse, non è, proprio, così.
I sondaggi, anche se formulano previsioni giuste, producono nella società, che li consuma, autorealizzazioni e autonegazioni, che modificano il risultato finale delle elezioni.
I partiti politici si sono volti verso questi strumenti, che, convenientemente, utilizzati possono far vincere o perdere le elezioni.
Si tratta allora di chiederci:
“Noi siamo altrettanto manipolabili?
Esiste in sociologia una teoria chiamata dell’autorealizzazione che afferma che se una previsione errata è resa pubblica ed è considerata come vera dai membri di una società, questa profezia si realizzi. A esempio, immaginiamo uno scenario economico, in cui tutto indichi che la crescita si mantenga e, nel contempo, il ministro dell’economia lanci un falso annuncio, che riveli che siano stati percepiti segnali di rallentamento della crescita e di una probabile crisi.
Ciò è evidentemente falso, ma proviene da una fonte socialmente attendibile.
Dall’annuncio pubblico del messaggio, è possibile che, per precauzione, chi avrebbe voluto investire in un nuovo affare non investa e chi avrebbe voluto fare un acquisto importante non lo faccia.
Quale conseguenza del rallentamento degli investimenti e del consumo, sorge la crisi.
La profezia era falsa, ma si è autorealizzata.
La politica non sfugge a questo fenomeno e cerca anche di profittarne.
Nelle democrazie, dette occidentali, gli elettori si dividono in due gruppi: quelli che hanno un voto deciso, invariabile e non si astengono quasi mai, e quelli chiamati gli indecisi, che votano in modo variabile. La struttura del sistema elettorale, coniugato a diverse circostanze politiche, fa in modo che la maggioranza del gruppo sociale degli elettori decisi si divida tra i due grandi partiti di centro-sinistra e di centro-destra, quelli che sono i soli in grado di “prendere il potere”.
Ma la loro vittoria dipende da un altro gruppo sociale: gli indecisi.
Conoscendo le teorie dell’autorealizzazione, non è sorprendente constatare che la maggior parte degli studi sociologici abbia rivelato che questo voto, indeciso fino all’ultimo minuto, vada, infine, al partito che ha più possibilità di vincere. Quello che è – se non in caso di disastri e di crisi – il partito al potere.
A patto che la vita dell’indeciso sia relativamente tranquilla, il suo voto, se vota, andrà, quasi sempre, al governo.
È la ragione per cui è così difficile “far sloggiare” un partito al potere, fuorché nei casi di scomparsa di detto partito, di crisi economica o istituzionale, di guerra o di disastro naturale. E, anche in questi casi, l’elettore indeciso preferisce l’astensione all’opposizione.
Le previsioni si autorealizzano e la presunzione di vittoria produce la vittoria.
Per questa ragione, ogni gruppo mediatico o politico gonfia i sondaggi a suo favore.
O almeno ciò dovrebbe essere così.
Ma non è così semplice, perché esiste anche un fenomeno chiamato: autonegazione.
Proclamare la propria vittoria è, dunque, necessario, ma rischioso.
I due grandi partiti politici di qualsiasi democrazia occidentale si battono per i voti centristi, ciò che è la forma politicamente corretta per indicare gli indecisi. Nella loro ricerca del centro, leggono i sondaggi, cercano forme per autorealizzare risultati favorevoli e lanciano messaggi semplici, poco rischiosi per timore dell’autonegazione.
A poco a poco, i sondaggi, le loro autorealizzazioni e le loro autonegazioni occupano la biblioteca e prendono il posto delle ideologie e dei progetti.
Io non sono una esperta in questioni economiche e finanziarie e neppure una adepta del complotto permanente, cui i cittadini sarebbero confrontati… per cui mi chiedo:
“E se la crisi finanziaria non servisse che a smantellare gli ultimi servizi pubblici e a addomesticare i salariati?”
È dall’inizio della crisi finanziaria che ho il sospetto – alcuni lo giudicheranno, forse, naïf – che questa crisi non abbia che due vere funzioni, due grandi obiettivi:
-         indurre i Paesi, che ne forniscano ancora, a smantellare, definitivamente, gli ultimi servizi sociali, a venderli, che si tratti di trasporti, di distribuzione di energia, di poste, di salute, di protezione sociale, ecc. Una vendita che li renderebbe miracolosamente redditizi a spese del “servizio” reso. La privatizzazione e la riduzione del deficit fanno parte delle condizioni – di fatto, esigite – per aiutare Paesi o garantire i loro debiti. Nelle condizioni imposte, io non ho sentito parlare – probabilmente non sono stata abbastanza attenta – di aumento di esazioni per le imprese o le banche, imposto dalla Banca Centrale Europea, dal Fondo Monetario Internazionale o dalla Riserva Federale Americana;  
-         indurre i salariati ad accettare sempre più elasticità e sempre più flessibilità, per riprendere quelle parole strane che caratterizzano, in effetti, un nuovo diritto di licenziamento più “spiccio”. E sempre meno protezione sociale e indennità di disoccupazione.
Poi, escluse alcune persone, banche e istituzioni, che potrebbero bruciarsi giocando con il fuoco, tutto tornerebbe normale… ma non per salariati e pensionati.
Agli economisti dire se io farnetico, a causa dell’effervescenza della febbre, o pongo due buoni interrogativi?


Daniela Zini
Copyright © 13 maggio 2012 ADZ











venerdì 1 aprile 2011

QUALE AVVENIRE PER LA DEMOCRAZIA NEL MEDITERRANEO?

Non è necessario sottolineare la dimensione storica degli eventi in corso.
Gli eventi attuali riflettono un cambiamento in profondità delle società del mondo arabo.
Questi cambiamenti sono in corso da lungo tempo, ma sono stati occultati dai clichés sul Medio Oriente.
John Maynard Keynes (1883-1946) ha detto:

“L’inevitabile non accade mai, l’inatteso sempre.”

Che il Mediterraneo concentrasse tutte le antinomie del nostro tempo – guerra e pace, democrazia e autoritarismo, progresso e arretramento – lo sapevamo.
Ma l’ampiezza e la rapidità delle sollevazioni hanno sorpreso tutti.
Sono stupefacenti.
Sono esemplari per quanto concerne i movimenti coraggiosi, pacifici, pluralisti e democratici dei popoli.
Sono sviluppi estremamente positivi, seppure carichi di incertezze e di sfide di grande ampiezza.
La storia non è finita, come hanno voluto farci credere.
Noi siamo a una nuova svolta storica nel Mediterraneo.
Quali saranno le conseguenze geopolitiche?
Quali saranno le conseguenze per l’Europa?
E quali saranno le conseguenze per la sinistra, per le forze progressiste del Nord e del Sud del Mediterraneo?
Noi non abbiamo, non possiamo avere risposte pronte a queste tre domande.
Ma possiamo discuterne.
Ed è necessario farlo insieme.
Si è parlato di un 1848 arabo.
I processi attuali nel mondo arabo hanno caratteristiche diverse, secondo le condizioni socio-politiche dei Paesi, ma è vero che fanno pensare, nel loro insieme, ai movimenti democratici del 1848 europeo, con i loro giovani manifestanti, provenienti dagli ambienti popolari e dalle classi medie, ispirati da idee democratiche, progressiste e nazionaliste, che trascinano la maggioranza dei popoli.
Uno storico ha descritto il 1848 come un momento in cui “la storia europea arrivò a una svolta che non riuscì a cogliere”.
È vero che alcuni moti europei del 1848 sono falliti.
Ma è, altrettanto, vero che certe idee hanno finito per radicarsi nelle società e certi obiettivi democratici sono divenuti realtà.
In questi Paesi, oltre a un’esigenza di dignità e di libertà, vi è un’esigenza di giustizia sociale e, come direbbe George Orwell, (1903-1950) di una “decenza comune”: un’indignazione popolare di fronte alla corruzione e al tenore di vita degli autocrati.
Il tasso di disoccupazione, la sottoccupazione, le ineguaglianze hanno alimentato la rivolta dei giovani.
Protestano, innanzitutto, contro la natura predatrice delle dittature.
Il raffronto tra Tunisia ed Egitto è illuminante.
In Tunisia, il clan Ben Ali aveva indebolito tutti gli alleati potenziali, per accentrare non solo il potere ma soprattutto la ricchezza: la classe degli uomini di affari è stata letteralmente rapinata dalla famiglia e l’esercito è stato lasciato non solo fuorigioco sul piano politico, ma soprattutto fuori della distribuzione delle ricchezze: l’esercito tunisino era povero, ha, quindi, un interesse corporativista ad avere un regime democratico che gli assicuri un budget più elevato.   
Di contro, in Egitto, il regime aveva una base più larga. L’esercito è associato non solo al potere, ma anche alla gestione dell’economia e ai suoi benefici.
La domanda democratica si urterà, dunque, dovunque nel mondo arabo sul radicamento sociale delle reti di clientelismo di ogni regime.
Le elezioni, i cambiamenti politici, non saranno sufficienti.
Si dovrà produrre giustizia sociale e prospettive di avvenire.
L’opinione europea interpreta le rivolte popolari in Africa del Nord e in Egitto attraverso una griglia vecchia di più di trenta anni: la Rivoluzione Islamica dell’Iran.
Ci si attende, quindi, di vedere  i movimenti islamici, all’occorrenza i Fratelli Musulmani e i loro equivalenti locali, pronti a prendere il potere.
Ma la discrezione e il pragmatismo dei Fratelli musulmani stupiscono e inquietano: dove sono finiti gli islamici?
I Fratelli musulmani sono molto cambiati, non sono più gli alfieri di un altro modello economico e sociale. Sono divenuti conservatori riguardo ai costumi e liberali riguardo all’economia.
Ed è, forse, l’evoluzione più rimarchevole.
Negli anni 1980, gli islamici – ma soprattutto gli sciiti – millantavano di difendere gli interessi della classe oppressa e vantavano una statalizzazione dell’economia e una redistribuzione della ricchezza. Nell’autunno del 1997, i Fratelli musulmani egiziani approvarono la controriforma agraria condotta da Hosni Mubarak, affermando che “così si ritornava alla legge di Dio”. Cosicché gli islamici non sono più presenti nei movimenti sociali che agitano il delta del Nilo, dove si osserva, ormai, un ritorno alla sinistra, come dire ai militanti sindacalisti. Ma l’imborghesimento degli islamici è un asso per la democrazia: non poter giocare la carta della rivoluzione islamica, li spinge alla conciliazione, al compromesso e all’alleanza con altre forze politiche.
L’interrogativo, oggi, non è più sapere se le dittature sono il migliore bastione contro l’integralismo o no.
Gli islamici sono divenuti attori del gioco democratico. Peseranno, sicuramente, molto nel controllo dei costumi, ma, non potendo fare leva su un apparato di repressione, come in Iran, o su una polizia religiosa, come in Arabia Saudita, dovranno venire a patti con una domanda di libertà, che non si ferma soltanto al diritto di eleggere un Parlamento. In breve, o gli islamici si identificheranno con la corrente salafita e conservatrice tradizionale, perdendo così la loro pretesa di concepire l‘islam nella modernità, o dovranno fare lo sforzo di rivedere la loro concezione dei rapporti tra religione e politica.
Ma se rivolgiamo lo sguardo alle masse che hanno lanciato i movimenti, è evidente che si tratta di generazioni post-islamiche. I grandi movimenti rivoluzionari degli anni 1970 e 1980, sono, per loro, storia antica, quella dei loro genitori. Questi giovani non si interessano alla ideologia; gli slogans sono tutti pragmatici e concreti: dégage, erhal.
Non fanno appello all’islam come facevano i loro predecessori, in Algeria, alla fine degli anni 1980.
Esprimono, innanzitutto, un rigetto delle dittature corrotte e una richiesta di democrazia, che, evidentemente, non significa che i manifestanti siano laici, ma semplicemente che non vedono nell’islam una ideologia politica in grado di creare un ordine migliore.
Sono in uno spazio politico secolare.
E, parimenti, sono nazionalisti, senza magnificare il nazionalismo.
Gli Stati Uniti, l’Israele o, in Tunisia, la Francia non sono additati come causa delle disgrazie del mondo arabo.
Lo stesso panarabismo è scomparso come slogan, nonostante gli eventi mostrino che vi è una realtà politica del mondo arabo.  
Queste nuove generazioni sono pluraliste, forse, perché sono anche più individualiste. Studi sociologici mostrano che queste generazioni sono più istruite delle precedenti, hanno meno figli, ma, allo stesso tempo, sono disoccupate, o meglio, vivono nel declassamento sociale. Sono più informate e hanno, spesso, accesso ai mezzi di comunicazione moderni, che permettono di connettersi in rete da individuo a individuo, senza passare per la mediazione dei partiti politici, in ogni caso vietati.
I giovani sanno che i regimi islamici sono divenuti dittature: non sono affascinati né dall’Iran, né dall’Arabia Saudita. Quelli che manifestano in Egitto sono gli stessi che manifestano in Iran contro Mahmud Ahmadinejad. Per ragioni di propaganda, il regime di Tehran finge di sostenere il movimento, in Egitto, ma è un regolamento di conti con Mubarak. Sono, forse, credenti, ma separano la religione dalla politica: in questo senso, i  movimenti sono secolari.
La pratica religiosa si è individualizzata.
I valori cui si richiamano sono universali.
Manifestano, innanzitutto, per la dignità, per il rispetto: questo slogan è partito dall’Algeria, alla fine degli anni 1990.
Ma la democrazia che si chiede, oggi, non è più un prodotto di importazione, come la promozione di democrazia, fatta dall’amministrazione Bush, nel 2003, che non era accettabile, poiché non aveva alcuna legittimità politica ed era associata a un intervento militare. Paradossalmente, l’indebolimento degli Stati Uniti in Medio-Oriente e il pragmatismo dell’amministrazione di Barak Obama, oggi, permettono a una domanda autoctona di democrazia di esprimersi in tutta legittimità.
Ciò detto, una rivolta non fa una rivoluzione.
Il movimento non ha leaders, né partiti politici, né assetto, coerentemente alla sua natura, ma pone il problema della istituzionalizzazione della democrazia. È poco probabile che la scomparsa di una dittatura porti automaticamente all’insediamento di una democrazia liberale.
Iraq docet!
Vi è in ogni paese arabo, come altrove, un paesaggio politico complesso che è stato occultato dalla dittatura. Ora, infatti, a parte gli islamici e, molto sovente, i sindacati, perfino indeboliti, non vi è gran cosa. Noi chiamiamo islamici quelli che vedono nell’islam una ideologia politica in grado di risolvere tutti i problemi della società. I più radicali hanno lasciato la scena per la Jihad internazionale e non sono più là: sono nel deserto con al-Qaida, nel Maghreb islamico (AQM), in Pakistan o nella periferia di Londra. Non hanno base sociale o politica. La Jihad globale è completamente scollegata dai movimenti sociali e dalle lotte nazionali. Cerca di presentare il movimento come l’avanguardia di tutta la comunità musulmana contro l’oppressione occidentale, ma non è così: al-Qaida recluta giovani jihadisti deterritorializzati, senza base sociale, che hanno tagliato totalmente con il loro entourage e con la loro famiglia.
Al-Qaida resta chiusa nella sua logica di propaganda.
Non si è mai preoccupata di costruire una struttura politica in seno alle società musulmane. Poiché l’azione di al-Qaida si svolge soprattutto in Occidente o mira a  bersagli indicati come occidentali, il suo impatto nelle società reali è nullo.     
Un’altra illusione ottica è collegare la reislamizzazione massiva che sembra abbiano conosciuto le società del mondo arabo, nel corso degli ultimi trenta anni, con una radicalizzazione politica.
Se le società arabe sono, più visibilmente, islamiche rispetto a trenta o quaranta anni fa, come spiegare l’assenza di slogans islamici nelle manifestazioni attuali?
È il paradosso della islamizzazione: ha largamente spoliticizzato l’islam.
La reislamizzazione sociale e culturale (l’obbligo del velo, il numero delle moschee, la moltiplicazione dei predicatori, dei canali televisivi religiosi) si è fatta al di fuori dei militanti islamici, ha anche aperto un “mercato religioso”, di cui più nessuno ha il monopolio. In breve, gli islamici hanno perduto il monopolio della parola religiosa nello spazio pubblico, che avevano negli anni 1980.
Da una parte, le dittature hanno sovente, ma non in Tunisia, favorito un islam conservatore, visibile ma poco politico, ossessionato dal controllo dei costumi. Per quanto paradossale possa apparire, la reislamizzazione ha trascinato una banalizzazione e una spoliticizzazione del marcatore religioso: quando tutto è religioso, più niente è religioso.
Un altro errore è concepire le dittature come campioni del secolarismo contro il fanatismo religioso. I regimi autoritari non hanno secolarizzato le società, al contrario, eccezione fatta per la Tunisia, si sono adattati a una reislamizzazione di tipo neofondamentalista.  
Il grado di libertà varia fortemente da uno Stato all’altro del Mare Nostrum.
Nessuno è in grado di prevedere l’esito delle rivolte, applaudite da Bruxelles, Washington e Tehran.
Se queste rivolte appaiono post-islamiche – cosa che converrà confermare ulteriormente – non appaiono né post-storiche né post-nazionali, ma sociali e portatrici di una critica politica.
Diversi Paesi del Sud dell’Europa contano, egualmente, una gioventù che conosce disoccupazione ed esclusione, disgustata dalla indegnità dei suoi leaders.
È una ragione, secondo i punti di vista, per assumersi la responsabilità o occultare questi elementi propri alle rivolte arabe. 
Che fare?
Alzare il volume della musica per coprire il rumore esterno o fare capolino dalla finestra e, perfino, scendere in strada e confrontare le idee?
Anche se la Grecia e, perfino, l’Italia conoscono delle contestazioni, la situazione resta relativamente sterile in questi Paesi.
Le contestazioni in Grecia e in Italia hanno lasciato apparire una grande frustrazione, una totale opposizione ai leaders, ma anche una mancanza di convinzioni e di proposte, al contrario dei manifestanti arabi, che mirano chiaramente a una rimozione dei propri leaders e una liberalizzazione dei regimi, capaci di marciare su un quartier generale reale o simbolico, al prezzo della vita.




Daniela Zini
Copyright © 30 marzo 2011