Powered By Blogger

Informazioni personali

Visualizzazione post con etichetta Medio Oriente. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Medio Oriente. Mostra tutti i post

giovedì 6 gennaio 2011

UN BILANCIO A MEZZATINTA

Da cinque giorni, il 2010 fa parte della storia ed è iniziato un nuovo anno.
Il 2010 non ha conosciuto eventi catastrofici più gravi dello tsunami del 2004, in Indonesia, o dell’invasione dell’Iraq, qualche tempo prima. Tuttavia, la natura e gli uomini non hanno cessato, per tutto l’anno, di provocare, qui e là, guasti, trasformando la vita di milioni di persone in un inferno.
La natura è stata particolarmente inclemente con Haiti e il Pakistan. Il primo è stato colpito, in gennaio, da un terremoto devastante, che ha fatto milioni di morti e di senzatetto in uno dei paesi più poveri del pianeta. Il secondo è stato devastato, nei mesi di luglio e agosto, da inondazioni bibliche che hanno riportato il paese molti anni addietro.
I pakistani sarebbero stati ben felici di avere a che fare solo con lo scatenamento delle forze della natura!
Gli uomini in Pakistan sono ben più crudeli!
Non passa giorno senza che un kamikaze non si intrufoli tra la gente e si faccia esplodere, portando con sé innocenti, la cui unica colpa è di essere nel luogo eletto dall’illuminato.  Circa 1.400 persone sono morte nel 2010, un record dalla trasformazione dei talebani pakistani a movimento terrorista, il cui fine è destabilizzare il paese e abbattere il regime politico.
Proprio accanto al pantano pakistano, anche il pantano afghano batte i records, nel 2010, in numero di attacchi sanguinosi contro le forze alleate e in numero di morti tra le fila delle stesse forze alleate. Circa 700 soldati americani e della NATO sono morti, lo scorso anno, nettamente più dei 521 morti registrati nel 2009, un anno record, peraltro. I 30mila soldati supplementari inviati da Barack Obama (1961), all’inizio dell’anno, non hanno potuto invertire la tendenza, come sperava la Casa Bianca.
In Iraq, “tutte le unità combattenti” sono partite, lo scorso agosto, e il resto partirà alla fine di questo anno.

“Le forze armate USA in Iraq sono meno di 50mila. L'esercito USA passerà ora all’operazione New Dawn, Nuova Alba, in vigore a partire dal primo settembre 2010.”,

aveva reso noto in un comunicato l’esercito americano.
La situazione della sicurezza è nettamente migliorata a dispetto degli attacchi sferrati, di tanto in tanto, attraverso i quali al-Qaida, apparentemente allo stremo, tenta, disperatamente, di far sapere che è sempre là. Le forze di polizia e l’esercito iracheno sembrano, ora, capaci di incaricarsi della sicurezza nel paese. Il segnale più significativo a tale riguardo è venuto dal successo delle forze irachene nel garantire, da sole, la sicurezza dei milioni di pellegrini che, ogni anno, convergono a Qarbala per piangere la morte di Hossein. Lo scorso anno, nessun grave incidente ha sconvolto la celebrazione dell’Ashura. Sul piano politico, l’impasse, conseguente alle elezioni della scorsa primavera in Iraq, è durata da marzo a dicembre. Si è dovuto attendere, tutto questo tempo, perché i diversi partiti politici arrivassero a un accordo minimale, che aprisse, finalmente, la via alla formazione di un governo di coalizione.
Nel Medio Oriente, non è stato l’impasse del processo dei negoziati israelo-palestinesi che ha focalizzato l’attenzione mondiale. Questa impasse è divenuta una consuetudine perché questo processo non è avanzato di uno iota dal suo inizio, nel 1991.
Quello che, invece, ha focalizzato l’attenzione mondiale, questo anno, è stato lo strano proposito di Washington di fare qualsiasi cosa perché si desse al mondo l’illusione che il processo di pace fosse in atto. Obama non ha esitato a proporre a Benjamin Netanyahu (1949) una bustarella di 71.428.571 dollari al giorno (secondo i calcoli di un quotidiano britannico (1) http://www.independent.co.uk/opinion/commentators/fisk/robert-fisk-an-american-bribe-that-stinks-of-appeasement-2139101.html), in cambio di un semplice congelamento delle costruzioni nelle colonie per un periodo di tre mesi.

“Three billion dollars for three months is one billion dollars a month to stop Israel's colonisation. That's half a billion dollars a fortnight. That's $500m a week. That's $71,428,571 a day, or $2,976,190 an hour, or $49,603 a minute.”
The Indipendent, Robert Fisk: An American bribe that stinks of appeasement
Saturday, 20 November 2010

Netanyahu ha rifiutato questa sorprendente offerta e gli Stati Uniti hanno riconosciuto, di fronte a un mondo attonito, il loro insuccesso nell’ottenere una così insignificante concessione da parte di Israele, anche mettendo un prezzo alto. La costruzione delle colonie nei territori occupati palestinesi ha ripreso, da ottobre, a ritmo serrato.
Sempre in Medio Oriente, l’evento strategico dell’anno è la degradazione brutale delle relazioni israelo-turche, a seguito dell’attacco, il 31 maggio, da parte di un commando israeliano della Mavi Marmara, che ha causato la morte di nove attivisti di nazionalità turca. Da allora, Ankara non ha smesso di esigere le scuse e le riparazioni e Israele non ha smesso di rifiutarle.
Quanto al dossier del nucleare iraniano, il braccio di ferro continua a opporre Iran e Occidente. L’attacco israeliano, tanto temuto contro le installazioni nucleari iraniane, non ha avuto luogo, lo scorso anno, ma il pericolo non è passato del tutto, gli israeliani potrebbero, in ogni momento, appiccare un incendio che metterebbe la regione a ferro e fuoco.
In Asia, l’ascesa a potenza della Cina continua a provocare inquietudini e agitazioni strategiche in Estremo Oriente. Il 2010 è stato segnato da una crisi diplomatica grave tra Pekino e Tokio, che ha ingenerato un consolidamento dei legami nippo-americani, dopo un timido ed effimero tentativo del primo ministro Yukio Hatoyama (1947) ad aprirsi all’Asia e a ridurre la presenza e l’influenza americane in Giappone.
Sempre in Estremo Oriente, Seul e Pyongyang sono state a un passo dal riprendere le ostilità, interrotte nel 1953.
L’Unione Europea, a dispetto della crisi dell’euro e dei seri problemi finanziari di alcuni suoi membri, prosegue il suo cammino di sviluppo soddisfacente, distante dal rumore e furore che infieriscono altrove. Non è immunizzata contro le minacce terroriste, ma è riuscita fino a ora a smantellare reti e a far abortire complotti, l’ultimo dei quali, sventato in Gran Bretagna, avrebbe potuto essere devastante.
In Africa, le elezioni presidenziali in Guinea sono riuscite a risolvere la grave crisi politica, innescata dal colpo di Stato di Moussa Dadis Camara (1964).
Gli ivoriani non sono stati altrettanto fortunati!
 Le elezioni presidenziali in Costa d’Avorio, che si supponeva risolvessero la lunga crisi politica del paese, l’hanno, al contrario, aggravata. La politica di più di un decennio del “ci sono, ci resto” di Laurent Gbagbo (1945) rischia di scatenare una nuova guerra civile e ripiombare il paese nel caos, che lo ha segnato per più di un decennio. La novità nella crisi ivoriana è la mobilitazione della Comunità Economica degli Stati dell’Africa dell’Ovest (CEDEAO). Di fronte all’incredibile ostinazione di Laurent Gbagbo di mantenere il potere che non gli appartiene e di sfidare il mondo intero, la CEDEAO minaccia di sloggiarlo con la forza. Se lo farà, sarà, allora, un grande cambiamento politico, che rivoluzionerà le relazioni interstatali in Africa.
Buon Anno!




Note:
(1) Anyone who panders to injustice by one people against another people is called an appeaser. Anyone who prefers peace at any price, let alone a $3bn bribe to the guilty party – is an appeaser. Anyone who will not risk the consequences of standing up for international morality against territorial greed is an appeaser. Those of us who did not want to invade Afghanistan were condemned as appeasers. Those of us who did not want to invade Iraq were vilified as appeasers. Yet that is precisely what Obama has done in his pathetic, unbelievable effort to plead with Netanyahu for just 90 days of submission to international law. Obama is an appeaser.
The fact that the West and its political and journalistic elites – I include the ever more disreputable New York Times – take this tomfoolery at face value, as if it can seriously be regarded as another "step" in the "peace process", to put this mystical nonsense "back on track", is a measure of the degree to which we have taken leave of our senses in the Middle East.
It is a sign of just how far America (and, through our failure to condemn this insanity, Europe) has allowed its fear of Israel – and how far Obama has allowed his fear of Israeli supporters in Congress and the Senate – to go.
Three billion dollars for three months is one billion dollars a month to stop Israel's colonisation. That's half a billion dollars a fortnight. That's $500m a week. That's $71,428,571 a day, or $2,976,190 an hour, or $49,603 a minute. And as well as this pot of gold, Washington will continue to veto any resolutions critical of Israel in the UN and prevent "Palestine" from declaring itself a state. It's worth invading anyone to get that much cash to stage a military withdrawal, let alone the gracious gesture of not building more illegal colonies for only 90 days while furiously continuing illegal construction in Jerusalem at the same time.
The Hillary Clinton version of this grotesquerie would be funny if it was not tragic. According to the sharp pen of the NYT's Roger Cohen, La Clinton has convinced herself that Palestine is "achievable, inevitable and compatible with Israel's security". And what persuaded Madame Hillary of this? Why, on a trip to the pseudo-Palestine "capital" of Ramallah last year, she saw the Jewish settlements – "the brutality of it was so stark" according to one of her officials – but thought her motorcade was being guarded by the Israeli army because "they're so professional". And then, lo and behold, they turned out to be a Palestinian military guard, a "professional outfit" – and all this changed Madame's views!
Quite apart from the fact that the Israeli army is a rabble, and that indeed, the Palestinians are a rabble too, this "road to Ramallah" incident led supporters of Madame, according to Cohen, to realise that there had been a transition "from a self-pitying, self-dramatising Palestinian psyche, with all the cloying accoutrements of victimhood, to a self-affirming culture of pragmatism and institution-building". Palestinian "prime minister" Salam Fayyad, educated in the US so, naturally, a safe pair of hands, has put "growth before grumbling, roads before ranting, and security before everything".
Having been occupied by a brutal army for 43 years, those wretched, dispossessed Palestinians, along with their cousins in the West Bank who have been homeless for 62 years, have at last stopped ranting and grumbling and feeling sorry for themselves and generally play-acting in order to honour the only thing that matters. Not justice. Certainly not democracy, but to the one God which Christians, Jews and Muslims are all now supposed to worship: security.
Yes, they have joined the true brotherhood of mankind. Israel will be safe at last. That this infantile narrative now drives the woman who told us 11 years ago that Jerusalem was "the eternal and indivisible capital of Israel" proves that the Israeli-Palestinian conflict has now reached its apogee, its most treacherous and final moment. And if Netanyahu has any sense – I'm talking abut the Zionist, expansionist kind – he will wait out the 90 days, then thumb his nose at the US. In the three months of "good behaviour", of course, the Palestinians will have to bite the bullet and sit down to "peace" talks which will decide the future borders of Israel and "Palestine". But since Israel controls 62 per cent of the West Bank this leaves Fayyad and his chums about 10.9 per cent of mandate Palestine to argue about.
And at the cost of $827 a second, they'd better do some quick grovelling. They will. We should all hang our heads in shame. But we won't. It's not about people. It's about presentation. It's not about justice. It's about "security". And cash. Lots of it. Goodbye Palestine.
The Indipendent, Robert Fisk: An American bribe that stinks of appeasement
Saturday, 20 November 2010







Daniela Zini
Copyright © 5 gennaio 2011





domenica 24 ottobre 2010

IL MEDIO ORIENTE

Vediamo, in questa breve sintesi, come si è creata negli anni la situazione politica e commerciale che provoca tanti disordini.



L’espressione Medio Oriente, coniata dal quartiere generale alleato, durante la seconda guerra mondiale, per indicare un teatro di operazioni, non ha nessun valore storico e geografico ma, ormai, libri e giornali usano Medio Oriente – o addirittura, per la solita mania delle sigle, M. O. – con tanta sicura tranquillità che, anche a noi, conviene accettarlo così com’è. Ma sarà bene cercare di stabilire, con qualche approssimazione, che cosa intendiamo dire con questo discutibile termine.
Un’occhiata alla cartina geografica: Turchia, Iran, Egitto con la sua appendice Sudan, tutto quello che vi è in mezzo è Medio Oriente.
Più di 7 milioni di chilometri quadrati – poco meno della superficie degli Stati Uniti – su cui vivono poco più di 350 milioni di persone, che si addensano nelle zone dove, oggi come nel passato, l’esistenza è stata possibile e, a volte, anche ricca: vale a dire sulla costa mediterranea e lungo i tre grandi fiumi, il Nilo, il Tigri e l’Eufrate. Lungo questi fiumi si sono formate almeno due civiltà; sulla costa mediterranea sono nate due grandi religioni, mentre la terza, la musulmana, sorta nel cuore della deserta penisola arabica, ha trovato modo di espandersi e di fruttificare per tutto il bacino Mediterraneo.       



1.    Gli Stretti
Nella geografia e, quindi, nella strategia del mondo moderno, questa immensa zona è importante perché domina gli accessi all’Oriente e sta sulla strada di espansione delle grandi potenze occidentali.
L’impero zarista che si affacciava sul Mar Nero non poteva non interessarsi a questa zona giacché una sua espansione non era possibile, altrove. I suoi grandi fiumi navigabili, il Dnieper, il Dniester e il Don, sfociavano nel Mar Nero e alla Russia occorreva uno sbocco mediterraneo.
Anche la Francia, che, con Napoleone sognò le ricchezze e le glorie delle Indie, portò la guerra sul suolo egiziano.
La Germania, nel massimo fiorire del suo impero, divisò la “spinta a Oriente”, meta Baghdad.
E, nel gioco delle quattro grandi potenze, si inserirono le più piccole, non esclusa l’Italia.
La cosiddetta Convenzione degli Stretti del 1841 ammetteva scopertamente che quella via d’acqua non era affare solamente turco, ma interessava, in pratica, tutte le maggiori potenze.
La fine della prima guerra mondiale parve aver risolto in problema.
L’impero ottomano, in declino da oltre duecento anni, cessava di esistere; la Germania, sconfitta, rinunciava alla “spinta a Oriente”; dalla competizione si ritirava anche la Russia della rivoluzione, perché aveva altro da pensare e la nuova situazione non permetteva di dedicarsi ad alcuna politica di espansione imperialistica.
Restavano Francia e Inghilterra, che, infatti, si divisero la torta. L’Inghilterra consolidava l’occupazione di Cipro e assumeva il mandato in Palestina, in Giordania e in Iraq. Alla Francia andava la Siria e un contentino – dodici isolette intorno a Rodi – toccava anche all’Italia.
Oggi gli aerei e i missili superano decisamente la strategia dei Dardanelli e la situazione si semplifica.
Ma, solo in apparenza.


2.  Il Canale di Suez
L’opera, tecnicamente e politicamente, fu francese.
La Gran Bretagna non fu mai favorevole all’apertura del canale.
E, non a caso: avendo il predominio navale e commerciale della lunga via d’acqua che doppia Buona Speranza, controllando la via di terra per le Indie, perché avrebbe dovuto sollecitare l’apertura di una nuova strada, con il rischio che, nell’impresa e dopo, un’altra potenza le togliesse il controllo dei traffici?
Per il canale, dunque, si batterono i francesi.
Francese l’azione diplomatica, francesi i tecnici, francese l’animatore dell’impresa: Ferdinand de Lesseps.
Il capitale fu, in parte francese, in parte egiziano.
Egiziana la manodopera, pagata miseramente.
Il Khedivè Ismail sborsò di tasca propria, il 44% dei capitali necessari, qualcosa come 100 milioni di franchi di allora. Una somma, per i tempi, favolosa.
Furono soldi spesi male.
Cosa poteva impedire all’Egitto di diventare padrone del canale – metà dei soldi erano suoi, sua per quattro quinti la manodopera – se non la sventatezza dei governanti, i quali si fecero derubare di tutto il pacchetto azionario? 
A fare il colpo fu il primo ministro britannico Benjamin Disraeli. L’Inghilterra si avvide (1875) che la via di Suez era troppo importante e occorreva non farsi sfuggire il controllo.
Il canale fu inaugurato, nel 1869, e se, nei primi anni, il traffico fu modestissimo – una vera delusione: poco più di 400 mila tonnellate di merce – dieci anni dopo il traffico era, già, decuplicato; alla fine del secolo sfiorava il 10 milioni di tonnellate e, cinquanta anni dopo, i 70 milioni, con 11.751 navi.
Un traffico gigantesco, che imponeva tasse per 100 milioni di sterline annue: tutti soldi che, detratte le spese, non indifferenti peraltro, di gestione e di manutenzione, finivano nelle casseforti della Compagnie Universelle du Canal Maritime de Suez.
Universale, certo di nome, ma con la direzione a Parigi e le azioni a Londra.     


3.  Il Nazionalismo Arabo
Tra gli egiziani, liberatisi con la prima guerra mondiale dal dominio ottomano e, poi, via via sempre più indipendenti dal controllo inglese, cresceva il risentimento contro lo straniero, anche per la questione del canale.
Non era il canale frutto del lavoro indigeno?
E del capitale indigeno, poi sottratto con una abile manovra dai signori di Londra?
Perché il canale, si chiesero, non poteva essere controllato dagli egiziani?
Questo chiese Nasser alla folla scatenata del Cairo, all’indomani del tramonto del sogno di Assuan.
Ed ecco che nel Medio Oriente entrò in gioco una forza nuova, autonoma.
È un altro, importantissimo filo che occorre dipanare e seguire, se si vuole intendere l’attuale groviglio di interessi.
A prima vista sembra strano che, alla testa del nazionalismo arabo, si sia posto proprio l’Egitto, che è il meno arabo e il meno compatto dei paesi mediorientali. Unità economica e geografica, sicuramente: la valle del Nilo; ma non certo unità etnica e linguistica. La lingua ufficiale, fino al 1917, era il turco. Oggi è l’arabo.
Eppure, la bandiera del nazionalismo arabo ha sventolato proprio al Cairo.
Per quale motivo?
Il nazionalismo arabo ha un tono spiccatamente agonistico, come qualsiasi altro nazionalismo.
È contro qualcosa, prima di essere per qualcosa.
Nel nostro caso, era contro lo straniero.
L’Egitto ha conosciuto più di ogni altro paese mediorientale il peso della dominazione – politica, economica, finanziaria, militare – straniera. L’Egitto, inoltre, ha una più antica continuità politica e amministrativa. Le influenze straniere – francesi e inglesi – vi hanno portato fermenti rivoluzionari.
E come l’Egitto anche il resto del mondo arabo aveva motivo per rammaricarsi dell’atteggiamento occidentale.
Va ricordato che, durante la prima guerra mondiale, l’Inghilterra, per battere la Turchia, le aveva sollevato contro le popolazioni arabe e ne aveva organizzato gli eserciti: è l’epoca di Edmund Allenby e del leggendario Thomas Edward Lawrence. E dra riuscita a sollevarle solo promettendo, una volta caduto l’impero di Costantinopoli, la libertà e l’unità della nazione araba. Ma l’Inghilterra aveva fatto anche altre promesse: aveva assicurato alla Francia il controllo della Siria e al movimento sionista la “patria israeliana”.
Non si possono promettere troppe cose a troppe persone: alla resa dei conti qualcuno resta deluso.
Nel nostro caso, restarono delusi i paesi arabi.
La speranza dell’unità rinacque durante e dopo la seconda guerra mondiale: proprio allora (1944), sotto la pressione delle ostilità in corso e gli auspici inglesi, Siria, Giordania, Arabia Saudita, Libano, Yemen fondarono la Lega Araba, una unione secolare, non religiosa (tra l’altro, il Libano era prevalentemente cristiano), cui, più tardi, aderiva la Libia. 
La Lega Araba si dimostrò un organismo astratto, inefficiente, nato gracile e destinato a perire.


4.  Lo Stato di Israele
Attraverso i secoli, gli ebrei non hanno mai rinunciato al ritorno nella “terra dove scorre il latte e il miele”, come disse Giosuè al suo popolo, quando lo guidò dalle desolate lande del Sinai. Per questo popolo sparso in tutto il mondo, ma mai dimentico della comune origine, restava vivo l’appello della terra promessa, né in Palestina erano mai scomparse del tutto le piccole comunità ebraiche.
Verso la fine del XIX secolo, Theodor Herzl tracciò l’idelogia del moderno popolo di Israele e, in quegli anni, vi furono le prime immigrazioni verso la Palestina.
Durante la prima guerra mondiale, Chaim Weizmann – divenuto, poi, primo presidente dello Stato israeliano – e Walter Rothschild, il più ricco banchiere del mondo - che avevano concesso un cospicuo prestito al governo inglese – ottennero da Lord Arthur James Balfour una dichiarazione favorevole al futuro Stato di Israele. La dichiarazione, forse, intenzionalmente, era assai vaga.
Diceva:

“Il governo di Sua Maestà vede con favore la fondazione in Palestina di una Patria Nazionale del Popolo Ebraico, e contribuirà con ogni suo mezzo al raggiungimento di questo fine…”

Dopo la guerra, tra il 1922 e il 1938, l’immigrazione degli ebrei si fece intensissima: in Palestina raddoppiò la popolazione ebraica, che, provenendo dai più evoluti paesi d’Occidente, sapeva scegliere e mettere a frutto le terre migliori. Il risentimento degli arabi – non si dimentichi che, anche a loro, era stata promessa la nazione – si manifestò quasi subito e non giovarono a placare i dissensi gli ambigui interventi inglesi. 
La seconda guerra mondiale non migliorò la situazione.
30 mila soldati israeliani militarono, con la stella di David, nell’esercito britannico.
E anche in Italia: furono ottimi soldati.
Intanto la follia criminale di Adolf Hitler e di Heinrich Himmler stava distruggendo sistematicamente la popolazione ebraica di tutta l’Europa.
Finita la guerra vi furono motivi a sufficienza per chiedere ancora la patria in Palestina e le Nazioni Unite cercarono di eludere il problema, proponendo la divisione di due zone etniche, una araba e l’altra israeliana.
Nessuno accettò e iniziarono gli scontri armati.
L’Inghilterra non trovò di meglio che rinunciare per sempre al mandato.
Era il 15 maggio 1948.
Lo stesso giorno era proclamato lo Stato di Israele: Russia e Stati Uniti lo riconobbero subito, mentre la Lega Araba aprì le ostilità.
Gli israeliani si difesero con coraggio  e avvedutezza incredibili: avevano un esercito deciso, soldati pronti a tutto, che avevano conosciuto gli orrori della guerra in Europa e i rischi dell’immigrazione clandestina.
Combatterono anche le donne.
Il 3 aprile 1949, la Giordania chiese la pace e la guerra aperta finì, ma le ostilità continuarono allo stato freddo, esplodendo, di tanto in tanto, in piccole scaramucce di frontiera.
Lo Stato di Israele, ormai, esisteva, anzi cresceva perché l’afflusso immigratorio continuava. Questa volta, tuttavia, era un’immigrazione di tipo meno qualificato: gente che veniva dall’est, più spesso dall’Iraq, da dove la colonia ebraica, spossessata di ogni bene, aveva avuto “il permesso di emigrare”.
La popolazione stava salendo verso i 2 milioni e le risorse del paese erano quelle che erano: la vita non era facile anche a causa della pervicace ostilità dei popoli arabi e, soprattutto, dell’Egitto.
E il petrolio?
Durante la seconda guerra mondiale, l’Iraq aveva pensato bene di chiudere l’oleodotto che da Kirkuk faceva capo al porto di Haifa.
Ironia della politica internazionale: lo Stato di Israele, che aveva il petrolio a poche centinaia di miglia, doveva farselo venire dal Venezuela.
Ecco, dunque, a complicare la situazione, un altro elemento che completa il quadro mediorientale.  


5.  Il Petrolio
La civiltà moderna vive sul petrolio.
In pace e – lo si tenga bene a mente – più ancora in guerra, non è possibile muoversi senza una larga disponibilità di petrolio e dei suoi derivati.
La zona attorno alla foce dei due grandi fiumi – forse, nell’antichità geologica fu un mare di acque poco profonde – conteneva i più grandi giacimenti e offriva quasi tutte le condizioni richieste per lo sfruttamento. Infatti, il petrolio era abbondante e i giacimenti concentrati. Da un punto di vista geologico le condizioni erano perfette, basti pensare che il primo petrolio iraniano scaturì, nel 1908, da una profondità di 350 metri. Né esistevano complicazioni giuridico-politiche: proprietario del suolo, quasi sempre, era il sovrano locale, un re, un sultano, uno sceicco; si doveva discutere solo con lui e non era difficile trovare l’accordo.
La manodopera era sufficiente e a buon prezzo.
Assai meno facili le condizioni ambientali; in molti casi bisognava inventare un habitat tollerabile, provvedere a tutto, a iniziare dall’acqua potabile.
La prima nazione interessata allo sfruttamento dei giacimenti mediorientali fu la Gran Bretagna.
Winston Churchill, Primo Lord dell’Ammiragliato, nel 1913, poté sostituire il petrolio al carbone, per far viaggiare le navi da guerra.
L’anno prima era sorta la raffineria di Abadan, sul Golfo Persico.
Collegata ai pozzi da opportuni oleodotti, Abadan offriva tutto il petrolio che occorreva alle navi che vi facevano scalo. La società che se ne occupava era la Anglo-Iranian Oil Company, a fortissima partecipazione statale.
Nel 1919, erano 8 milioni e mezzo i fusti di petrolio estratto; nel 1950, oltre 242 milioni. L’anno dopo l’Iran di Mohammad Mossadeq nazionalizzò ogni cosa e si impadronì degli impianti:
Occorse cercare il petrolio altrove.
Ve ne era in abbondanza a Kirkuk, nell’Iraq, un immenso giacimento lungo 60 miglia e largo 2; nel 1952 se ne estrassero 141 milioni di fusti.
Petrolio si trovava nelle isole Bahrein e, poi, negli anni tra il 1932 e il 1936, sulla costa araba antistante a Damman, a esempio: l’Arabia Saudita entrò nel grande gioco del petrolio. Nel 1953, se ne estrassero 308 milioni di fusti.
Ancora più smaccata, quasi paradossale, la situazione del Kuwait, un sultanato indipendente tutelato dagli inglesi. Il Kuwait – grande quanto l’Abruzzo e con appena 200 mila abitanti – produceva quasi 55 milioni di tonnellate di petrolio l’anno. Lo estraeva la Kuwait Oil Company, la quale pagava allo sceicco 10 milioni di sterline al mese.
Questa era la situazione.
Gli Stati del Medio Oriente non potevano negare il petrolio all’Europa, per il semplice motivo che quella era la loro unica risorsa e che la loro economia era complementare rispetto all’economia europea.
Potevano, tuttavia, farselo pagare quanto volevano, potevano chiedere dollari, anziché sterline o franchi o marchi o lire, alterando in tal modo la bilancia finanziaria dei paesi interessati.
Potevano – lo avevano fatto – interrompere le forniture in caso di guerra, perché il petrolio acquistava importanza essenziale: un’industria poteva funzionare anche a carbone, un treno viaggiare anche con l’elettricità, ma un carro armato o un aereo, no di certo.
In caso di guerra il Medio Oriente era in grado di immobilizzare tutta l’Europa occidentale.
Questo è il motivo fondamentale degli avvenimenti cui abbiamo assistito e assistiamo con tanta trepidazione; tutte le nazioni del mondo sono interessate e l’avvenire è quanto mai incerto e tenebroso.




Daniela Zini
Copyright © 10 ottobre 2010 ADZ