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domenica 12 giugno 2011

IRAN DUE ANNI DOPO LA RIVOLUZIONE INCOMPIUTA 12 giugno 2009 - 12 giugno 2011

La lingua ci aiuta a mentire, come sosteneva Charles-Maurice deTalleyrand-Périgord o, invece, oppone resistenza alla menzogna, come auspicava Sant’Agostino?

IRAN DUE ANNI DOPO LA RIVOLUZIONE INCOMPIUTA
12 giugno 2009 – 12 giugno 2011


a E., G., A. ed A.
che possiate vedere un mondo migliore di quello che vi abbiamo consegnato. 

“Ogni rivoluzione che possa dirsi tale ha tre componenti principali: un atteggiamento specifico verso il mondo, un programma per trasformarlo in modo essenziale e una fiducia incrollabile che questo programma si possa realizzare: una visione del mondo, un programma e una fede.”
Donald Fleming


di
Daniela Zini




V
i sono particolari momenti, misteriosamente privilegiati, in cui taluni Paesi ci rivelano, con un’intuizione subitanea, la loro anima, in qualche modo, la loro essenza precipua, in cui ne cogliamo una visione esatta, unica, che, mesi e mesi di studio paziente, non potrebbero rendere più completa, né diversa. In questi momenti furtivi, tuttavia, ci sfuggono necessariamente dei dettagli, vediamo solo l’insieme delle cose.
Particolare stato d’animo o aspetto speciale dei luoghi, colto al volo e sempre in modo inconscio?
Non lo so…
Amo l’Iran di un amore oscuro, misterioso, profondo, inspiegabile, ma reale e indistruttibile.
Dovrei, invece, trovare la forza di sottrarmi a questa malia… ma dove trovare il coraggio di reagire?
È un sentimento particolare: mi sembra di costeggiare un abisso, un mistero di cui non sia stata ancora svelata l’ultima… anzi, la prima parola, e che racchiuda tutto il senso della mia vita. Finché non conoscerò la chiave di questo enigma, non saprò chi sono, né la ragione e lo scopo della mia sorte davvero straordinaria.
Mi sembra, tuttavia, di non essere destinata a scomparire senza avere avuto la rivelazione di tutto il profondo mistero che ha circondato la mia vita, dai primi giorni a oggi.
Cos’è una patria?
Un luogo per vivere, un luogo per essere.
Io vivo nelle mie poesie, nelle parole che cercano di respingere le frontiere fino alla temerità.
Ho la polvere sotto la lingua.
Oggi, so che mai sarò, totalmente, separata, tagliata da questa terra.
Follia, diranno gli increduli!



1.                     Iran 1979-2011: gli orfani della rivoluzione
Se, da due anni, le donne e gli uomini dei Paesi, cosiddetti liberi, trattengono il respiro e ammirano il coraggio delle donne e degli uomini in Iran, di contro, in questi stessi Paesi, i poteri e la maggior parte dei partiti politici restano testimoni indifferenti delle lotte in Iran.
Alcuni osservatori suggeriscono che le repressioni violente dello Stato, gli arresti in massa, le torture e, soprattutto, le esecuzioni arbitrarie dei prigionieri politici, falsamente accusati di terrorismo, abbiano avuto ragione del movimento dei diritti civili e segnalano la normalizzazione della situazione politica in Iran.
La calma è stata, dunque, ristabilita in Iran?
Niente affatto.
La lotta per la democrazia è, dunque, cessata in Iran?
Niente affatto.
L’Iran è in preda a una crisi generale che tocca tutte le sfere della società, dalle fabbriche alle università.
Il rovesciamento del regime è fallito.
Il Paese ha sempre il volto schiacciato sotto lo stivale del dittatore.
Il quotidiano triste e severo ha ripreso il suo corso.
L’Iran vive nella paura.
L’Iran sta morendo.
L’Iran sta morendo in nome di una causa.
L’Iran pretende essere una teocrazia, un governo basato sulla religione.
Ma, in Iran, Dio esiste?
Su certi biglietti di banca con l’effigie dell’ayatollah Ruhollah Khomeini (1902-1989) si può leggere:

“Giugno è il mese della lotta.”,

o ancora:

“Morte a Khamenei.” 

Per lungo tempo i media ci hanno mostrato un Iran totalitario e oscurantista. Poi, questa immagine semplicistica, che discende dal postulato che le società islamiche siano forzatamente segnate dall’arretratezza, è, a poco a poco, divenuta più complessa. La diffusione di film realizzati da una nouvelle vague di cineasti iraniani, quali Abbas Kiarostami (1940), Mohsem Makhmalbaf (1957), Majid Majidi (1959) e Jafar Panahi (1960), che descrivono la realtà della società iraniana, ha permesso di scoprirne una ben diversa. Queste testimonianze su un altro Iran restano, tuttavia, ancora molto insufficienti per dare a un largo pubblico una immagine completa della realtà iraniana.
Einstein diceva:

“È più facile disintegrare un atomo che un pregiudizio.”

Dietro la tragica maschera mediatica dell’Iran degli ayatollah si trova, infatti, una società che è ancora sotto lo choc della rivoluzione del 1979 e delle sue molteplici conseguenze.
Trentadue anni fa, l’ascesa al potere di un regime islamico dà all’islam un impulso ideologico sconosciuto prima. Ma, per mantenersi al potere, il regime deve darsi un’immagine militante antiamericana: la sua esistenza si lega alla sua sedicente facciata antimperialista. Ricorrere alla nota tattica di creare un nemico esterno per unificare le masse dietro di sé salvaguarda il regime, in Iran, e sviluppa la sua immagine di forza antimperialista su scala regionale e internazionale. Il Paese conosce, allora, un vasto movimento di epurazione e di repressione, ma anche una profonda rivoluzione sociale. In seno al nuovo governo e tra i sostenitori di Ruhollah Khomeini, le personalità che prendono posizione contro le esecuzioni si contano sulle dita di una mano.
Nel 1981, sono 406 le persone giustiziate, legate al regime Pahlavi. E solo nella città di Tehran.
Ma si tratta di una epurazione che fa seguito a un cambio di potere…
È violenta, come era, facilmente, prevedibile.
La banalizzazione dell’eliminazione, spesso fisica, come strumento di lotta in campo politico e come mezzo di protezione di un entre-soi sempre più stretto, ci può aiutare a comprendere la situazione attuale.
Dopo l’occupazione dell’ambasciata degli Stati Uniti, a Tehran, il 4 novembre 1979, il primo ministro dell’epoca, Mehdi Bazargan (1907-1995) , sostenuto dai mojahedin-e khalq e degno rappresentante del bazar, il movimento socialmente conservatore che incentiva la liberalizzazione degli scambi, deve dimettersi. Discreditato, lascia il potere nel momento della “seconda rivoluzione”, iniziata dall’imam Khomeini, il cui obiettivo è di mettere fine all’ingerenza straniera, principalmente statunitense, nel Paese. Ma la definitiva estromissione del suo partito non si compie che con l’esilio del primo presidente della repubblica islamica, Abol Hassan Banisadr (1933), nel luglio del 1981.
Il nuovo regime ha solo due anni quando si sbarazza degli ultimi laici.
Sulla base di alcuni documenti, recuperati negli archivi segreti dell’ambasciata americana a Tehran, numerosi uomini politici reputati filo-occidentali dal potere iraniano erano nella lista nera, Abbas Amir Entezam (1933), ex-ambasciatore in Svezia ed ex-vice-primo ministro del governo Bazargan, Hassan Nazih (1918) (http://www.youtube.com/watch?v=weJkGXw5rDg), ex-direttore della National Iranian Oil Company, Rahmatollah Moghadam-Maraghi, capo del partito radicale  e il grande ayatollah Mohammad Kazem Shariatmadari, (1905-1986) (http://www.youtube.com/watch?v=Gt79IudNI18), considerato un liberale di destra.
Nel corso degli anni 1980, la guerra contro l’Iraq è, sistematicamente, evocata per ridurre ulteriormente il numero degli oppositori. Nel 1983, è il grande ayatollah Mohammad Kazem Shariatmadari, potenziale avversario di Ruhollah Khomeini, in termini di popolarità, a dover “confessare i propri errori” e, nel 1988, è il grande ayatollah Ali Montazeri (http://www.youtube.com/watch?v=bzoV7PhX4ns&NR=1&feature=fvwp), che subisce una emarginazione politica per aver protestato contro l’ennesimo bagno di sangue di migliaia di mojahedin-e khalq.

Il diniego dei diritti del popolo, l’ingiustizia e il disconoscere i veri valori della rivoluzione hanno portato i più severi colpi alla rivoluzione. Prima di ogni ricostruzione, vi deve essere una ricostruzione politica e ideologica. (…)
 È quello che si aspetta il popolo da un leader.”
Ali Montazeri, Keyhan, 1989

La macchina per eliminare gli avversari politici non si arresta, né rallenta con la morte di Khomeini, il 3 giugno 1989. Da quel momento, l’epurazione colpisce gli ex-fedelissimi dell’imam, compresi i sostenitori della linea dura. È il caso di Behzad Nabavi (1941), che, qualche annno prima, si era rallegrato della caduta del governo Bazargan, di Said Hajjarian (1954), padre fondatore dei servizi segreti, e di Sheikh Sadeq Khalkhali (1926-2003) (http://www.youtube.com/watch?v=1RKf-ZVqnSU55), che, un anno dopo la rivoluzione, poteva vantare l’esecuzione di 55 monarchici, tra i quali Amir Abbas Hoveyda, ex-primo ministro dello shah Mohammad Reza Pahlavi (1919-1980) e Nematollah Nassiri (1911-1979) (http://www.youtube.com/watch?v=fM-aU3P3VmI), ex-capo della SAVAK. Ma l’epurazione dei “figli della rivoluzione” raggiunge il suo apice, nel 1995, con l’eliminazione di Ahmad Khomeini (1945-1995) (http://www.youtube.com/watch?v=pqD6CugE8LY&feature=fvst), scomparso nel quadro degli assassini in serie che segnano tutto il decennio. Ahmad, figlio più giovane nonché braccio destro di Khomeini, doveva, dunque, conoscere, a sua volta, contro ogni attesa, la stessa sorte delle altre vittime del sistema epurativo di suo padre. Lui stesso affermava che “per raggiungere gli obiettivi del padre, (non aveva) pietà per nessuno”.    
Più tardi, il presidente Mohammad Khatami (1943) denuncerà questa “pratica”. 
Con gli eventi pre e post-elettorali del giugno del 2009, l’eliminazione degli avversari di un establishment sempre più ridotto, entra in una nuova fase. Gli insiders di ieri sono divenuti i nuovi outsiders, i nuovi “traditori”.
Nel 1979, uno dei protagonisti del colpo di Stato (http://www.youtube.com/watch?v=urAjTX51ebc&feature=related) che, nell’agosto del 1953, aveva fatto cadere il primo ministro iraniano Mohammad Mossadeq (1882-1967) (http://www.youtube.com/watch?v=LdoPln7BEL8), prima di essere giustiziato, ammoniva il suo giudice:

“Conti di imprigionarmi? Vedrai, anche tu ti farai imprigionare! Conti di farmi giustiziare? Vedrai, anche tu ti farai giustiziare!”

Dieci anni dopo, quel giudice era, a sua volta, giustiziato.
Se nessuno può dire come evolverà la configurazione del potere in Iran, abbiamo, tuttavia, una delle ragioni della debole leggibilità del suo funzionamento, che trova la sua origine in questa “pratica” di emarginazione e di eliminazione fisica degli oppositori politici. Una “pratica” che rinsalda sempre più l’entre-soi, poiché ogni amico può divenire, un giorno, un nemico da abbattere.
Dopo venti anni di potere assoluto e arbitrario sul popolo iraniano, la guida suprema Ali Khamenei (1939) segue le tracce dello shah Mohammad Reza Pahlavi. Che lo riconosca o no, ha scelto la via della tirannia, che i popoli d’Iran e del mondo intero hanno rigettato, a più riprese, nelle pattumiere della Storia. Reprimendo, violentemente, la manifestazione del 20 giugno 2009, Ali Khamenei ha commesso lo stesso fatale errore dello shah, quando, l’8 settembre 1978, ordinò all’esercito di sparare sulla folla. I pasdaran non fanno che sostituire i soldati dello shah e i bassiji gli uomini armati di bastone al soldo del regime imperiale. Hanno lo stesso obiettivo: soffocare nel sangue le rivendicazioni del popolo.
Ali Khamenei ha dimenticato cosa ha permesso la vittoria del popolo contro lo shah.
Non è stata né la guerra armata, né le violente manifestazioni.
Il popolo iraniano ha vinto sotto le stesse insegne dell’imam Hossein di fronte alle truppe del califfo Yazid:

“Il sangue vince sulle armi.

Khamenei ha dimenticato che lo shah decretava la sua fine, inviando l’esercito nelle strade.
Nel 1979, la vittoria impressionante degli iraniani era, in parte, determinata da slogans quali:

“Mio fratello armato, perche uccidere il tuo stesso fratello?”

e gesti storici quali mettere fiori nelle canne dei fucili.
Khamenei ha dimenticato che ha di fronte quella generazione eroica e i suoi figli. E sono questi figli e queste figlie, che, dopo aver sopportato, in silenzio, il giogo, per anni, seguono il cammino tracciato dai genitori, riprendendone slogans e metodi. 
Gridano:

“Allah akbar!”,  

la notte, e

“Morte al dittatore!”,

il giorno.

Nel secondo anniversario della rielezione contestata di Mahmud Ahmadinejad (1956) è d’obbligo fare il punto sul faccia a faccia Stato-società civile che si è protratto con scaramucce irregolari fino a oggi, ma di cui non si sente più parlare nella stampa internazionale da mesi.
In questi due anni, il regime è riuscito a tenere schiacciato il Paese sotto una cappa di piombo. Le forze di sicurezza sono onnipresenti e gli iraniani sanno che “big ayatollah” può ascoltare le loro conversazioni telefoniche e leggere la loro posta elettronica.
La forte aspirazione a una più grande libertà individuale e a uno spazio pubblico liberato dall’influenza dello Stato è naturalmente accompagnata da una altrettanto forte aspirazione a uno Stato di diritto. La società chiede di essere autonoma, di avere uno spazio ove esercitare questa autonomia e beneficiare di un sistema che la protegga dall’azione arbitraria dello Stato. L’Iran soffre di uno Stato onnipotente rispetto alla popolazione che esercita il suo potere in modo completamente imprevedibile. Dal XIX secolo, questa assenza dello Stato di diritto è stata identificata da Amir Kabir (1807-1852), uno dei grandi uomini di Stato iraniani, come uno dei principali ostacoli all’accesso dell’Iran alla modernità.
La lotta, per riuscire, ha bisogno del sostegno delle forze democratiche di tutto il mondo.
È tempo che tutti i Paesi, gli europei in primis, cessino di occultare, per ragioni di ordine economico, il carattere “fascisteggiante” del regime e agiscano per la difesa della democrazia in Iran.
Preserverebbero meglio i propri interessi e la pace dei propri popoli.
L’Europa è il principale partner commerciale dell’Iran: circa il 40% del mercato.
Le grandi imprese europee dei settori dell’auto, dell’energia e delle telecomunicazioni beneficiano di una concorrenza meno rude su questo mercato, per il fatto dell’assenza delle compagnie americane, almeno ufficialmente.
Vi è un’opposizione vitale e durevole in Iran.
Ma, questa opposizione ha i difetti delle sue qualità.
Coesione accidentale di persone di ogni colore politico non ha una chiara strategia.
E, certamente, nessun grande leader.
E, tuttavia, affronta un regime politicamente indebolito, che ha commesso un errore colossale, secondo il sociologo americano Ali Akbar Mahdi:

“Ha ignorato le attese di un largo segmento della popolazione e ha perduto la capacità di interpretare il popolo.”

Risultato: si stima che circa il 70% degli iraniani auspichino la caduta del regime.
Il suo declino è talmente evidente che la sua leadership pensa di non avere, ormai, più nulla da perdere.
Gli slogans di Ahmadinejad ricalcano gli stessi concetti che hanno animato, trentatrè anni fa, il discorso di Ruhollah Khomeini: lotta contro la corruzione per la difesa dei diseredati e per il ritorno della dignità perduta del popolo musulmano di fronte alla dominazione dell’Occidente. La sola differenza è che il discorso di Khomeini, all’epoca, aveva la valenza di essere coerente, poiché promuoveva un futuro in rottura con il passato, vale a dire in rottura con il potere dello “shah alleato del diavolo”. Mentre gli slogans di Mahmud Ahmadinejad, fedele alla linea dell’imam, non vantano alcuna rottura, ma si iscrivono, al contrario, nella continuità di una visione politica, responsabile dell’anomia sociale che, attualmente, regna in Iran. Il potere politico, i mezzi istituzionali e la fortuna nazionale sono stati nelle mani degli islamici ed è il loro governo che ha prodotto la povertà e la corruzione, che ha portato al crescente divario tra ricchi e diseredati, che ha rafforzato e sostenuto le discriminazioni per religione, sesso e grado di obbedienza alle istanze ideologiche dominanti tra stessi iraniani. I suoi sforzi per proteggere l’Iran dalla contaminazione culturale del “Grande Satana” americano hanno ingenerato patologie sociali ben peggiori di quelle che si possono trovare in un qualunque Paese occidentale. 
In seno allo Stato, fondato sull’ideologizzazione dell’islam, l’elezione non è che un mezzo per praticare la fusione sacra della volontà di Dio e del popolo musulmano. Per fare ciò, la repubblica islamica ha creato i meccanismi di un potere che articola il diritto di voto del popolo e il diritto di veto dell’istanza religiosa. Gli otto anni di presidenza di Mohammad Khatami hanno messo in piena luce il vero potere di queste istanze e portato al fallimento dei riformisti. Le loro minime offensive e la progressione costante dei ruoli sociali avevano portato a una perversione delle tematiche della democrazia e della libertà, trasformandole in rivendicazioni di lusso, tagliate dalla realtà sociale, marcata da una vita quotidiana sempre più difficile, soprattutto per gli strati sfavoriti. La propaganda di Ahmadinejad aveva potuto sedurre una parte di questi ultimi. Le frodi avevano compiuto il resto.

“Chi controlla il passato controlla l’avvenire; chi controlla il presente controlla il passato.”,

scriveva George Orwell (1903-1950), analizzando le tecniche della manipolazione e spiegando come la menzogna passi alla storia. Come ammonisce Sant’Agostino (354-430), scrivendo a Crescenzio, la menzogna non è una semplice mancanza della verità, è il contrario della verità. È una falsificazione e non solo una privazione della verità. Esiste nella menzogna un elemento di attivismo e di aggressività, poiché mentire non induce semplicemente a percepire la realtà in modo errato, ma ad affermare l’esistenza di ciò che non è e a negare l’esistenza di ciò che è.
Sempre più tagliato dal suo popolo, sempre più isolato sulla scena internazionale, il regime iraniano sopravvive grazie alla repressione.
Quanto tempo può durare?
A lungo, ci insegna la Storia.
Ma non indefinitamente.
Non si tratta di un movimento insurrezionale, ma di un processo politico che agisce in profondità e guadagna terreno.
È un movimento di flusso e riflusso sul lungo termine.
Ma, infine, sarà la società a uscirne vittoriosa.
Di più, alcuni leaders religiosi divengono sempre più critici riguardo al potere. Iniziano a voler dissociare la religione dalla politica. Si sono resi conto che la “pratica” del potere usa la religione e la sua autorità morale. In Iraq, il grande ayatollah Ali al-Sistani, di origine iraniana, rifiuta di avere mandati politici e chiede ai suoi discepoli di fare altrettanto. Preferisce una influenza al potere e, così, riprende la grande tradizione sciita.
Nel primo periodo della repubblica islamica, vi erano sollevamenti, approssimativamente, ogni otto anni.
Oggi, i cambiamenti hanno tempi rapidi.
Penso che la crisi politica si risolverà tra due o tre anni.



2.                 Iran 2009: la terza rivoluzione
La prima rivoluzione, nel febbraio del 1979, aveva rovesciato lo shah.
La seconda, secondo Ruhollah Khomeini, era consistita nell’occupazione dell’ambasciata americana.
Sarebbe la terza?
All’indomani delle elezioni presidenziali del 12 giugno 2009, che, grazie a una campagna vigorosa, avevano visto affluire alle urne un numero senza precedenti di elettori, la frode elettorale mobilitava più di 3 milioni di iraniani, che si erano sentiti gabbati e rivendicavano, pacificamente, il loro diritto a elezioni libere.
Un boccone ghiotto cadeva “bello e pronto” nel becco dei media occidentali. 
Quale che fosse, in effetti, la realtà delle cifre di questo scrutinio ufficiale che, con più del 63% dei voti, dava al presidente uscente, Mahmud Ahmadinejad, le mani libere per un secondo mandato, quello che traspariva, dalla violenza della repressione, dal disturbo delle comunicazioni e dagli arresti, era che l’Iran potesse, forse, lanciare la sua “terza rivoluzione”.
Sotto gli occhi del mondo intero, l’Iran era di fronte alla sua più grande crisi dalla rivoluzione del 1979.
Questa storia sembra scriversi da sola.  
Il principale candidato dell’opposizione ed ex-primo ministro Mir Hossein Musavi (1941), che aveva condotto tutta la sua campagna elettorale nel segno della sua buona fede di riformista, aveva, subito, rivestito il ruolo di leader dei difensori dei diritti civici e aveva esortato i suoi sostenitori a non cedere. Le manifestazioni erano proseguite per mesi, come le misure di repressione. Per resistere, infatti, al maremoto, il regime aveva dovuto dispiegare una macchina repressiva di una brutalità senza precedenti nella storia recente del Paese.
E la giustizia iraniana non scherza con i prigionieri politici.
Questi sono sistematicamente torturati.
Gli arresti arbitrari, le torture, i processi e le confessioni televisive delle vittime, avevano messo in evidenza la natura totalitaria di un regime spesso qualificato “semidemocratico” e messo in causa quello che ci era stato raccontato sulla società iraniana e sulle sue strutture socio-politiche e culturali. In modo ripetuto, ci era stato detto che l’Iran era una società islamica, che il popolo non era né contro la repubblica islamica né contro le regole e i costumi islamici. Che non voleva che minimi cambiamenti.
Come se gli iraniani fossero una sorta di masochisti cui piacesse essere torturati per praticare la propria cultura e le proprie credenze!
Gli eventi non facevano cadere solo il sistema politico, ma rivoluzionavano anche la visione del mondo di fronte all’islam e del ruolo dell’islam nelle società sotto la sua influenza. Questo processo era facilitato da un fattore importante: grazie alla moderna tecnologia e alla conoscenza tecnologica della giovane generazione iraniana, questa insurrezione si svolgeva davanti agli occhi del mondo intero. Il mondo vedeva una società civile scendere nelle strade, sfidare i manganelli, i gas lacrimogeni, le armi da fuoco, le torture brutali e gli stupri collettivi, per tenere testa allo Stato totalitario. Non è un caso se Neda, la giovane donna, la cui tragica morte, filmata da un cellulare e diffusa ovunque, sia divenuta l’icona del sollevamento popolare in Iran, l’icona di una rivoluzione femminile contro un regime che considera le donne individui a metà.
Questi supposti individui a metà, che affrontano non solo un sistema misogino, ma l’islam.
Questi supposti individui a metà, che sono spinti da una grande aspirazione di libertà.
E, mentre il regime si evolve a suo ritmo verso un’apertura controllata alla cinese, la società ha una dinamica propria ed evoluta, indipendente dalla facciata islamica del regime e delle sue querelles interne. È sufficiente camminare per le strade di Tehran per rendersi conto che la città somiglia più a Bangkok o a Seul che a Kabul o a Riyad.
Il problema di fondo è che l’Iran, contrariamente alle apparenze, è un Paese in piena evoluzione, che la rivoluzione non ha ingessato. Questa mutazione fa scontrarsi  modernità e tradizione, visione teocratica e separazione della religione dallo Stato, rivendicazioni democratiche e ondate dittatoriali, relativa libertà di parola e attentati brutali ai diritti dell’uomo, rivendicazioni libertarie e ordine morale, volontà di normalizzazione nelle relazioni internazionali e difficoltà a voltare la pagina dell’eredità rivoluzionaria.
Ciò significa che è, sempre, facile dare un’immagine estremamente negativa di questo Paese. È sufficiente mettere avanti un problema reale, poi, generalizzare, facendo affidamento sulla molto debole conoscenza che si ha dell’Iran. Vi è, forse, una forma di disprezzo nel voler ridurre una civiltà e una cultura così antiche e così complesse a visioni semplicistiche. Si può citare, a proposito dell’Iran, ciò che è stato detto giustamente del film di Oliver Stone, Alexander:

“È l’eterna questione dei rapporti con l’Oriente che è posta afferma (Oliver Stone), ma un Oriente ridotto all’immagine fantasma che l’Occidente trionfante ha costruito da secoli, vale a dire dei deserti e delle popolazioni che, per la potenza delle sue armi e per la forza di convinzione del suo modello politico, il paladino del mondo occidentale riuscirà a elevare a uno stadio di civiltà da cui saranno bandite la differenza e la diversità.”

L’Occidente – anche quando si crede aperto e liberale – e l’Oriente non possono che attrarsi violentemente e perdersi.
La popolazione iraniana è giovane.
E la rottura dei giovani con l’ordine patriarcale li ha portati a una relazione più diretta e individuale con il potere. Per loro la tirannia dello shah, la rivoluzione del 1979 e, perfino, la guerra contro l’Iraq, sono passato.



3.                 Iran 2010: la spirale discendente
Mahmud Ahmadinejad non ha alcun potere, è una marionetta.
E Ali Khamenei non è stato mai tanto isolato.
Perdendo i suoi appoggi religiosi, la guida suprema si è chiusa in un cerchio militare e securitario, tenuto dai comandanti dei guardiani della rivoluzione. Questi ultimi profittano del vuoto politico per rafforzare la propria influenza. Per il momento, l’attivismo della società civile impedisce l’instaurazione di una dittatura militare, ma, se il Paese precipitasse in una fase di grande violenza e di anarchia totale, i guardiani della rivoluzione sarebbero, allora, i soli a poter ristabilire l’ordine. Dunque, tutto dipende dal movimento di opposizione e dalla sua capacità a restare un movimento pacifico. 
Bisogna dire che il regime, come tutti gli animali braccati, non può contare che su una repressione feroce per domare un movimento pacifico che tocca tutti gli strati della società iraniana.
Un evento passato sotto i radar dei media internazionali la dice lunga sul clima politico in Iran. Il 4 giugno 2010, nel XXI anniversario della morte di suo nonno, Hassan Khomeini era stato fischiato (http://www.youtube.com/watch?v=lu7pD3Q_-fk&feature=related). Da due decenni, la famiglia di colui che si considera il padre della rivoluzione iraniana, è al centro di questa commemorazione annuale, e, più in particolare, suo nipote Hassan, che, nel 2009, aveva, implicitamente, appoggiato il principale candidato dell’opposizione alle presidenziali, Mir Hossein Musavi. L’incidente ha avuto grande eco a Tehran. Che a un membro della famiglia di Khomeini fosse impedito di esprimersi in pubblico, era un fatto senza precedenti in Iran.
L’ultima grande manifestazione, a Tehran,  risaliva al mese di dicembre. La violenza con la quale i guardiani della rivoluzione e le milizie dei bassiji avevano attaccato i manifestanti aveva finito per scoraggiare gli oppositori.
Alla vigilia del primo anniversario, volevano manifestare legalmente.
Il potere aveva rigettato la loro richiesta.  
Mir Hossein Musavi e Mehdi Karubi avevano fatto appello a non sfidare il potere e a non scendere nelle strade.
In un comunicato congiunto, pubblicato il 10 giugno scorso, i due principali candidati dell’opposizione, avevanno salutato le “grandi e indimenticabili” manifestazioni che avevano seguito le elezioni del 12 giugno. Ma avevano, anche, spiegato di non voler mettere le persone in pericolo.

“Il bilancio dello scorso anno è stato il peggiore degli ultimi venti anni circa il numero di vittime della violenza, che sono state uccise durante o dopo le manifestazioni pacifiche. Tutti sono stati, grazie a tutti i mezzi di comunicazione moderna, testimoni che si è trattato di manifestazioni pacifiche, represse in modo sanguinoso e violento dalle forze dell’ordine e, soprattutto, dalle squadre in civile. Malauguratamente, decine di persone sono state uccise, quattro picchiate e seviziate a morte in un centro di detenzione, a Kahrizak. Migliaia di persone sono state arrestate. Una buona parte è stata liberata dietro pagamento di una pesante cauzione.
In considerazione della repressione che ha colpito, lo scorso anno, persone il cui solo crimine era di reclamare il proprio voto in modo pacifico e tenuto conto delle informazioni sulla mobilitazione di estremisti e di forze repressive, chiediamo alla popolazione di portare avanti le proprie rivendicazioni con altri metodi meno costosi e più efficaci.” 

Un’ammissione di impotenza?
Solo in parte, perché, nel mese di dicembre del 2009, le mobilitazioni avevano fatto tra i manifestanti otto morti, di cui un nipote di Musavi.
La gente, giustamente, non ha voglia di farsi ammazzare!
Ma la resistenza non è morta.
Prende altre forme, più dispersive.
Gli studenti boicottano gli esami nelle università.
Le donne si riuniscono nel parco Laleh di Tehran, ogni sabato pomeriggio, o davanti alla sinistra prigione di Evin.

“Il governo iraniano non ha mai accettato di rivelare il numero dei prigionieri politici. Minaccia le famiglie dei detenuti perché non parlino ai media. Quello che è certo, oggi, è che il numero dei prigionieri politici supera le 800 persone.”

dichiarava Shirin Ebadi, il 12 giugno 2010, a France 24.

“Le carceri sono affollate. Hanno arrestato così tante persone da non poterle più trattenere, dunque, le liberano dietro cauzioni proibitive, proprio per fare posto.”

aveva spiegato.
Shirin Ebadi si era detta, anche, d’accordo con la quarta ondata di sanzioni economiche imposte all’Iran, nella misura in cui queste non avessero colpito la popolazione.

“Le sanzioni economiche che riguardassero la popolazione sarebbero molto nefaste e noi ci opporremmo. Ma quanto a quella quarta serie di sanzioni, ha unicamente un intento militare, noi siamo d’accordo contro queste sanzioni militari.”

La risoluzione 1929, adottata a larga maggioranza, il 9 giugno 2010, dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, vietava, in particolare, la vendita all’Iran di otto nuovi tipi di armamenti pesanti e portava nuove limitazioni agli investimenti iraniani all’estero.



4.                 Iran 2011: la crepa al vertice
In Iran, i giornalisti sono sempre stati soggetti a censura, ma la morsa si è, ulteriormente, stretta dopo le contestazioni delle elezioni presidenziali.
Molti giornali sono stati chiusi e i giornalisti stranieri e binazionali sono stati confrontati a restrizioni crescenti. Molti di loro hanno visto il loro visto revocato, non rinnovato. Alcuni sono stati intimati a lasciare il Paese o sono stati arrestati.
La guida suprema vuole impedire la copertura degli eventi.
Cosa impossibile perché tutti hanno un cellulare per dare o ricevere informazioni.
Dei 120 giornalisti gettati in carcere, molti sono stati liberati.
Circa 4mila sono rimasti senza impiego. Sono stati licenziati, i loro giornali sono stati chiusi e il ministero della cultura e della guida islamica ha vigilato affinché nessuna redazione li riassumesse.
Non hanno più alcuna possibilità di trovare lavoro nella stampa.
Non vi sono più giornalisti indipendenti in Iran.
Non vi sono più giornalisti per evocare la povertà e la disoccupazione, la crescente presenza di bidonvilles che divorano le periferie delle grandi città.
Silenzio totale sui prigionieri politici.
In una dittatura il solo diritto è quello di tacere.
La censura e la repressione politica continuano sotto diverse forme e prendono a bersaglio gli intellettuali e gli artisti che trasgrediscono le linee rosse definite dal quadro ideologico del regime.
Il movimento studentesco subisce una repressione continua.
Nessun partito politico, sindacato o associazione può costituirsi al di fuori del quadro ideologico dominante.
I laici non hanno il diritto di esprimersi liberamente, ma l’espressione laica fiorisce in mille e un modi attraverso gli scritti, le traduzioni, internet e i media iraniani all’estero.
Il regime tende a strangolare queste voci con la censura e l’arresto dei bloggers.
E di fronte alla censura e alla tortura in prigione, le donne sono uguali agli uomini.
Mentre il mondo intero portava la sua attenzione sull’onda di protesta nel mondo arabo, la repubblica islamica ha giustiziato, in tutta discrezione, un intollerabile numero di prigionieri accusati di cospirare contro il regime.
Tra il 20 dicembre 2010 e il 30 gennaio 2011, sono state giustiziate 118 persone, più del totale delle persone giustiziate nel corso dei precedenti dodici mesi.
Non vi è stata primavera iraniana.
In due anni, il movimento verde è stato metodicamente indebolito.
I suoi leaders Mir Hossein Musavi e Mehdi Karubi sono, dal 14 febbraio, agli arresti domiciliari.
Tagliati dal mondo, secondo la ormai collaudata “pratica” della repubblica islamica.
Nessun atto di accusa, nessun arresto per quelli che il regime chiama “sediziosi”.
Musavi e Karubi sono stati semplicemente occultati, neutralizzati.
Non arrestandoli ufficialmente, il regime spera di evitare di farne dei martiri.
Gli arresti, le pressioni esercitate sulle famiglie degli oppositori, le torture in prigione, l’onnipresenza della sorveglianza dei servizi di informazione hanno condannato il movimento verde a divenire sotterraneo.
Un regime, che sa di essere detestato dalla maggioranza della popolazione, non abbassa mai la guardia e non cade perché colto di sorpresa.
Noi applaudiamo le rivoluzioni arabe, che il regime ha la sfacciataggine di salutare come manifestazioni di un “risveglio islamico”, ma non dimentichiamo che, nel giugno del 2009, è stata la gioventù verde, con i suoi cellulari, a fare di ogni manifestante un potenziale reporter.
Oggi, dopo aver schiacciato ogni forma di opposizione, il regime iraniano si offre il lusso di una crisi politica al vertice.
Tutto è iniziato con il licenziamento del ministro dell’informazione, Heidar Moslehi (1956), un religioso molto vicino alla guida suprema, da parte di Mahmud Ahmadinejad. Moslehi era sospettato da Ahmadinejad di spiare il proprio capo di gabinetto nonché consuocero, Esfandiar Rahim Mashai (1960), bestia nera dei sostenitori della guida suprema e guru del presidente. Subito, Khamenei è intervenuto per imporre il mantenimento del ministro al suo posto, scoffessando così pubblicamente Ahmadinejad.
Per una decina di giorni Ahmadinejad ha disertato il consiglio dei ministri, quasi una sfida diretta a Khamenei. La stampa e i deputati khameneisti si sono scatenati con una rara violenza contro Ahmadinejad, finché questi non è stato costretto a cedere.
Il primo maggio, dopo aver presieduto il consiglio, dichiarava:

Dico a coloro che in questi ultimi giorni hanno cercato di insinuare divergenze tra le massime autorità dell'Iran: nessuno può negare le diversità di opinioni, ma quando si tratta di salvaguardare i traguardi della rivoluzione islamica e gli interessi nazionali siamo tutti uniti. “

Ma l'atto di sottomissione di Ahmadinejad non è bastato a scongiurare il successivo regolamento di conti. Esfandiar Rahim Mashai veniva arrestato insieme a una ventina di fedeli del presidente, tra i quali Abbas Amirifar e Abbas Ghaffari, definito l’“uomo con poteri metafisici speciali e connesso con mondi sconosciuti”, con l’accusa di aver invocato i jinn, spiriti maligni della tradizione preislamica, per far valere la politica di Ahmadinejad rispetto a quella del numero uno del regime.
Questo scontro fratricida tra la guida suprema e il presidente è il segno della tensione che regna al vertice dello Stato.
La lotta per il potere è portata al cuore stesso della repubblica islamica.
Per ora, i capi dei guardiani della rivoluzione sembrano sostenere la guida.
Ma, per quanto tempo ancora?    




Daniela Zini
Copyright ©  12 giugno 2011 ADZ

domenica 5 giugno 2011

LETTERA A UN AMICO IRANIANO

Roma, 5 giugno 2011

M
io Caro Generoso Amico,
da anni, osservo con attenzione quello che accade nel Tuo Paese e ho sposato la Tua causa.
Due estati fa, ho provato una profonda emozione davanti all’esempio di un Popolo che si è riappropriato del Suo destino, andando massivamente a votare, poi, scendendo in strada per difendere il risultato delle urne.
Più tardi, sono stata impressionata dalla volontà e dalla tenacità dei manifestanti, determinati a non demordere e a continuare la protesta, nonostante i divieti, gli arresti, le minacce di morte.
In questo momento decisivo, nonostante il pericolo e l’esecuzione di numerosi oppositori, il Popolo ha continuato a difendere i Suoi diritti con dignità. È da temere che, in occasione dell’anniversario della protesta, il potere si chiuda nel suo accecamento e non esiti a inasprire la repressione delle manifestazioni popolari.
Sappi che saremo numerosi a seguire attentamente la situazione.
Quanto a me?
Io vivo a diverse migliaia di chilometri dal Tuo Paese e non so se avrei avuto il Tuo coraggio.
Io so la prudenza con la quale alcuni Iraniani guardano alle dichiarazioni di sostegno venute dall’estero.
Ma, come non reagire quando un governo vuole soffocare il proprio Popolo?
Io so che l’Iran ha un altro volto.
Quello di una società ove le donne sono maggioritarie nelle università, ove i giovani sono aperti al mondo esterno grazie alle nuove tecnologie.
Un Paese in cui la questione della separazione della politica dalla religione è dibattuta con passione.
È questo volto che io vedo dietro le manifestazioni contro il regime ed è quello che io voglio sostenere.
Oggi, è l’avvenire della Società Iraniana tutta intera che si gioca.
Con la perseveranza del Tuo impegno è una certa idea della Società che Tu difendi.
Quella di una Società libera, emancipata e pacifica, ove ciascuno possa realizzarsi.
Con questo esempio, Tu fortifichi le Democrazie, Tu indebolisci gli estremismi, Tu scalzi le fondamenta delle dittature.
Per questo, noi non potremo mai ringraziarTi a sufficienza.
Rendendo pubblica questa lettera, io spero di far prendere coscienza a molte persone dell’importanza di questa lotta e di indurle a esprimere il loro sostegno agli Iraniani democratici.
Sappi che noi siamo fin d’ora numerosi a seguire la Tua lotta, ad ammirarla e a sostenerla, sperando che Tu possa trovare in questo sostegno un incoraggiamento e un appoggio nella Tua ricerca di Libertà.
incondizionatamente Tua
D

Daniela Zini
Copyright ©  5 giugno 2011 ADZ

venerdì 1 aprile 2011

QUALE AVVENIRE PER LA DEMOCRAZIA NEL MEDITERRANEO?

Non è necessario sottolineare la dimensione storica degli eventi in corso.
Gli eventi attuali riflettono un cambiamento in profondità delle società del mondo arabo.
Questi cambiamenti sono in corso da lungo tempo, ma sono stati occultati dai clichés sul Medio Oriente.
John Maynard Keynes (1883-1946) ha detto:

“L’inevitabile non accade mai, l’inatteso sempre.”

Che il Mediterraneo concentrasse tutte le antinomie del nostro tempo – guerra e pace, democrazia e autoritarismo, progresso e arretramento – lo sapevamo.
Ma l’ampiezza e la rapidità delle sollevazioni hanno sorpreso tutti.
Sono stupefacenti.
Sono esemplari per quanto concerne i movimenti coraggiosi, pacifici, pluralisti e democratici dei popoli.
Sono sviluppi estremamente positivi, seppure carichi di incertezze e di sfide di grande ampiezza.
La storia non è finita, come hanno voluto farci credere.
Noi siamo a una nuova svolta storica nel Mediterraneo.
Quali saranno le conseguenze geopolitiche?
Quali saranno le conseguenze per l’Europa?
E quali saranno le conseguenze per la sinistra, per le forze progressiste del Nord e del Sud del Mediterraneo?
Noi non abbiamo, non possiamo avere risposte pronte a queste tre domande.
Ma possiamo discuterne.
Ed è necessario farlo insieme.
Si è parlato di un 1848 arabo.
I processi attuali nel mondo arabo hanno caratteristiche diverse, secondo le condizioni socio-politiche dei Paesi, ma è vero che fanno pensare, nel loro insieme, ai movimenti democratici del 1848 europeo, con i loro giovani manifestanti, provenienti dagli ambienti popolari e dalle classi medie, ispirati da idee democratiche, progressiste e nazionaliste, che trascinano la maggioranza dei popoli.
Uno storico ha descritto il 1848 come un momento in cui “la storia europea arrivò a una svolta che non riuscì a cogliere”.
È vero che alcuni moti europei del 1848 sono falliti.
Ma è, altrettanto, vero che certe idee hanno finito per radicarsi nelle società e certi obiettivi democratici sono divenuti realtà.
In questi Paesi, oltre a un’esigenza di dignità e di libertà, vi è un’esigenza di giustizia sociale e, come direbbe George Orwell, (1903-1950) di una “decenza comune”: un’indignazione popolare di fronte alla corruzione e al tenore di vita degli autocrati.
Il tasso di disoccupazione, la sottoccupazione, le ineguaglianze hanno alimentato la rivolta dei giovani.
Protestano, innanzitutto, contro la natura predatrice delle dittature.
Il raffronto tra Tunisia ed Egitto è illuminante.
In Tunisia, il clan Ben Ali aveva indebolito tutti gli alleati potenziali, per accentrare non solo il potere ma soprattutto la ricchezza: la classe degli uomini di affari è stata letteralmente rapinata dalla famiglia e l’esercito è stato lasciato non solo fuorigioco sul piano politico, ma soprattutto fuori della distribuzione delle ricchezze: l’esercito tunisino era povero, ha, quindi, un interesse corporativista ad avere un regime democratico che gli assicuri un budget più elevato.   
Di contro, in Egitto, il regime aveva una base più larga. L’esercito è associato non solo al potere, ma anche alla gestione dell’economia e ai suoi benefici.
La domanda democratica si urterà, dunque, dovunque nel mondo arabo sul radicamento sociale delle reti di clientelismo di ogni regime.
Le elezioni, i cambiamenti politici, non saranno sufficienti.
Si dovrà produrre giustizia sociale e prospettive di avvenire.
L’opinione europea interpreta le rivolte popolari in Africa del Nord e in Egitto attraverso una griglia vecchia di più di trenta anni: la Rivoluzione Islamica dell’Iran.
Ci si attende, quindi, di vedere  i movimenti islamici, all’occorrenza i Fratelli Musulmani e i loro equivalenti locali, pronti a prendere il potere.
Ma la discrezione e il pragmatismo dei Fratelli musulmani stupiscono e inquietano: dove sono finiti gli islamici?
I Fratelli musulmani sono molto cambiati, non sono più gli alfieri di un altro modello economico e sociale. Sono divenuti conservatori riguardo ai costumi e liberali riguardo all’economia.
Ed è, forse, l’evoluzione più rimarchevole.
Negli anni 1980, gli islamici – ma soprattutto gli sciiti – millantavano di difendere gli interessi della classe oppressa e vantavano una statalizzazione dell’economia e una redistribuzione della ricchezza. Nell’autunno del 1997, i Fratelli musulmani egiziani approvarono la controriforma agraria condotta da Hosni Mubarak, affermando che “così si ritornava alla legge di Dio”. Cosicché gli islamici non sono più presenti nei movimenti sociali che agitano il delta del Nilo, dove si osserva, ormai, un ritorno alla sinistra, come dire ai militanti sindacalisti. Ma l’imborghesimento degli islamici è un asso per la democrazia: non poter giocare la carta della rivoluzione islamica, li spinge alla conciliazione, al compromesso e all’alleanza con altre forze politiche.
L’interrogativo, oggi, non è più sapere se le dittature sono il migliore bastione contro l’integralismo o no.
Gli islamici sono divenuti attori del gioco democratico. Peseranno, sicuramente, molto nel controllo dei costumi, ma, non potendo fare leva su un apparato di repressione, come in Iran, o su una polizia religiosa, come in Arabia Saudita, dovranno venire a patti con una domanda di libertà, che non si ferma soltanto al diritto di eleggere un Parlamento. In breve, o gli islamici si identificheranno con la corrente salafita e conservatrice tradizionale, perdendo così la loro pretesa di concepire l‘islam nella modernità, o dovranno fare lo sforzo di rivedere la loro concezione dei rapporti tra religione e politica.
Ma se rivolgiamo lo sguardo alle masse che hanno lanciato i movimenti, è evidente che si tratta di generazioni post-islamiche. I grandi movimenti rivoluzionari degli anni 1970 e 1980, sono, per loro, storia antica, quella dei loro genitori. Questi giovani non si interessano alla ideologia; gli slogans sono tutti pragmatici e concreti: dégage, erhal.
Non fanno appello all’islam come facevano i loro predecessori, in Algeria, alla fine degli anni 1980.
Esprimono, innanzitutto, un rigetto delle dittature corrotte e una richiesta di democrazia, che, evidentemente, non significa che i manifestanti siano laici, ma semplicemente che non vedono nell’islam una ideologia politica in grado di creare un ordine migliore.
Sono in uno spazio politico secolare.
E, parimenti, sono nazionalisti, senza magnificare il nazionalismo.
Gli Stati Uniti, l’Israele o, in Tunisia, la Francia non sono additati come causa delle disgrazie del mondo arabo.
Lo stesso panarabismo è scomparso come slogan, nonostante gli eventi mostrino che vi è una realtà politica del mondo arabo.  
Queste nuove generazioni sono pluraliste, forse, perché sono anche più individualiste. Studi sociologici mostrano che queste generazioni sono più istruite delle precedenti, hanno meno figli, ma, allo stesso tempo, sono disoccupate, o meglio, vivono nel declassamento sociale. Sono più informate e hanno, spesso, accesso ai mezzi di comunicazione moderni, che permettono di connettersi in rete da individuo a individuo, senza passare per la mediazione dei partiti politici, in ogni caso vietati.
I giovani sanno che i regimi islamici sono divenuti dittature: non sono affascinati né dall’Iran, né dall’Arabia Saudita. Quelli che manifestano in Egitto sono gli stessi che manifestano in Iran contro Mahmud Ahmadinejad. Per ragioni di propaganda, il regime di Tehran finge di sostenere il movimento, in Egitto, ma è un regolamento di conti con Mubarak. Sono, forse, credenti, ma separano la religione dalla politica: in questo senso, i  movimenti sono secolari.
La pratica religiosa si è individualizzata.
I valori cui si richiamano sono universali.
Manifestano, innanzitutto, per la dignità, per il rispetto: questo slogan è partito dall’Algeria, alla fine degli anni 1990.
Ma la democrazia che si chiede, oggi, non è più un prodotto di importazione, come la promozione di democrazia, fatta dall’amministrazione Bush, nel 2003, che non era accettabile, poiché non aveva alcuna legittimità politica ed era associata a un intervento militare. Paradossalmente, l’indebolimento degli Stati Uniti in Medio-Oriente e il pragmatismo dell’amministrazione di Barak Obama, oggi, permettono a una domanda autoctona di democrazia di esprimersi in tutta legittimità.
Ciò detto, una rivolta non fa una rivoluzione.
Il movimento non ha leaders, né partiti politici, né assetto, coerentemente alla sua natura, ma pone il problema della istituzionalizzazione della democrazia. È poco probabile che la scomparsa di una dittatura porti automaticamente all’insediamento di una democrazia liberale.
Iraq docet!
Vi è in ogni paese arabo, come altrove, un paesaggio politico complesso che è stato occultato dalla dittatura. Ora, infatti, a parte gli islamici e, molto sovente, i sindacati, perfino indeboliti, non vi è gran cosa. Noi chiamiamo islamici quelli che vedono nell’islam una ideologia politica in grado di risolvere tutti i problemi della società. I più radicali hanno lasciato la scena per la Jihad internazionale e non sono più là: sono nel deserto con al-Qaida, nel Maghreb islamico (AQM), in Pakistan o nella periferia di Londra. Non hanno base sociale o politica. La Jihad globale è completamente scollegata dai movimenti sociali e dalle lotte nazionali. Cerca di presentare il movimento come l’avanguardia di tutta la comunità musulmana contro l’oppressione occidentale, ma non è così: al-Qaida recluta giovani jihadisti deterritorializzati, senza base sociale, che hanno tagliato totalmente con il loro entourage e con la loro famiglia.
Al-Qaida resta chiusa nella sua logica di propaganda.
Non si è mai preoccupata di costruire una struttura politica in seno alle società musulmane. Poiché l’azione di al-Qaida si svolge soprattutto in Occidente o mira a  bersagli indicati come occidentali, il suo impatto nelle società reali è nullo.     
Un’altra illusione ottica è collegare la reislamizzazione massiva che sembra abbiano conosciuto le società del mondo arabo, nel corso degli ultimi trenta anni, con una radicalizzazione politica.
Se le società arabe sono, più visibilmente, islamiche rispetto a trenta o quaranta anni fa, come spiegare l’assenza di slogans islamici nelle manifestazioni attuali?
È il paradosso della islamizzazione: ha largamente spoliticizzato l’islam.
La reislamizzazione sociale e culturale (l’obbligo del velo, il numero delle moschee, la moltiplicazione dei predicatori, dei canali televisivi religiosi) si è fatta al di fuori dei militanti islamici, ha anche aperto un “mercato religioso”, di cui più nessuno ha il monopolio. In breve, gli islamici hanno perduto il monopolio della parola religiosa nello spazio pubblico, che avevano negli anni 1980.
Da una parte, le dittature hanno sovente, ma non in Tunisia, favorito un islam conservatore, visibile ma poco politico, ossessionato dal controllo dei costumi. Per quanto paradossale possa apparire, la reislamizzazione ha trascinato una banalizzazione e una spoliticizzazione del marcatore religioso: quando tutto è religioso, più niente è religioso.
Un altro errore è concepire le dittature come campioni del secolarismo contro il fanatismo religioso. I regimi autoritari non hanno secolarizzato le società, al contrario, eccezione fatta per la Tunisia, si sono adattati a una reislamizzazione di tipo neofondamentalista.  
Il grado di libertà varia fortemente da uno Stato all’altro del Mare Nostrum.
Nessuno è in grado di prevedere l’esito delle rivolte, applaudite da Bruxelles, Washington e Tehran.
Se queste rivolte appaiono post-islamiche – cosa che converrà confermare ulteriormente – non appaiono né post-storiche né post-nazionali, ma sociali e portatrici di una critica politica.
Diversi Paesi del Sud dell’Europa contano, egualmente, una gioventù che conosce disoccupazione ed esclusione, disgustata dalla indegnità dei suoi leaders.
È una ragione, secondo i punti di vista, per assumersi la responsabilità o occultare questi elementi propri alle rivolte arabe. 
Che fare?
Alzare il volume della musica per coprire il rumore esterno o fare capolino dalla finestra e, perfino, scendere in strada e confrontare le idee?
Anche se la Grecia e, perfino, l’Italia conoscono delle contestazioni, la situazione resta relativamente sterile in questi Paesi.
Le contestazioni in Grecia e in Italia hanno lasciato apparire una grande frustrazione, una totale opposizione ai leaders, ma anche una mancanza di convinzioni e di proposte, al contrario dei manifestanti arabi, che mirano chiaramente a una rimozione dei propri leaders e una liberalizzazione dei regimi, capaci di marciare su un quartier generale reale o simbolico, al prezzo della vita.




Daniela Zini
Copyright © 30 marzo 2011

mercoledì 26 gennaio 2011

CINA: SANGUE E SPLENDORI DELLE PRIME DINASTIE

“…né cristiano né pagano, saracino o tartero, né niuno huomo di niuna generazione non vide né cercò tante meravigliose cose del mondo come fece messer Marco Polo.”

UNA VIAGGIATRICE EUROPEA
ALL’ALBA DI UN NUOVO MILLENNIO
SULLE STRADE CHE VIDERO GENGIS KHAN E MARCO POLO

“Viaggiare per diventare senza patria.”
Henri Michaux


Agli asini e ai muli, senza i quali nulla di tutto ciò sarebbe accaduto.

La mondializzazione ha modificato il rapporto con il tempo e con lo spazio.
Le evoluzioni tecnologiche, economiche, politiche hanno provocato, moltiplicato le relazioni tra le persone, le culture.
Ma se le genti si incrociano sempre più, possiamo dire che si incontrano?
La paura dell’Altro, alimentata dall’ignoranza, nutre il razzismo. Vivere con i propri simili rassicura, ma i comunitarismi chiudono, inquietano.
È una banalità affermare che l’incontro con l’Altro permetta l’incontro con noi stessi. È identificando l’Altro che identifichiamo noi stessi.
Chi viaggia  senza incontrare l’Altro non viaggia, si sposta.
Diverse ragioni mi legano all’Asia e, negli anni, mi sono specializzata nei territori legati anche a Marco Polo.
Così è nata l’idea di questo viaggio.


CINA
SANGUE E SPLENDORI DELLE PRIME DINASTIE


Gli imperatori del 2000 a.C. vestono abiti di seta e promuovono la lavorazione del bronzo. Al cruento periodo dei regni combattenti subentra l’età delle scuole di pensiero. Con la Grande Muraglia la Cina si difende dai barbari. La rivolta dei Turbanti Gialli: il mondo cinese si fraziona.




Quattrocentomila anni fa in Cina vivevano, già, i cinesi: i resti del Sinanthropus Pekinensis, scoperti, nel 1927, nella grotta di Chu-ku-tien, vicino a Pechino, presentano caratteristiche morfologiche tali da stabilire la discendenza del gruppo etnico mongolo e, in particolare, cinese, da quel lontano progenitore. Ma il Sinanthropus si reggeva a stento in posizione eretta e non parlava. Dovevano passare centinaia di migliaia di anni prima che l’uomo raccontasse la sua storia, cercasse di dare un senso al proprio vivere civile.
Gli inizi dell’epoca storica si delineano frammentari e confusi intorno al III millennio a.C.: l’uomo parla, racconta di sé e il mito è il primo documento che rifletta le fasi, i problemi e gli orientamenti della civiltà arcaica.
Yao, Shun e Yu sono i tre imperatori della leggenda, infaticabili organizzatori del lavoro umano e impegnati a sottomettere la natura al controllo dell’uomo.
Il figlio dell’ultimo mitico imperatore, Yu il Grande, colui che imbrigliò le acque dei fiumi, è il fondatore della dinastia Xia che, secondo le date convenzionali, va dal XXI al VI secolo a.C.
La Xia è una dinastia non storicamente accertata, ma l’arco di tempo che abbraccia corrisponde, senza dubbio, a un periodo di assestamento e consolidamento: l’insediamento si fa stabile, agricoltura e artigianato si sviluppano lentamente mentre cultura dei cereali e allevamento hanno ancora un ruolo secondario. Ma già gli appartenenti alle grandi famiglie vestono abiti di seta, perché in Cina la sericoltura è nota dal II millennio a.C.
Intorno a questo stesso periodo, nelle piane della Cina centrale, si verifica un fenomeno di importanza capitale, vale a dire appare e si impone la tecnica per la lavorazione del bronzo; sull’introduzione di questa tecnica non sono da escludersi influenze esterne, dell’Asia centrale, ma è provato che questa si perfeziona gradualmente proprio in Cina, raggiungendo un livello eccezionalmente alto rispetto alle altre civiltà primitive. Nel contempo, si estende e consolida, sempre più, la proprietà privata della terra, emerge una aristocrazia dedita alla caccia e alla guerra, la quale avoca a sé anche le funzioni religiose, sacrificando agli antenati e alle divinità del suolo.
È l’epoca della dinastia Shang, la prima storicamente accertabile (1766-1112 a.C.), che ebbe trenta sovrani, i cui nomi ci sono stati tramandati dagli Annali dinastici. I nobili riconobbero l’autorità di questi sovrani che erano più capi religiosi, in quanto garanti dell’ordine cosmico, che capi politici. Intorno al nucleo, già, organizzato dello spazio cinese corrispondente, a grandi linee, alle odierne province di Hopeh e di Honan, vivevano popolazioni che i cinesi consideravano barbare. Contro queste popolazioni, la dinastia degli Shang si estenuò in guerre continue fino a quando l’ultimo sovrano degli Shang venne sconfitto in battaglia dal capo dei Chou, Wu Wan.
La gente di Chou, stabilita nella regione dell’odierno Shaanxi, differiva etnicamente e culturalmente dagli Shang. Il successore di Wu Wan, il famoso Duca Chou, diede allo Stato strutture assai simili a quelle del feudalesimo europeo del medioevo: ai suoi parenti e ai suoi alleati il Duca Chou assegnò i feudi principali, ma ebbe la scaltrezza di assegnarne uno anche all’erede dell’ultimo sovrano degli Shang, in modo da ingraziarselo e impedire che intorno alla sua persona si formasse una coalizione legittimista.
I feudatari dovevano pagare un tributo al sovrano e impegnarsi a difenderlo militarmente, ma nel loro feudo godevano di poteri assoluti: i contadini, in posizione simile a quella dei servi della gleba, erano obbligati a prestare corvées a beneficio diretto del loro signore, ma spesso anche a beneficio di tutta la comunità, come l’immane opera di controllo dello Huang Ho e dei suoi affluenti, che richiedeva assiduo impegno di manodopera ingente. Nelle comunità di villaggio le famiglie contadine coltivavano, a turno, gli appezzamenti migliori di terra che rimaneva, tuttavia proprietà del feudatario dal quale la ricevevano in uso. Un campo, generalmente il più fertile, era, poi, coltivato comunemente da tutti i contadini e il raccolto ottenuto doveva essere consegnato interamente al signore.
I Chou stabilirono la loro capitale prima a Hsian poi, verso il 750 a.C., sentendosi minacciati dalle popolazioni barbare limitrofe, specie i jung, la trasferirono più a est, a Loyang, dando, così, inizio a quella che è chiamata dinastia dei Chou orientali. Alla periferia, intanto, si erano formati vari principati autonomi e per i Chou iniziò un lungo periodo di decadenza, durante il quale la loro sovranità fu riconosciuta soltanto formalmente.
Il periodo che va dal 722 al 481 a.C. – durante il quale la, già, affermata unità del mondo cinese entrava in crisi – è noto come Periodo Primavera Autunno, dal titolo di una raccolta di Annali che a esso si riferiscono. Tre grandi principati, Qi nello Shantung, Qin nello Shaanxi e Qiu a sud dello Yangtze, si contesero il primato e si dilaniarono in guerre sanguinose. Le vicende di questo periodo sono estremamente complesse; assetto economico e organizzazione della società subirono profonde trasformazioni. L’evoluzione già in atto si precisò con l’introduzione della tecnica per la fusione del ferro che veniva usato per scopi sia militari sia civili. Solidi attrezzi agricoli permettevano di dissodare terre sempre più vaste e i principati maggiori divennero grandi Stati in cui la produzione agricola assunse un’importanza fondamentale. La terra, prima proprietà inalienabile del signore feudale, divenne oggetto di compra-vendita e venne imposto un sistema di tassazione in base all’area posseduta. La nomina dei funzionari direttamente da parte del principe divenne uso comune, mirante a distruggere i resti dell’aristocrazia feudale e a centralizzare di conseguenza il potere.
Il periodo seguente, che va dal 475 al 221 a.C., è conosciuto come Epoca dei Regni Combattenti, perché le guerre si susseguirono ininterrotte tra i vari Stati di recente e più vecchia formazione: Yen nella provincia di Hopeh, Qi e Lu nello Shantung, Qiu nella media valle dello Yangtze, Shu nello Sichuan. Le città si ingrandirono, il commercio si sviluppò, apparve la figura del mercante e, con il mercante, la moneta.
A queste trasformazioni economiche e sociali si accompagnò una intensa vita intellettuale fiorente presso le corti dei vari principati: è l’epoca delle cento scuole di pensiero, delle dispute tra filosofi impegnati non in speculazioni metafisiche, ma in problemi concretamente politici. È l’epoca di Confucio (551-479 a.C.) cittadino dello Stato di Lu. 
Uno Stato, tuttavia, quello di Qin, situato nell’estremo ovest, era, già, decisamente uscito dal feudalesimo e stava fortificandosi grazie alla radicale eliminazione del sistema di proprietà feudale, alla costituzione di una burocrazia centralizzata, all’introduzione del principio della responsabilità collettiva, penale e fiscale, nei villaggi e alla costruzione di opere idrauliche.
Al principe di Qin, ricordato con il nome di Qin Shi Huang Ti  (Qin Primo Augusto Imperatore), sarebbe toccata la missione storica di unificare la Cina: dal 230 al 221 a.C., sconfisse tutti i suoi rivali ed estese i confini del mondo cinese fino alla regione dove oggi sorge Canton; dal 221 al 210 a.C., consolidò le sue conquiste, generalizzando le riforme già attuate nel suo Stato. Coadiuvato dal grande statista Li Su, divise l’impero in province e distretti, organizzò una vasta rete stradale che si diramava a raggera dalla capitale. Hsien Yang, unificò pesi, misure, monete e caratteri di scrittura, distrusse tutte le fortificazioni che dividevano un regno dall’altro, ma alla frontiera settentrionale iniziò la costruzione della Grande Muraglia per proteggere la Cina dalle incursioni dei barbari.
In realtà, questa opera gigantesca non ha mai protetto la Cina dalla minaccia delle popolazioni del nord, ma è, sempre, stata orgogliosa testimonianza dell’unità dell’impero cinese, portatore di un ordine e di un sistema di valori al quale i barbari dovevano conformarsi: altrimenti, prima o poi, sarebbero stati ricacciati al di là della Grande Muraglia e più che una difesa un simbolo. 
Qin Shi Huang Ti abolì anche tutti i diritti feudali, scatenò la repressione contro i confuciani, impose ai contadini pesanti tributi in natura e lavoro forzato, ordinò la distruzione di tutti i libri che gli suonavano sgraditi perché desiderava che tra passato e presente non vi fosse più nessun ponte. Insomma, Qin Shi Huang Ti era un despota dalla mano pesante, ma in undici anni creò l’impero che ebbe vita più lunga in tutta la storia del mondo.
La dinastia da lui fondata ebbe, tuttavia, durata brevissima: un anno dopo la sua morte si scatenò la prima grande rivolta contadina della storia della Cina, risorsero i particolarismi, si ricostituirono i principati feudali. Il figlio di Qin Shi Huang Ti fu detronizzato, nel 206 a.C., da Liu Pang, rappresentante della nuova classe di latifondisti il quale, sedata la rivolta contadina, concedendo ai poveri di coltivare le terre reali, fondò la dinastia Han che tanta importanza ebbe nella storia della Cina, perché plasmò definitivamente la struttura morale, economica e politica della nazione cinese, al punto che, ancora oggi, i cinesi si definiscono Figli di Han. Liu Pang affidò il controllo dello Stato a una burocrazia di funzionari reclutati per esami e ricalcò, in parte, le leggi dei Qin, riducendo però l’onere che gravava sui contadini.
Sotto il regno dell’imperatore Wu Ti (140-87 a.C.), il confucianesimo divenne l’ideologia ufficiale della classe dominante e lo Stato accentrò ogni funzione imprenditoriale, istituendo monopoli per il sale, il ferro e la zecca. La campagna contro gli unni, intrapresa sotto questo imperatore, ebbe esito vittorioso e la Cina entrò, per la prima volta, in contatto con l’Asia centrale, fino alla Partia, grazie a un’ambasceria guidata da Chang Ch’ien, che aprì quello che, per secoli, fu l’unico e precario canale di comunicazione tra oriente e occidente, la famosa Via della Seta. Ma le campagne militari costavano care, il tesoro pubblico si dissanguava e i proprietari terrieri, sempre più strettamente legati alla burocrazia, sottraevano terre ai contadini, ridotti, per la maggioranza, al ruolo di braccianti agricoli.
Agli inizi del I secolo a.C., scoppiarono rivolte che misero a repentaglio l’esistenza stessa dello Stato.
Nell’8 d.C., Wang Mang, alto dignitario imperiale, rovesciò la dinastia Han, fondò la dinastia Hsin (la Nuova) e varò una serie di drastiche riforme per controbilanciare il potere dei latifondisti: vietò la compra-vendita della terra dichiarata di possesso demaniale e la distribuì ai coltivatori, istituì un sistema di prestiti e consolidò i monopoli statali. Ma tutte queste misure non ebbero effetti immediati e il malcontento popolare sfociò nella rivolta dei Sopraccigli Rossi.
Nel 22, un principe della deposta dinastia Han riuscì a ristabilire il potere del suo casato e trasferì la capitale a est, a Loyang. Per questo gli Han, dal 22 al 186, furono definiti Han orientali mentre gli Han del periodo precedente, che avevano per capitale Hsian, erano noti come Han occidentali. Fu un breve periodo di ripresa economica, di relativa prosperità e di scoperte tecniche, presto minato dalle guerre ai confini contro gli unni, sconfitti, tuttavia, nel 91. Gli imperatori Han non riuscirono a contrastare efficacemente il potere dei latifondisti e la loro corte, dominata dagli eunuchi e dalle concubine, era luogo di intrighi e di corruzione, che dilagavano dal centro nelle province, coinvolgendo tutta la classe dei funzionari.
Nel 184, scoppiò un’altra grande rivolta contadina detta dei Turbanti Gialli, i cui capi si ispiravano al taoismo. Il mondo cinese fu destinato a frazionarsi nuovamente: nel 220, la dinastia Han, il cui potere da anni era soltanto nominale, venne, definitivamente, spodestata dal famoso Ts’ao Ts’ao, condottiero militare e uomo di lettere, che a Loyang fondò la dinastia Wei e colonizzò la valle del Fiume Giallo, distribuendo le terre ai suoi soldati e obbligandoli, in cambio, a pagare un piccolo tributo e a garantire l’efficienza dell’apparato militare.
Ma altri Stati sorsero in concorrenza a Wei, Shu nel Sichuan, Wu nel sud. Iniziava il periodo detto dei Tre Regni, che durò fino al 280, quando una nuova dinastia, la Qin, riuscì a riunificare il Paese, fino al 313. All’epoca dei Tre Regni lo spazio cinese si era frazionato, seguendo frontiere che corrispondevano a nuove autonomie economiche: medio Fiume Giallo, basso Yangtze e bacino rosso del Sichuan. Nel bacino del medio Fiume Giallo si insediarono popoli nomadi delle steppe settentrionali di origine etnica diversa (tungusi, turchi, tibetani) che fondarono Stati propri, adottando i principi, la lingua e gli usi e costumi cinesi.
I seguito a queste invasioni si verificò un flusso di migrazione cinese verso il sud, verso le zone ancora poco popolate del basso Yangtze. Nord e sud, differenziati etnicamente e politicamente, subirono vicende diverse per tutta l’epoca seguente, detta, appunto, dei Regni Settentrionali e Meridionali.
Al sud si alternarono, successivamente, cinque dinastie cinesi, mentre tutta la regione del basso Yangtze conobbe uno sviluppo spettacolare nel campo dell’agricoltura, dell’artigianato e del commercio. Era l’epoca in cui il buddismo, introdotto in Cina fin dall’epoca Han, godeva del favore delle corti e si diffondeva tra il popolo assumendo, in certi periodi, caratteristiche di religione privilegiata di Stato. Al nord si susseguirono varie dinastie barbare, ma la più importante fu quella dei Wei, fondata dalla tribù dei Toba che, nel 386, unificò il nord e riuscì a mantenersi, pur con alterne vicende, fino al 557, quando l’ultimo imperatore Toba fu spodestato da un dignitario di sangue misto, Wendi Yang Jian, il quale mosse alla conquista vittoriosa del sud e, nel 581, fondò la dinastia Sui.
La Cina riunificata del VI secolo aveva dimensioni territoriali, etniche, economiche e sociali diverse rispetto alla Cina degli Han. I barbari invasori erano stati, completamente, assimilati e la regione economicamente determinante non era più la valle del Fiume Giallo, ma quella dello Yangtze, prima arretrata e dipendente. Per convogliare alla capitale Loyang, a quell’epoca una città di più di un milione di abitanti, e a tutte le altre regioni consumatrici, i milioni di quintali di cereali prodotti nella zona del basso Yangtze, Yang-ti, primo imperatore della dinastia Sui, iniziò i lavori di scavo del Grande Canale Imperiale, che, per un millennio, fu la più rapida via di comunicazione tra nord e sud. A questo scopo ricorse al lavoro coatto in misura, insopportabilmente, gravosa per le masse contadine: dei sei milioni di uomini reclutati per lo scavo del canale, tre ne morirono di fatica e di stenti. Eguale sorte toccò a coloro che vennero da Yang-ti reclutati per restaurare la Grande Muraglia.
Per potenziare l’apparato burocratico centralizzato, Yang-ti sostenne il confucianesimo, a scapito del buddismo e perfezionò il sistema degli esami imperiali per il reclutamento dei funzionari. Inoltre lanciò imponenti campagne militari, che portarono gli eserciti cinesi fino al Vietnam, al Siam e alla Corea. Ma queste guerre costarono care, la situazione economica generale risentì di cattive annate agricole e bande armate di contadini si sollevarono ovunque.
Nel 618, la dinastia Sui crollò: come i Qin, i Sui avevano avuto la missione storica di preparare il terreno ai loro successori. Gli Han prima e, poi, i Tang non fecero che continuare e perfezionare l’opera unificatrice e centralizzatrice, già, avviata da queste dinastie di transizione. La dinastia Tang, fondata da Li Yuan, un comandante militare dei Sui, portò la Cina all’apogeo della sua grandezza e ne fece uno degli Stati più potenti e civili, non soltanto dell’Asia, ma del mondo intero di allora.
Proprio mentre l’Europa piombava nel Medioevo, arti e lettere raggiungevano sotto i Tang la massima fioritura e basti qui ricordare i nomi di grandi poeti come Li Po, Tu Fu e Pai Chu-yi.

A Tan Chiu

L’amico mio dimora in alto sui monti dell’Est;
Gli è cara la bellezza delle valli e dei monti.
Nella stagione verde giace nei boschi vuoti;
E dorme ancora quando il sole alto rispende.
Un vento di pineta gl’impolvera maniche e manto;
Un ruscello ghiaioso gli terge il cuore e l’udito.
T’invidio! Tu che lontano da discorsi e discordie
Hai la testa appoggiata a un guanciale di nuvole azzurre.

Li Po (701-762)

Sotto i Tang la classe mercantile conobbe un vigoroso sviluppo, la stessa estensione dell’impero favorì l’espandersi dei traffici e l’uso della moneta si impose al punto che anche le tasse vennero prelevate in contanti e non più in natura. Cardine della vita economica rimase, ovviamente, l’agricoltura che, grazie a un editto per la ridistribuzione delle terre emanato, nel 624, ed effettivamente applicato, si sviluppò a livelli mai prima raggiunti, favorendo l’incremento demografico. La Cina dei Tang con i suoi 100 milioni di abitanti, era, in effetti, il Paese più popoloso della terra. L’influenza non soltanto politica, ma culturale e civile cinese si estese a molti Stati limitrofi, ai quali i Tang imposero rapporti di vassallaggio, lasciando loro, tuttavia, un largo margine di autonomia. Sotto la diretta influenza cinese entrarono il Tibet, la Corea e parte dell’Afghanistan.   
La spinta espansionistica cinese si bloccò, tuttavia, nel 751, con la sconfitta inflitta dagli arabi alle armate imperiali presso il Fiume Tala (vicino al Fiume Ili), che aprì l’Asia centrale all’influenza dell’Islam.
Il primo secolo della dinastia Tang fu dominato da quattro grandi figure di imperatori che contribuirono con le loro doti personali alla potenza della dinastia e alla prosperità del Paese.
Il primo è T’ai Tsung, figlio del fondatore della dinastia Li Yuan, che, nel 627, costrinse il padre ad abdicare e soppresse tutti i suoi fratelli per rimanere unico padrone.
Nel 649, gli successe Kao Tsung, che proseguì l’espansione verso occidente, estendendo il potere cinese alla regione del Lago d’Aral.
Dal 684 al 710, il potere cadde nelle mani dell’imperatrice Wu Tse-tien, donna crudele e di estrema intelligenza che, dapprima, governò in nome del figlio, poi, fondò una propria dinastia, la Chu, e trasferì la capitale da Hsian a Loyang e a Lung-men, i cui resti si ammirano ancora oggi.
Ripristinato il potere dei Tang, grazie a una congiura di palazzo, salì sul trono Hsuan Tsung, un esteta raffinato e un generoso mecenate che, nel periodo del suo lungo regno, dal 712 al 756, portò la dinastia al massimo splendore, ma ne assistette  anche alla decadenza. Nel 755, un generale di origine turca, An Lu-shan, comandante della regione oggi nota come Manciuria, marciò con le sue truppe contro la capitale. L’imperatore fuggì, accompagnato dalla sua concubina preferita, la bella Yang Kuei-fei. I soldati della scorta costrinsero la donna al suicidio, convinti che la sua influenza nefasta sull’imperatore avesse provocato la catastrofe. Con il cuore spezzato Hsuan Tsung fu costretto a subire questa morte e, nei secoli a venire, la storia di questi due infelici amanti fu il tema preferito di poeti e drammaturghi (http://www.youtube.com/watch?v=d70OuQbd-tg&feature=related).
La rivolta di An Lu-shan, sedata nel 763, segnò, tuttavia, una svolta nella storia dei Tang perché, nonostante vari tentativi di riforme, le tendenze centrifughe si fecero sempre più forti e quasi tutti i generali delle zone di frontiera si sottrassero al controllo centrale. La Cina dei Tang entrò, decisamente, in un periodo di decadenza, la situazione nelle campagne era disastrosa.  
Nell’873, scoppiò una rivolta contadina che presto dilagò nelle altre province: centinaia di migliaia di insorti, guidati da Huang Chao, invasero la capitale. Ma i comandanti militari che, da tempo, godevano di larga autonomia, coalizzandosi, pervennero a sconfiggere i ribelli e uno di loro, Chu Wen, nel 907, dichiarò deposti i Tang e fondò la propria dinastia detta dei Liang Posteriori.
Per circa cinquanta anni, l’impero fu nuovamente diviso.
Al nord si susseguirono cinque effimere dinastie, mentre al sud si alternarono dieci regni diversi. Di questa crisi approfittarono a nord-est i barbari kitan, che, passata la Grande Muraglia, stabilirono la loro capitale, dove sorge, oggi, Pechino e, nel 937, fondarono la dinastia Liao, destinata a durare fino al 1125, nonostante il resto della Cina venisse riunificato, nel 960, da Chao Kuang-yin, fondatore della dinastia Sung. La minaccia barbara al nord pesò, come una ipoteca, sul pur florido assetto, che i Sung riuscirono a dare al Paese.
L’epoca Sung è una delle epoche più contraddittorie della storia cinese, in quanto sia l’arte sia le scienze giunsero a un estremo grado di raffinatezza ma, dal punto di vista politico e militare, fu un’epoca di decadenza. I Sung furono costretti a “comperare la pace” dai barbari, che continuavano a infiltrarsi in terra cinese dalle frontiere settentrionali, ma, il versamento di cospicui tributi non fu sempre misura sufficiente a frenarli.
Il principale problema di politica interna Sung era eliminare i fenomeni di separatismo che avevano causato la rovina della dinastia Tang e, a questo scopo, venne perfezionata la macchina burocratica altamente centralizzata, nella quale prestavano servizio circa due milioni di funzionari tra civili e militari. Agricoltura e artigianato erano quanto mai prosperi, ma nelle campagne persistevano gli squilibri e la pesante macchina statale provocò un costante disavanzo del bilancio. Le intelligenti e lungimiranti riforme proposte da Wang An-shi, capo del partito degli innovatori e, dal 1069, primo ministro, vennero osteggiate dai conservatori e non servirono a fermare l’incipiente inflazione.
Intanto nel nord, nel 1125, altri barbari, i juchen, si erano sostituiti ai kitan e avevano fondato una loro dinastia con il nome di dinastia Qin. Nel 1126, invasero la capitale dei Sung, Kaifeng, e fecero prigioniero lo stesso imperatore. La corte si trasferì al sud, a Hang-chou, e il nome della dinastia, da questo momento, nota con il nome di Sung Meridionali, passò a un ramo cadetto. Ma, nel nord, i Qin vittoriosi erano, a loro volta, minacciati da altri barbari, le tribù mongole, unificate da Gengis Khan, e quando, nel 1235, i Qin furono sopraffatti, la sorte dei Sung Meridionali, nonostante l’eroica resistenza opposta ai mongoli, fu segnata.
Nel 1279, l’ultimo imperatore Sung, la cui flotta era stata sconfitta nei pressi di Canton, si uccise gettandosi in mare, e lo spazio cinese fu, per la prima volta, nella sua lunga storia, interamente sottoposto al dominio di un popolo straniero. I mongoli, alla cui testa si trovava il grande Kublai Khan, diedero alla loro dinastia il nome cinese di Yuan, ma si opposero alla fusione con la civiltà cinese, imponendo il privilegio razziale e sottoponendo i cinesi al rigore del loro codice di vincitori. I cinesi erano esclusi dall’amministrazione e dal potere politico ed economico, le loro terre vennero confiscate, a beneficio dei padroni mongoli.
Gli storici cinesi non sono molto benevoli nei confronti della dinastia Yuan, ma sarebbe errato mettere completamente al passivo questi ottanta anni: infatti, artigianato e commercio continuarono a fiorire, le città conobbero un forte sviluppo – Marco Polo nel suo Milione ce ne ha lasciato entusiastiche descrizioni – e si riaprirono le vie di comunicazione con l’Asia centrale, fatto che, appunto, rese possibile il memorabile viaggio del mercante veneziano, il quale, in Cina, entrò al servizio dei mongoli e fece carriera, perché i mongoli non si fidavano dei cinesi e preferivano servirsi di elementi stranieri.
L’atmosfera cosmopolita dell’epoca mongola contrasta con le precedenti epoche di chiusura dello spazio cinese alle influenze e agli scambi con l’estero. In Cina giunsero le prime missioni francescane e si insediarono numerosi mercanti musulmani; alcune scoperte cinesi, quali la polvere da sparo e la stampa, si diffusero in Europa e nel mondo arabo.
Ancora una volta, tuttavia, la scintilla della rivolta scoppiò tra le masse contadine, come mai vessate e, in certe zone, private addirittura della terra, che i mongoli, nella valle del Fiume Giallo, avevano voluto lasciare incoltivata per farne dei pascoli.
Nel 1350, scoppiò, nella provincia di Honan, la rivolta contadina dei Turbanti Rossi, che dilagò presto in tutto il Paese fino a quando, nel 1368, Pechino, la Cambaluc di Marco Polo, cadde nelle mani degli insorti, alla cui testa era un contadino, Chu Yuan-chang, fondatore della nuova grande dinastia Ming.
I mongoli, fallito il loro tentativo di edificare un grande impero continentale, vennero ricacciati nel nord della Grande Muraglia, che i Ming si premurarono di restaurare, come a voler sottolineare la ritrovata unità dell’universo cinese ben distinto rispetto ai barbari. Invano!
Alla fine del XVI secolo l’autorità dei Ming declinò, nonostante i successi ottenuti precedentemente: altri barbari erano alle porte, le tribù manciù, che si impadronirono del vasto territorio, che da loro prese il nome di Manciuria, terra dei manciù, e, quando, nel 1628, scoppiò la grande rivolta contadina, guidata da Li Tzu-cheng, vennero chiamati, in soccorso della dinastia, dalla stessa classe dirigente cinese, terrorizzata dalla eventualità di una riforma agraria.
I mancesi ne approfittarono immediatamente, varcarono la Grande Muraglia, occuparono Pechino e proclamarono la fondazione della loro dinastia, la Qing. Nonostante la tenace resistenza opposta dai legittimisti Ming, particolarmente nel mezzogiorno e a Formosa (Isola di Taiwan), dove si era rifugiato il leggendario Cheng Cheng-kung, noto anche con il nome di Koxinga, il quale tenne testa anche alla penetrazione olandese e portoghese, nel 1683, i Qing riuscirono a stabilire saldamente il loro potere.
Sotto i Qing, nonostante certe somiglianze apparenti come la posizione privilegiata dei mancesi rispetto ai cinesi nell’apparato burocratico, la situazione fu diversa da quella dell’epoca mongola. I Qing, infatti, specie nella seconda fase del loro regno, si lasciarono assimilare dalla civiltà cinese al punto da diventare più cinesi dei cinesi e si ersero a paladini dei valori del popolo che avevano vinto e sottomesso. Chiave di volta del loro successo fu la immediata alleanza che riuscirono a stabilire con la classe dirigente cinese, favorendo la conservazione e lo sviluppo della grande proprietà agraria. Sotto il regno di due grandi imperatori mancesi, K’ang Hsi (1662-1723) e Chen Lung (1736-1796) sia l’industria, che dalla fase artigianale era, già, passata a quella manifatturiera, sia l’agricoltura, che si giovava dell’introduzione di nuove colture, conobbero un grande sviluppo e la Cina attraversò uno dei periodi più prosperi della sua storia. Conseguenza prima di questa grande prosperità fu il boom demografico: si calcola che i cinesi fossero 150 milioni intorno al 1600, 300 milioni, un secolo dopo, e, intorno alla metà del XIX secolo, avessero già raggiunto la cifra ragguardevole di 450 milioni.
Ma a questo aumento della popolazione non corrispondeva una eguale crescita della produzione agricola e l’equilibrio si spezzò. L’autorità dei mancesi, nonostante i successi militari ottenuti in Tibet, nel Sinkiang, in Nepal e in Birmania, si affievolì e la resistenza al loro dominio trovò espressione in varie società segrete, il cui programma era “Restaurare i Ming, cacciare i Qing”.
Scoppiarono numerose rivolte contadine, come quella guidata dalla società segreta del Loto Bianco, ma i Qing riuscirono a domarle.
Furono, tuttavia, vittorie effimere perché l’impero agricolo cinese con tutte le sue contraddizioni, risultanti dalla sperequazione nella distribuzione della terra, dalla pressione fiscale e dall’organizzazione burocratico-feudale, che frenava il sorgere di nuovi rapporti sociali, stava per affrontare la crisi più lacerante della sua storia. I barbari, che premevano alle sue frontiere, non erano più tribù provenienti dal nord: venivano dal mare, erano partiti dal lontano occidente, e avrebbero messo in crisi non soltanto la stabilità economica della Cina, ma anche quella ideologica. Infatti, per la prima volta, la Cina ebbe a che fare con barbari che barbari non erano, in quanto portatori di una civiltà altamente sviluppata e padroni di una tecnica superiore a quella cinese.
Lo splendido isolamento era finito, la Cina avrebbe dovuto rinnovarsi o perire.
Il processo sarebbe stato doloroso e gravido di conseguenze sia per gli aggressori sia per gli aggrediti.     




Daniela Zini
Copyright © 26 gennaio  2011 ADZ