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Informazioni personali

domenica 24 ottobre 2010

IL MEDIO ORIENTE

Vediamo, in questa breve sintesi, come si è creata negli anni la situazione politica e commerciale che provoca tanti disordini.



L’espressione Medio Oriente, coniata dal quartiere generale alleato, durante la seconda guerra mondiale, per indicare un teatro di operazioni, non ha nessun valore storico e geografico ma, ormai, libri e giornali usano Medio Oriente – o addirittura, per la solita mania delle sigle, M. O. – con tanta sicura tranquillità che, anche a noi, conviene accettarlo così com’è. Ma sarà bene cercare di stabilire, con qualche approssimazione, che cosa intendiamo dire con questo discutibile termine.
Un’occhiata alla cartina geografica: Turchia, Iran, Egitto con la sua appendice Sudan, tutto quello che vi è in mezzo è Medio Oriente.
Più di 7 milioni di chilometri quadrati – poco meno della superficie degli Stati Uniti – su cui vivono poco più di 350 milioni di persone, che si addensano nelle zone dove, oggi come nel passato, l’esistenza è stata possibile e, a volte, anche ricca: vale a dire sulla costa mediterranea e lungo i tre grandi fiumi, il Nilo, il Tigri e l’Eufrate. Lungo questi fiumi si sono formate almeno due civiltà; sulla costa mediterranea sono nate due grandi religioni, mentre la terza, la musulmana, sorta nel cuore della deserta penisola arabica, ha trovato modo di espandersi e di fruttificare per tutto il bacino Mediterraneo.       



1.    Gli Stretti
Nella geografia e, quindi, nella strategia del mondo moderno, questa immensa zona è importante perché domina gli accessi all’Oriente e sta sulla strada di espansione delle grandi potenze occidentali.
L’impero zarista che si affacciava sul Mar Nero non poteva non interessarsi a questa zona giacché una sua espansione non era possibile, altrove. I suoi grandi fiumi navigabili, il Dnieper, il Dniester e il Don, sfociavano nel Mar Nero e alla Russia occorreva uno sbocco mediterraneo.
Anche la Francia, che, con Napoleone sognò le ricchezze e le glorie delle Indie, portò la guerra sul suolo egiziano.
La Germania, nel massimo fiorire del suo impero, divisò la “spinta a Oriente”, meta Baghdad.
E, nel gioco delle quattro grandi potenze, si inserirono le più piccole, non esclusa l’Italia.
La cosiddetta Convenzione degli Stretti del 1841 ammetteva scopertamente che quella via d’acqua non era affare solamente turco, ma interessava, in pratica, tutte le maggiori potenze.
La fine della prima guerra mondiale parve aver risolto in problema.
L’impero ottomano, in declino da oltre duecento anni, cessava di esistere; la Germania, sconfitta, rinunciava alla “spinta a Oriente”; dalla competizione si ritirava anche la Russia della rivoluzione, perché aveva altro da pensare e la nuova situazione non permetteva di dedicarsi ad alcuna politica di espansione imperialistica.
Restavano Francia e Inghilterra, che, infatti, si divisero la torta. L’Inghilterra consolidava l’occupazione di Cipro e assumeva il mandato in Palestina, in Giordania e in Iraq. Alla Francia andava la Siria e un contentino – dodici isolette intorno a Rodi – toccava anche all’Italia.
Oggi gli aerei e i missili superano decisamente la strategia dei Dardanelli e la situazione si semplifica.
Ma, solo in apparenza.


2.  Il Canale di Suez
L’opera, tecnicamente e politicamente, fu francese.
La Gran Bretagna non fu mai favorevole all’apertura del canale.
E, non a caso: avendo il predominio navale e commerciale della lunga via d’acqua che doppia Buona Speranza, controllando la via di terra per le Indie, perché avrebbe dovuto sollecitare l’apertura di una nuova strada, con il rischio che, nell’impresa e dopo, un’altra potenza le togliesse il controllo dei traffici?
Per il canale, dunque, si batterono i francesi.
Francese l’azione diplomatica, francesi i tecnici, francese l’animatore dell’impresa: Ferdinand de Lesseps.
Il capitale fu, in parte francese, in parte egiziano.
Egiziana la manodopera, pagata miseramente.
Il Khedivè Ismail sborsò di tasca propria, il 44% dei capitali necessari, qualcosa come 100 milioni di franchi di allora. Una somma, per i tempi, favolosa.
Furono soldi spesi male.
Cosa poteva impedire all’Egitto di diventare padrone del canale – metà dei soldi erano suoi, sua per quattro quinti la manodopera – se non la sventatezza dei governanti, i quali si fecero derubare di tutto il pacchetto azionario? 
A fare il colpo fu il primo ministro britannico Benjamin Disraeli. L’Inghilterra si avvide (1875) che la via di Suez era troppo importante e occorreva non farsi sfuggire il controllo.
Il canale fu inaugurato, nel 1869, e se, nei primi anni, il traffico fu modestissimo – una vera delusione: poco più di 400 mila tonnellate di merce – dieci anni dopo il traffico era, già, decuplicato; alla fine del secolo sfiorava il 10 milioni di tonnellate e, cinquanta anni dopo, i 70 milioni, con 11.751 navi.
Un traffico gigantesco, che imponeva tasse per 100 milioni di sterline annue: tutti soldi che, detratte le spese, non indifferenti peraltro, di gestione e di manutenzione, finivano nelle casseforti della Compagnie Universelle du Canal Maritime de Suez.
Universale, certo di nome, ma con la direzione a Parigi e le azioni a Londra.     


3.  Il Nazionalismo Arabo
Tra gli egiziani, liberatisi con la prima guerra mondiale dal dominio ottomano e, poi, via via sempre più indipendenti dal controllo inglese, cresceva il risentimento contro lo straniero, anche per la questione del canale.
Non era il canale frutto del lavoro indigeno?
E del capitale indigeno, poi sottratto con una abile manovra dai signori di Londra?
Perché il canale, si chiesero, non poteva essere controllato dagli egiziani?
Questo chiese Nasser alla folla scatenata del Cairo, all’indomani del tramonto del sogno di Assuan.
Ed ecco che nel Medio Oriente entrò in gioco una forza nuova, autonoma.
È un altro, importantissimo filo che occorre dipanare e seguire, se si vuole intendere l’attuale groviglio di interessi.
A prima vista sembra strano che, alla testa del nazionalismo arabo, si sia posto proprio l’Egitto, che è il meno arabo e il meno compatto dei paesi mediorientali. Unità economica e geografica, sicuramente: la valle del Nilo; ma non certo unità etnica e linguistica. La lingua ufficiale, fino al 1917, era il turco. Oggi è l’arabo.
Eppure, la bandiera del nazionalismo arabo ha sventolato proprio al Cairo.
Per quale motivo?
Il nazionalismo arabo ha un tono spiccatamente agonistico, come qualsiasi altro nazionalismo.
È contro qualcosa, prima di essere per qualcosa.
Nel nostro caso, era contro lo straniero.
L’Egitto ha conosciuto più di ogni altro paese mediorientale il peso della dominazione – politica, economica, finanziaria, militare – straniera. L’Egitto, inoltre, ha una più antica continuità politica e amministrativa. Le influenze straniere – francesi e inglesi – vi hanno portato fermenti rivoluzionari.
E come l’Egitto anche il resto del mondo arabo aveva motivo per rammaricarsi dell’atteggiamento occidentale.
Va ricordato che, durante la prima guerra mondiale, l’Inghilterra, per battere la Turchia, le aveva sollevato contro le popolazioni arabe e ne aveva organizzato gli eserciti: è l’epoca di Edmund Allenby e del leggendario Thomas Edward Lawrence. E dra riuscita a sollevarle solo promettendo, una volta caduto l’impero di Costantinopoli, la libertà e l’unità della nazione araba. Ma l’Inghilterra aveva fatto anche altre promesse: aveva assicurato alla Francia il controllo della Siria e al movimento sionista la “patria israeliana”.
Non si possono promettere troppe cose a troppe persone: alla resa dei conti qualcuno resta deluso.
Nel nostro caso, restarono delusi i paesi arabi.
La speranza dell’unità rinacque durante e dopo la seconda guerra mondiale: proprio allora (1944), sotto la pressione delle ostilità in corso e gli auspici inglesi, Siria, Giordania, Arabia Saudita, Libano, Yemen fondarono la Lega Araba, una unione secolare, non religiosa (tra l’altro, il Libano era prevalentemente cristiano), cui, più tardi, aderiva la Libia. 
La Lega Araba si dimostrò un organismo astratto, inefficiente, nato gracile e destinato a perire.


4.  Lo Stato di Israele
Attraverso i secoli, gli ebrei non hanno mai rinunciato al ritorno nella “terra dove scorre il latte e il miele”, come disse Giosuè al suo popolo, quando lo guidò dalle desolate lande del Sinai. Per questo popolo sparso in tutto il mondo, ma mai dimentico della comune origine, restava vivo l’appello della terra promessa, né in Palestina erano mai scomparse del tutto le piccole comunità ebraiche.
Verso la fine del XIX secolo, Theodor Herzl tracciò l’idelogia del moderno popolo di Israele e, in quegli anni, vi furono le prime immigrazioni verso la Palestina.
Durante la prima guerra mondiale, Chaim Weizmann – divenuto, poi, primo presidente dello Stato israeliano – e Walter Rothschild, il più ricco banchiere del mondo - che avevano concesso un cospicuo prestito al governo inglese – ottennero da Lord Arthur James Balfour una dichiarazione favorevole al futuro Stato di Israele. La dichiarazione, forse, intenzionalmente, era assai vaga.
Diceva:

“Il governo di Sua Maestà vede con favore la fondazione in Palestina di una Patria Nazionale del Popolo Ebraico, e contribuirà con ogni suo mezzo al raggiungimento di questo fine…”

Dopo la guerra, tra il 1922 e il 1938, l’immigrazione degli ebrei si fece intensissima: in Palestina raddoppiò la popolazione ebraica, che, provenendo dai più evoluti paesi d’Occidente, sapeva scegliere e mettere a frutto le terre migliori. Il risentimento degli arabi – non si dimentichi che, anche a loro, era stata promessa la nazione – si manifestò quasi subito e non giovarono a placare i dissensi gli ambigui interventi inglesi. 
La seconda guerra mondiale non migliorò la situazione.
30 mila soldati israeliani militarono, con la stella di David, nell’esercito britannico.
E anche in Italia: furono ottimi soldati.
Intanto la follia criminale di Adolf Hitler e di Heinrich Himmler stava distruggendo sistematicamente la popolazione ebraica di tutta l’Europa.
Finita la guerra vi furono motivi a sufficienza per chiedere ancora la patria in Palestina e le Nazioni Unite cercarono di eludere il problema, proponendo la divisione di due zone etniche, una araba e l’altra israeliana.
Nessuno accettò e iniziarono gli scontri armati.
L’Inghilterra non trovò di meglio che rinunciare per sempre al mandato.
Era il 15 maggio 1948.
Lo stesso giorno era proclamato lo Stato di Israele: Russia e Stati Uniti lo riconobbero subito, mentre la Lega Araba aprì le ostilità.
Gli israeliani si difesero con coraggio  e avvedutezza incredibili: avevano un esercito deciso, soldati pronti a tutto, che avevano conosciuto gli orrori della guerra in Europa e i rischi dell’immigrazione clandestina.
Combatterono anche le donne.
Il 3 aprile 1949, la Giordania chiese la pace e la guerra aperta finì, ma le ostilità continuarono allo stato freddo, esplodendo, di tanto in tanto, in piccole scaramucce di frontiera.
Lo Stato di Israele, ormai, esisteva, anzi cresceva perché l’afflusso immigratorio continuava. Questa volta, tuttavia, era un’immigrazione di tipo meno qualificato: gente che veniva dall’est, più spesso dall’Iraq, da dove la colonia ebraica, spossessata di ogni bene, aveva avuto “il permesso di emigrare”.
La popolazione stava salendo verso i 2 milioni e le risorse del paese erano quelle che erano: la vita non era facile anche a causa della pervicace ostilità dei popoli arabi e, soprattutto, dell’Egitto.
E il petrolio?
Durante la seconda guerra mondiale, l’Iraq aveva pensato bene di chiudere l’oleodotto che da Kirkuk faceva capo al porto di Haifa.
Ironia della politica internazionale: lo Stato di Israele, che aveva il petrolio a poche centinaia di miglia, doveva farselo venire dal Venezuela.
Ecco, dunque, a complicare la situazione, un altro elemento che completa il quadro mediorientale.  


5.  Il Petrolio
La civiltà moderna vive sul petrolio.
In pace e – lo si tenga bene a mente – più ancora in guerra, non è possibile muoversi senza una larga disponibilità di petrolio e dei suoi derivati.
La zona attorno alla foce dei due grandi fiumi – forse, nell’antichità geologica fu un mare di acque poco profonde – conteneva i più grandi giacimenti e offriva quasi tutte le condizioni richieste per lo sfruttamento. Infatti, il petrolio era abbondante e i giacimenti concentrati. Da un punto di vista geologico le condizioni erano perfette, basti pensare che il primo petrolio iraniano scaturì, nel 1908, da una profondità di 350 metri. Né esistevano complicazioni giuridico-politiche: proprietario del suolo, quasi sempre, era il sovrano locale, un re, un sultano, uno sceicco; si doveva discutere solo con lui e non era difficile trovare l’accordo.
La manodopera era sufficiente e a buon prezzo.
Assai meno facili le condizioni ambientali; in molti casi bisognava inventare un habitat tollerabile, provvedere a tutto, a iniziare dall’acqua potabile.
La prima nazione interessata allo sfruttamento dei giacimenti mediorientali fu la Gran Bretagna.
Winston Churchill, Primo Lord dell’Ammiragliato, nel 1913, poté sostituire il petrolio al carbone, per far viaggiare le navi da guerra.
L’anno prima era sorta la raffineria di Abadan, sul Golfo Persico.
Collegata ai pozzi da opportuni oleodotti, Abadan offriva tutto il petrolio che occorreva alle navi che vi facevano scalo. La società che se ne occupava era la Anglo-Iranian Oil Company, a fortissima partecipazione statale.
Nel 1919, erano 8 milioni e mezzo i fusti di petrolio estratto; nel 1950, oltre 242 milioni. L’anno dopo l’Iran di Mohammad Mossadeq nazionalizzò ogni cosa e si impadronì degli impianti:
Occorse cercare il petrolio altrove.
Ve ne era in abbondanza a Kirkuk, nell’Iraq, un immenso giacimento lungo 60 miglia e largo 2; nel 1952 se ne estrassero 141 milioni di fusti.
Petrolio si trovava nelle isole Bahrein e, poi, negli anni tra il 1932 e il 1936, sulla costa araba antistante a Damman, a esempio: l’Arabia Saudita entrò nel grande gioco del petrolio. Nel 1953, se ne estrassero 308 milioni di fusti.
Ancora più smaccata, quasi paradossale, la situazione del Kuwait, un sultanato indipendente tutelato dagli inglesi. Il Kuwait – grande quanto l’Abruzzo e con appena 200 mila abitanti – produceva quasi 55 milioni di tonnellate di petrolio l’anno. Lo estraeva la Kuwait Oil Company, la quale pagava allo sceicco 10 milioni di sterline al mese.
Questa era la situazione.
Gli Stati del Medio Oriente non potevano negare il petrolio all’Europa, per il semplice motivo che quella era la loro unica risorsa e che la loro economia era complementare rispetto all’economia europea.
Potevano, tuttavia, farselo pagare quanto volevano, potevano chiedere dollari, anziché sterline o franchi o marchi o lire, alterando in tal modo la bilancia finanziaria dei paesi interessati.
Potevano – lo avevano fatto – interrompere le forniture in caso di guerra, perché il petrolio acquistava importanza essenziale: un’industria poteva funzionare anche a carbone, un treno viaggiare anche con l’elettricità, ma un carro armato o un aereo, no di certo.
In caso di guerra il Medio Oriente era in grado di immobilizzare tutta l’Europa occidentale.
Questo è il motivo fondamentale degli avvenimenti cui abbiamo assistito e assistiamo con tanta trepidazione; tutte le nazioni del mondo sono interessate e l’avvenire è quanto mai incerto e tenebroso.




Daniela Zini
Copyright © 10 ottobre 2010 ADZ

ANNA POLITKOVSKAJA, L'ONORE RUSSO


“Sensibile al dolore degli oppressi, incorruttibile, glaciale di fronte alle nostre compromissioni, Anna è stata, ed è ancora, un modello di riferimento. Ben oltre i riconoscimenti, i quattrini, la carriera: la sua era sete di verità, e fuoco indomabile.”
André Glucksmann



Definita dal Cremlino “donna non rieducabile”, Anna Politkovskaja incarna, per molti di noi, l’unica forma di resistenza al potere di Vladimir Putin.
Vi sono due frasi, pronunciate dal presidente russo che, secondo André Glucksmann, smascherano il personaggio:

“La prima è “Cekista un giorno, cekista per sempre.” Putin è per sua stessa ammissione fedele ai suoi esordi nei servizi segreti, il 20 dicembre di ogni anno celebra l’anniversario della CEKA[1], poi divenuta GPU[2] e KGB[3], un apparato responsabile di decine di milioni di morti.
La seconda frase?
Nell’aprile del 2005, Putin ha detto: “La caduta dell’URSS è la più grande catastrofe geopolitica del secolo.”. Come se gulag e Auschwitz fossero dettagli della storia.”

Il filosofo francese è uno dei pochi, in Europa, a denunciare da anni il regime autocratico del “nuovo zar di Mosca”.  
Anna Politkovskaja, giornalista coraggiosamente impegnata sulla copertura delle atroci realtà della seconda guerra in Cecenia, univa lucidità, umanità e serietà giornalistica.
Rispettata dai ceceni per la sua temerità nel testimoniare sulle esazioni dell’esercito russo – cosa che ha altamente pagato con la propria vita – aveva subito, nel settembre del 2004, un tentativo di avvelenamento, probabilmente bevendo un tè, sull’aereo che la conduceva a Rostov sul Don, per impedirle di recarsi a Beslan[4], durante la crisi degli ostaggi. Sarebbe stata in grado di avviare una trattativa e, per questo, fu bloccata in tempo.
Anna Politkovskaja non si era mai pentita di aver messo da parte il suo ruolo di giornalista per quello di negoziatrice durante l’assedio al teatro moscovita Dubrovka:

“Sì, sono andata al di là dei miei doveri di cronista”,

aveva spiegato in un’intervista.

“Ma sarebbe del tutto sbagliato sostenere che da un punto di vista giornalistico è stata una brutta mossa. Rinunciando al mio ruolo ho appreso tante cose che non avrei mai compreso, continuando a essere una semplice cronista.”

Nel dicembre del 2005, durante una conferenza di Reporters sans Frontières, a Vienna, sulla libertà di stampa denunciava:

“Certe volte, le persone pagano con la vita il fatto di dire ad alta voce ciò che pensano. Una persona, infatti, può perfino essere uccisa semplicemente per avermi dato una informazione. Non sono la sola a essere in pericolo e ho esempi che lo possono provare.”
 
E ancora, in un saggio, apparso postumo sull’Internazionale  del 26 ottobre 2006:

“Sono una reietta. È questo il risultato principale del mio lavoro di giornalista in Cecenia e della pubblicazione all'estero dei miei libri sulla vita in Russia e sul conflitto ceceno. A Mosca non mi invitano alle conferenze stampa né alle iniziative in cui è prevista la partecipazione di funzionari del Cremlino: gli organizzatori non vogliono essere sospettati di avere delle simpatie per me.
Eppure tutti i più alti funzionari accettano d'incontrarmi quando sto scrivendo un articolo o sto conducendo un'indagine. Ma lo fanno di nascosto, in posti dove non possono essere visti, all'aria aperta, in piazza o in luoghi segreti che raggiungiamo, seguendo strade diverse, quasi fossimo delle spie. Sono felici di parlare con me. Mi danno informazioni, chiedono il mio parere e mi raccontano cosa succede ai vertici. Ma sempre in segreto.
È una situazione cui non ti abitui, ma impari a conviverci: erano queste le condizioni in cui lavoravo durante la seconda guerra in Cecenia, scoppiata nel 1999. Mi nascondevo dai soldati federali russi, ma grazie ad alcuni intermediari di fiducia riuscivo comunque a stabilire dei contatti segreti con le singole persone. In questo modo proteggevo i miei informatori.
Dopo l'inizio del piano di “cecenizzazione” di Putin (ingaggiare i ceceni “buoni” e fedeli al Cremlino per uccidere i ceceni “cattivi” ostili a Mosca), ho usato la stessa tecnica per entrare in contatto con i funzionari ceceni “buoni”. Molti di loro li conoscevo da tempo dato che, prima di diventare “buoni”, mi avevano ospitato a casa loro nei mesi più duri della guerra.
Ormai possiamo incontrarci solo in segreto perché sono considerata una nemica impossibile da "rieducare". Non sto scherzando. Qualche tempo fa Vladislav Surkov, viceresponsabile dell'amministrazione presidenziale, ha spiegato che alcuni nemici si possono far ragionare, altri, invece, sono incorreggibili: con loro il dialogo è impossibile. La politica, secondo Surkov, deve essere "ripulita" da questi personaggi. Ed è proprio quello che stanno facendo, non solo con me.”

Coraggiosa, sì, lo era.
La sua tomba è un foglio bianco crivellato da cinque colpi di pistola.
Anna Politkovskaja è stata abbattuta, esattamente quattro anni fa, il 7 ottobre 2006, giorno del compleanno di Vladimir Putin[5]. Il suo corpo era ritrovato, alle 17,10, da una vicina, nell’ascensore del suo stabile, in via Lesnaja, nel centro di Mosca. La polizia rinveniva una pistola Makarov 9 mm. e quattro bozzoli accanto al suo cadavere[6] .
Anna Politkovskaja era la ventunesima giornalista assassinata in Russia dall’elezione di Vladimir Putin, nel 2000. 
Anna Politkovskaja si apprestava a pubblicare, sulla Novaja Gazeta, l’8 ottobre 2006, un articolo sulla pratica della tortura in Cecenia, che implicava direttamente Ramzan Kadyrov, primo ministro ceceno, nominato dal presidente Vladimir Putin.
Il martedì 10 ottobre, in un cimitero del sud-ovest (Troekurovskij) della capitale, migliaia di persone avevano sfilato davanti alla sua bara.  Erano, soprattutto, gente comune. Erano state, egualmente, presenti alcune grandi figure dell’opposizione, quali Boris Nemtsov e Grigori Iavlinski. Ma per rappresentare il governo, non vi erano stati che alcuni uomini sconosciuti del ministero della cultura.
La fronte della giornalista era celata da una benda bianca. L’assassino, che aveva esploso contro di lei quattro colpi di pistola in rapida successione, per assicurarsi di aver abbattuto il bersaglio, aveva sparato il colpo di grazia alla nuca.
Con lei, moriva, per molti, la speranza che la Russia potesse liberarsi dai fantasmi del passato e diventare una grande democrazia rispettosa dei diritti umani.

“Non è sorprendente… Noi siamo tornati là dove eravamo sotto il regime comunista, quando il potere disprezzava l’individuo e le sue libertà.”,

era insorto, dalla massa degli anonimi, Khassan Satobayev, un russo che è fuggito dalla Cecenia, nel 1995, dopo l’inizio della prima guerra.

“La maggioranza della gente continua a fare quello che dice loro il capo. Ci hanno dato, certo, la libertà. Ma non abbiamo appreso a usarla. Guardate la nostra televisione… Ci sono sesso, risate e birra. Ma non c’è informazione!”

Khassan Satobayev non conosceva personalmente Anna Politkovskaja. Ma, leggeva,  regolarmente, i suoi articoli su Internet.
Quello stesso 10 ottobre, a Dresda, Vladimir Putin, che era rimasto in silenzio dopo l’assassinio, rilasciava questa dichiarazione sibillina:

“Questa persona aveva un atteggiamento critico nei confronti delle autorità, ma è giusto che voi sappiate che lei non aveva alcuna influenza sulla politica russa. Era conosciuta solo nell’ambiente dei giornalisti, nelle organizzazioni per i diritti umani e in occidente, ma ripeto: la sua influenza sulla vita politica del nostro Paese era minima.”

Una settimana dopo l’assassinio della giornalista russa, Lidia Yusupova, coordinatrice dell'ufficio legale dell'ONG Memorial, vincitrice del premio Sacharov 2009 per i diritti umani, riceveva, il 12 ottobre 2006, minacce di morte. Un uomo, che parlava in ceceno, l’aveva contattata al cellulare:

“Sei contenta di essere sulla lista dei candidati al Premio Nobel per la Pace? Supponendo che tu sia ancora viva per quel giorno!”

Nel 2006, il potere personale di Vladimir Putin si era rafforzato, con l’entrata in vigore, in aprile, di una nuova legge che restringeva la poca libertà di azione di cui potevano ancora beneficiare le società russe (condizioni di registrazione e controllo finanziario rafforzati, possibilità di scioglimento delle società). Questa legge si applicava egualmente alle società straniere, al punto che alcune di queste avevano dovuto sospendere, almeno temporaneamente, la loro attività sul territorio della Federazione Russa. Firmando questa misura, all’inizio del 2006, Vladimir Putin completava il progetto politico che aveva, lui stesso, definito la “dittatura della Legge”. Altre misure, precedentemente adottate, avevano, infatti, già, permesso al capo del Cremino di consolidare considerevolmente il ruolo dell’FSB[7] (l’ex-KGB) – in nome della lotta antiterrorista – e di restringere considerevolmente la libertà di stampa. Alcune disposizioni della Legge sulla Lotta contro le Attività Estremiste, entrata in vigore nel 2002, erano state, egualmente, utilizzate per ostacolare le attività delle ONG. Questa inflazione di testi legislativi veniva ad aggiungersi alle molteplici pressioni e molestie, subite dai militanti associativi in Russia. In un contesto di xenofobia imperante e di attacchi razzisti nell’insieme del Paese, i difensori dei diritti umani, impegnati nella lotta contro il neo-fascismo o per i diritti delle minoranze, continuavano a pagare il loro impegno ad alto prezzo.
Il 7 aprile 2006, uno studente senegalese di ventotto anni, Samba Lampsar, membro attivo dell’ONG Unità Africana era stato assassinato a San Pietroburgo con un colpo di arma da fuoco. Sulla scena del crimine era stata ritrovata una pistola con una svastica.
Anna Politkovskaja diceva che la guerra in Cecenia riguardava l’occidente, perché imbarbariva la Russia e le conseguenze sarebbero state internazionali.
Ebbe parole dure per quello che considerava il guanto di velluto dell’occidente nei confronti di Putin e della Russia:

“Il più delle volte dimenticano la parola Cecenia. La ricordano solo quando vi è un attentato. Putin ha cercato di convincere la comunità internazionale che anche lui sta combattendo il terrorismo globale, che anche lui partecipa a questa guerra così di moda. E ci è riuscito: per un periodo è stato il migliore amico di Blair. È stato spaventoso quando, dopo Beslan, ha iniziato a sostenere che si poteva quasi vedere la mano di bin Laden. Che cosa c’entra in questa storia bin Laden? È stato il governo russo a creare e ad allevare quelle belve.”

Certo, Anna Politkovskaja era animata dalla passione. Amava il suo Paese, i suoi concittadini, perché aveva appreso a vederli attraverso lo sguardo di Osip Mandel'štam, di Marina Svetayeva, di Aleksandr Solgenitsin, che aveva letto perché suo padre, diplomatico, portava con sé, con valigia diplomatica, la letteratura proibita. Ma va detto, anche, che Anna Politkovskaja vedeva giusto. Aveva compreso quello che era in gioco in Russia prima di molti altri – a iniziare dai troppo saggi diplomatici e governi occidentali che consideravano e considerano ancora la Cecenia come un affare interno russo.

“No,”,

gridava,

“vi riguarda!”

Sosteneva che la criminalizzazione della Russia, accelerata dalla guerra in Cecenia, la scuola di violenza, senza limiti, che costituisce l’esercito russo in molte sue unità, la follia del denaro che non si imbarazza di alcuno scrupolo, tutto ciò costituisse un cancro che corrode questo Paese.
E aveva ragione.

“Questo cancro vi minaccia.”,

continuava, rivolgendosi agli occidentali.
Nel suo libro Cecenia, il disonore russo, Anna Politkovskaja evoca la preghiera di una vecchia donna cecena malata, madre di una vittima della guerra[8], una preghiera implorante:

“L’odio che alberga nei nostri cuori dopo questa tragedia ci lasci.”

La giornalista vi aggiungeva questo commento:

“Come mettere fine a questa guerra, con il suo bagaglio di orrori quotidiani? Come si fermano le guerre?
Le guerre finiscono precisamente quando i nostri sentimenti di odio cedono il passo. Altrimenti, come tanti condannati a morte, aspettiamo il nostro turno, perché abbiamo affidato il nostro Paese a persone che non hanno paura di sterminare i loro simili.
Non si tratta della guerra senza quartiere contro il “terrorismo internazionale”, dove i “dettagli” non contano. Si tratta di capire quello che è successo a NOI. È di noi che si tratta. Della bestialità che ha invaso i nostri cuori. E dal cuore di questa Cecenia “pacificata” ho voglia di gridare: SOS!”




Daniela Zini
Copyright © 7 ottobre 2010 ADZ


[1] Abbreviazione di Večeka, a sua volta acronimo del “Comitato Straordinario di tutta la Russia per combattere la Controrivoluzione ed il Sabotaggio” (in russo Всероссийская чрезвычайная комиссия по борьбе с контрреволюцией и саботажем).
[2] Direzione Politica di Stato
[3] Comitato per la Sicurezza di Stato
[4] La strage di Beslan è il termine con cui ci si riferisce al massacro, avvenuto tra il  1° e il 3 settembre 2004, nella scuola Numero 1 di Beslan, nella Ossezia del Nord una Repubblica Autonoma nella regione del Caucaso nella Federazione Russa, dove un gruppo di 32 ribelli, fondamentalisti islamici e separatisti ceceni occupò l'edificio scolastico sequestrando circa 1200 persone tra adulti e bambini. Tre giorni dopo, quando le forze speciali russe fecero irruzione, fu la fine di un massacro che causò la morte di centinaia di persone, fra le quali 186 bambini, ed oltre 700 feriti.
[5] Vladimir Putin è nato il 7 ottobre 1952.
[6] Il giudice del tribunale militare di Mosca ha ordinato la ripresa del processo contro tre presunti complici nell’omicidio della giornalista Anna Politkovskaja. I familiari e le parti civili si sono detti contrari alla decisione, perché avrebbero voluto l’avvio di una nuova inchiesta. I figli della giornalista, in particolare, volevano che il procuratore riunisse i risultati dell’inchiesta sui tre imputati con quelli che riguardano il presunto autore, sfuggito all’arresto, e il mandante, rimasto sempre sconosciuto.
Il processo per l’omicidio si era aperto il 2 ottobre 2008. I tre imputati erano Sergej Khadjikurbanov, ex funzionario di polizia, accusato di aver organizzato il delitto, e i fratelli Dzhabrail e Ibrahim Makhmudov, che avrebbero pedinato la giornalista e guidato la macchina del killer. Un altro dei fratelli Makhmudov, Rustam, è ricercato come esecutore dell’omicidio. Il 19 febbraio 2009 gli imputati sono stati assolti.
Il 25 giugno 2009 la Corte suprema russa ha accolto il ricorso della pubblica accusa, annullando la sentenza. La famiglia di Anna Politkovskaja ha criticato la scelta: “Crediamo che gli imputati siano coinvolti nell’omicidio, ma le prove contro di loro erano insufficienti”.
dall’Internazionale del 7 agosto 2009 
[7] Федеральная служба безопасности Российской Федерации (Federal’naja služba bezopasnosti Rossijskoj Federacii) (Servizi federali per la sicurezza della Federazione Russa), noto con l’acronimo di FSB, è il servizio segreto della Russia, erede del KGB sovietico.
[8] È  la madre di una vittima dell’esplosione del camion del 6 agosto 2002.