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lunedì 17 gennaio 2011

CINQUANTA ANNI FA IL MONITO DI EISENHOWER

“Ogni cannone costruito, ogni nave da guerra varata, ogni missile sparato rappresenta, infine, un furto verso coloro che hanno fame e non sono sfamati, verso coloro che hanno freddo e non hanno di che coprirsi. Questo mondo non spende per le armi solo denaro, ma spende il sudore dei suoi operai, il genio dei suoi scienziati, le speranze dei suoi figli. (...)

Questo non è un modo di vivere nel vero senso della parola. Sotto le nubi della guerra vi è l’umanità appesa a una croce di ferro.”
Dwight David Eisenhower (1890-1969), discorso del 16 aprile 1953 (1)



Tre giorni prima di lasciare la Casa Bianca, dopo due mandati, Dwight David Eisenhower (2), trentaquattresimo presidente degli Stati Uniti, ammoniva la popolazione del suo paese di fare attenzione al complesso industriale–militare, che non era affatto interessato alla pace e avrebbe tentato, per mantenersi in vita e potenziarsi, di portare il paese nuovamente in guerra.
Accadeva cinquanta anni fa, più precisamente, il 17 gennaio 1961.
Ripropongo qui uno dei passaggi più significativi del discorso di commiato (3) alla nazione:

 “(…) Ora questa combinazione tra un grande apparato militare e una vasta industria bellica è un fatto nuovo nell'esperienza americana. La totale influenza – economica, politica, perfino spirituale – viene sentita in ogni città, in ogni organismo statale, in ogni ufficio del governo federale. Riconosciamo il bisogno ineluttabile di questo sviluppo, ma non dobbiamo esimerci dal comprendere le sue gravi implicazioni. Ne sono, inevitabilmente, coinvolti il nostro lavoro, le nostre risorse e il nostro stile di vita. La stessa struttura portante della nostra società.
Nei consigli di governo, dobbiamo vigilare per impedire il conseguimento di un’influenza ingiustificata, più o meno ricercata, da parte del complesso industriale-militare. L’eventualità dell'ascesa disastrosa di un potere mal riposto esiste e persisterà.
Non dobbiamo mai permettere che la pressione di questa combinazione metta in pericolo le nostre libertà o i nostri processi democratici. Non dobbiamo dare nulla per scontato. Solo una cittadinanza vigile e accorta è in grado di esigere una corretta integrazione della gigantesca macchina industriale-militare di difesa con i nostri metodi e obiettivi pacifici in modo tale che la sicurezza e la libertà possano prosperare insieme. (…)”

Prima di divenire presidente e di fare il suo ingresso alla Casa Bianca, il 20 gennaio 1953, Eisenhower aveva condotto una brillante carriera militare, che aveva fatto di lui il soldato di più alto grado nella gerarchia militare americana (generale a cinque stelle). La posizione centrale, che occupava in questa gerarchia, faceva di lui un osservatore privilegiato delle pratiche poco ortodosse del complesso industriale-militare. E gli otto anni passati alla Casa Bianca avevano finito per convincerlo della pericolosità di questa potente lobby, che, senza la presenza di una “cittadinanza vigile e accorta”, rischiava di fare man bassa dei meccanismi decisionali della strategia militare e della politica estera degli Stati Uniti.
Il monito di Eisenhower è stato ignorato, perché non vi è stata negli Stati Uniti questa “cittadinanza vigile e accorta” a impedire le derive militari e politiche che, da decenni, non cessano di minare lo statuto, la reputazione e le finanze della superpotenza americana.
Trattandosi di grandi scelte di strategia militare e di politica estera del paese, la cittadinanza americana, nella sua maggioranza, non è né “vigile”“accorta” nel senso auspicato da Eisenhower, vale a dire nel senso di una forza capace di controllare, strettamente, le decisioni governative e di opporvisi, eventualmente, se queste vadano contro l’interesse generale. La sua assoluta indifferenza a quanto accade fuori delle sue frontiere la predispone a fare affidamento nei propri leaders e a prendere per oro colato tutto quello che questi dicono.
L’esempio più sbalorditivo è la convergenza della maggioranza degli americani con l’ex-presidente George W. Bush. Non è un segreto per nessuno che questi sia stato la marionetta comune del complesso industriale-militare e della lobby petrolifera, che lo hanno utilizzato e manipolato a volontà. Per servire gli interessi dei fabbricanti di armi e delle compagnie petrolifere, Bush e il suo staff hanno manipolato, a loro volta, il popolo americano, facendogli ingoiare la menzogna delle armi di distruzione di massa e del pericolo rappresentato da Saddam Hussein per il mondo, in generale, e per gli Stati Uniti, in particolare.
E nonostante la menzogna di Bush venisse alla luce, nonostante la sua invasione dell’Iraq volgesse al disastro, i cittadini americani lo rieleggevano, nel novembre del 2004, per un secondo mandato.
Una così grande mancanza di vigilanza e di coscienza farebbe rivoltare Eisenhower nella tomba!
Il popolo americano, che conta 300 milioni di individui e rappresenta meno del 5% della popolazione mondiale, non si è mai posto la domanda perché si spenda per il suo esercito e per la sua sicurezza quanto se non di più del resto del mondo. Ironia della storia, il cinquantesimo anniversario del celebre monito di Eisenhower coincide con l’adozione da parte dei rappresentanti del popolo americano di un budget militare record: 735 miliardi di dollari, il cui principale beneficiario non è altri che il complesso industriale-militare. Se si aggiungono a questo budget del Pentagono quelli dei dipartimenti della sicurezza interna, dell’energia e quello dei veterani delle guerre americane, il budget totale per la difesa e la sicurezza sale a 861 miliardi di dollari per l’anno fiscale 2011, superando di gran lunga quello che spende il resto dell’umanità in questi settori.
Il popolo americano, che conta 300 milioni di individui e rappresenta meno del 5% della popolazione mondiale,  non si è neppure mai posto la domanda perché occorrano 800 basi militari, disseminate in una quarantina di paesi, dal momento che l’America è il paese meglio protetto del mondo, e non solo da un potente esercito e da una competitiva difesa antiaerea, ma soprattutto da due immensi oceani, capaci di scoraggiare, da soli, qualsiasi nemico tentasse di attraversarli per invaderlo. Anche in questo caso, il principale beneficiario della disseminazione e della moltiplicazione delle basi americane attraverso il mondo è il complesso industriale-militare, da cui aveva messo in guardia Eisenhower, mezzo secolo fa.
La corsa all’armamento nucleare e convenzionale, imposto dagli Stati Uniti ai loro rivali della Guerra Fredda, le politiche aggressive condotte da Washington in Vietnam e in diversi paesi del Medio Oriente e in America Latina e la “guerra globale contro il terrorismo” possono essere comprese solo attraverso l’“influenza ingiustificata” del complesso industriale-militare, il cui unico interesse si limita al numero di contratti ottenuti e al calcolo della percentuale relativa all’incremento annuale del numero di affari.
Fino a quando continuerà?
Fino all’emersione di quella “cittadinanza vigile e accorta”.
Se mai emergerà un giorno!




Note:
(1) President Bryan, distinguished guests of this Association, and ladies and gentlemen: I am happy to be here. I say this and I mean it very sincerely for a number of reasons. Not the least of these is the number of friends I am honored to count among you. Over the years we have seen, tanked, agreed, and argued with one another on a vast variety of subjects, under circumstances no less varied. We have met at home and in distant lands. We have been together at times when war seemed endless, at times when peace seemed near, at times when peace seemed to have eluded us again. We have met in times of battle, both military and electoral, and all these occasions mean to me memories of enduring friendships.
I am happy to be here for another reason. This occasion calls for my first formal address to the American people since assuming the office of the presidency just twelve weeks ago. It is fitting, I think, that I speak to you the editors of America. You are, in such a vital way, both representatives of and responsible to the people of our country. In great part upon you -- upon your intelligence, your integrity, your devotion to the ideals of freedom and justice themselves -- depend the understanding and the knowledge with which our people must meet the facts of twentieth-century life. Without such understanding and knowledge our people would be incapable of promoting justice; without them, they would be incapable of defending freedom.
Finally, I am happy to be here at this time before this audience because I must speak of that issue that comes first of all in the hearts and minds of all of us -- that issue which most urgently challenges and summons the wisdom and the courage of our whole people. This issue is peace.
In this spring of 1953 the free world weighs one question above all others: the chances for a just peace for all peoples. To weigh this chance is to summon instantly to mind another recent moment of great decision. It came with that yet more hopeful spring of 1945, bright with the promise of victory and of freedom. The hopes of all just men in that moment too was a just and lasting peace.
The 8 years that have passed have seen that hope waver, grow dim, and almost die. And the shadow of fear again has darkly lengthened across the world. Today the hope of free men remains stubborn and brave, but it is sternly disciplined by experience. It shuns not only all crude counsel of despair but also the self-deceit of easy illusion. It weighs the chances for peace with sure, clear knowledge of what happened to the vain hopes of 1945.
In that spring of victory the soldiers of the Western Allies met the soldiers of Russia in the center of Europe. They were triumphant comrades in arms. Their peoples shared the joyous prospect of building, in honor of their dead, the only fitting monument -- an age of just peace. All these war-weary peoples shared too this concrete, decent purpose: to guard vigilantly against the domination ever again of any part of the world by a single, unbridled aggressive power.
This common purpose lasted an instant and perished. The nations of the world divided to follow two distinct roads.
> The leaders of the Soviet Union chose another.
The way chosen by the United States was plainly marked by a few clear precepts, which govern its conduct in world affairs. First: No people on earth can be held, as a people, to be an enemy, for all humanity shares the common hunger for peace and fellowship and justice.
Second: No nation's security and well-being can be lastingly achieved in isolation but only in effective cooperation with fellow-nations.
Third: Every nation's right to a form of government and an economic system of its own choosing is inalienable.
Fourth: Any nation's attempt to dictate to other nations their form of government is indefensible.
And fifth: A nation's hope of lasting peace cannot be firmly based upon any race in armaments but rather upon just relations and honest understanding with all other nations.
In the light of these principles the citizens of the United States defined the way they proposed to follow, through the aftermath of war, toward true peace.
This way was faithful to the spirit that inspired the United Nations: to prohibit strife, to relieve tensions, to banish fears. This way was to control and to reduce armaments. This way was to allow all nations to devote their energies and resources to the great and good tasks of healing the war's wounds, of clothing and feeding and housing the needy, of perfecting a just political life, of enjoying the fruits of their own toil.
The Soviet government held a vastly different vision of the future. In the world of its design, security was to be found, not in mutual trust and mutual aid but in force: huge armies, subversion, rule of neighbor nations. The goal was power superiority at all cost. Security was to be sought by denying it to all others.
The result has been tragic for the world and, for the Soviet Union, it has also been ironic.
The amassing of Soviet power alerted free nations to a new danger of aggression. It compelled them in self-defense to spend unprecedented money and energy for armaments. It forced them to develop weapons of war now capable of inflicting instant and terrible punishment upon any aggressor.
It instilled in the free nations -- and let none doubt this -- the unshakable conviction that, as long as there persists a threat to freedom, they must, at any cost, remain armed, strong, and ready for the risk of war.
It inspired them -- and let none doubt this -- to attain a unity of purpose and will beyond the power of propaganda or pressure to break, now or ever.
There remained, however, one thing essentially unchanged and unaffected by Soviet conduct. This unchanged thing was the readiness of the free world to welcome sincerely any genuine evidence of peaceful purpose enabling all peoples again to resume their common quest of just peace. And the free world still holds to that purpose.
The free nations, most solemnly and repeatedly, have assured the Soviet Union that their firm association has never had any aggressive purpose whatsoever. Soviet leaders, however, have seemed to persuade themselves, or tried to persuade their people, otherwise.
And so it has come to pass that the Soviet Union itself has shared and suffered the very fears it has fostered in the rest of the world.
This has been the way of life forged by 8 years of fear and force.
What can the world, or any nation in it, hope for if no turning is found on this dread road?
The worst to be feared and the best to be expected can be simply stated.
The worst is atomic war.
The best would be this: a life of perpetual fear and tension; a burden of arms draining the wealth and the labor of all peoples; a wasting of strength that defies the American system or the Soviet system or any system to achieve true abundance and happiness for the peoples of this earth.
Every gun that is made, every warship launched, every rocket fired signifies, in the final sense, a theft from those who hunger and are not fed, those who are cold and are not clothed.
This world in arms is not spending money alone.
It is spending the sweat of its laborers, the genius of its scientists, the hopes of its children.
The cost of one modern heavy bomber is this: a modern brick school in more than 30 cities.
It is two electric power plants, each serving a town of 60,000 population. It is two fine, fully equipped hospitals.
It is some fifty miles of concrete pavement.
We pay for a single fighter plane with a half million bushels of wheat.
We pay for a single destroyer with new homes that could have housed more than 8,000 people.
This is, I repeat, the best way of life to be found on the road the world has been taking.
This is not a way of life at all, in any true sense. Under the cloud of threatening war, it is humanity hanging from a cross of iron. These plain and cruel truths define the peril and point the hope that come with this spring of 1953.
This is one of those times in the affairs of nations when the gravest choices must be made, if there is to be a turning toward a just and lasting peace.
It is a moment that calls upon the governments of the world to speak their intentions with simplicity and with honesty.
It calls upon them to answer the question that stirs the hearts of all sane men: is there no other way the world may live?
The world knows that an era ended with the death of Joseph Stalin. The extraordinary 30-year span of his rule saw the Soviet Empire expand to reach from the Baltic Sea to the Sea of Japan, finally to dominate 800 million souls.
The Soviet system shaped by Stalin and his predecessors was born of one World War. It survived with stubborn and often amazing courage a second World War. It has lived to threaten a third.
Now a new leadership has assumed power in the Soviet Union. Its links to the past, however strong, cannot bind it completely. Its future is, in great part, its own to make.
This new leadership confronts a free world aroused, as rarely in its history, by the will to stay free.
The free world knows, out of the bitter wisdom of experience, that vigilance and sacrifice are the price of liberty.
It knows that the peace and defense of Western Europe imperatively demands the unity of purpose and action made possible by the North Atlantic Treaty Organization, embracing a European Defense Community.
It knows that Western Germany deserves to be a free and equal partner in this community and that this, for Germany, is the only safe way to full, final unity.
It knows that aggression in Korea and in southeast Asia are threats to the whole free community to be met only through united action.
This is the kind of free world which the new Soviet leadership confronts. It is a world that demands and expects the fullest respect of its rights and interests. It is a world that will always accord the same respect to all others. So the new Soviet leadership now has a precious opportunity to awaken, with the rest of the world, to the point of peril reached and to help turn the tide of history.
Will it do this?
We do not yet know. Recent statements and gestures of Soviet leaders give some evidence that they may recognize this critical moment.
We welcome every honest act of peace.
We care nothing for mere rhetoric.
We care only for sincerity of peaceful purpose attested by deeds. The opportunities for such deeds are many. The performance of a great number of them waits upon no complex protocol but only upon the simple will to do them. Even a few such clear and specific acts, such as Soviet Union's signature upon an Austrian treaty or its release of thousands of prisoners still held from World War II, would be impressive signs of sincere intent. They would carry a power of persuasion not to be matched by any amount of oratory.
This we do know: a world that begins to witness the rebirth of trust among nations can find its way to a peace that is neither partial nor punitive.
With all who will work in good faith toward such a peace, we are ready, with renewed resolve, to strive to redeem the near-lost hopes of our day.
The first great step along this way must be the conclusion of an honorable armistice in Korea.
This means the immediate cessation of hostilities and the prompt initiation of political discussions leading to the holding of free elections in a united Korea.
It should mean, no less importantly, an end to the direct and indirect attacks upon the security of Indochina and Malaya. For any armistice in Korea that merely released aggressive armies to attack elsewhere would be a fraud. We seek, throughout Asia as throughout the world, a peace that is true and total.
Out of this can grow a still wider task -- the achieving of just political settlements for the other serious and specific issues between the free world and the Soviet Union.
None of these issues, great or small, is insoluble -- given only the will to respect the rights of all nations. Again we say: the United States is ready to assume its just part.
We have already done all within our power to speed conclusion of a treaty with Austria, which will free that country from economic exploitation and from occupation by foreign troops.
We are ready not only to press forward with the present plans for closer unity of the nations of Western Europe but also, upon that foundation, to strive to foster a broader European community, conducive to the free movement of persons, of trade, and of ideas.
This community would include a free and united Germany, with a government based upon free and secret ballot. This free community and the full independence of the East European nations could mean the end of the present unnatural division of Europe.
As progress in all these areas strengthens world trust, we could proceed concurrently with the next great work -- the reduction of the burden of armaments now weighing upon the world. To this end we would welcome and enter into the most solemn agreements. These could properly include:
1. The limitation, by absolute numbers or by an agreed international ratio, of the sizes of the military and security forces of all nations.
2. A commitment by all nations to set an agreed limit upon that proportion of total production of certain strategic materials to be devoted to military purposes.
3. International control of atomic energy to promote its use for peaceful purposes only and to insure the prohibition of atomic weapons.
4. A limitation or prohibition of other categories of weapons of great destructiveness.
5. The enforcement of all these agreed limitations and prohibitions by adequate safeguards, including a practical system of inspection under the United Nations.
The details of such disarmament programs are manifestly critical and complex.
Neither the United States nor any other nation can properly claim to possess a perfect, immutable formula. But the formula matters less than the faith -- the good faith without which no formula can work justly and effectively.
The fruit of success in all these tasks would present the world with the greatest task, and the greatest opportunity, of all. It is this: the dedication of the energies, the resources, and the imaginations of all peaceful nations to a new kind of war. This would be a declared total war, not upon any human enemy but upon the brute forces of poverty and need.
The peace we seek, founded upon decent trust and cooperative effort among nations, can be fortified, not by weapons of war but by wheat and by cotton, by milk and by wool, by meat and timber and rice. These are words that translate into every language on earth. These are the needs that challenge this world in arms.
This idea of a just and peaceful world is not new or strange to us. It inspired the people of the United States to initiate the European Recovery Program in 1947. That program was prepared to treat, with equal concern, the needs of Eastern and Western Europe.
We are prepared to reaffirm, with the most concrete evidence, our readiness to help build a world in which all peoples can be productive and prosperous.
This Government is ready to ask its people to join with all nations in devoting a substantial percentage of any savings achieved by real disarmament to a fund for world aid and reconstruction. The purposes of this great work would be to help other peoples to develop the undeveloped areas of the world, to stimulate profitable and fair world trade, to assist all peoples to know the blessings of productive freedom.
The monuments to this new war would be roads and schools, hospitals and homes, food and health.
We are ready, in short, to dedicate our strength to serving the needs, rather than the fears, of the world.
I know of nothing I can add to make plainer the sincere purposes of the United States.
I know of no course, other than that marked by these and similar actions, that can be called the highway of peace.
I know of only one question upon which progress waits. It is this: What is the Soviet Union ready to do?
Whatever the answer is, let it be plainly spoken.
Again we say: the hunger for peace is too great, the hour in history too late, for any government to mock men's hopes with mere words and promises and gestures.
Is the new leadership of the Soviet Union prepared to use its decisive influence in the Communist world, including control of the flow of arms, to bring not merely an expedient truce in Korea but genuine peace in Asia?
Is it prepared to allow other nations, including those in Eastern Europe, the free choice of their own form of government?
Is it prepared to act in concert with others upon serious disarmament proposals?
If not, where then is the concrete evidence of the Soviet Union's concern for peace?
There is, before all peoples, a precarious chance to turn the black tide of events.
If we failed to strive to seize this chance, the judgment of future ages will be harsh and just.
If we strive but fail and the world remains armed against itself, it at least would need be divided no longer in its clear knowledge of who has condemned humankind to this fate.
The purpose of the United States, in stating these proposals, is simple. These proposals spring, without ulterior motive or political passion, from our calm conviction that the hunger for peace is in the hearts of all people -- those of Russia and of China no less than of our own country.
They conform to our firm faith that God created man to enjoy, not destroy, the fruits of the earth and of their own toil.
They aspire to this: the lifting, from the backs and from the hearts of men, of their burden of arms and of fears, so that they may find before them a golden age of freedom and of peace.
Thank you.
The Chance for Peace
by Dwight D. Eisenhower
April 16, 1953
Washington, D.C.
(2) Comandante in capo delle Forze Alleate in Europa, durante la Seconda Guerra Mondiale, con il grado di tenente generale e promosso, il 20 dicembre 1944, a General of the Army, Dwight David “Ike” Eisenhower (Denison, 14 ottobre 1890 – Washington, 28 marzo 1969) è stato, dal 1953 al 1961, il trentaquattresimo presidente degli Stati Uniti d'America.
(3) Good evening, my fellow Americans.
First, I should like to express my gratitude to the radio and television networks for the opportunities they have given me over the years to bring reports and messages to our nation. My special thanks go to them for the opportunity of addressing you this evening.
Three days from now, after half century in the service of our country, I shall lay down the responsibilities of office as, in traditional and solemn ceremony, the authority of the Presidency is vested in my successor. This evening, I come to you with a message of leave-taking and farewell, and to share a few final thoughts with you, my countrymen.
Like every other -- Like every other citizen, I wish the new President, and all who will labor with him, Godspeed. I pray that the coming years will be blessed with peace and prosperity for all.
Our people expect their President and the Congress to find essential agreement on issues of great moment, the wise resolution of which will better shape the future of the nation. My own relations with the Congress, which began on a remote and tenuous basis when, long ago, a member of the Senate appointed me to West Point, have since ranged to the intimate during the war and immediate post-war period, and finally to the mutually interdependent during these past eight years. In this final relationship, the Congress and the Administration have, on most vital issues, cooperated well, to serve the nation good, rather than mere partisanship, and so have assured that the business of the nation should go forward. So, my official relationship with the Congress ends in a feeling -- on my part -- of gratitude that we have been able to do so much together.
We now stand ten years past the midpoint of a century that has witnessed four major wars among great nations. Three of these involved our own country. Despite these holocausts, America is today the strongest, the most influential, and most productive nation in the world. Understandably proud of this pre-eminence, we yet realize that America's leadership and prestige depend, not merely upon our unmatched material progress, riches, and military strength, but on how we use our power in the interests of world peace and human betterment.
Throughout America's adventure in free government, our basic purposes have been to keep the peace, to foster progress in human achievement, and to enhance liberty, dignity, and integrity among peoples and among nations. To strive for less would be unworthy of a free and religious people. Any failure traceable to arrogance, or our lack of comprehension, or readiness to sacrifice would inflict upon us grievous hurt, both at home and abroad.
Progress toward these noble goals is persistently threatened by the conflict now engulfing the world. It commands our whole attention, absorbs our very beings. We face a hostile ideology global in scope, atheistic in character, ruthless in purpose, and insiduous [insidious] in method. Unhappily, the danger it poses promises to be of indefinite duration. To meet it successfully, there is called for, not so much the emotional and transitory sacrifices of crisis, but rather those which enable us to carry forward steadily, surely, and without complaint the burdens of a prolonged and complex struggle with liberty the stake. Only thus shall we remain, despite every provocation, on our charted course toward permanent peace and human betterment.
Crises there will continue to be. In meeting them, whether foreign or domestic, great or small, there is a recurring temptation to feel that some spectacular and costly action could become the miraculous solution to all current difficulties. A huge increase in newer elements of our defenses; development of unrealistic programs to cure every ill in agriculture; a dramatic expansion in basic and applied research -- these and many other possibilities, each possibly promising in itself, may be suggested as the only way to the road we wish to travel.
But each proposal must be weighed in the light of a broader consideration: the need to maintain balance in and among national programs, balance between the private and the public economy, balance between the cost and hoped for advantages, balance between the clearly necessary and the comfortably desirable, balance between our essential requirements as a nation and the duties imposed by the nation upon the individual, balance between actions of the moment and the national welfare of the future. Good judgment seeks balance and progress. Lack of it eventually finds imbalance and frustration. The record of many decades stands as proof that our people and their Government have, in the main, understood these truths and have responded to them well, in the face of threat and stress.
But threats, new in kind or degree, constantly arise. Of these, I mention two only.
A vital element in keeping the peace is our military establishment. Our arms must be mighty, ready for instant action, so that no potential aggressor may be tempted to risk his own destruction. Our military organization today bears little relation to that known of any of my predecessors in peacetime, or, indeed, by the fighting men of World War II or Korea.
Until the latest of our world conflicts, the United States had no armaments industry. American makers of plowshares could, with time and as required, make swords as well. But we can no longer risk emergency improvisation of national defense. We have been compelled to create a permanent armaments industry of vast proportions. Added to this, three and a half million men and women are directly engaged in the defense establishment. We annually spend on military security alone more than the net income of all United States cooperations -- corporations.
Now this conjunction of an immense military establishment and a large arms industry is new in the American experience. The total influence -- economic, political, even spiritual -- is felt in every city, every Statehouse, every office of the Federal government. We recognize the imperative need for this development. Yet, we must not fail to comprehend its grave implications. Our toil, resources, and livelihood are all involved. So is the very structure of our society.
In the councils of government, we must guard against the acquisition of unwarranted influence, whether sought or unsought, by the military-industrial complex. The potential for the disastrous rise of misplaced power exists and will persist. We must never let the weight of this combination endanger our liberties or democratic processes. We should take nothing for granted. Only an alert and knowledgeable citizenry can compel the proper meshing of the huge industrial and military machinery of defense with our peaceful methods and goals, so that security and liberty may prosper together.
Akin to, and largely responsible for the sweeping changes in our industrial-military posture, has been the technological revolution during recent decades. In this revolution, research has become central; it also becomes more formalized, complex, and costly. A steadily increasing share is conducted for, by, or at the direction of, the Federal government.
Today, the solitary inventor, tinkering in his shop, has been overshadowed by task forces of scientists in laboratories and testing fields. In the same fashion, the free university, historically the fountainhead of free ideas and scientific discovery, has experienced a revolution in the conduct of research. Partly because of the huge costs involved, a government contract becomes virtually a substitute for intellectual curiosity. For every old blackboard there are now hundreds of new electronic computers. The prospect of domination of the nation's scholars by Federal employment, project allocations, and the power of money is ever present -- and is gravely to be regarded.
Yet, in holding scientific research and discovery in respect, as we should, we must also be alert to the equal and opposite danger that public policy could itself become the captive of a scientific-technological elite.
It is the task of statesmanship to mold, to balance, and to integrate these and other forces, new and old, within the principles of our democratic system -- ever aiming toward the supreme goals of our free society.
Another factor in maintaining balance involves the element of time. As we peer into society's future, we -- you and I, and our government -- must avoid the impulse to live only for today, plundering for our own ease and convenience the precious resources of tomorrow. We cannot mortgage the material assets of our grandchildren without risking the loss also of their political and spiritual heritage. We want democracy to survive for all generations to come, not to become the insolvent phantom of tomorrow.
During the long lane of the history yet to be written, America knows that this world of ours, ever growing smaller, must avoid becoming a community of dreadful fear and hate, and be, instead, a proud confederation of mutual trust and respect. Such a confederation must be one of equals. The weakest must come to the conference table with the same confidence as do we, protected as we are by our moral, economic, and military strength. That table, though scarred by many fast frustrations -- past frustrations, cannot be abandoned for the certain agony of disarmament -- of the battlefield.
Disarmament, with mutual honor and confidence, is a continuing imperative. Together we must learn how to compose differences, not with arms, but with intellect and decent purpose. Because this need is so sharp and apparent, I confess that I lay down my official responsibilities in this field with a definite sense of disappointment. As one who has witnessed the horror and the lingering sadness of war, as one who knows that another war could utterly destroy this civilization which has been so slowly and painfully built over thousands of years, I wish I could say tonight that a lasting peace is in sight.
Happily, I can say that war has been avoided. Steady progress toward our ultimate goal has been made. But so much remains to be done. As a private citizen, I shall never cease to do what little I can to help the world advance along that road.
So, in this, my last good night to you as your President, I thank you for the many opportunities you have given me for public service in war and in peace. I trust in that -- in that -- in that service you find some things worthy. As for the rest of it, I know you will find ways to improve performance in the future.
You and I, my fellow citizens, need to be strong in our faith that all nations, under God, will reach the goal of peace with justice. May we be ever unswerving in devotion to principle, confident but humble with power, diligent in pursuit of the Nations' great goals.
To all the peoples of the world, I once more give expression to America's prayerful and continuing aspiration: We pray that peoples of all faiths, all races, all nations, may have their great human needs satisfied; that those now denied opportunity shall come to enjoy it to the full; that all who yearn for freedom may experience its few spiritual blessings. Those who have freedom will understand, also, its heavy responsibility; that all who are insensitive to the needs of others will learn charity; and that the sources -- scourges of poverty, disease, and ignorance will be made [to] disappear from the earth; and that in the goodness of time, all peoples will come to live together in a peace guaranteed by the binding force of mutual respect and love.
Now, on Friday noon, I am to become a private citizen. I am proud to do so. I look forward to it.
Thank you, and good night.
Eisenhower's Farewell Address Jan 17, 1961
http://www.youtube.com/watch?v=KCRDp4OF5Ig&feature=related



Daniela Zini
Copyright © 17 gennaio 2011



giovedì 6 gennaio 2011

UN BILANCIO A MEZZATINTA

Da cinque giorni, il 2010 fa parte della storia ed è iniziato un nuovo anno.
Il 2010 non ha conosciuto eventi catastrofici più gravi dello tsunami del 2004, in Indonesia, o dell’invasione dell’Iraq, qualche tempo prima. Tuttavia, la natura e gli uomini non hanno cessato, per tutto l’anno, di provocare, qui e là, guasti, trasformando la vita di milioni di persone in un inferno.
La natura è stata particolarmente inclemente con Haiti e il Pakistan. Il primo è stato colpito, in gennaio, da un terremoto devastante, che ha fatto milioni di morti e di senzatetto in uno dei paesi più poveri del pianeta. Il secondo è stato devastato, nei mesi di luglio e agosto, da inondazioni bibliche che hanno riportato il paese molti anni addietro.
I pakistani sarebbero stati ben felici di avere a che fare solo con lo scatenamento delle forze della natura!
Gli uomini in Pakistan sono ben più crudeli!
Non passa giorno senza che un kamikaze non si intrufoli tra la gente e si faccia esplodere, portando con sé innocenti, la cui unica colpa è di essere nel luogo eletto dall’illuminato.  Circa 1.400 persone sono morte nel 2010, un record dalla trasformazione dei talebani pakistani a movimento terrorista, il cui fine è destabilizzare il paese e abbattere il regime politico.
Proprio accanto al pantano pakistano, anche il pantano afghano batte i records, nel 2010, in numero di attacchi sanguinosi contro le forze alleate e in numero di morti tra le fila delle stesse forze alleate. Circa 700 soldati americani e della NATO sono morti, lo scorso anno, nettamente più dei 521 morti registrati nel 2009, un anno record, peraltro. I 30mila soldati supplementari inviati da Barack Obama (1961), all’inizio dell’anno, non hanno potuto invertire la tendenza, come sperava la Casa Bianca.
In Iraq, “tutte le unità combattenti” sono partite, lo scorso agosto, e il resto partirà alla fine di questo anno.

“Le forze armate USA in Iraq sono meno di 50mila. L'esercito USA passerà ora all’operazione New Dawn, Nuova Alba, in vigore a partire dal primo settembre 2010.”,

aveva reso noto in un comunicato l’esercito americano.
La situazione della sicurezza è nettamente migliorata a dispetto degli attacchi sferrati, di tanto in tanto, attraverso i quali al-Qaida, apparentemente allo stremo, tenta, disperatamente, di far sapere che è sempre là. Le forze di polizia e l’esercito iracheno sembrano, ora, capaci di incaricarsi della sicurezza nel paese. Il segnale più significativo a tale riguardo è venuto dal successo delle forze irachene nel garantire, da sole, la sicurezza dei milioni di pellegrini che, ogni anno, convergono a Qarbala per piangere la morte di Hossein. Lo scorso anno, nessun grave incidente ha sconvolto la celebrazione dell’Ashura. Sul piano politico, l’impasse, conseguente alle elezioni della scorsa primavera in Iraq, è durata da marzo a dicembre. Si è dovuto attendere, tutto questo tempo, perché i diversi partiti politici arrivassero a un accordo minimale, che aprisse, finalmente, la via alla formazione di un governo di coalizione.
Nel Medio Oriente, non è stato l’impasse del processo dei negoziati israelo-palestinesi che ha focalizzato l’attenzione mondiale. Questa impasse è divenuta una consuetudine perché questo processo non è avanzato di uno iota dal suo inizio, nel 1991.
Quello che, invece, ha focalizzato l’attenzione mondiale, questo anno, è stato lo strano proposito di Washington di fare qualsiasi cosa perché si desse al mondo l’illusione che il processo di pace fosse in atto. Obama non ha esitato a proporre a Benjamin Netanyahu (1949) una bustarella di 71.428.571 dollari al giorno (secondo i calcoli di un quotidiano britannico (1) http://www.independent.co.uk/opinion/commentators/fisk/robert-fisk-an-american-bribe-that-stinks-of-appeasement-2139101.html), in cambio di un semplice congelamento delle costruzioni nelle colonie per un periodo di tre mesi.

“Three billion dollars for three months is one billion dollars a month to stop Israel's colonisation. That's half a billion dollars a fortnight. That's $500m a week. That's $71,428,571 a day, or $2,976,190 an hour, or $49,603 a minute.”
The Indipendent, Robert Fisk: An American bribe that stinks of appeasement
Saturday, 20 November 2010

Netanyahu ha rifiutato questa sorprendente offerta e gli Stati Uniti hanno riconosciuto, di fronte a un mondo attonito, il loro insuccesso nell’ottenere una così insignificante concessione da parte di Israele, anche mettendo un prezzo alto. La costruzione delle colonie nei territori occupati palestinesi ha ripreso, da ottobre, a ritmo serrato.
Sempre in Medio Oriente, l’evento strategico dell’anno è la degradazione brutale delle relazioni israelo-turche, a seguito dell’attacco, il 31 maggio, da parte di un commando israeliano della Mavi Marmara, che ha causato la morte di nove attivisti di nazionalità turca. Da allora, Ankara non ha smesso di esigere le scuse e le riparazioni e Israele non ha smesso di rifiutarle.
Quanto al dossier del nucleare iraniano, il braccio di ferro continua a opporre Iran e Occidente. L’attacco israeliano, tanto temuto contro le installazioni nucleari iraniane, non ha avuto luogo, lo scorso anno, ma il pericolo non è passato del tutto, gli israeliani potrebbero, in ogni momento, appiccare un incendio che metterebbe la regione a ferro e fuoco.
In Asia, l’ascesa a potenza della Cina continua a provocare inquietudini e agitazioni strategiche in Estremo Oriente. Il 2010 è stato segnato da una crisi diplomatica grave tra Pekino e Tokio, che ha ingenerato un consolidamento dei legami nippo-americani, dopo un timido ed effimero tentativo del primo ministro Yukio Hatoyama (1947) ad aprirsi all’Asia e a ridurre la presenza e l’influenza americane in Giappone.
Sempre in Estremo Oriente, Seul e Pyongyang sono state a un passo dal riprendere le ostilità, interrotte nel 1953.
L’Unione Europea, a dispetto della crisi dell’euro e dei seri problemi finanziari di alcuni suoi membri, prosegue il suo cammino di sviluppo soddisfacente, distante dal rumore e furore che infieriscono altrove. Non è immunizzata contro le minacce terroriste, ma è riuscita fino a ora a smantellare reti e a far abortire complotti, l’ultimo dei quali, sventato in Gran Bretagna, avrebbe potuto essere devastante.
In Africa, le elezioni presidenziali in Guinea sono riuscite a risolvere la grave crisi politica, innescata dal colpo di Stato di Moussa Dadis Camara (1964).
Gli ivoriani non sono stati altrettanto fortunati!
 Le elezioni presidenziali in Costa d’Avorio, che si supponeva risolvessero la lunga crisi politica del paese, l’hanno, al contrario, aggravata. La politica di più di un decennio del “ci sono, ci resto” di Laurent Gbagbo (1945) rischia di scatenare una nuova guerra civile e ripiombare il paese nel caos, che lo ha segnato per più di un decennio. La novità nella crisi ivoriana è la mobilitazione della Comunità Economica degli Stati dell’Africa dell’Ovest (CEDEAO). Di fronte all’incredibile ostinazione di Laurent Gbagbo di mantenere il potere che non gli appartiene e di sfidare il mondo intero, la CEDEAO minaccia di sloggiarlo con la forza. Se lo farà, sarà, allora, un grande cambiamento politico, che rivoluzionerà le relazioni interstatali in Africa.
Buon Anno!




Note:
(1) Anyone who panders to injustice by one people against another people is called an appeaser. Anyone who prefers peace at any price, let alone a $3bn bribe to the guilty party – is an appeaser. Anyone who will not risk the consequences of standing up for international morality against territorial greed is an appeaser. Those of us who did not want to invade Afghanistan were condemned as appeasers. Those of us who did not want to invade Iraq were vilified as appeasers. Yet that is precisely what Obama has done in his pathetic, unbelievable effort to plead with Netanyahu for just 90 days of submission to international law. Obama is an appeaser.
The fact that the West and its political and journalistic elites – I include the ever more disreputable New York Times – take this tomfoolery at face value, as if it can seriously be regarded as another "step" in the "peace process", to put this mystical nonsense "back on track", is a measure of the degree to which we have taken leave of our senses in the Middle East.
It is a sign of just how far America (and, through our failure to condemn this insanity, Europe) has allowed its fear of Israel – and how far Obama has allowed his fear of Israeli supporters in Congress and the Senate – to go.
Three billion dollars for three months is one billion dollars a month to stop Israel's colonisation. That's half a billion dollars a fortnight. That's $500m a week. That's $71,428,571 a day, or $2,976,190 an hour, or $49,603 a minute. And as well as this pot of gold, Washington will continue to veto any resolutions critical of Israel in the UN and prevent "Palestine" from declaring itself a state. It's worth invading anyone to get that much cash to stage a military withdrawal, let alone the gracious gesture of not building more illegal colonies for only 90 days while furiously continuing illegal construction in Jerusalem at the same time.
The Hillary Clinton version of this grotesquerie would be funny if it was not tragic. According to the sharp pen of the NYT's Roger Cohen, La Clinton has convinced herself that Palestine is "achievable, inevitable and compatible with Israel's security". And what persuaded Madame Hillary of this? Why, on a trip to the pseudo-Palestine "capital" of Ramallah last year, she saw the Jewish settlements – "the brutality of it was so stark" according to one of her officials – but thought her motorcade was being guarded by the Israeli army because "they're so professional". And then, lo and behold, they turned out to be a Palestinian military guard, a "professional outfit" – and all this changed Madame's views!
Quite apart from the fact that the Israeli army is a rabble, and that indeed, the Palestinians are a rabble too, this "road to Ramallah" incident led supporters of Madame, according to Cohen, to realise that there had been a transition "from a self-pitying, self-dramatising Palestinian psyche, with all the cloying accoutrements of victimhood, to a self-affirming culture of pragmatism and institution-building". Palestinian "prime minister" Salam Fayyad, educated in the US so, naturally, a safe pair of hands, has put "growth before grumbling, roads before ranting, and security before everything".
Having been occupied by a brutal army for 43 years, those wretched, dispossessed Palestinians, along with their cousins in the West Bank who have been homeless for 62 years, have at last stopped ranting and grumbling and feeling sorry for themselves and generally play-acting in order to honour the only thing that matters. Not justice. Certainly not democracy, but to the one God which Christians, Jews and Muslims are all now supposed to worship: security.
Yes, they have joined the true brotherhood of mankind. Israel will be safe at last. That this infantile narrative now drives the woman who told us 11 years ago that Jerusalem was "the eternal and indivisible capital of Israel" proves that the Israeli-Palestinian conflict has now reached its apogee, its most treacherous and final moment. And if Netanyahu has any sense – I'm talking abut the Zionist, expansionist kind – he will wait out the 90 days, then thumb his nose at the US. In the three months of "good behaviour", of course, the Palestinians will have to bite the bullet and sit down to "peace" talks which will decide the future borders of Israel and "Palestine". But since Israel controls 62 per cent of the West Bank this leaves Fayyad and his chums about 10.9 per cent of mandate Palestine to argue about.
And at the cost of $827 a second, they'd better do some quick grovelling. They will. We should all hang our heads in shame. But we won't. It's not about people. It's about presentation. It's not about justice. It's about "security". And cash. Lots of it. Goodbye Palestine.
The Indipendent, Robert Fisk: An American bribe that stinks of appeasement
Saturday, 20 November 2010







Daniela Zini
Copyright © 5 gennaio 2011





domenica 19 dicembre 2010

KURDISTAN IL PAESE CHE NON C'E'

Da un secolo, il popolo curdo, una nazione divisa sotto la dominazione degli Stati turco, iracheno, iraniano e siriano, non ha diritto di esistere. Sono stati privati del diritto all’autodeterminazione, di organizzarsi come intendono, di possedere la propria terra, di vivere secondo la propria cultura, anche di parlare la propria lingua, schiacciati sotto il peso di una organizzazione semi-feudale estremamente arretrata e autoritaria, creata a fini di controllo sociale.
I 25, 30 milioni di curdi, sparsi nei diversi paesi del Medio Oriente, sono spesso presentati come il più grande popolo senza Stato sulla terra.
Sono, nondimeno, senza storia?
Non si inscrivono in una storia medio-orientale che, per più di un millennio, non è stata la storia degli Stati o delle nazioni, ancor meno dei nazionalismi, ma degli Imperi sovranazionali?
Tenterò di rispondere per Voi, oggi, a queste domande.  



“Kine em?
Kine em?”

“Chi siamo?
Chi siamo?”

si interroga una canzone popolare curda (http://www.youtube.com/watch?v=-dPNdbbJVAI).
Non è facile definire in poche parole chi siano i curdi: non sono un gruppo etnico, non hanno un’unità religiosa e la loro stessa lingua possiede dialetti incomprensibili tra loro.
Nonostante questo, si riconoscono come curdi tra loro.
Hanno condotto una lotta difficile per ottenere il diritto di esistere, che ha valso loro di essere gasati, massacrati ed esiliati a milioni. Ma la lotta curda continua verso e contro tutto, con una forza impressionante, alimentata da ciascuna delle comunità del Kurdistan. Non è solo una lotta contro lo Stato coloniale, contro le forze imperialiste, che, il più sovente, si trovano dietro, ma, in una proporzione identica, è una lotta contro la classe feudale dei ricchi proprietari terrieri curdi, principali alleati degli Stati coloniali, che hanno ammassato una considerevole fortuna grazie a questa situazione. Non siamo di fronte a una semplice lotta nazionalista, nel senso stretto della parola, siamo di fronte a una lotta sociale, a una lotta per la completa emancipazione della popolazione curda dalle catene del colonialismo e del capitalismo. Si tratta di una lotta di liberazione nazionale nel senso pieno del termine.  

“A titolo di informazione, il Kurdistan non esiste.”

Queste parole spiccavano su un sacco, ritrovato, dopo molte peripezie, dal componente di una spedizione alpinistica al Cilo Dag e si riferivano alla scritta, certamente ingenua, che era stata apposta sul sacco stesso: Spedizione Francese 1969 nel Kurdistan, Van.
La correzione rifletteva l’atteggiamento ufficiale del governo turco nei confronti del problema curdo, per cui è logico sentire una sfumatura di risentimento in chi si era preso il disturbo di applicarla; ma è anche vero: da un punto di vista politico, il Kurdistan non esiste. Esistono, invece, i curdi, ma la loro innegabile unità etnica e culturale non è mai riuscita a concretarsi e a formare una nazione. Sparsi in cinque Stati diversi, Turchia (sud-est), Iran (ovest), Iraq (nord), Siria (nord-est) e Armenia, hanno, spesso, creato, in passato, e continuano a creare notevoli problemi e grattacapi ai rispettivi governi.   
Eppure le origini dei curdi sono molto antiche. Alla loro formazione etnica hanno, probabilmente, concorso molti di quei popoli nomadi indoeuropei, che sono discesi, in epoca remota, dalle steppe russe nella pianura mesopotamica e in Iran.
Le tavolette sumeriche parlano di un popolo di pastori montanari, chiamati kuti o guti, discesi, intorno al 2000 a.C., dai Monti Zagros verso la pianura mesopotamica e anche i testi assiri più antichi li menzionano con il nome di kurdu. È probabile che abbiano costituito una parte della popolazione del regno di Urartu, Stato potente e bellicoso che sorse, agli inizi del I millennio a.C., nella Turchia orientale, tra le montagne che circondano il Lago Van, includendo nei suoi confini anche il biblico Monte Ararat, sul quale sarebbe approdata l’Arca di Noè.
La prima descrizione dei curdi, da cui emergono le caratteristiche di questa popolazione, la dobbiamo a Senofonte, che narra della sua ritirata attraverso le impervie montagne dei caduchi, gente fiera e avida di preda:

“Questi ultimi, a detta dei prigionieri, vivevano sulle montagne ed erano un popolo bellicoso, che rifiutava di obbedire al re; una volta, un esercito regio di centoventimila uomini aveva invaso il loro paese: ma di questi nessuno aveva fatto ritorno, tanto impervio era quel territorio.”
Senofonte, Anabasi, III, 5, 16

Anche nei secoli successivi, questa fama di popolo barbaro e temibile rimase inseparabile dai curdi nell’opinione dei viaggiatori e dei popoli con i quali ebbero contatti. Questi furono molti, a iniziare dai medi e dai cimmeri, che ne modificarono probabilmente la lingua, mescolandosi tra loro. In seguito, subirono influenze anche dai turchi, dagli arabi, dai circassi, dagli armeni, loro secolari avversari, da cui trassero, tuttavia, impulso all’agricoltura, modificando il loro carattere di nomadi o seminomadi.
Durante il Medioevo, i curdi furono convertiti alla religione islamica dagli arabi. Fu una conversione forzata, ma permise loro di cogliere un grande trionfo al tempo della Terza Crociata, quando il principe curdo Salah ad-Din, noto in Occidente con il nome di Saladino, divenne Sultano della Siria e dell’Egitto e si oppose, valorosamente, ai crociati di Riccardo Cuor di Leone. È una figura che i curdi non hanno dimenticato, anzi, hanno idealizzato fino a farne il simbolo stesso delle loro virtù guerriere.
Prima dell’islam si era diffusa tra i curdi anche la religione cristiana, sotto la forma eretica del nestorianesimo, ma la nuova fede cancellò a tal punto la precedente che divennero, al pari dei circassi, i più feroci persecutori degli armeni, contribuendo alla distruzione di quel popolo sventurato.
I rari europei che visitarono il Kurdistan, nel XIX secolo, ci confermano quel ritratto dei curdi che, i tempi precedenti, ci hanno  trasmesso. Vivevano, di fatto, indipendenti, sia nell’ambito dell’Impero ottomano, sia in Persia, e molti di loro erano organizzati in bande dedite al brigantaggio. Con veloci razzie calavano sui villaggi e sulle città, depredavano gli abitanti e risalivano nelle loro vallate, ai loro accampamenti di tende, la cui mobilità nell’ambiente montuoso li metteva al riparo dalle rappresaglie. Questo spiega l’esistenza di un proverbio arabo, secondo cui vi sarebbero tre calamità sulla terra: le locuste, i topi e i curdi.
Il nome di curdi con cui sono conosciuti in tutta l’Asia occidentale e che è usato da loro stessi, si ritrova nell’aggettivo persiano kurd, che significa rude, ma anche forte, eccellente. In turco, la stessa parola significa lupo. Anche in queste coincidenze linguistiche si può vedere la fama di gente indomabile e fiera, oltre che pericolosa, che i curdi avevano sparso attorno a loro.
Ben presto, sorsero leggende intorno alle loro origini. Secondo una di queste, dovuta ad antichi scrittori arabi, il re Salomone avrebbe mandato a cercare in Occidente quattrocento fanciulle per arricchire il suo harem, ma, lungo la via, queste avrebbero incontrato dei geni malefici, dei jin, che le avrebbero violentate. Quando Salomome avrebbe saputo di questo oltraggio, avrebbe allontanato da sé le fanciulle divenute indegne di lui. Ma l’unione con i jin avrebbe, presto, dato i suoi frutti e ne sarebbero nati i progenitori dei curdi.    
Il terreno montagnoso e la divisione in tribù e principati di struttura feudale, governati da dinastie ereditarie, hanno, sempre, impedito ai curdi di superare le loro tendenze particolaristiche e di riunirsi in un organismo più vasto, basato sul sentimento di una loro unità etnica, linguistica e culturale. Ognuno di questi principati aveva armate regolari, alcune delle quali raggiungevano una forza considerevole. Ma le rivalità tra i capi erano così vive, che un principe curdo era più incline a diventare vassallo di un sovrano straniero che a piegarsi di fronte a un altro principe curdo. Al di sopra delle tribù non si concepiva nulla che non fosse la comune appartenenza all’islam.
Nel XVI secolo, il Kurdistan si trovò coinvolto nelle contese tra l’Impero ottomano e la Persia. Il nuovo Shah  di Persia, Ismail I, che aveva imposto lo sciismo come religione di Stato, cercava di diffonderlo ai paesi vicini. Da parte loro, gli ottomani volevano mettere fine alle mire espansionistiche dello Shah, assicurare le frontiere persiane per potersi lanciare nella conquista dei paesi arabi. Presi nella tenaglia tra i due giganti, i curdi, politicamente frantumati, non avevano affatto possibilità di sopravvivere in quanto entità indipendente.
Nel 1514, il Sultano Selim I inflisse una cocente disfatta allo Shah Ismail I. Temendo che la sua vittoria restasse senza domani, cercò i mezzi per assicurare, in modo permanente, la difficile frontiera persiana. È, a questo punto, che uno dei suoi consiglieri più ascoltati, il sapiente curdo Idris di Bitlis, gli prospettò l’idea di riconoscere ai principi curdi tutti i loro passati diritti e privilegi, in cambio dell’impegno di sorvegliare quella frontiera e di battersi al fianco degli ottomani, in caso di conflitto perso-ottomano. Selim I dette il suo avallo al piano del consigliere curdo, che incontrò, uno a uno, i principi e i signori curdi per convincerli che fosse interesse dei curdi e degli ottomani concludere questa alleanza. Sia per l’abile negoziazione del curdo Idris di Bitlis, sia per motivi religiosi, in quanto i turchi erano musulmani sunniti e non musulmani sciiti, come i persiani, i leaders curdi – che, per lingua e razza, erano più vicini ai persiani – posti davanti alla scelta di essere, prima o poi, annessi dalla Persia o accettare, formalmente, la supremazia del Sultano ottomano, optarono, in cambio di una ampia autonomia, per questa seconda soluzione. La missione di Idris di Bitlis (1) era stata facilitata in quanto questi era un sapiente conosciuto e rispettato e, soprattutto, per l’immenso prestigio di cui godeva suo padre, lo sceicco Husameddin, un capo spirituale sufi molto influente. Così il Kurdistan o più esattamente i suoi innumerevoli feudi e principati entrarono nell’alveo ottomano attraverso la via della diplomazia.
Questo status particolare assicurò al Kurdistan circa tre secoli di pace. I principi curdi godettero, infatti, di una ampia autonomia fino al XIX secolo e tutta la regione acquistò le caratteristiche di uno Stato cuscinetto, remoto e impenetrabile tra le sue montagne, la cui conquista effettiva non invogliava nessuno. Gli ottomani controllavano alcune guarnigioni strategiche sul territorio curdo, ma il resto del paese era governato da signori e principi curdi. Oltre a una sequela di modeste signorie ereditarie, il Kurdistan contava diciassette principati o hukumets, che beneficiavano di una ampia autonomia. Alcuni come quello di Ardelan, di Hisn Keif, di Bohtan e di Rawanduz giovavano degli attributi dell’indipendenza, battevano moneta e facevano dire la preghiera del venerdì a loro nome.
Nonostante le ingerenze del potere centrale, questo status funzionò, senza spaccature, fino all’inizio del XIX secolo, con soddisfazione dei curdi e degli ottomani. Questi ultimi, protetti dalla potente barriera curda sul fronte persiano, potevano concentrare le loro forze sugli altri fronti. Quanto ai curdi, erano, praticamente, indipendenti nella gestione dei loro affari. Vivevano, certo, nell’isolamento e il loro paese era frantumato in una serie di principati, ma, nella stessa epoca, la Germania contava circa trecentocinquanta Stati autonomi e l’Italia era ben più sminuzzata del Kurdistan.
Ogni corte curda era la sede di una vita letteraria e artistica importante. E nell’insieme, nonostante lo smembramento politico, questo periodo costituì l’Età d’Oro della creazione letteraria, musicale, storica e filosofica curda. Nel 1596, il principe Sharaf Khan portava a compimento la sua monumentale Sharafname o Fasti della nazione curda.  Le scuole teologiche di Jezireh e Zakho erano reputate in tutto il mondo musulmano, la città di Akhlat, dotata di un osservatorio, era conosciuta per l’insegnamento delle scienze naturali. Maestri del sufismo, come Ibrahim Gulsheni e Ismail Çelebi erano celebrati, perfino a Istanbul, per il loro insegnamento spirituale e il loro genio musicale. Alcuni curdi ambiziosi, quali i poeti Nabi e Nefi, scrivevano in turco per guadagnare il favore del Sultano. A eccezione di alcuni spiriti visionari, quali il grande poeta classico curdo del XVII secolo, Ahmad Khani (1650–1707), i letterati e i principi curdi sembravano credere che il loro status sarebbe duratoin eterno e non sentivano il bisogno di cambiarlo. Nel 1675, più di un secolo prima della rivoluzione francese, che sparse in Occidente l’idea di nazione e di Stato-nazione, Ahmad Khani, nella sua epopea in versi Mem û Zîn, aveva, infatti, chiamato i curdi a unirsi e a creare un proprio Stato. Non era stato ascoltato né dall’aristocrazia né dalla popolazione. In terra di islam, come, d’altronde, nella stessa epoca, nella cristianità, la coscienza religiosa prevaleva, generalmente, sulla coscienza nazionale. Ogni principe era preoccupato dagli interessi del suo clan e le dinamiche familiari, tribali o dinastiche, prevalevano sovente su ogni altra considerazione. Non era, affatto, raro vedere dinastie curde regnare su popolazioni non curde. Nell’XI secolo, a esempio, il Farsistan, provincia persiana per eccellenza, era stato governato da una dinastia curda; dal 1242 al 1378, il Khorassan, provincia persiana del nord-est, aveva avuto ugualmente una dinastia curda e, dal 1747 al 1859, era stato il caso del lontano Beluchistan, che fa parte, oggi, del Pakistan. Così, il fatto che questa o quella porzione di territorio curdo fosse governata da dinastie straniere non doveva sembrare inaccettabile ai contemporanei.  
L’idea di Stato-nazione e di nazionalismo trovò, rapidamente, un terreno particolarmente propizio in due paesi spezzettati e in parte asserviti: la Germania e l’Italia. Sono pensatori tedeschi, quali Johann Joseph von Görres (1776-1848), Franz Brentano (1838-
1917) e Johann Georg Grimm (1846-1887), che posero il postulato secondo cui le frontiere politiche, geografiche e linguistiche dovessero coincidere. Sognavano di una Germania che raggruppasse in uno Stato la sequela dei suoi piccoli Stati autonomi. Il pangermanismo aveva, necessariamente, ispirato altri movimenti nazionalistici, quali il panslavismo e il panturchismo. Queste idee pervennero con qualche ritardo, verso il 1830, in Kurdistan dove il principe di Rawanduz, Mir Mohammad, si batté, dal 1830 al 1839, in nome delle sue idee per la creazione di un Kurdistan unificato. Fino ad allora, fintanto che non erano stati minacciati nei loro privilegi, i principi curdi si erano accontentati di amministrare il loro dominio, rendendo omaggio al lontano Sultano-Califfo di Costantinopoli. In linea generale, non si sollevarono  né tentarono di creare un Kurdistan unificato che quando, all’inizio del XIX secolo, l’Impero ottomano si ingerì nei loro affari e cercò di mettere fine alla loro autonomia e i russi li incoraggiarono alla ribellione. Seguì, fino alla Prima Guerra Mondiale, tutta una serie di rivolte contro il potere centrale per l’unificazione e l’indipendenza del Kurdistan, sotto la guida di capi tradizionali, sovente religiosi, tutte duramente represse, che giunsero fino a minacciare Istanbul. Nel 1847, crollava l’ultimo principato curdo indipendente, quello di Bohtan. Segno dei tempi, le forze ottomane, nella loro lotta contro i curdi, erano consigliate e aiutate dalle potenze europee. Si noti, a esempio, la presenza nei ranghi ottomani di Helmuth Karl Bernhard Graf von Moltke (1800-
1891) (2), allora giovane capitano e consigliere militare. L’ultima sollevazione, tra il 1878 e il 1881, ebbe un carattere diverso, perché poneva, per la prima volta, il problema curdo sul piano di una lotta nazionale, rivolgendosi a tutte le minoranze curde sparse nei diversi Stati. Fu soffocata da Turchia e Iran, congiunti di fronte alla nuova minaccia.
Le cause del fallimento di questi movimenti sono molteplici: sgretolamento dell’autorità, dispersione feudale, dispute di supremazia tra principi e feudali curdi, ingerenza delle grandi potenze al fianco degli ottomani.
Si deve precisare che, in questa fine XIX secolo, l’Impero ottomano era in preda a vive convulsioni nazionaliste: ogni popolo aspirava a creare il proprio Stato-nazione. Dopo aver tentato, invano, di mantenere questo agglomerato in vita con l’ideologia del panottomanesimo, poi, del panislamismo, le stesse élites turche divennero panturchiste e militarono in favore della creazione di un Impero turco, che si estendesse dai Balcani all’Asia Centrale.
Dopo aver annesso, uno a uno, i principati curdi, il potere turco si adoperò a integrare l’aristocrazia curda, distribuendo, alquanto generosamente, posti e prebende e mettendo in piedi scuole, dette tribali, destinate a inculcare ai figli dei signori curdi il principio di fedeltà al Sultano. Questo tentativo di integrazione alla Luigi XIV fu, in parte, coronato dal successo, ma favorì ugualmente l’emergenza di élites curde moderniste. Sotto la loro spinta si delineò, a Costantinopoli, una fase moderna del movimento politico, si moltiplicarono associazioni e società benefiche e patriottiche che tentarono di introdurre la nozione di organizzazione e di impiantare un movimento strutturato nella popolazione curda. Ma all’inizio del XX secolo, maturò l’idea in un gruppo di uomini colti, che impostarono la lotta su basi moderne, consci che l’antica organizzazione tribale non avrebbe retto, a lungo, di fronte al sorgere di nuove entità nazionali dal potere centralizzato. Raccolsero gli elementi tipici della loro cultura e iniziarono al Cairo la pubblicazione di un giornale in curdo e in turco, Il Kurdistan: questo nome, che, presso gli scrittori orientali, aveva sempre avuto, unicamente, il valore generico di paese dei curdi, assumeva ora un preciso significato politico. Nel 1908, il giornale fu trasferito a Istanbul, sotto la spinta delle illusioni che la rivoluzione dei Giovani Turchi e il disfacimento dell’Impero ottomano avevano creato nei vari gruppi etnici desiderosi di indipendenza. Si costituì anche un’associazione per l’elevazione e il progresso dei curdi, ma la sua opera fu presto ostacolata e repressa dal nuovo governo turco, che, durante la Prima Guerra Mondiale, operò vaste deportazioni di curdi dai vilayet orientali alla frontiera, con l’uccisione di alcuni capi.
La società curda affrontò la Prima Guerra Mondiale divisa, decapitata, senza un progetto collettivo per il suo avvenire.
Nel 1915, gli Accordi franco-britannici, detti di Sykes-Picot, prevedevano lo smembramento del loro paese. Tuttavia, i curdi erano in conflitto sul divenire della loro nazione. Gli uni, molto permeabili all’ideologia panislamista del Sultano-Califfo, vedevano la salvezza del popolo curdo in uno statuto di autonomia culturale e amministrativa nel quadro dell’Impero ottomano. Altri, richiamandosi al principio delle nazionalità, degli ideali della Rivoluzione francese e del Presidente degli Stati Uniti Thomas Woodrow Wilson (1856-1924), combattevano per l’indipendenza totale del Kurdistan.  
La sfaldatura si accentuò all’indomani della disfatta ottomana, nel 1918.
L’interesse alla questione curda da parte degli Alleati favorì, nonostante le spaccature presenti nel movimento nazionale curdo, il costituirsi del Comitato per l’Indipendenza Curda, il quale inviò una propria delegazione alla Conferenza di Versailles (1919), per presentare “le rivendicazioni della nazione curda”, guidata dal generale Mohammad Sharif Pasha (1826-1887). Il Comitato operò, inizialmente, per tutelare i territori etnicamente curdi dalle pretese armene – appoggiate soprattutto dagli Stati Uniti – che rivendicavano l’inserimento in un loro Stato indipendente di zone popolate in maggioranza da curdi. Le richieste del Comitato furono esplicitate in un memoriale presentato, il 22 marzo 1919, dallo stesso capo della delegazione, Mohammad Sharif Pasha.
Gli Alleati presero in considerazione le rivendicazioni curde, pur non contemplando la nascita di uno Stato indipendente, e si mostrarono favorevoli, come in precedenti occasioni, a un regime di autonomia, che, solo successivamente, si sarebbe potuto trasformare in indipendenza.
Il Trattato di Pace tra gli Alleati e l’Impero ottomano, firmato a Sèvres, il 10 agosto 1920, attribuiva la Tracia, Smirne e una gran parte delle province egee alla Grecia e separava dalla Turchia, la Siria, posta sotto il mandato francese, e la Mesopotamia, la Palestina e la Transgiordania, sotto il mandato britannico. L’ex-Impero era, ormai, ridotto alla sola penisola anatolica e alle isole. La creazione di un Kurdistan autonomo (sezione III, artt. 62-64) e la cessione del Dodecaneso e di Rodi all’Italia erano, egualmente, contemplate nel trattato. Il Trattato di Sèvres non venne mai ratificato dai governi interessati, risultando del tutto inefficace.
La complicata e inestricabile situazione condusse a una nuova conferenza, svoltasi a Parigi, tra il 22 e il 26 marzo 1921, in cui si discusse una pronta soluzione della questione d’Oriente.
Le ostilità ripresero con l’offensiva sferrata dai kemalisti contro Smirne.
Con la firma dell’Armistizio di Mudanya (11 ottobre 1922), i negoziati per la pace furono, immediatamente, avviati con l’inaugurazione, il 22 novembre dello stesso anno, della Conferenza di Losanna. 
Un nuovo trattato, firmato a Losanna, il 24 luglio 1923, restituiva alla Turchia alcuni dei suoi territori: la parte orientale della Tracia, la regione di Smirne, l’Anatolia, la Cilicia, l’Armenia e il Kurdistan. Il Trattato di Losanna rendeva caduco il Trattato di Sèvres e, senza apportare alcuna garanzia a quello che atteneva il rispetto dei diritti dei curdi, consacrava l’annessione della maggior parte del Kurdistan al nuovo Stato turco. I curdi non furono, neppure, invitati e le grandi potenze decretarono la divisione del territorio curdo in tre parti, lasciando all’Iran la porzione già inclusa nei suoi confini.
I curdi non accettarono questa decisione e diedero inizio a una serie di insurrezioni, di volta in volta, scatenatesi nei singoli Stati, ma mai simultaneamente e questo fu, forse, il motivo dei loro insuccessi. Inoltre, l’importanza assunta dal petrolio in diverse zone, come nella regione di Mossul, creò i presupposti per un’ingerenza diretta della Gran Bretagna, che appoggiò l’azione del governo iracheno con bombardamenti aerei dei villaggi curdi, sia nel 1923, sia durante le successive insurrezioni del 1930-1933. Arguendo, in effetti, che lo Stato iracheno non sarebbe stato in grado di sopravvivere senza le ricchezze agricole e petrolifere di questa provincia, la Gran Bretagna aveva ottenuto, il 16 dicembre 1925, dal Consiglio della Società delle Nazioni l’annessione di Mossul all’Iraq, posto sotto il suo mandato. Così, alla fine del 1925, il paese dei curdi, conosciuto, dal XIII secolo, sotto il nome di Kurdistan, si era trovato diviso in quattro Stati: Turchia, Iran, Iraq e Siria. E, per la prima volta, dalla sua lunga storia, era stato privato anche della sua autonomia culturale.
Nello stesso periodo, si era scatenata in Turchia una violenta repressione del movimento curdo, sotto il governo di Mustafa Kemal Atatürk: fu proibito l’uso della lingua curda e dello stesso nome di curdi. Deportazioni e massacri fecero seguito alla rivolta del 1925, guidata dal capotribù Sheikh Said: uomini politici e intellettuali furono imprigionati e uccisi. La repressione fu, particolarmente, spietata a Erzurum e Diyarbakir, la principale città del Kurdistan turco, dove vennero condannati a morte cento capi curdi, tra i quali lo stesso Sheikh Said. Molti curdi cercarono scampo in Iraq e in Siria; quelli rimasti in Turchia non ebbero più alcuna possibilità di organizzarsi politicamente e di riprendere la lotta. 
I conquistatori e gli Imperi passati si erano accontentati di certi vantaggi e privilegi economici, politici e militari. Nessuno aveva concepito il progetto di distruggere la personalità curda, di spersonalizzare, tagliando dalle sue radici culturali millenarie, tutto un popolo. Questo progetto fu quello dei nazionalisti turchi che vollero fare della Turchia, società eminentemente multiculturale, multirazziale e multinazionale, una nazione una e uniforme; fu, più tardi, ripreso dall’Iraq e dall’Iran.
Vittima della sua geografia, della storia e anche, forse, della mancanza di chiaroveggenza dei suoi leaders, il popolo curdo ha pagato un pesante tributo nel rimodellamento del Medio Oriente.
Durante la seconda guerra mondiale, emerse la figura di Mustafa Barzani, destinato ad assumere le caratteristiche di capo carismatico della rivoluzione curda negli anni successivi. Una serie di arresti di esponenti curdi lo indusse, nel 1943, a proclamare la rivolta nella regione di Barzan, dove viveva il suo clan. L’intervento dell’esercito iracheno, che era appoggiato dall’aviazione inglese nella protezione dei pozzi petroliferi minacciati dai curdi, lo costrinse a una lunga ritirata verso l’Iran attraverso le montagne, con una marcia epica alla testa di diecimila persone, tra cui tremila guerrieri. Nel frattempo, anche i curdi dell’Iran e della Turchia si erano impegnati a collaborare per una lotta comune e avevano stretto un patto sul Monte Dalanpar, da cui nacque, il 12 gennaio 1946, la Repubblica curda di Mahabad, che aveva uno spiccato carattere socialista e alla cui testa fu posto il curdo iraniano Qazi Mohammad, giudice, capo religioso e membro di un’influente famiglia. La reazione dell’esercito iraniano fu immediata; contro la nuova repubblica, che aveva affidato a Mustafa Barzani il comando delle proprie truppe, entrò in azione l’esercito dello Shah Mohammad Reza Pahlavi, armato ed equipaggiato dall’Inghilterra e, un anno dopo, la resistenza curda fu stroncata.
Qazi fu giustiziato con altri capi; Mustafa Barzani rientrò in Iraq, dove lasciò le donne, i vecchi e i bambini e intraprese con i suoi uomini quella “marcia dei cinquecento” che doveva portarlo in Unione Sovietica e creare un alone leggendario intorno al suo nome. In quattordici giorni, furono coperte 220 miglia a piedi, sempre sotto la minaccia degli eserciti iracheno, turco e iraniano.
Nell’Unione Sovietica, Barzani doveva rimanere più di dieci anni; gli fu conferito il grado di generale dell’esercito sovietico, fatto che gli fece attribuire sentimenti filo-comunisti, da lui sempre smentiti. Del resto, la limitatezza degli aiuti dell’Unione Sovietica ai curdi in lotta fu una delle cause della loro sconfitta. Un altro motivo di fondo del crollo della repubblica di Qazi Mohammad fu, senza dubbio, la tradizionale mancanza di coesione tra le tribù, gelose come sempre della loro autonomia e, spesso, in contrasto con i capi del movimento, provenienti dalla popolazione cittadina più evoluta e istruita.
Una nuova situazione si determinò in Iraq con la rivoluzione del luglio 1958, che portò al potere il generale ‘Abd al-Karim Qasim (1914-1963) e con la nuova costituzione che garantiva i diritti dei curdi nell’ambito dello Stato iracheno. Barzani poté rientrare in patria e il problema curdo sembrò avviarsi a una soddisfacente soluzione politica. Ma l’illusione fu di breve durata. Le promesse di autonomia non vennero mantenute e, nel 1960, i rapporti si fecero, di nuovo, tesi.
Questa volta, Barzani aveva l’appoggio del partito comunista iracheno e la lotta riprese in forma cruenta, con bombardamenti dei villaggi curdi, da una parte, e azioni di guerriglia, dall’altra, finché il nuovo colpo di Stato di ‘Abd as-Salam ‘Arif (1921-1966) del febbraio 1963 mise fine alle ostilità, ma solo per pochi mesi.
La costituzione della RAU (Repubblica Araba Unita) e il colpo di Stato baathista del luglio 1968, che portò al potere il generale ‘Ahmad Hasan al-Bakr, non fecero che complicare la situazione sul piano politico, senza porre fine in modo durevole ai combattimenti.
Nella primavera del 1969, la guerra imperversò, ancora, nel Kurdistan; il governo di Baghdad impiegò il napalm e l’acido solforico per distruggere i raccolti, provocando la distruzione di innumerevoli villaggi e la morte di 33 mila peshmarga, come sono chiamati i combattenti curdi, oltre a 20 mila vittime tra la popolazione civile.
Seguirono trattative di pace, che portarono a un accordo, nel marzo del 1970.
Anche questa volta, tuttavia, gli accordi furono rispettati solo in parte, per la riluttanza del governo iracheno a concedere l’autonomia nei centri petroliferi, specialmente quello di Kirkuk, dove la popolazione curda era prevalente.
Negli anni successivi, la situazione si fece sempre più intricata: il movimento curdo fu, perfino, accusato dal Baath di essere alleato di Israele e dell’Iran contro la causa araba. D’altra parte una serie di dissidi portò a uno scontro armato tra Barzani e i comunisti all’interno del movimento stesso. Anche le relazioni tra curdi iracheni e curdi iraniani si deteriorano, per l’interesse dei primi a mantenere buoni rapporti con il governo dello Shah, che garantiva l’unica frontiera attraverso cui potessero ricevere aiuti nella lotta contro Baghdad.
Si giunse, così, alla concessione di autonomia dell’11 marzo 1974, proposta da al-Bakr, ma non accettata dai curdi, che avrebbero voluto una più favorevole ripartizione degli utili del petrolio, calcolata in base alla loro consistenza etnica. La minaccia di distruggere gli impianti, da parte di Barzani, condanne a morte di notabili curdi ed esecuzioni sommarie di militari iracheni per ritorsione e, infine, una ripresa generale delle ostilità, furono gli avvenimenti, che crearono in questo tormentato paese i presupposti per una situazione di tipo vietnamita. Le grandi potenze non si esposero direttamente, ma influenzarono la situazione secondo le linee della loro politica internazionale, vale a dire dei loro interessi. L’Unione Sovietica, che, in passato, aveva appoggiato concretamente il movimento curdo, sostenne il governo iracheno, di cui faceva parte il partito comunista e cui era legata da un patto di amicizia dal 1972. Di conseguenza armi, consiglieri militari e aerei sovietici furono impiegati contro i combattenti curdi, sostenuti apertamente dallo Shah, che aveva interesse a indebolire lo Stato iracheno e, indirettamente, dagli Stati Uniti, accusati di fornire armi a Barzani. Al di sopra di questo rovesciamento di alleanze permaneva lo scarso interesse dei vari Stati confinanti alla realizzazione di un Kurdistan indipendente nella zona irachena, che avrebbe spinto a nuove rivendicazioni le altre minoranze curde; la lotta del popolo curdo, asserragliato tra le sue montagne, si svolse, quindi, nella massima incertezza circa le prospettive future.
Nel Kurdistan iracheno, la repressione fu tale che Mustafa Barzani decise di mettere fine alla rivoluzione curda e di partire in esilio.
Il silenzio degli Stati Uniti fu vissuto come un tradimento dell’Occidente per gli ambienti curdi che aderivano ormai al sistema socialista, in parte maoista, perché Mosca aveva portato chiaramente il suo sostegno a Baghdad.
Negli anni 1980, riprese la lotta armata tra turchi e curdi.
Nella regione iniziò una stagione di violenza, con attentati da parte dei guerriglieri, seguiti da feroci rappresaglie da parte dell’esercito turco. Secondo un rapporto della Commissione di Indagine del Parlamento turco, il conflitto tra lo Stato e il PKK,  il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, di ispirazione marxista, fondato, il 27 novembre 1978, da Abdullah Öcalan, studente di scienze politiche ad Ankara, e da suo fratello Osman, avrebbe provocato complessivamente tra le 35 e le 40 mila vittime.
Le violenze non si placarono fino alla fine degli anni 1990, in seguito all'arresto dello stesso Öcalan (5 febbraio 1999).
A partire dall’11 settembre 2001, il PKK veniva inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche e, nel 2006, il governo di Ankara varava una legge, che prevedeva l’arresto anche per i minori che manifestassero a sostegno di organizzazioni riconducibili al PKK.
Vi è una poesia curda che esprime in modo tragico il carattere di questo popolo indurito dalle lotte secolari per la sua esistenza. Racconta di un fatto di armi contro i turchi, in cui fu ucciso un capo curdo; quando la sua testa fu portata alla madre, questa guardò lontano, verso le montagne e disse:

“Non è che la testa di un agnello; Dio protegga gli arieti che sono sui monti.”

  

  
Note:

(1)Idris di Bitlis è l’autore del primo trattato della storia generale dell’Impero ottomano, intitolato Otto Paradisi, che traccia il regno degli otto Sultani ottomani.

(2) Dopo una brillante carriera, nel 1857, Helmuth Karl Bernhard Graf von Moltke (Parchim, 26 ottobre 1800 – Berlino, 24 aprile 1891) fu nominato Capo dello Stato Maggiore Generale Prussiano, una carica che ricoprì per i successivi trenta anni.
Versato poliglotta e, più ancora, ottimo diplomatico, fu definito:
“Uno che, all’occorrenza, sapeva tacere in sette lingue diverse.”
Suo nipote, il conte Helmuth James von Moltke (1907-1945), partecipò all’attentato al Führer del 20 luglio 1944 e fu impiccato poche settimane prima che i sovietici entrassero a Berlino.
“Per tutta la vita, fino dai tempi della scuola, ho lottato contro un certo spirito di limitatezza e di violenza, di presunzione, di intolleranza, di assolutismo e di spietata consequenzialità che alberga nell’animo tedesco e che ha trovato la sua espressione nello Stato nazional-socialista.
Mi sono anche adoperato perché questo spirito, con le gravi manifestazioni che da esso derivano, come l’eccesso di nazionalismo, la persecuzione razziale, l’ateismo, il materialismo, venisse superato.
Per tutti questi motivi e dal loro punto di vista, i nazional-socialisti hanno perfettamente ragione ad uccidermi.” 
da una lettera del conte Helmuth James von Moltke ai propri figli




Daniela Zini
Copyright © 19 dicembre 2010 ADZ






lunedì 6 dicembre 2010

SE WIKILEAKS...?

Julian Assange non demorde e mette la sua firma.
Il suo sito internet è divenuto “un pericolo per il mondo” e una base dalla quale sono condotti “attacchi contro la comunità internazionale”, se prestiamo fede al Segretario di Stato americano, Hillary Clinton.
Hillary Clinton ha serie ragioni per essere furiosa con il fondatore di WikiLeaks.
Non solo centinaia di migliaia di segreti del Dipartimento di Stato sono stati messi in piazza, ma uno dei documenti, firmato di suo pugno, incarica i suoi sottoposti di raccogliere ogni sorta di informazioni circa gli alti vertici dell’ONU, e anche, stranamente, i dati bancari relativi alla carta di credito del Segretario Generale Ban Ki-moon.
Questa volta, Julian Assange ha messo in linea 251.288 documenti segreti, che coprono il periodo dal 28 dicembre 1966 al 28 febbraio 2010 e contano 261.276.536 parole.
Di che riempire 3.000 volumi!
Grazie a WikiLeaks, il comune mortale ha, dunque, avuto accesso a informazioni inusitate.
Si può comprendere il Dipartimento di Stato, per il quale conta solo l’aspetto dannoso di queste fughe.
È un fatto che WikiLeaks renderà il lavoro dei diplomatici molto più difficile di prima.
Gli interlocutori parleranno meno e i compilatori di informazioni faranno fatica a trovare di che riempire i loro regolari rapporti.
Si può comprendere anche l’inquietudine dei politici che amano bisbigliarsi confidenze in un mondo dove microfoni, camere e orecchie indiscrete non hanno accesso.
Che sarà della politica se i retroscena e i palazzi fortificati divengono trasparenti?
Susciterà ancora interesse o perderà il suo lato oscuro, i suoi misteri e i suoi intrighi?
I governanti si rassicurino.
La politica resterà quella che è, sempre, stata, vale a dire segreta, misteriosa, intrigante.
Conserverà, sempre, le sue due parti ben distinte: la parte superficiale, alla quale il pubblico può accedere e la parte essenziale, non accessibile al comune mortale, quella delle decisioni più importanti, sovente vitali, per i miliardi di esseri umani che hanno scelto di vivere in comunità.
Nell’era numerica, in cui l’informazione circola alla velocità della luce, come nell’era preindustriale, in cui la velocità dell’informazione non superava quella del cavallo, la politica e i politici restano fondamentalmente gli stessi.
Oggi come ieri, il pubblico non ha diritto che alle informazioni che si vuole dargli.
Julian Assange non è un mago.
Non è dotato di poteri sovrannaturali che gli permettono di appropriarsi dei segreti meglio custoditi.
Le centinaia di migliaia di cablogrammi confidenziali che ha pubblicato sul sito, gli sono pervenuti, da tempo, senza che li abbia né cercati o pagati per averli.
Ad aver fornito la massa di segreti a Julian Assange è stato un soldato americano, ventitreenne, Bradley Manning.
Bradley Manning è in prigione, in attesa di processo.
La domanda che ci si pone è come gli Stati Uniti, con la massa di informazioni segrete e compromettenti di cui dispongono, abbiano potuto commettere una tale “imprudenza”.
Un errore ha guastato il sistema e messo in imbarazzo Washington.
Un responsabile americano ha giustificato questa “imprudenza” con gli attentati dell’11 settembre.
Questi attentati non hanno potuto essere evitati, tra l’altro, a causa dell’“accaparramento dell’informazione e del rifiuto dei diversi servizi a condividerla”.
A proposito degli attentati dell’11 settembre, un dibattito è in corso, attualmente, negli Stati Uniti.
Sarebbero stati messi in atto questi attentati se vi fosse stato, allora, WikiLeaks?
La domanda è stata posta da un’ex-collaboratrice dell’FBI, Coleen Rowley, sul Los Angeles Times:

“Eravamo in molti, prima dell’11 settembre, ad aver captato segnali di allarme che indicavano che qualcosa di devastante si stesse progettando. Ma lavoravamo con  burocrazie sclerotiche, incapaci di agire con rapidità e decisione. Ultimamente, due di noi si sono chiesti semmai vi fosse stato un modo rapido e riservato per ottenere informazioni, le cose sarebbero potute andare diversamente.”

In effetti, se vi fosse stato WikiLeaks prima dell’11 settembre, se avesse disposto di informazioni monopolizzate dai servizi segreti sui preparativi degli attentati, li avrebbe, senza alcun dubbio, diffusi e, oggi, la configurazione del mondo sarebbe nettamente migliore!




Daniela Zini
Copyright © 4 dicembre 2010 ADZ