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mercoledì 11 marzo 2020

CORONAVIRUS: UE FARA’ IL MASSIMO, VELOCE, MA CHE TEMPISMO! di Daniela Zini


CORONAVIRUS: UE FARA’ IL MASSIMO, VELOCE
 PRESIDENTE DEL CONSIGLIO EUROPEO CHARLES YVES JEAN GHISLAINE MICHEL

 MA CHE TEMPISMO!
MA CHE TEMPISMO DA PARTE DELL’UNIONE EUROPEA, DOPO L’ACCERTAMENTO DEL PRIMO CASO DI CORONAVIRUS IN FRANCIA E, QUINDI, IN EUROPA, IL 19 GENNAIO SCORSO!
NOI ERAVAMO IMPEGNATI A SEGUIRE LE VICENDE DI SAN REMO, MENTRE IL RESTO DEL MONDO SI DAVA DA FARE PER INSABBIARE QUESTO GENERE DI NOTIZIE E, POI, GETTARE LA CROCE ADDOSSO A NOI PERMANENTEMENTE DISTRATTI E DISTORTI.
IL 24 GENNAIO, 24 HEURES TITOLAVA:

UN TROISIEME CAS DE CORONAVIRUS EN FRANCE
France Les trois premiers cas, confirmés ce vendredi, du coronavirus chinois en Europe ont tous été détectés en France.

MA NEL DARE LA NOTIZIA DEI 3 CASI DI CORONAVIRUS IN FRANCIA, FORNIVA RAGGUAGLI CIRCA LA SITUAZIONE NEL MONDO...
IN COREA DEL SUD, IN AUSTRALIA, A SINGAPORE, IN NEPAL, A TAIWAN, IN TAILANDIA E IN VIETNAM.
NON MENZIONAVA, A RAGIONE, L’ARTICOLO E’ DEL 24 GENNAIO, NE’ LA GRAN BRETAGNA NE’ LA GERMANIA.


MA, IN GERMANIA:
- IL 27 GENNAIO, VIENE RICONOSCIUTO POSITIVO UN QUADRO TEDESCO 33ENNE;
- IL 28 GENNAIO, 3 DIPENDENTI DI WEBASTO [UN UOMO DI 27 ANNI, UNO DI 40 E UNA DONNA DI 33] SONO RICOVERATI A SCHWABING;
- IL 30 GENNAIO, UN UOMO DELLA STESSA COMPAGNIA WEBASTO E’ POSITIVO AL TEST.

E IN GRAN BRETAGNA, IL 31 GENNAIO, VENGONO CONFERMATI 2 CASI DI CORONAVIRUS A NEWCASTLE.

PERO’ LA FAMA DI UNTORI, GRAZIE ALLA DISATTENZIONE DELLA STAMPA TUTTA PRESA A COPRIRE L’EVENTO PIU’ SEGUITO AL MONDO, SAN REMO, CE L’ABBIAMO NOI, CHE ABBIAMO RILEVATO IL PRIMO CASO IL 21 FEBBRAIO.
QUALCUNO, SICURAMENTE, HA BARATO NEI NUMERI E ANCHE IN ALTRO, MA HA GIOCATO E NON POCO LA DISTRAZIONE DEI NOSTRI MEDIA, CHE, OGGI, DICONO: IN GERMANIA IL PRIMO CASO E LA GERMANIA HA NASCOSTO.
NO, LA GERMANIA NON HA NASCOSTO E NON E’ NEPPURE IL PRIMO PAESE CONTAGIATO IN EUROPA, IN QUANTO E’ STATA LA FRANCIA, CON BEN 3 CASI.

MI AUGURO CHE QUESTA PIAGA DEL CORONAVIRUS, CHE HA MESSO A NUDO LE FRAGILITA’ DEI PAESI E LA NON-COOPERAZIONE TRA LORO, FINISCA QUANTO PRIMA O ALMENO FINISCA PRIMA CHE FINIAMO TUTTI.
E QUESTO E’ PROPRIO TUTTO!

Daniela Zini


Trois cas du nouveau coronavirus chinois ont été «confirmés» en France, sur des patients hospitalisés à Paris et Bordeaux, ont annoncé vendredi soir les autorités sanitaires françaises, soulignant qu’il s’agissait des «premiers cas européens». Les trois patients hospitalisés, dont deux au moins s’étaient rendus en Chine, ont été placés en isolement.

«Nous sommes en train de remonter l’histoire de ces patients positifs de façon à rentrer en contact avec les personnes qu’ils ont croisées», avait expliqué la ministre de la Santé Agnès Buzyn en annonçant les deux premiers cas lors d’un point presse, notant que la période d’incubation était probablement «autour de 7 jours, entre 2 et 12 jours». Le troisième, «proche parent de l’un des cas, qui était en cours d’investigation, vient d’être confirmé», a indiqué le ministère plus tard dans la soirée.

«Nous avons aujourd’hui les premiers cas européens, probablement parce que nous avons mis au point le test très rapidement et que nous sommes capables de les identifier», a estimé la ministre. «Il faut traiter une épidémie comme on traite un incendie, très vite repérer la source» et le «circonscrire le plus vite possible» a-t-elle encore déclaré.

«Il va bien»

Les personnes avec qui les patients positifs au coronavirus ont été en contact doivent ainsi «prendre leur température plusieurs fois par jour, contacter le centre 15 en cas de symptôme et rester chez elles pour l’instant pour éviter tout contact ultérieur qui favoriserait la propagation du virus», a insisté la ministre, appelant à ne pas se rendre aux urgences en cas de symptômes.

Le premier patient, âgé de 48 ans, est revenu le 22 janvier en France après «quelques jours» en Chine où il est notamment «passé par Wuhan», et a été hospitalisé jeudi à Bordeaux, a précisé Agnès Buzyn. «Il va bien», a-t-elle assuré. «Nous savons que depuis qu’il est sur le territoire français, il a été en contact avec une dizaine de personnes, nous allons les contacter».

L’importance de se surveiller

La ministre, qui a indiqué avoir eu l’information sur le second cas positif juste avant le point presse, n’a pas été en mesure de donner de détails sur le patient, indiquant toutefois qu’il était allé en Chine et qu’il était hospitalisé à l’hôpital Bichat à Paris. Agnès Buzyn a noté qu’il n’était pas possible de contrôler les «multiples voies» pour revenir de Chine: «On voit bien la difficulté dans un monde comme le nôtre de fermer les frontières, ça n’est en réalité pas possible».

«Pour les voyageurs qui rentrent de Chine, il est important de se surveiller, et au moindre signe respiratoire ou si on a de la fièvre, il ne faut pas aller aux urgences, il faut appeler le centre 15 qui vient chercher le patient», a-t-elle insisté.

La Chine a intensifié ses efforts pour contenir la propagation d’un nouveau virus tueur avec le confinement de plus de 40 millions de personnes. Le bilan officiel de la maladie causée par ce coronavirus apparu en décembre sur un marché de Wuhan, une ville du centre de la Chine, s’est encore aggravé vendredi, avec 26 morts.

D’autres cas

En dehors de la Chine, le virus a essaimé dans plusieurs pays. Un homme d’une trentaine d’années ayant séjourné dans la région de Wuhan a été hospitalisé non loin de Seattle (côte ouest des États-Unis), où il était retourné le 15 janvier, ont annoncé le 21 janvier les autorités. Il avait contacté de lui-même les services de santé le 19 janvier, après l’apparition de symptômes. Son état est jugé satisfaisant.

Une deuxième cas a été enregistré le 24 janvier, celui d’une sexagénaire arrivée de Wuhan le 13 janvier et habitant Chicago. «Elle se porte bien cliniquement», d’après les autorités sanitaires locales.

Le premier cas au Japon est celui d’un trentenaire qui a dû être hospitalisé le 10 janvier pour une forte fièvre et d’autres symptômes. Il était rentré quelques jours plus tôt d’un séjour à Wuhan. Un deuxième cas a été annoncé le 24 janvier, un quadragénaire qui réside à Wuhan, arrivé le 19 dans l’archipel nippon et qui avait ressenti de la fièvre le 14 janvier. D’autres cas ont aussi été enregistrés en Corée du Sud, en Australie, à Singapour, au Népal, à Taïwan, en Thaïlande et au Vietnam. (afp/nxp)


mercoledì 26 gennaio 2011

CINA: SANGUE E SPLENDORI DELLE PRIME DINASTIE

“…né cristiano né pagano, saracino o tartero, né niuno huomo di niuna generazione non vide né cercò tante meravigliose cose del mondo come fece messer Marco Polo.”

UNA VIAGGIATRICE EUROPEA
ALL’ALBA DI UN NUOVO MILLENNIO
SULLE STRADE CHE VIDERO GENGIS KHAN E MARCO POLO

“Viaggiare per diventare senza patria.”
Henri Michaux


Agli asini e ai muli, senza i quali nulla di tutto ciò sarebbe accaduto.

La mondializzazione ha modificato il rapporto con il tempo e con lo spazio.
Le evoluzioni tecnologiche, economiche, politiche hanno provocato, moltiplicato le relazioni tra le persone, le culture.
Ma se le genti si incrociano sempre più, possiamo dire che si incontrano?
La paura dell’Altro, alimentata dall’ignoranza, nutre il razzismo. Vivere con i propri simili rassicura, ma i comunitarismi chiudono, inquietano.
È una banalità affermare che l’incontro con l’Altro permetta l’incontro con noi stessi. È identificando l’Altro che identifichiamo noi stessi.
Chi viaggia  senza incontrare l’Altro non viaggia, si sposta.
Diverse ragioni mi legano all’Asia e, negli anni, mi sono specializzata nei territori legati anche a Marco Polo.
Così è nata l’idea di questo viaggio.


CINA
SANGUE E SPLENDORI DELLE PRIME DINASTIE


Gli imperatori del 2000 a.C. vestono abiti di seta e promuovono la lavorazione del bronzo. Al cruento periodo dei regni combattenti subentra l’età delle scuole di pensiero. Con la Grande Muraglia la Cina si difende dai barbari. La rivolta dei Turbanti Gialli: il mondo cinese si fraziona.




Quattrocentomila anni fa in Cina vivevano, già, i cinesi: i resti del Sinanthropus Pekinensis, scoperti, nel 1927, nella grotta di Chu-ku-tien, vicino a Pechino, presentano caratteristiche morfologiche tali da stabilire la discendenza del gruppo etnico mongolo e, in particolare, cinese, da quel lontano progenitore. Ma il Sinanthropus si reggeva a stento in posizione eretta e non parlava. Dovevano passare centinaia di migliaia di anni prima che l’uomo raccontasse la sua storia, cercasse di dare un senso al proprio vivere civile.
Gli inizi dell’epoca storica si delineano frammentari e confusi intorno al III millennio a.C.: l’uomo parla, racconta di sé e il mito è il primo documento che rifletta le fasi, i problemi e gli orientamenti della civiltà arcaica.
Yao, Shun e Yu sono i tre imperatori della leggenda, infaticabili organizzatori del lavoro umano e impegnati a sottomettere la natura al controllo dell’uomo.
Il figlio dell’ultimo mitico imperatore, Yu il Grande, colui che imbrigliò le acque dei fiumi, è il fondatore della dinastia Xia che, secondo le date convenzionali, va dal XXI al VI secolo a.C.
La Xia è una dinastia non storicamente accertata, ma l’arco di tempo che abbraccia corrisponde, senza dubbio, a un periodo di assestamento e consolidamento: l’insediamento si fa stabile, agricoltura e artigianato si sviluppano lentamente mentre cultura dei cereali e allevamento hanno ancora un ruolo secondario. Ma già gli appartenenti alle grandi famiglie vestono abiti di seta, perché in Cina la sericoltura è nota dal II millennio a.C.
Intorno a questo stesso periodo, nelle piane della Cina centrale, si verifica un fenomeno di importanza capitale, vale a dire appare e si impone la tecnica per la lavorazione del bronzo; sull’introduzione di questa tecnica non sono da escludersi influenze esterne, dell’Asia centrale, ma è provato che questa si perfeziona gradualmente proprio in Cina, raggiungendo un livello eccezionalmente alto rispetto alle altre civiltà primitive. Nel contempo, si estende e consolida, sempre più, la proprietà privata della terra, emerge una aristocrazia dedita alla caccia e alla guerra, la quale avoca a sé anche le funzioni religiose, sacrificando agli antenati e alle divinità del suolo.
È l’epoca della dinastia Shang, la prima storicamente accertabile (1766-1112 a.C.), che ebbe trenta sovrani, i cui nomi ci sono stati tramandati dagli Annali dinastici. I nobili riconobbero l’autorità di questi sovrani che erano più capi religiosi, in quanto garanti dell’ordine cosmico, che capi politici. Intorno al nucleo, già, organizzato dello spazio cinese corrispondente, a grandi linee, alle odierne province di Hopeh e di Honan, vivevano popolazioni che i cinesi consideravano barbare. Contro queste popolazioni, la dinastia degli Shang si estenuò in guerre continue fino a quando l’ultimo sovrano degli Shang venne sconfitto in battaglia dal capo dei Chou, Wu Wan.
La gente di Chou, stabilita nella regione dell’odierno Shaanxi, differiva etnicamente e culturalmente dagli Shang. Il successore di Wu Wan, il famoso Duca Chou, diede allo Stato strutture assai simili a quelle del feudalesimo europeo del medioevo: ai suoi parenti e ai suoi alleati il Duca Chou assegnò i feudi principali, ma ebbe la scaltrezza di assegnarne uno anche all’erede dell’ultimo sovrano degli Shang, in modo da ingraziarselo e impedire che intorno alla sua persona si formasse una coalizione legittimista.
I feudatari dovevano pagare un tributo al sovrano e impegnarsi a difenderlo militarmente, ma nel loro feudo godevano di poteri assoluti: i contadini, in posizione simile a quella dei servi della gleba, erano obbligati a prestare corvées a beneficio diretto del loro signore, ma spesso anche a beneficio di tutta la comunità, come l’immane opera di controllo dello Huang Ho e dei suoi affluenti, che richiedeva assiduo impegno di manodopera ingente. Nelle comunità di villaggio le famiglie contadine coltivavano, a turno, gli appezzamenti migliori di terra che rimaneva, tuttavia proprietà del feudatario dal quale la ricevevano in uso. Un campo, generalmente il più fertile, era, poi, coltivato comunemente da tutti i contadini e il raccolto ottenuto doveva essere consegnato interamente al signore.
I Chou stabilirono la loro capitale prima a Hsian poi, verso il 750 a.C., sentendosi minacciati dalle popolazioni barbare limitrofe, specie i jung, la trasferirono più a est, a Loyang, dando, così, inizio a quella che è chiamata dinastia dei Chou orientali. Alla periferia, intanto, si erano formati vari principati autonomi e per i Chou iniziò un lungo periodo di decadenza, durante il quale la loro sovranità fu riconosciuta soltanto formalmente.
Il periodo che va dal 722 al 481 a.C. – durante il quale la, già, affermata unità del mondo cinese entrava in crisi – è noto come Periodo Primavera Autunno, dal titolo di una raccolta di Annali che a esso si riferiscono. Tre grandi principati, Qi nello Shantung, Qin nello Shaanxi e Qiu a sud dello Yangtze, si contesero il primato e si dilaniarono in guerre sanguinose. Le vicende di questo periodo sono estremamente complesse; assetto economico e organizzazione della società subirono profonde trasformazioni. L’evoluzione già in atto si precisò con l’introduzione della tecnica per la fusione del ferro che veniva usato per scopi sia militari sia civili. Solidi attrezzi agricoli permettevano di dissodare terre sempre più vaste e i principati maggiori divennero grandi Stati in cui la produzione agricola assunse un’importanza fondamentale. La terra, prima proprietà inalienabile del signore feudale, divenne oggetto di compra-vendita e venne imposto un sistema di tassazione in base all’area posseduta. La nomina dei funzionari direttamente da parte del principe divenne uso comune, mirante a distruggere i resti dell’aristocrazia feudale e a centralizzare di conseguenza il potere.
Il periodo seguente, che va dal 475 al 221 a.C., è conosciuto come Epoca dei Regni Combattenti, perché le guerre si susseguirono ininterrotte tra i vari Stati di recente e più vecchia formazione: Yen nella provincia di Hopeh, Qi e Lu nello Shantung, Qiu nella media valle dello Yangtze, Shu nello Sichuan. Le città si ingrandirono, il commercio si sviluppò, apparve la figura del mercante e, con il mercante, la moneta.
A queste trasformazioni economiche e sociali si accompagnò una intensa vita intellettuale fiorente presso le corti dei vari principati: è l’epoca delle cento scuole di pensiero, delle dispute tra filosofi impegnati non in speculazioni metafisiche, ma in problemi concretamente politici. È l’epoca di Confucio (551-479 a.C.) cittadino dello Stato di Lu. 
Uno Stato, tuttavia, quello di Qin, situato nell’estremo ovest, era, già, decisamente uscito dal feudalesimo e stava fortificandosi grazie alla radicale eliminazione del sistema di proprietà feudale, alla costituzione di una burocrazia centralizzata, all’introduzione del principio della responsabilità collettiva, penale e fiscale, nei villaggi e alla costruzione di opere idrauliche.
Al principe di Qin, ricordato con il nome di Qin Shi Huang Ti  (Qin Primo Augusto Imperatore), sarebbe toccata la missione storica di unificare la Cina: dal 230 al 221 a.C., sconfisse tutti i suoi rivali ed estese i confini del mondo cinese fino alla regione dove oggi sorge Canton; dal 221 al 210 a.C., consolidò le sue conquiste, generalizzando le riforme già attuate nel suo Stato. Coadiuvato dal grande statista Li Su, divise l’impero in province e distretti, organizzò una vasta rete stradale che si diramava a raggera dalla capitale. Hsien Yang, unificò pesi, misure, monete e caratteri di scrittura, distrusse tutte le fortificazioni che dividevano un regno dall’altro, ma alla frontiera settentrionale iniziò la costruzione della Grande Muraglia per proteggere la Cina dalle incursioni dei barbari.
In realtà, questa opera gigantesca non ha mai protetto la Cina dalla minaccia delle popolazioni del nord, ma è, sempre, stata orgogliosa testimonianza dell’unità dell’impero cinese, portatore di un ordine e di un sistema di valori al quale i barbari dovevano conformarsi: altrimenti, prima o poi, sarebbero stati ricacciati al di là della Grande Muraglia e più che una difesa un simbolo. 
Qin Shi Huang Ti abolì anche tutti i diritti feudali, scatenò la repressione contro i confuciani, impose ai contadini pesanti tributi in natura e lavoro forzato, ordinò la distruzione di tutti i libri che gli suonavano sgraditi perché desiderava che tra passato e presente non vi fosse più nessun ponte. Insomma, Qin Shi Huang Ti era un despota dalla mano pesante, ma in undici anni creò l’impero che ebbe vita più lunga in tutta la storia del mondo.
La dinastia da lui fondata ebbe, tuttavia, durata brevissima: un anno dopo la sua morte si scatenò la prima grande rivolta contadina della storia della Cina, risorsero i particolarismi, si ricostituirono i principati feudali. Il figlio di Qin Shi Huang Ti fu detronizzato, nel 206 a.C., da Liu Pang, rappresentante della nuova classe di latifondisti il quale, sedata la rivolta contadina, concedendo ai poveri di coltivare le terre reali, fondò la dinastia Han che tanta importanza ebbe nella storia della Cina, perché plasmò definitivamente la struttura morale, economica e politica della nazione cinese, al punto che, ancora oggi, i cinesi si definiscono Figli di Han. Liu Pang affidò il controllo dello Stato a una burocrazia di funzionari reclutati per esami e ricalcò, in parte, le leggi dei Qin, riducendo però l’onere che gravava sui contadini.
Sotto il regno dell’imperatore Wu Ti (140-87 a.C.), il confucianesimo divenne l’ideologia ufficiale della classe dominante e lo Stato accentrò ogni funzione imprenditoriale, istituendo monopoli per il sale, il ferro e la zecca. La campagna contro gli unni, intrapresa sotto questo imperatore, ebbe esito vittorioso e la Cina entrò, per la prima volta, in contatto con l’Asia centrale, fino alla Partia, grazie a un’ambasceria guidata da Chang Ch’ien, che aprì quello che, per secoli, fu l’unico e precario canale di comunicazione tra oriente e occidente, la famosa Via della Seta. Ma le campagne militari costavano care, il tesoro pubblico si dissanguava e i proprietari terrieri, sempre più strettamente legati alla burocrazia, sottraevano terre ai contadini, ridotti, per la maggioranza, al ruolo di braccianti agricoli.
Agli inizi del I secolo a.C., scoppiarono rivolte che misero a repentaglio l’esistenza stessa dello Stato.
Nell’8 d.C., Wang Mang, alto dignitario imperiale, rovesciò la dinastia Han, fondò la dinastia Hsin (la Nuova) e varò una serie di drastiche riforme per controbilanciare il potere dei latifondisti: vietò la compra-vendita della terra dichiarata di possesso demaniale e la distribuì ai coltivatori, istituì un sistema di prestiti e consolidò i monopoli statali. Ma tutte queste misure non ebbero effetti immediati e il malcontento popolare sfociò nella rivolta dei Sopraccigli Rossi.
Nel 22, un principe della deposta dinastia Han riuscì a ristabilire il potere del suo casato e trasferì la capitale a est, a Loyang. Per questo gli Han, dal 22 al 186, furono definiti Han orientali mentre gli Han del periodo precedente, che avevano per capitale Hsian, erano noti come Han occidentali. Fu un breve periodo di ripresa economica, di relativa prosperità e di scoperte tecniche, presto minato dalle guerre ai confini contro gli unni, sconfitti, tuttavia, nel 91. Gli imperatori Han non riuscirono a contrastare efficacemente il potere dei latifondisti e la loro corte, dominata dagli eunuchi e dalle concubine, era luogo di intrighi e di corruzione, che dilagavano dal centro nelle province, coinvolgendo tutta la classe dei funzionari.
Nel 184, scoppiò un’altra grande rivolta contadina detta dei Turbanti Gialli, i cui capi si ispiravano al taoismo. Il mondo cinese fu destinato a frazionarsi nuovamente: nel 220, la dinastia Han, il cui potere da anni era soltanto nominale, venne, definitivamente, spodestata dal famoso Ts’ao Ts’ao, condottiero militare e uomo di lettere, che a Loyang fondò la dinastia Wei e colonizzò la valle del Fiume Giallo, distribuendo le terre ai suoi soldati e obbligandoli, in cambio, a pagare un piccolo tributo e a garantire l’efficienza dell’apparato militare.
Ma altri Stati sorsero in concorrenza a Wei, Shu nel Sichuan, Wu nel sud. Iniziava il periodo detto dei Tre Regni, che durò fino al 280, quando una nuova dinastia, la Qin, riuscì a riunificare il Paese, fino al 313. All’epoca dei Tre Regni lo spazio cinese si era frazionato, seguendo frontiere che corrispondevano a nuove autonomie economiche: medio Fiume Giallo, basso Yangtze e bacino rosso del Sichuan. Nel bacino del medio Fiume Giallo si insediarono popoli nomadi delle steppe settentrionali di origine etnica diversa (tungusi, turchi, tibetani) che fondarono Stati propri, adottando i principi, la lingua e gli usi e costumi cinesi.
I seguito a queste invasioni si verificò un flusso di migrazione cinese verso il sud, verso le zone ancora poco popolate del basso Yangtze. Nord e sud, differenziati etnicamente e politicamente, subirono vicende diverse per tutta l’epoca seguente, detta, appunto, dei Regni Settentrionali e Meridionali.
Al sud si alternarono, successivamente, cinque dinastie cinesi, mentre tutta la regione del basso Yangtze conobbe uno sviluppo spettacolare nel campo dell’agricoltura, dell’artigianato e del commercio. Era l’epoca in cui il buddismo, introdotto in Cina fin dall’epoca Han, godeva del favore delle corti e si diffondeva tra il popolo assumendo, in certi periodi, caratteristiche di religione privilegiata di Stato. Al nord si susseguirono varie dinastie barbare, ma la più importante fu quella dei Wei, fondata dalla tribù dei Toba che, nel 386, unificò il nord e riuscì a mantenersi, pur con alterne vicende, fino al 557, quando l’ultimo imperatore Toba fu spodestato da un dignitario di sangue misto, Wendi Yang Jian, il quale mosse alla conquista vittoriosa del sud e, nel 581, fondò la dinastia Sui.
La Cina riunificata del VI secolo aveva dimensioni territoriali, etniche, economiche e sociali diverse rispetto alla Cina degli Han. I barbari invasori erano stati, completamente, assimilati e la regione economicamente determinante non era più la valle del Fiume Giallo, ma quella dello Yangtze, prima arretrata e dipendente. Per convogliare alla capitale Loyang, a quell’epoca una città di più di un milione di abitanti, e a tutte le altre regioni consumatrici, i milioni di quintali di cereali prodotti nella zona del basso Yangtze, Yang-ti, primo imperatore della dinastia Sui, iniziò i lavori di scavo del Grande Canale Imperiale, che, per un millennio, fu la più rapida via di comunicazione tra nord e sud. A questo scopo ricorse al lavoro coatto in misura, insopportabilmente, gravosa per le masse contadine: dei sei milioni di uomini reclutati per lo scavo del canale, tre ne morirono di fatica e di stenti. Eguale sorte toccò a coloro che vennero da Yang-ti reclutati per restaurare la Grande Muraglia.
Per potenziare l’apparato burocratico centralizzato, Yang-ti sostenne il confucianesimo, a scapito del buddismo e perfezionò il sistema degli esami imperiali per il reclutamento dei funzionari. Inoltre lanciò imponenti campagne militari, che portarono gli eserciti cinesi fino al Vietnam, al Siam e alla Corea. Ma queste guerre costarono care, la situazione economica generale risentì di cattive annate agricole e bande armate di contadini si sollevarono ovunque.
Nel 618, la dinastia Sui crollò: come i Qin, i Sui avevano avuto la missione storica di preparare il terreno ai loro successori. Gli Han prima e, poi, i Tang non fecero che continuare e perfezionare l’opera unificatrice e centralizzatrice, già, avviata da queste dinastie di transizione. La dinastia Tang, fondata da Li Yuan, un comandante militare dei Sui, portò la Cina all’apogeo della sua grandezza e ne fece uno degli Stati più potenti e civili, non soltanto dell’Asia, ma del mondo intero di allora.
Proprio mentre l’Europa piombava nel Medioevo, arti e lettere raggiungevano sotto i Tang la massima fioritura e basti qui ricordare i nomi di grandi poeti come Li Po, Tu Fu e Pai Chu-yi.

A Tan Chiu

L’amico mio dimora in alto sui monti dell’Est;
Gli è cara la bellezza delle valli e dei monti.
Nella stagione verde giace nei boschi vuoti;
E dorme ancora quando il sole alto rispende.
Un vento di pineta gl’impolvera maniche e manto;
Un ruscello ghiaioso gli terge il cuore e l’udito.
T’invidio! Tu che lontano da discorsi e discordie
Hai la testa appoggiata a un guanciale di nuvole azzurre.

Li Po (701-762)

Sotto i Tang la classe mercantile conobbe un vigoroso sviluppo, la stessa estensione dell’impero favorì l’espandersi dei traffici e l’uso della moneta si impose al punto che anche le tasse vennero prelevate in contanti e non più in natura. Cardine della vita economica rimase, ovviamente, l’agricoltura che, grazie a un editto per la ridistribuzione delle terre emanato, nel 624, ed effettivamente applicato, si sviluppò a livelli mai prima raggiunti, favorendo l’incremento demografico. La Cina dei Tang con i suoi 100 milioni di abitanti, era, in effetti, il Paese più popoloso della terra. L’influenza non soltanto politica, ma culturale e civile cinese si estese a molti Stati limitrofi, ai quali i Tang imposero rapporti di vassallaggio, lasciando loro, tuttavia, un largo margine di autonomia. Sotto la diretta influenza cinese entrarono il Tibet, la Corea e parte dell’Afghanistan.   
La spinta espansionistica cinese si bloccò, tuttavia, nel 751, con la sconfitta inflitta dagli arabi alle armate imperiali presso il Fiume Tala (vicino al Fiume Ili), che aprì l’Asia centrale all’influenza dell’Islam.
Il primo secolo della dinastia Tang fu dominato da quattro grandi figure di imperatori che contribuirono con le loro doti personali alla potenza della dinastia e alla prosperità del Paese.
Il primo è T’ai Tsung, figlio del fondatore della dinastia Li Yuan, che, nel 627, costrinse il padre ad abdicare e soppresse tutti i suoi fratelli per rimanere unico padrone.
Nel 649, gli successe Kao Tsung, che proseguì l’espansione verso occidente, estendendo il potere cinese alla regione del Lago d’Aral.
Dal 684 al 710, il potere cadde nelle mani dell’imperatrice Wu Tse-tien, donna crudele e di estrema intelligenza che, dapprima, governò in nome del figlio, poi, fondò una propria dinastia, la Chu, e trasferì la capitale da Hsian a Loyang e a Lung-men, i cui resti si ammirano ancora oggi.
Ripristinato il potere dei Tang, grazie a una congiura di palazzo, salì sul trono Hsuan Tsung, un esteta raffinato e un generoso mecenate che, nel periodo del suo lungo regno, dal 712 al 756, portò la dinastia al massimo splendore, ma ne assistette  anche alla decadenza. Nel 755, un generale di origine turca, An Lu-shan, comandante della regione oggi nota come Manciuria, marciò con le sue truppe contro la capitale. L’imperatore fuggì, accompagnato dalla sua concubina preferita, la bella Yang Kuei-fei. I soldati della scorta costrinsero la donna al suicidio, convinti che la sua influenza nefasta sull’imperatore avesse provocato la catastrofe. Con il cuore spezzato Hsuan Tsung fu costretto a subire questa morte e, nei secoli a venire, la storia di questi due infelici amanti fu il tema preferito di poeti e drammaturghi (http://www.youtube.com/watch?v=d70OuQbd-tg&feature=related).
La rivolta di An Lu-shan, sedata nel 763, segnò, tuttavia, una svolta nella storia dei Tang perché, nonostante vari tentativi di riforme, le tendenze centrifughe si fecero sempre più forti e quasi tutti i generali delle zone di frontiera si sottrassero al controllo centrale. La Cina dei Tang entrò, decisamente, in un periodo di decadenza, la situazione nelle campagne era disastrosa.  
Nell’873, scoppiò una rivolta contadina che presto dilagò nelle altre province: centinaia di migliaia di insorti, guidati da Huang Chao, invasero la capitale. Ma i comandanti militari che, da tempo, godevano di larga autonomia, coalizzandosi, pervennero a sconfiggere i ribelli e uno di loro, Chu Wen, nel 907, dichiarò deposti i Tang e fondò la propria dinastia detta dei Liang Posteriori.
Per circa cinquanta anni, l’impero fu nuovamente diviso.
Al nord si susseguirono cinque effimere dinastie, mentre al sud si alternarono dieci regni diversi. Di questa crisi approfittarono a nord-est i barbari kitan, che, passata la Grande Muraglia, stabilirono la loro capitale, dove sorge, oggi, Pechino e, nel 937, fondarono la dinastia Liao, destinata a durare fino al 1125, nonostante il resto della Cina venisse riunificato, nel 960, da Chao Kuang-yin, fondatore della dinastia Sung. La minaccia barbara al nord pesò, come una ipoteca, sul pur florido assetto, che i Sung riuscirono a dare al Paese.
L’epoca Sung è una delle epoche più contraddittorie della storia cinese, in quanto sia l’arte sia le scienze giunsero a un estremo grado di raffinatezza ma, dal punto di vista politico e militare, fu un’epoca di decadenza. I Sung furono costretti a “comperare la pace” dai barbari, che continuavano a infiltrarsi in terra cinese dalle frontiere settentrionali, ma, il versamento di cospicui tributi non fu sempre misura sufficiente a frenarli.
Il principale problema di politica interna Sung era eliminare i fenomeni di separatismo che avevano causato la rovina della dinastia Tang e, a questo scopo, venne perfezionata la macchina burocratica altamente centralizzata, nella quale prestavano servizio circa due milioni di funzionari tra civili e militari. Agricoltura e artigianato erano quanto mai prosperi, ma nelle campagne persistevano gli squilibri e la pesante macchina statale provocò un costante disavanzo del bilancio. Le intelligenti e lungimiranti riforme proposte da Wang An-shi, capo del partito degli innovatori e, dal 1069, primo ministro, vennero osteggiate dai conservatori e non servirono a fermare l’incipiente inflazione.
Intanto nel nord, nel 1125, altri barbari, i juchen, si erano sostituiti ai kitan e avevano fondato una loro dinastia con il nome di dinastia Qin. Nel 1126, invasero la capitale dei Sung, Kaifeng, e fecero prigioniero lo stesso imperatore. La corte si trasferì al sud, a Hang-chou, e il nome della dinastia, da questo momento, nota con il nome di Sung Meridionali, passò a un ramo cadetto. Ma, nel nord, i Qin vittoriosi erano, a loro volta, minacciati da altri barbari, le tribù mongole, unificate da Gengis Khan, e quando, nel 1235, i Qin furono sopraffatti, la sorte dei Sung Meridionali, nonostante l’eroica resistenza opposta ai mongoli, fu segnata.
Nel 1279, l’ultimo imperatore Sung, la cui flotta era stata sconfitta nei pressi di Canton, si uccise gettandosi in mare, e lo spazio cinese fu, per la prima volta, nella sua lunga storia, interamente sottoposto al dominio di un popolo straniero. I mongoli, alla cui testa si trovava il grande Kublai Khan, diedero alla loro dinastia il nome cinese di Yuan, ma si opposero alla fusione con la civiltà cinese, imponendo il privilegio razziale e sottoponendo i cinesi al rigore del loro codice di vincitori. I cinesi erano esclusi dall’amministrazione e dal potere politico ed economico, le loro terre vennero confiscate, a beneficio dei padroni mongoli.
Gli storici cinesi non sono molto benevoli nei confronti della dinastia Yuan, ma sarebbe errato mettere completamente al passivo questi ottanta anni: infatti, artigianato e commercio continuarono a fiorire, le città conobbero un forte sviluppo – Marco Polo nel suo Milione ce ne ha lasciato entusiastiche descrizioni – e si riaprirono le vie di comunicazione con l’Asia centrale, fatto che, appunto, rese possibile il memorabile viaggio del mercante veneziano, il quale, in Cina, entrò al servizio dei mongoli e fece carriera, perché i mongoli non si fidavano dei cinesi e preferivano servirsi di elementi stranieri.
L’atmosfera cosmopolita dell’epoca mongola contrasta con le precedenti epoche di chiusura dello spazio cinese alle influenze e agli scambi con l’estero. In Cina giunsero le prime missioni francescane e si insediarono numerosi mercanti musulmani; alcune scoperte cinesi, quali la polvere da sparo e la stampa, si diffusero in Europa e nel mondo arabo.
Ancora una volta, tuttavia, la scintilla della rivolta scoppiò tra le masse contadine, come mai vessate e, in certe zone, private addirittura della terra, che i mongoli, nella valle del Fiume Giallo, avevano voluto lasciare incoltivata per farne dei pascoli.
Nel 1350, scoppiò, nella provincia di Honan, la rivolta contadina dei Turbanti Rossi, che dilagò presto in tutto il Paese fino a quando, nel 1368, Pechino, la Cambaluc di Marco Polo, cadde nelle mani degli insorti, alla cui testa era un contadino, Chu Yuan-chang, fondatore della nuova grande dinastia Ming.
I mongoli, fallito il loro tentativo di edificare un grande impero continentale, vennero ricacciati nel nord della Grande Muraglia, che i Ming si premurarono di restaurare, come a voler sottolineare la ritrovata unità dell’universo cinese ben distinto rispetto ai barbari. Invano!
Alla fine del XVI secolo l’autorità dei Ming declinò, nonostante i successi ottenuti precedentemente: altri barbari erano alle porte, le tribù manciù, che si impadronirono del vasto territorio, che da loro prese il nome di Manciuria, terra dei manciù, e, quando, nel 1628, scoppiò la grande rivolta contadina, guidata da Li Tzu-cheng, vennero chiamati, in soccorso della dinastia, dalla stessa classe dirigente cinese, terrorizzata dalla eventualità di una riforma agraria.
I mancesi ne approfittarono immediatamente, varcarono la Grande Muraglia, occuparono Pechino e proclamarono la fondazione della loro dinastia, la Qing. Nonostante la tenace resistenza opposta dai legittimisti Ming, particolarmente nel mezzogiorno e a Formosa (Isola di Taiwan), dove si era rifugiato il leggendario Cheng Cheng-kung, noto anche con il nome di Koxinga, il quale tenne testa anche alla penetrazione olandese e portoghese, nel 1683, i Qing riuscirono a stabilire saldamente il loro potere.
Sotto i Qing, nonostante certe somiglianze apparenti come la posizione privilegiata dei mancesi rispetto ai cinesi nell’apparato burocratico, la situazione fu diversa da quella dell’epoca mongola. I Qing, infatti, specie nella seconda fase del loro regno, si lasciarono assimilare dalla civiltà cinese al punto da diventare più cinesi dei cinesi e si ersero a paladini dei valori del popolo che avevano vinto e sottomesso. Chiave di volta del loro successo fu la immediata alleanza che riuscirono a stabilire con la classe dirigente cinese, favorendo la conservazione e lo sviluppo della grande proprietà agraria. Sotto il regno di due grandi imperatori mancesi, K’ang Hsi (1662-1723) e Chen Lung (1736-1796) sia l’industria, che dalla fase artigianale era, già, passata a quella manifatturiera, sia l’agricoltura, che si giovava dell’introduzione di nuove colture, conobbero un grande sviluppo e la Cina attraversò uno dei periodi più prosperi della sua storia. Conseguenza prima di questa grande prosperità fu il boom demografico: si calcola che i cinesi fossero 150 milioni intorno al 1600, 300 milioni, un secolo dopo, e, intorno alla metà del XIX secolo, avessero già raggiunto la cifra ragguardevole di 450 milioni.
Ma a questo aumento della popolazione non corrispondeva una eguale crescita della produzione agricola e l’equilibrio si spezzò. L’autorità dei mancesi, nonostante i successi militari ottenuti in Tibet, nel Sinkiang, in Nepal e in Birmania, si affievolì e la resistenza al loro dominio trovò espressione in varie società segrete, il cui programma era “Restaurare i Ming, cacciare i Qing”.
Scoppiarono numerose rivolte contadine, come quella guidata dalla società segreta del Loto Bianco, ma i Qing riuscirono a domarle.
Furono, tuttavia, vittorie effimere perché l’impero agricolo cinese con tutte le sue contraddizioni, risultanti dalla sperequazione nella distribuzione della terra, dalla pressione fiscale e dall’organizzazione burocratico-feudale, che frenava il sorgere di nuovi rapporti sociali, stava per affrontare la crisi più lacerante della sua storia. I barbari, che premevano alle sue frontiere, non erano più tribù provenienti dal nord: venivano dal mare, erano partiti dal lontano occidente, e avrebbero messo in crisi non soltanto la stabilità economica della Cina, ma anche quella ideologica. Infatti, per la prima volta, la Cina ebbe a che fare con barbari che barbari non erano, in quanto portatori di una civiltà altamente sviluppata e padroni di una tecnica superiore a quella cinese.
Lo splendido isolamento era finito, la Cina avrebbe dovuto rinnovarsi o perire.
Il processo sarebbe stato doloroso e gravido di conseguenze sia per gli aggressori sia per gli aggrediti.     




Daniela Zini
Copyright © 26 gennaio  2011 ADZ

giovedì 6 gennaio 2011

UN BILANCIO A MEZZATINTA

Da cinque giorni, il 2010 fa parte della storia ed è iniziato un nuovo anno.
Il 2010 non ha conosciuto eventi catastrofici più gravi dello tsunami del 2004, in Indonesia, o dell’invasione dell’Iraq, qualche tempo prima. Tuttavia, la natura e gli uomini non hanno cessato, per tutto l’anno, di provocare, qui e là, guasti, trasformando la vita di milioni di persone in un inferno.
La natura è stata particolarmente inclemente con Haiti e il Pakistan. Il primo è stato colpito, in gennaio, da un terremoto devastante, che ha fatto milioni di morti e di senzatetto in uno dei paesi più poveri del pianeta. Il secondo è stato devastato, nei mesi di luglio e agosto, da inondazioni bibliche che hanno riportato il paese molti anni addietro.
I pakistani sarebbero stati ben felici di avere a che fare solo con lo scatenamento delle forze della natura!
Gli uomini in Pakistan sono ben più crudeli!
Non passa giorno senza che un kamikaze non si intrufoli tra la gente e si faccia esplodere, portando con sé innocenti, la cui unica colpa è di essere nel luogo eletto dall’illuminato.  Circa 1.400 persone sono morte nel 2010, un record dalla trasformazione dei talebani pakistani a movimento terrorista, il cui fine è destabilizzare il paese e abbattere il regime politico.
Proprio accanto al pantano pakistano, anche il pantano afghano batte i records, nel 2010, in numero di attacchi sanguinosi contro le forze alleate e in numero di morti tra le fila delle stesse forze alleate. Circa 700 soldati americani e della NATO sono morti, lo scorso anno, nettamente più dei 521 morti registrati nel 2009, un anno record, peraltro. I 30mila soldati supplementari inviati da Barack Obama (1961), all’inizio dell’anno, non hanno potuto invertire la tendenza, come sperava la Casa Bianca.
In Iraq, “tutte le unità combattenti” sono partite, lo scorso agosto, e il resto partirà alla fine di questo anno.

“Le forze armate USA in Iraq sono meno di 50mila. L'esercito USA passerà ora all’operazione New Dawn, Nuova Alba, in vigore a partire dal primo settembre 2010.”,

aveva reso noto in un comunicato l’esercito americano.
La situazione della sicurezza è nettamente migliorata a dispetto degli attacchi sferrati, di tanto in tanto, attraverso i quali al-Qaida, apparentemente allo stremo, tenta, disperatamente, di far sapere che è sempre là. Le forze di polizia e l’esercito iracheno sembrano, ora, capaci di incaricarsi della sicurezza nel paese. Il segnale più significativo a tale riguardo è venuto dal successo delle forze irachene nel garantire, da sole, la sicurezza dei milioni di pellegrini che, ogni anno, convergono a Qarbala per piangere la morte di Hossein. Lo scorso anno, nessun grave incidente ha sconvolto la celebrazione dell’Ashura. Sul piano politico, l’impasse, conseguente alle elezioni della scorsa primavera in Iraq, è durata da marzo a dicembre. Si è dovuto attendere, tutto questo tempo, perché i diversi partiti politici arrivassero a un accordo minimale, che aprisse, finalmente, la via alla formazione di un governo di coalizione.
Nel Medio Oriente, non è stato l’impasse del processo dei negoziati israelo-palestinesi che ha focalizzato l’attenzione mondiale. Questa impasse è divenuta una consuetudine perché questo processo non è avanzato di uno iota dal suo inizio, nel 1991.
Quello che, invece, ha focalizzato l’attenzione mondiale, questo anno, è stato lo strano proposito di Washington di fare qualsiasi cosa perché si desse al mondo l’illusione che il processo di pace fosse in atto. Obama non ha esitato a proporre a Benjamin Netanyahu (1949) una bustarella di 71.428.571 dollari al giorno (secondo i calcoli di un quotidiano britannico (1) http://www.independent.co.uk/opinion/commentators/fisk/robert-fisk-an-american-bribe-that-stinks-of-appeasement-2139101.html), in cambio di un semplice congelamento delle costruzioni nelle colonie per un periodo di tre mesi.

“Three billion dollars for three months is one billion dollars a month to stop Israel's colonisation. That's half a billion dollars a fortnight. That's $500m a week. That's $71,428,571 a day, or $2,976,190 an hour, or $49,603 a minute.”
The Indipendent, Robert Fisk: An American bribe that stinks of appeasement
Saturday, 20 November 2010

Netanyahu ha rifiutato questa sorprendente offerta e gli Stati Uniti hanno riconosciuto, di fronte a un mondo attonito, il loro insuccesso nell’ottenere una così insignificante concessione da parte di Israele, anche mettendo un prezzo alto. La costruzione delle colonie nei territori occupati palestinesi ha ripreso, da ottobre, a ritmo serrato.
Sempre in Medio Oriente, l’evento strategico dell’anno è la degradazione brutale delle relazioni israelo-turche, a seguito dell’attacco, il 31 maggio, da parte di un commando israeliano della Mavi Marmara, che ha causato la morte di nove attivisti di nazionalità turca. Da allora, Ankara non ha smesso di esigere le scuse e le riparazioni e Israele non ha smesso di rifiutarle.
Quanto al dossier del nucleare iraniano, il braccio di ferro continua a opporre Iran e Occidente. L’attacco israeliano, tanto temuto contro le installazioni nucleari iraniane, non ha avuto luogo, lo scorso anno, ma il pericolo non è passato del tutto, gli israeliani potrebbero, in ogni momento, appiccare un incendio che metterebbe la regione a ferro e fuoco.
In Asia, l’ascesa a potenza della Cina continua a provocare inquietudini e agitazioni strategiche in Estremo Oriente. Il 2010 è stato segnato da una crisi diplomatica grave tra Pekino e Tokio, che ha ingenerato un consolidamento dei legami nippo-americani, dopo un timido ed effimero tentativo del primo ministro Yukio Hatoyama (1947) ad aprirsi all’Asia e a ridurre la presenza e l’influenza americane in Giappone.
Sempre in Estremo Oriente, Seul e Pyongyang sono state a un passo dal riprendere le ostilità, interrotte nel 1953.
L’Unione Europea, a dispetto della crisi dell’euro e dei seri problemi finanziari di alcuni suoi membri, prosegue il suo cammino di sviluppo soddisfacente, distante dal rumore e furore che infieriscono altrove. Non è immunizzata contro le minacce terroriste, ma è riuscita fino a ora a smantellare reti e a far abortire complotti, l’ultimo dei quali, sventato in Gran Bretagna, avrebbe potuto essere devastante.
In Africa, le elezioni presidenziali in Guinea sono riuscite a risolvere la grave crisi politica, innescata dal colpo di Stato di Moussa Dadis Camara (1964).
Gli ivoriani non sono stati altrettanto fortunati!
 Le elezioni presidenziali in Costa d’Avorio, che si supponeva risolvessero la lunga crisi politica del paese, l’hanno, al contrario, aggravata. La politica di più di un decennio del “ci sono, ci resto” di Laurent Gbagbo (1945) rischia di scatenare una nuova guerra civile e ripiombare il paese nel caos, che lo ha segnato per più di un decennio. La novità nella crisi ivoriana è la mobilitazione della Comunità Economica degli Stati dell’Africa dell’Ovest (CEDEAO). Di fronte all’incredibile ostinazione di Laurent Gbagbo di mantenere il potere che non gli appartiene e di sfidare il mondo intero, la CEDEAO minaccia di sloggiarlo con la forza. Se lo farà, sarà, allora, un grande cambiamento politico, che rivoluzionerà le relazioni interstatali in Africa.
Buon Anno!




Note:
(1) Anyone who panders to injustice by one people against another people is called an appeaser. Anyone who prefers peace at any price, let alone a $3bn bribe to the guilty party – is an appeaser. Anyone who will not risk the consequences of standing up for international morality against territorial greed is an appeaser. Those of us who did not want to invade Afghanistan were condemned as appeasers. Those of us who did not want to invade Iraq were vilified as appeasers. Yet that is precisely what Obama has done in his pathetic, unbelievable effort to plead with Netanyahu for just 90 days of submission to international law. Obama is an appeaser.
The fact that the West and its political and journalistic elites – I include the ever more disreputable New York Times – take this tomfoolery at face value, as if it can seriously be regarded as another "step" in the "peace process", to put this mystical nonsense "back on track", is a measure of the degree to which we have taken leave of our senses in the Middle East.
It is a sign of just how far America (and, through our failure to condemn this insanity, Europe) has allowed its fear of Israel – and how far Obama has allowed his fear of Israeli supporters in Congress and the Senate – to go.
Three billion dollars for three months is one billion dollars a month to stop Israel's colonisation. That's half a billion dollars a fortnight. That's $500m a week. That's $71,428,571 a day, or $2,976,190 an hour, or $49,603 a minute. And as well as this pot of gold, Washington will continue to veto any resolutions critical of Israel in the UN and prevent "Palestine" from declaring itself a state. It's worth invading anyone to get that much cash to stage a military withdrawal, let alone the gracious gesture of not building more illegal colonies for only 90 days while furiously continuing illegal construction in Jerusalem at the same time.
The Hillary Clinton version of this grotesquerie would be funny if it was not tragic. According to the sharp pen of the NYT's Roger Cohen, La Clinton has convinced herself that Palestine is "achievable, inevitable and compatible with Israel's security". And what persuaded Madame Hillary of this? Why, on a trip to the pseudo-Palestine "capital" of Ramallah last year, she saw the Jewish settlements – "the brutality of it was so stark" according to one of her officials – but thought her motorcade was being guarded by the Israeli army because "they're so professional". And then, lo and behold, they turned out to be a Palestinian military guard, a "professional outfit" – and all this changed Madame's views!
Quite apart from the fact that the Israeli army is a rabble, and that indeed, the Palestinians are a rabble too, this "road to Ramallah" incident led supporters of Madame, according to Cohen, to realise that there had been a transition "from a self-pitying, self-dramatising Palestinian psyche, with all the cloying accoutrements of victimhood, to a self-affirming culture of pragmatism and institution-building". Palestinian "prime minister" Salam Fayyad, educated in the US so, naturally, a safe pair of hands, has put "growth before grumbling, roads before ranting, and security before everything".
Having been occupied by a brutal army for 43 years, those wretched, dispossessed Palestinians, along with their cousins in the West Bank who have been homeless for 62 years, have at last stopped ranting and grumbling and feeling sorry for themselves and generally play-acting in order to honour the only thing that matters. Not justice. Certainly not democracy, but to the one God which Christians, Jews and Muslims are all now supposed to worship: security.
Yes, they have joined the true brotherhood of mankind. Israel will be safe at last. That this infantile narrative now drives the woman who told us 11 years ago that Jerusalem was "the eternal and indivisible capital of Israel" proves that the Israeli-Palestinian conflict has now reached its apogee, its most treacherous and final moment. And if Netanyahu has any sense – I'm talking abut the Zionist, expansionist kind – he will wait out the 90 days, then thumb his nose at the US. In the three months of "good behaviour", of course, the Palestinians will have to bite the bullet and sit down to "peace" talks which will decide the future borders of Israel and "Palestine". But since Israel controls 62 per cent of the West Bank this leaves Fayyad and his chums about 10.9 per cent of mandate Palestine to argue about.
And at the cost of $827 a second, they'd better do some quick grovelling. They will. We should all hang our heads in shame. But we won't. It's not about people. It's about presentation. It's not about justice. It's about "security". And cash. Lots of it. Goodbye Palestine.
The Indipendent, Robert Fisk: An American bribe that stinks of appeasement
Saturday, 20 November 2010







Daniela Zini
Copyright © 5 gennaio 2011