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venerdì 1 aprile 2011

QUALE AVVENIRE PER LA DEMOCRAZIA NEL MEDITERRANEO?

Non è necessario sottolineare la dimensione storica degli eventi in corso.
Gli eventi attuali riflettono un cambiamento in profondità delle società del mondo arabo.
Questi cambiamenti sono in corso da lungo tempo, ma sono stati occultati dai clichés sul Medio Oriente.
John Maynard Keynes (1883-1946) ha detto:

“L’inevitabile non accade mai, l’inatteso sempre.”

Che il Mediterraneo concentrasse tutte le antinomie del nostro tempo – guerra e pace, democrazia e autoritarismo, progresso e arretramento – lo sapevamo.
Ma l’ampiezza e la rapidità delle sollevazioni hanno sorpreso tutti.
Sono stupefacenti.
Sono esemplari per quanto concerne i movimenti coraggiosi, pacifici, pluralisti e democratici dei popoli.
Sono sviluppi estremamente positivi, seppure carichi di incertezze e di sfide di grande ampiezza.
La storia non è finita, come hanno voluto farci credere.
Noi siamo a una nuova svolta storica nel Mediterraneo.
Quali saranno le conseguenze geopolitiche?
Quali saranno le conseguenze per l’Europa?
E quali saranno le conseguenze per la sinistra, per le forze progressiste del Nord e del Sud del Mediterraneo?
Noi non abbiamo, non possiamo avere risposte pronte a queste tre domande.
Ma possiamo discuterne.
Ed è necessario farlo insieme.
Si è parlato di un 1848 arabo.
I processi attuali nel mondo arabo hanno caratteristiche diverse, secondo le condizioni socio-politiche dei Paesi, ma è vero che fanno pensare, nel loro insieme, ai movimenti democratici del 1848 europeo, con i loro giovani manifestanti, provenienti dagli ambienti popolari e dalle classi medie, ispirati da idee democratiche, progressiste e nazionaliste, che trascinano la maggioranza dei popoli.
Uno storico ha descritto il 1848 come un momento in cui “la storia europea arrivò a una svolta che non riuscì a cogliere”.
È vero che alcuni moti europei del 1848 sono falliti.
Ma è, altrettanto, vero che certe idee hanno finito per radicarsi nelle società e certi obiettivi democratici sono divenuti realtà.
In questi Paesi, oltre a un’esigenza di dignità e di libertà, vi è un’esigenza di giustizia sociale e, come direbbe George Orwell, (1903-1950) di una “decenza comune”: un’indignazione popolare di fronte alla corruzione e al tenore di vita degli autocrati.
Il tasso di disoccupazione, la sottoccupazione, le ineguaglianze hanno alimentato la rivolta dei giovani.
Protestano, innanzitutto, contro la natura predatrice delle dittature.
Il raffronto tra Tunisia ed Egitto è illuminante.
In Tunisia, il clan Ben Ali aveva indebolito tutti gli alleati potenziali, per accentrare non solo il potere ma soprattutto la ricchezza: la classe degli uomini di affari è stata letteralmente rapinata dalla famiglia e l’esercito è stato lasciato non solo fuorigioco sul piano politico, ma soprattutto fuori della distribuzione delle ricchezze: l’esercito tunisino era povero, ha, quindi, un interesse corporativista ad avere un regime democratico che gli assicuri un budget più elevato.   
Di contro, in Egitto, il regime aveva una base più larga. L’esercito è associato non solo al potere, ma anche alla gestione dell’economia e ai suoi benefici.
La domanda democratica si urterà, dunque, dovunque nel mondo arabo sul radicamento sociale delle reti di clientelismo di ogni regime.
Le elezioni, i cambiamenti politici, non saranno sufficienti.
Si dovrà produrre giustizia sociale e prospettive di avvenire.
L’opinione europea interpreta le rivolte popolari in Africa del Nord e in Egitto attraverso una griglia vecchia di più di trenta anni: la Rivoluzione Islamica dell’Iran.
Ci si attende, quindi, di vedere  i movimenti islamici, all’occorrenza i Fratelli Musulmani e i loro equivalenti locali, pronti a prendere il potere.
Ma la discrezione e il pragmatismo dei Fratelli musulmani stupiscono e inquietano: dove sono finiti gli islamici?
I Fratelli musulmani sono molto cambiati, non sono più gli alfieri di un altro modello economico e sociale. Sono divenuti conservatori riguardo ai costumi e liberali riguardo all’economia.
Ed è, forse, l’evoluzione più rimarchevole.
Negli anni 1980, gli islamici – ma soprattutto gli sciiti – millantavano di difendere gli interessi della classe oppressa e vantavano una statalizzazione dell’economia e una redistribuzione della ricchezza. Nell’autunno del 1997, i Fratelli musulmani egiziani approvarono la controriforma agraria condotta da Hosni Mubarak, affermando che “così si ritornava alla legge di Dio”. Cosicché gli islamici non sono più presenti nei movimenti sociali che agitano il delta del Nilo, dove si osserva, ormai, un ritorno alla sinistra, come dire ai militanti sindacalisti. Ma l’imborghesimento degli islamici è un asso per la democrazia: non poter giocare la carta della rivoluzione islamica, li spinge alla conciliazione, al compromesso e all’alleanza con altre forze politiche.
L’interrogativo, oggi, non è più sapere se le dittature sono il migliore bastione contro l’integralismo o no.
Gli islamici sono divenuti attori del gioco democratico. Peseranno, sicuramente, molto nel controllo dei costumi, ma, non potendo fare leva su un apparato di repressione, come in Iran, o su una polizia religiosa, come in Arabia Saudita, dovranno venire a patti con una domanda di libertà, che non si ferma soltanto al diritto di eleggere un Parlamento. In breve, o gli islamici si identificheranno con la corrente salafita e conservatrice tradizionale, perdendo così la loro pretesa di concepire l‘islam nella modernità, o dovranno fare lo sforzo di rivedere la loro concezione dei rapporti tra religione e politica.
Ma se rivolgiamo lo sguardo alle masse che hanno lanciato i movimenti, è evidente che si tratta di generazioni post-islamiche. I grandi movimenti rivoluzionari degli anni 1970 e 1980, sono, per loro, storia antica, quella dei loro genitori. Questi giovani non si interessano alla ideologia; gli slogans sono tutti pragmatici e concreti: dégage, erhal.
Non fanno appello all’islam come facevano i loro predecessori, in Algeria, alla fine degli anni 1980.
Esprimono, innanzitutto, un rigetto delle dittature corrotte e una richiesta di democrazia, che, evidentemente, non significa che i manifestanti siano laici, ma semplicemente che non vedono nell’islam una ideologia politica in grado di creare un ordine migliore.
Sono in uno spazio politico secolare.
E, parimenti, sono nazionalisti, senza magnificare il nazionalismo.
Gli Stati Uniti, l’Israele o, in Tunisia, la Francia non sono additati come causa delle disgrazie del mondo arabo.
Lo stesso panarabismo è scomparso come slogan, nonostante gli eventi mostrino che vi è una realtà politica del mondo arabo.  
Queste nuove generazioni sono pluraliste, forse, perché sono anche più individualiste. Studi sociologici mostrano che queste generazioni sono più istruite delle precedenti, hanno meno figli, ma, allo stesso tempo, sono disoccupate, o meglio, vivono nel declassamento sociale. Sono più informate e hanno, spesso, accesso ai mezzi di comunicazione moderni, che permettono di connettersi in rete da individuo a individuo, senza passare per la mediazione dei partiti politici, in ogni caso vietati.
I giovani sanno che i regimi islamici sono divenuti dittature: non sono affascinati né dall’Iran, né dall’Arabia Saudita. Quelli che manifestano in Egitto sono gli stessi che manifestano in Iran contro Mahmud Ahmadinejad. Per ragioni di propaganda, il regime di Tehran finge di sostenere il movimento, in Egitto, ma è un regolamento di conti con Mubarak. Sono, forse, credenti, ma separano la religione dalla politica: in questo senso, i  movimenti sono secolari.
La pratica religiosa si è individualizzata.
I valori cui si richiamano sono universali.
Manifestano, innanzitutto, per la dignità, per il rispetto: questo slogan è partito dall’Algeria, alla fine degli anni 1990.
Ma la democrazia che si chiede, oggi, non è più un prodotto di importazione, come la promozione di democrazia, fatta dall’amministrazione Bush, nel 2003, che non era accettabile, poiché non aveva alcuna legittimità politica ed era associata a un intervento militare. Paradossalmente, l’indebolimento degli Stati Uniti in Medio-Oriente e il pragmatismo dell’amministrazione di Barak Obama, oggi, permettono a una domanda autoctona di democrazia di esprimersi in tutta legittimità.
Ciò detto, una rivolta non fa una rivoluzione.
Il movimento non ha leaders, né partiti politici, né assetto, coerentemente alla sua natura, ma pone il problema della istituzionalizzazione della democrazia. È poco probabile che la scomparsa di una dittatura porti automaticamente all’insediamento di una democrazia liberale.
Iraq docet!
Vi è in ogni paese arabo, come altrove, un paesaggio politico complesso che è stato occultato dalla dittatura. Ora, infatti, a parte gli islamici e, molto sovente, i sindacati, perfino indeboliti, non vi è gran cosa. Noi chiamiamo islamici quelli che vedono nell’islam una ideologia politica in grado di risolvere tutti i problemi della società. I più radicali hanno lasciato la scena per la Jihad internazionale e non sono più là: sono nel deserto con al-Qaida, nel Maghreb islamico (AQM), in Pakistan o nella periferia di Londra. Non hanno base sociale o politica. La Jihad globale è completamente scollegata dai movimenti sociali e dalle lotte nazionali. Cerca di presentare il movimento come l’avanguardia di tutta la comunità musulmana contro l’oppressione occidentale, ma non è così: al-Qaida recluta giovani jihadisti deterritorializzati, senza base sociale, che hanno tagliato totalmente con il loro entourage e con la loro famiglia.
Al-Qaida resta chiusa nella sua logica di propaganda.
Non si è mai preoccupata di costruire una struttura politica in seno alle società musulmane. Poiché l’azione di al-Qaida si svolge soprattutto in Occidente o mira a  bersagli indicati come occidentali, il suo impatto nelle società reali è nullo.     
Un’altra illusione ottica è collegare la reislamizzazione massiva che sembra abbiano conosciuto le società del mondo arabo, nel corso degli ultimi trenta anni, con una radicalizzazione politica.
Se le società arabe sono, più visibilmente, islamiche rispetto a trenta o quaranta anni fa, come spiegare l’assenza di slogans islamici nelle manifestazioni attuali?
È il paradosso della islamizzazione: ha largamente spoliticizzato l’islam.
La reislamizzazione sociale e culturale (l’obbligo del velo, il numero delle moschee, la moltiplicazione dei predicatori, dei canali televisivi religiosi) si è fatta al di fuori dei militanti islamici, ha anche aperto un “mercato religioso”, di cui più nessuno ha il monopolio. In breve, gli islamici hanno perduto il monopolio della parola religiosa nello spazio pubblico, che avevano negli anni 1980.
Da una parte, le dittature hanno sovente, ma non in Tunisia, favorito un islam conservatore, visibile ma poco politico, ossessionato dal controllo dei costumi. Per quanto paradossale possa apparire, la reislamizzazione ha trascinato una banalizzazione e una spoliticizzazione del marcatore religioso: quando tutto è religioso, più niente è religioso.
Un altro errore è concepire le dittature come campioni del secolarismo contro il fanatismo religioso. I regimi autoritari non hanno secolarizzato le società, al contrario, eccezione fatta per la Tunisia, si sono adattati a una reislamizzazione di tipo neofondamentalista.  
Il grado di libertà varia fortemente da uno Stato all’altro del Mare Nostrum.
Nessuno è in grado di prevedere l’esito delle rivolte, applaudite da Bruxelles, Washington e Tehran.
Se queste rivolte appaiono post-islamiche – cosa che converrà confermare ulteriormente – non appaiono né post-storiche né post-nazionali, ma sociali e portatrici di una critica politica.
Diversi Paesi del Sud dell’Europa contano, egualmente, una gioventù che conosce disoccupazione ed esclusione, disgustata dalla indegnità dei suoi leaders.
È una ragione, secondo i punti di vista, per assumersi la responsabilità o occultare questi elementi propri alle rivolte arabe. 
Che fare?
Alzare il volume della musica per coprire il rumore esterno o fare capolino dalla finestra e, perfino, scendere in strada e confrontare le idee?
Anche se la Grecia e, perfino, l’Italia conoscono delle contestazioni, la situazione resta relativamente sterile in questi Paesi.
Le contestazioni in Grecia e in Italia hanno lasciato apparire una grande frustrazione, una totale opposizione ai leaders, ma anche una mancanza di convinzioni e di proposte, al contrario dei manifestanti arabi, che mirano chiaramente a una rimozione dei propri leaders e una liberalizzazione dei regimi, capaci di marciare su un quartier generale reale o simbolico, al prezzo della vita.




Daniela Zini
Copyright © 30 marzo 2011

mercoledì 26 gennaio 2011

CINA: SANGUE E SPLENDORI DELLE PRIME DINASTIE

“…né cristiano né pagano, saracino o tartero, né niuno huomo di niuna generazione non vide né cercò tante meravigliose cose del mondo come fece messer Marco Polo.”

UNA VIAGGIATRICE EUROPEA
ALL’ALBA DI UN NUOVO MILLENNIO
SULLE STRADE CHE VIDERO GENGIS KHAN E MARCO POLO

“Viaggiare per diventare senza patria.”
Henri Michaux


Agli asini e ai muli, senza i quali nulla di tutto ciò sarebbe accaduto.

La mondializzazione ha modificato il rapporto con il tempo e con lo spazio.
Le evoluzioni tecnologiche, economiche, politiche hanno provocato, moltiplicato le relazioni tra le persone, le culture.
Ma se le genti si incrociano sempre più, possiamo dire che si incontrano?
La paura dell’Altro, alimentata dall’ignoranza, nutre il razzismo. Vivere con i propri simili rassicura, ma i comunitarismi chiudono, inquietano.
È una banalità affermare che l’incontro con l’Altro permetta l’incontro con noi stessi. È identificando l’Altro che identifichiamo noi stessi.
Chi viaggia  senza incontrare l’Altro non viaggia, si sposta.
Diverse ragioni mi legano all’Asia e, negli anni, mi sono specializzata nei territori legati anche a Marco Polo.
Così è nata l’idea di questo viaggio.


CINA
SANGUE E SPLENDORI DELLE PRIME DINASTIE


Gli imperatori del 2000 a.C. vestono abiti di seta e promuovono la lavorazione del bronzo. Al cruento periodo dei regni combattenti subentra l’età delle scuole di pensiero. Con la Grande Muraglia la Cina si difende dai barbari. La rivolta dei Turbanti Gialli: il mondo cinese si fraziona.




Quattrocentomila anni fa in Cina vivevano, già, i cinesi: i resti del Sinanthropus Pekinensis, scoperti, nel 1927, nella grotta di Chu-ku-tien, vicino a Pechino, presentano caratteristiche morfologiche tali da stabilire la discendenza del gruppo etnico mongolo e, in particolare, cinese, da quel lontano progenitore. Ma il Sinanthropus si reggeva a stento in posizione eretta e non parlava. Dovevano passare centinaia di migliaia di anni prima che l’uomo raccontasse la sua storia, cercasse di dare un senso al proprio vivere civile.
Gli inizi dell’epoca storica si delineano frammentari e confusi intorno al III millennio a.C.: l’uomo parla, racconta di sé e il mito è il primo documento che rifletta le fasi, i problemi e gli orientamenti della civiltà arcaica.
Yao, Shun e Yu sono i tre imperatori della leggenda, infaticabili organizzatori del lavoro umano e impegnati a sottomettere la natura al controllo dell’uomo.
Il figlio dell’ultimo mitico imperatore, Yu il Grande, colui che imbrigliò le acque dei fiumi, è il fondatore della dinastia Xia che, secondo le date convenzionali, va dal XXI al VI secolo a.C.
La Xia è una dinastia non storicamente accertata, ma l’arco di tempo che abbraccia corrisponde, senza dubbio, a un periodo di assestamento e consolidamento: l’insediamento si fa stabile, agricoltura e artigianato si sviluppano lentamente mentre cultura dei cereali e allevamento hanno ancora un ruolo secondario. Ma già gli appartenenti alle grandi famiglie vestono abiti di seta, perché in Cina la sericoltura è nota dal II millennio a.C.
Intorno a questo stesso periodo, nelle piane della Cina centrale, si verifica un fenomeno di importanza capitale, vale a dire appare e si impone la tecnica per la lavorazione del bronzo; sull’introduzione di questa tecnica non sono da escludersi influenze esterne, dell’Asia centrale, ma è provato che questa si perfeziona gradualmente proprio in Cina, raggiungendo un livello eccezionalmente alto rispetto alle altre civiltà primitive. Nel contempo, si estende e consolida, sempre più, la proprietà privata della terra, emerge una aristocrazia dedita alla caccia e alla guerra, la quale avoca a sé anche le funzioni religiose, sacrificando agli antenati e alle divinità del suolo.
È l’epoca della dinastia Shang, la prima storicamente accertabile (1766-1112 a.C.), che ebbe trenta sovrani, i cui nomi ci sono stati tramandati dagli Annali dinastici. I nobili riconobbero l’autorità di questi sovrani che erano più capi religiosi, in quanto garanti dell’ordine cosmico, che capi politici. Intorno al nucleo, già, organizzato dello spazio cinese corrispondente, a grandi linee, alle odierne province di Hopeh e di Honan, vivevano popolazioni che i cinesi consideravano barbare. Contro queste popolazioni, la dinastia degli Shang si estenuò in guerre continue fino a quando l’ultimo sovrano degli Shang venne sconfitto in battaglia dal capo dei Chou, Wu Wan.
La gente di Chou, stabilita nella regione dell’odierno Shaanxi, differiva etnicamente e culturalmente dagli Shang. Il successore di Wu Wan, il famoso Duca Chou, diede allo Stato strutture assai simili a quelle del feudalesimo europeo del medioevo: ai suoi parenti e ai suoi alleati il Duca Chou assegnò i feudi principali, ma ebbe la scaltrezza di assegnarne uno anche all’erede dell’ultimo sovrano degli Shang, in modo da ingraziarselo e impedire che intorno alla sua persona si formasse una coalizione legittimista.
I feudatari dovevano pagare un tributo al sovrano e impegnarsi a difenderlo militarmente, ma nel loro feudo godevano di poteri assoluti: i contadini, in posizione simile a quella dei servi della gleba, erano obbligati a prestare corvées a beneficio diretto del loro signore, ma spesso anche a beneficio di tutta la comunità, come l’immane opera di controllo dello Huang Ho e dei suoi affluenti, che richiedeva assiduo impegno di manodopera ingente. Nelle comunità di villaggio le famiglie contadine coltivavano, a turno, gli appezzamenti migliori di terra che rimaneva, tuttavia proprietà del feudatario dal quale la ricevevano in uso. Un campo, generalmente il più fertile, era, poi, coltivato comunemente da tutti i contadini e il raccolto ottenuto doveva essere consegnato interamente al signore.
I Chou stabilirono la loro capitale prima a Hsian poi, verso il 750 a.C., sentendosi minacciati dalle popolazioni barbare limitrofe, specie i jung, la trasferirono più a est, a Loyang, dando, così, inizio a quella che è chiamata dinastia dei Chou orientali. Alla periferia, intanto, si erano formati vari principati autonomi e per i Chou iniziò un lungo periodo di decadenza, durante il quale la loro sovranità fu riconosciuta soltanto formalmente.
Il periodo che va dal 722 al 481 a.C. – durante il quale la, già, affermata unità del mondo cinese entrava in crisi – è noto come Periodo Primavera Autunno, dal titolo di una raccolta di Annali che a esso si riferiscono. Tre grandi principati, Qi nello Shantung, Qin nello Shaanxi e Qiu a sud dello Yangtze, si contesero il primato e si dilaniarono in guerre sanguinose. Le vicende di questo periodo sono estremamente complesse; assetto economico e organizzazione della società subirono profonde trasformazioni. L’evoluzione già in atto si precisò con l’introduzione della tecnica per la fusione del ferro che veniva usato per scopi sia militari sia civili. Solidi attrezzi agricoli permettevano di dissodare terre sempre più vaste e i principati maggiori divennero grandi Stati in cui la produzione agricola assunse un’importanza fondamentale. La terra, prima proprietà inalienabile del signore feudale, divenne oggetto di compra-vendita e venne imposto un sistema di tassazione in base all’area posseduta. La nomina dei funzionari direttamente da parte del principe divenne uso comune, mirante a distruggere i resti dell’aristocrazia feudale e a centralizzare di conseguenza il potere.
Il periodo seguente, che va dal 475 al 221 a.C., è conosciuto come Epoca dei Regni Combattenti, perché le guerre si susseguirono ininterrotte tra i vari Stati di recente e più vecchia formazione: Yen nella provincia di Hopeh, Qi e Lu nello Shantung, Qiu nella media valle dello Yangtze, Shu nello Sichuan. Le città si ingrandirono, il commercio si sviluppò, apparve la figura del mercante e, con il mercante, la moneta.
A queste trasformazioni economiche e sociali si accompagnò una intensa vita intellettuale fiorente presso le corti dei vari principati: è l’epoca delle cento scuole di pensiero, delle dispute tra filosofi impegnati non in speculazioni metafisiche, ma in problemi concretamente politici. È l’epoca di Confucio (551-479 a.C.) cittadino dello Stato di Lu. 
Uno Stato, tuttavia, quello di Qin, situato nell’estremo ovest, era, già, decisamente uscito dal feudalesimo e stava fortificandosi grazie alla radicale eliminazione del sistema di proprietà feudale, alla costituzione di una burocrazia centralizzata, all’introduzione del principio della responsabilità collettiva, penale e fiscale, nei villaggi e alla costruzione di opere idrauliche.
Al principe di Qin, ricordato con il nome di Qin Shi Huang Ti  (Qin Primo Augusto Imperatore), sarebbe toccata la missione storica di unificare la Cina: dal 230 al 221 a.C., sconfisse tutti i suoi rivali ed estese i confini del mondo cinese fino alla regione dove oggi sorge Canton; dal 221 al 210 a.C., consolidò le sue conquiste, generalizzando le riforme già attuate nel suo Stato. Coadiuvato dal grande statista Li Su, divise l’impero in province e distretti, organizzò una vasta rete stradale che si diramava a raggera dalla capitale. Hsien Yang, unificò pesi, misure, monete e caratteri di scrittura, distrusse tutte le fortificazioni che dividevano un regno dall’altro, ma alla frontiera settentrionale iniziò la costruzione della Grande Muraglia per proteggere la Cina dalle incursioni dei barbari.
In realtà, questa opera gigantesca non ha mai protetto la Cina dalla minaccia delle popolazioni del nord, ma è, sempre, stata orgogliosa testimonianza dell’unità dell’impero cinese, portatore di un ordine e di un sistema di valori al quale i barbari dovevano conformarsi: altrimenti, prima o poi, sarebbero stati ricacciati al di là della Grande Muraglia e più che una difesa un simbolo. 
Qin Shi Huang Ti abolì anche tutti i diritti feudali, scatenò la repressione contro i confuciani, impose ai contadini pesanti tributi in natura e lavoro forzato, ordinò la distruzione di tutti i libri che gli suonavano sgraditi perché desiderava che tra passato e presente non vi fosse più nessun ponte. Insomma, Qin Shi Huang Ti era un despota dalla mano pesante, ma in undici anni creò l’impero che ebbe vita più lunga in tutta la storia del mondo.
La dinastia da lui fondata ebbe, tuttavia, durata brevissima: un anno dopo la sua morte si scatenò la prima grande rivolta contadina della storia della Cina, risorsero i particolarismi, si ricostituirono i principati feudali. Il figlio di Qin Shi Huang Ti fu detronizzato, nel 206 a.C., da Liu Pang, rappresentante della nuova classe di latifondisti il quale, sedata la rivolta contadina, concedendo ai poveri di coltivare le terre reali, fondò la dinastia Han che tanta importanza ebbe nella storia della Cina, perché plasmò definitivamente la struttura morale, economica e politica della nazione cinese, al punto che, ancora oggi, i cinesi si definiscono Figli di Han. Liu Pang affidò il controllo dello Stato a una burocrazia di funzionari reclutati per esami e ricalcò, in parte, le leggi dei Qin, riducendo però l’onere che gravava sui contadini.
Sotto il regno dell’imperatore Wu Ti (140-87 a.C.), il confucianesimo divenne l’ideologia ufficiale della classe dominante e lo Stato accentrò ogni funzione imprenditoriale, istituendo monopoli per il sale, il ferro e la zecca. La campagna contro gli unni, intrapresa sotto questo imperatore, ebbe esito vittorioso e la Cina entrò, per la prima volta, in contatto con l’Asia centrale, fino alla Partia, grazie a un’ambasceria guidata da Chang Ch’ien, che aprì quello che, per secoli, fu l’unico e precario canale di comunicazione tra oriente e occidente, la famosa Via della Seta. Ma le campagne militari costavano care, il tesoro pubblico si dissanguava e i proprietari terrieri, sempre più strettamente legati alla burocrazia, sottraevano terre ai contadini, ridotti, per la maggioranza, al ruolo di braccianti agricoli.
Agli inizi del I secolo a.C., scoppiarono rivolte che misero a repentaglio l’esistenza stessa dello Stato.
Nell’8 d.C., Wang Mang, alto dignitario imperiale, rovesciò la dinastia Han, fondò la dinastia Hsin (la Nuova) e varò una serie di drastiche riforme per controbilanciare il potere dei latifondisti: vietò la compra-vendita della terra dichiarata di possesso demaniale e la distribuì ai coltivatori, istituì un sistema di prestiti e consolidò i monopoli statali. Ma tutte queste misure non ebbero effetti immediati e il malcontento popolare sfociò nella rivolta dei Sopraccigli Rossi.
Nel 22, un principe della deposta dinastia Han riuscì a ristabilire il potere del suo casato e trasferì la capitale a est, a Loyang. Per questo gli Han, dal 22 al 186, furono definiti Han orientali mentre gli Han del periodo precedente, che avevano per capitale Hsian, erano noti come Han occidentali. Fu un breve periodo di ripresa economica, di relativa prosperità e di scoperte tecniche, presto minato dalle guerre ai confini contro gli unni, sconfitti, tuttavia, nel 91. Gli imperatori Han non riuscirono a contrastare efficacemente il potere dei latifondisti e la loro corte, dominata dagli eunuchi e dalle concubine, era luogo di intrighi e di corruzione, che dilagavano dal centro nelle province, coinvolgendo tutta la classe dei funzionari.
Nel 184, scoppiò un’altra grande rivolta contadina detta dei Turbanti Gialli, i cui capi si ispiravano al taoismo. Il mondo cinese fu destinato a frazionarsi nuovamente: nel 220, la dinastia Han, il cui potere da anni era soltanto nominale, venne, definitivamente, spodestata dal famoso Ts’ao Ts’ao, condottiero militare e uomo di lettere, che a Loyang fondò la dinastia Wei e colonizzò la valle del Fiume Giallo, distribuendo le terre ai suoi soldati e obbligandoli, in cambio, a pagare un piccolo tributo e a garantire l’efficienza dell’apparato militare.
Ma altri Stati sorsero in concorrenza a Wei, Shu nel Sichuan, Wu nel sud. Iniziava il periodo detto dei Tre Regni, che durò fino al 280, quando una nuova dinastia, la Qin, riuscì a riunificare il Paese, fino al 313. All’epoca dei Tre Regni lo spazio cinese si era frazionato, seguendo frontiere che corrispondevano a nuove autonomie economiche: medio Fiume Giallo, basso Yangtze e bacino rosso del Sichuan. Nel bacino del medio Fiume Giallo si insediarono popoli nomadi delle steppe settentrionali di origine etnica diversa (tungusi, turchi, tibetani) che fondarono Stati propri, adottando i principi, la lingua e gli usi e costumi cinesi.
I seguito a queste invasioni si verificò un flusso di migrazione cinese verso il sud, verso le zone ancora poco popolate del basso Yangtze. Nord e sud, differenziati etnicamente e politicamente, subirono vicende diverse per tutta l’epoca seguente, detta, appunto, dei Regni Settentrionali e Meridionali.
Al sud si alternarono, successivamente, cinque dinastie cinesi, mentre tutta la regione del basso Yangtze conobbe uno sviluppo spettacolare nel campo dell’agricoltura, dell’artigianato e del commercio. Era l’epoca in cui il buddismo, introdotto in Cina fin dall’epoca Han, godeva del favore delle corti e si diffondeva tra il popolo assumendo, in certi periodi, caratteristiche di religione privilegiata di Stato. Al nord si susseguirono varie dinastie barbare, ma la più importante fu quella dei Wei, fondata dalla tribù dei Toba che, nel 386, unificò il nord e riuscì a mantenersi, pur con alterne vicende, fino al 557, quando l’ultimo imperatore Toba fu spodestato da un dignitario di sangue misto, Wendi Yang Jian, il quale mosse alla conquista vittoriosa del sud e, nel 581, fondò la dinastia Sui.
La Cina riunificata del VI secolo aveva dimensioni territoriali, etniche, economiche e sociali diverse rispetto alla Cina degli Han. I barbari invasori erano stati, completamente, assimilati e la regione economicamente determinante non era più la valle del Fiume Giallo, ma quella dello Yangtze, prima arretrata e dipendente. Per convogliare alla capitale Loyang, a quell’epoca una città di più di un milione di abitanti, e a tutte le altre regioni consumatrici, i milioni di quintali di cereali prodotti nella zona del basso Yangtze, Yang-ti, primo imperatore della dinastia Sui, iniziò i lavori di scavo del Grande Canale Imperiale, che, per un millennio, fu la più rapida via di comunicazione tra nord e sud. A questo scopo ricorse al lavoro coatto in misura, insopportabilmente, gravosa per le masse contadine: dei sei milioni di uomini reclutati per lo scavo del canale, tre ne morirono di fatica e di stenti. Eguale sorte toccò a coloro che vennero da Yang-ti reclutati per restaurare la Grande Muraglia.
Per potenziare l’apparato burocratico centralizzato, Yang-ti sostenne il confucianesimo, a scapito del buddismo e perfezionò il sistema degli esami imperiali per il reclutamento dei funzionari. Inoltre lanciò imponenti campagne militari, che portarono gli eserciti cinesi fino al Vietnam, al Siam e alla Corea. Ma queste guerre costarono care, la situazione economica generale risentì di cattive annate agricole e bande armate di contadini si sollevarono ovunque.
Nel 618, la dinastia Sui crollò: come i Qin, i Sui avevano avuto la missione storica di preparare il terreno ai loro successori. Gli Han prima e, poi, i Tang non fecero che continuare e perfezionare l’opera unificatrice e centralizzatrice, già, avviata da queste dinastie di transizione. La dinastia Tang, fondata da Li Yuan, un comandante militare dei Sui, portò la Cina all’apogeo della sua grandezza e ne fece uno degli Stati più potenti e civili, non soltanto dell’Asia, ma del mondo intero di allora.
Proprio mentre l’Europa piombava nel Medioevo, arti e lettere raggiungevano sotto i Tang la massima fioritura e basti qui ricordare i nomi di grandi poeti come Li Po, Tu Fu e Pai Chu-yi.

A Tan Chiu

L’amico mio dimora in alto sui monti dell’Est;
Gli è cara la bellezza delle valli e dei monti.
Nella stagione verde giace nei boschi vuoti;
E dorme ancora quando il sole alto rispende.
Un vento di pineta gl’impolvera maniche e manto;
Un ruscello ghiaioso gli terge il cuore e l’udito.
T’invidio! Tu che lontano da discorsi e discordie
Hai la testa appoggiata a un guanciale di nuvole azzurre.

Li Po (701-762)

Sotto i Tang la classe mercantile conobbe un vigoroso sviluppo, la stessa estensione dell’impero favorì l’espandersi dei traffici e l’uso della moneta si impose al punto che anche le tasse vennero prelevate in contanti e non più in natura. Cardine della vita economica rimase, ovviamente, l’agricoltura che, grazie a un editto per la ridistribuzione delle terre emanato, nel 624, ed effettivamente applicato, si sviluppò a livelli mai prima raggiunti, favorendo l’incremento demografico. La Cina dei Tang con i suoi 100 milioni di abitanti, era, in effetti, il Paese più popoloso della terra. L’influenza non soltanto politica, ma culturale e civile cinese si estese a molti Stati limitrofi, ai quali i Tang imposero rapporti di vassallaggio, lasciando loro, tuttavia, un largo margine di autonomia. Sotto la diretta influenza cinese entrarono il Tibet, la Corea e parte dell’Afghanistan.   
La spinta espansionistica cinese si bloccò, tuttavia, nel 751, con la sconfitta inflitta dagli arabi alle armate imperiali presso il Fiume Tala (vicino al Fiume Ili), che aprì l’Asia centrale all’influenza dell’Islam.
Il primo secolo della dinastia Tang fu dominato da quattro grandi figure di imperatori che contribuirono con le loro doti personali alla potenza della dinastia e alla prosperità del Paese.
Il primo è T’ai Tsung, figlio del fondatore della dinastia Li Yuan, che, nel 627, costrinse il padre ad abdicare e soppresse tutti i suoi fratelli per rimanere unico padrone.
Nel 649, gli successe Kao Tsung, che proseguì l’espansione verso occidente, estendendo il potere cinese alla regione del Lago d’Aral.
Dal 684 al 710, il potere cadde nelle mani dell’imperatrice Wu Tse-tien, donna crudele e di estrema intelligenza che, dapprima, governò in nome del figlio, poi, fondò una propria dinastia, la Chu, e trasferì la capitale da Hsian a Loyang e a Lung-men, i cui resti si ammirano ancora oggi.
Ripristinato il potere dei Tang, grazie a una congiura di palazzo, salì sul trono Hsuan Tsung, un esteta raffinato e un generoso mecenate che, nel periodo del suo lungo regno, dal 712 al 756, portò la dinastia al massimo splendore, ma ne assistette  anche alla decadenza. Nel 755, un generale di origine turca, An Lu-shan, comandante della regione oggi nota come Manciuria, marciò con le sue truppe contro la capitale. L’imperatore fuggì, accompagnato dalla sua concubina preferita, la bella Yang Kuei-fei. I soldati della scorta costrinsero la donna al suicidio, convinti che la sua influenza nefasta sull’imperatore avesse provocato la catastrofe. Con il cuore spezzato Hsuan Tsung fu costretto a subire questa morte e, nei secoli a venire, la storia di questi due infelici amanti fu il tema preferito di poeti e drammaturghi (http://www.youtube.com/watch?v=d70OuQbd-tg&feature=related).
La rivolta di An Lu-shan, sedata nel 763, segnò, tuttavia, una svolta nella storia dei Tang perché, nonostante vari tentativi di riforme, le tendenze centrifughe si fecero sempre più forti e quasi tutti i generali delle zone di frontiera si sottrassero al controllo centrale. La Cina dei Tang entrò, decisamente, in un periodo di decadenza, la situazione nelle campagne era disastrosa.  
Nell’873, scoppiò una rivolta contadina che presto dilagò nelle altre province: centinaia di migliaia di insorti, guidati da Huang Chao, invasero la capitale. Ma i comandanti militari che, da tempo, godevano di larga autonomia, coalizzandosi, pervennero a sconfiggere i ribelli e uno di loro, Chu Wen, nel 907, dichiarò deposti i Tang e fondò la propria dinastia detta dei Liang Posteriori.
Per circa cinquanta anni, l’impero fu nuovamente diviso.
Al nord si susseguirono cinque effimere dinastie, mentre al sud si alternarono dieci regni diversi. Di questa crisi approfittarono a nord-est i barbari kitan, che, passata la Grande Muraglia, stabilirono la loro capitale, dove sorge, oggi, Pechino e, nel 937, fondarono la dinastia Liao, destinata a durare fino al 1125, nonostante il resto della Cina venisse riunificato, nel 960, da Chao Kuang-yin, fondatore della dinastia Sung. La minaccia barbara al nord pesò, come una ipoteca, sul pur florido assetto, che i Sung riuscirono a dare al Paese.
L’epoca Sung è una delle epoche più contraddittorie della storia cinese, in quanto sia l’arte sia le scienze giunsero a un estremo grado di raffinatezza ma, dal punto di vista politico e militare, fu un’epoca di decadenza. I Sung furono costretti a “comperare la pace” dai barbari, che continuavano a infiltrarsi in terra cinese dalle frontiere settentrionali, ma, il versamento di cospicui tributi non fu sempre misura sufficiente a frenarli.
Il principale problema di politica interna Sung era eliminare i fenomeni di separatismo che avevano causato la rovina della dinastia Tang e, a questo scopo, venne perfezionata la macchina burocratica altamente centralizzata, nella quale prestavano servizio circa due milioni di funzionari tra civili e militari. Agricoltura e artigianato erano quanto mai prosperi, ma nelle campagne persistevano gli squilibri e la pesante macchina statale provocò un costante disavanzo del bilancio. Le intelligenti e lungimiranti riforme proposte da Wang An-shi, capo del partito degli innovatori e, dal 1069, primo ministro, vennero osteggiate dai conservatori e non servirono a fermare l’incipiente inflazione.
Intanto nel nord, nel 1125, altri barbari, i juchen, si erano sostituiti ai kitan e avevano fondato una loro dinastia con il nome di dinastia Qin. Nel 1126, invasero la capitale dei Sung, Kaifeng, e fecero prigioniero lo stesso imperatore. La corte si trasferì al sud, a Hang-chou, e il nome della dinastia, da questo momento, nota con il nome di Sung Meridionali, passò a un ramo cadetto. Ma, nel nord, i Qin vittoriosi erano, a loro volta, minacciati da altri barbari, le tribù mongole, unificate da Gengis Khan, e quando, nel 1235, i Qin furono sopraffatti, la sorte dei Sung Meridionali, nonostante l’eroica resistenza opposta ai mongoli, fu segnata.
Nel 1279, l’ultimo imperatore Sung, la cui flotta era stata sconfitta nei pressi di Canton, si uccise gettandosi in mare, e lo spazio cinese fu, per la prima volta, nella sua lunga storia, interamente sottoposto al dominio di un popolo straniero. I mongoli, alla cui testa si trovava il grande Kublai Khan, diedero alla loro dinastia il nome cinese di Yuan, ma si opposero alla fusione con la civiltà cinese, imponendo il privilegio razziale e sottoponendo i cinesi al rigore del loro codice di vincitori. I cinesi erano esclusi dall’amministrazione e dal potere politico ed economico, le loro terre vennero confiscate, a beneficio dei padroni mongoli.
Gli storici cinesi non sono molto benevoli nei confronti della dinastia Yuan, ma sarebbe errato mettere completamente al passivo questi ottanta anni: infatti, artigianato e commercio continuarono a fiorire, le città conobbero un forte sviluppo – Marco Polo nel suo Milione ce ne ha lasciato entusiastiche descrizioni – e si riaprirono le vie di comunicazione con l’Asia centrale, fatto che, appunto, rese possibile il memorabile viaggio del mercante veneziano, il quale, in Cina, entrò al servizio dei mongoli e fece carriera, perché i mongoli non si fidavano dei cinesi e preferivano servirsi di elementi stranieri.
L’atmosfera cosmopolita dell’epoca mongola contrasta con le precedenti epoche di chiusura dello spazio cinese alle influenze e agli scambi con l’estero. In Cina giunsero le prime missioni francescane e si insediarono numerosi mercanti musulmani; alcune scoperte cinesi, quali la polvere da sparo e la stampa, si diffusero in Europa e nel mondo arabo.
Ancora una volta, tuttavia, la scintilla della rivolta scoppiò tra le masse contadine, come mai vessate e, in certe zone, private addirittura della terra, che i mongoli, nella valle del Fiume Giallo, avevano voluto lasciare incoltivata per farne dei pascoli.
Nel 1350, scoppiò, nella provincia di Honan, la rivolta contadina dei Turbanti Rossi, che dilagò presto in tutto il Paese fino a quando, nel 1368, Pechino, la Cambaluc di Marco Polo, cadde nelle mani degli insorti, alla cui testa era un contadino, Chu Yuan-chang, fondatore della nuova grande dinastia Ming.
I mongoli, fallito il loro tentativo di edificare un grande impero continentale, vennero ricacciati nel nord della Grande Muraglia, che i Ming si premurarono di restaurare, come a voler sottolineare la ritrovata unità dell’universo cinese ben distinto rispetto ai barbari. Invano!
Alla fine del XVI secolo l’autorità dei Ming declinò, nonostante i successi ottenuti precedentemente: altri barbari erano alle porte, le tribù manciù, che si impadronirono del vasto territorio, che da loro prese il nome di Manciuria, terra dei manciù, e, quando, nel 1628, scoppiò la grande rivolta contadina, guidata da Li Tzu-cheng, vennero chiamati, in soccorso della dinastia, dalla stessa classe dirigente cinese, terrorizzata dalla eventualità di una riforma agraria.
I mancesi ne approfittarono immediatamente, varcarono la Grande Muraglia, occuparono Pechino e proclamarono la fondazione della loro dinastia, la Qing. Nonostante la tenace resistenza opposta dai legittimisti Ming, particolarmente nel mezzogiorno e a Formosa (Isola di Taiwan), dove si era rifugiato il leggendario Cheng Cheng-kung, noto anche con il nome di Koxinga, il quale tenne testa anche alla penetrazione olandese e portoghese, nel 1683, i Qing riuscirono a stabilire saldamente il loro potere.
Sotto i Qing, nonostante certe somiglianze apparenti come la posizione privilegiata dei mancesi rispetto ai cinesi nell’apparato burocratico, la situazione fu diversa da quella dell’epoca mongola. I Qing, infatti, specie nella seconda fase del loro regno, si lasciarono assimilare dalla civiltà cinese al punto da diventare più cinesi dei cinesi e si ersero a paladini dei valori del popolo che avevano vinto e sottomesso. Chiave di volta del loro successo fu la immediata alleanza che riuscirono a stabilire con la classe dirigente cinese, favorendo la conservazione e lo sviluppo della grande proprietà agraria. Sotto il regno di due grandi imperatori mancesi, K’ang Hsi (1662-1723) e Chen Lung (1736-1796) sia l’industria, che dalla fase artigianale era, già, passata a quella manifatturiera, sia l’agricoltura, che si giovava dell’introduzione di nuove colture, conobbero un grande sviluppo e la Cina attraversò uno dei periodi più prosperi della sua storia. Conseguenza prima di questa grande prosperità fu il boom demografico: si calcola che i cinesi fossero 150 milioni intorno al 1600, 300 milioni, un secolo dopo, e, intorno alla metà del XIX secolo, avessero già raggiunto la cifra ragguardevole di 450 milioni.
Ma a questo aumento della popolazione non corrispondeva una eguale crescita della produzione agricola e l’equilibrio si spezzò. L’autorità dei mancesi, nonostante i successi militari ottenuti in Tibet, nel Sinkiang, in Nepal e in Birmania, si affievolì e la resistenza al loro dominio trovò espressione in varie società segrete, il cui programma era “Restaurare i Ming, cacciare i Qing”.
Scoppiarono numerose rivolte contadine, come quella guidata dalla società segreta del Loto Bianco, ma i Qing riuscirono a domarle.
Furono, tuttavia, vittorie effimere perché l’impero agricolo cinese con tutte le sue contraddizioni, risultanti dalla sperequazione nella distribuzione della terra, dalla pressione fiscale e dall’organizzazione burocratico-feudale, che frenava il sorgere di nuovi rapporti sociali, stava per affrontare la crisi più lacerante della sua storia. I barbari, che premevano alle sue frontiere, non erano più tribù provenienti dal nord: venivano dal mare, erano partiti dal lontano occidente, e avrebbero messo in crisi non soltanto la stabilità economica della Cina, ma anche quella ideologica. Infatti, per la prima volta, la Cina ebbe a che fare con barbari che barbari non erano, in quanto portatori di una civiltà altamente sviluppata e padroni di una tecnica superiore a quella cinese.
Lo splendido isolamento era finito, la Cina avrebbe dovuto rinnovarsi o perire.
Il processo sarebbe stato doloroso e gravido di conseguenze sia per gli aggressori sia per gli aggrediti.     




Daniela Zini
Copyright © 26 gennaio  2011 ADZ

martedì 25 gennaio 2011

BEN ALI IN FUGA DALLA CRAXI AVENUE

Tunisia un avvertimento per altri Paesi

“E quando l'ombra dilegua e se ne va, la luce che si accende diventa ombra per altra luce, e così la vostra libertà, quando spezza le sue catene, diventa essa stessa catena di una grande libertà.”
Khalil Gibran



Cosa passa nella testa dei dittatori?
È una domanda che si saranno, forse, poste e riposte le milioni di vittime delle dittature.
E molti tunisini si saranno, sicuramente, posti la domanda su cosa passasse nella testa del loro dittatore, che aveva iniziato così bene ed è finito così male.
Troppo male!
Anche i più forti, hanno il loro momento di défaillance, quando l’ora suona, è difficile cambiare il corso del destino!
Zine al-Abidine Ben Ali (1936) lo ha compreso a sue spese.
È così che le manifestazioni contro la disoccupazione e la vita dura nelle regioni interne, che erano state pacifiche prima di degenerare, hanno trionfato su ventitre anni di regno. Quelli che l’ex-capo di Stato aveva qualificato “éléments hostiles à la solde de l’étranger, qui ont vendu leur âme à l’extrémisme et au terrorisme, manipulés depuis l’extérieur du pays par des parties qui ne veulent pas le bien à un pays déterminé à persévérer et à travailler”, lo hanno costretto a lasciare il potere e all’esilio.
A tre anni dalla fine del suo mandato, che doveva spirare nel 2014, Ben Ali, che ha beneficiato della riconoscenza di una nazione per aver concorso alla rinascita nel Paese, se ne è andato dalla porta di servizio.
Il nemico non dorme mai!
Quanto è accaduto al presidente tunisino Ben Ali non è frutto del caso. È la rivincita degli integralisti e dei fedelissimi di Habib Bourguiba (1903-2000), che non gli hanno mai perdonato, quel 7 novembre 1987.
Quando, quel sabato mattina del 7 novembre, Ben Ali, allora primo ministro, faceva valere l’articolo 57 della costituzione (1) – che faceva di lui il successore automatico e legale del presidente, in caso di vacatio del potere – e deponeva il “padre della nazione”, il molto malato Habib Bourguiba (1903-2000),  la Tunisia era in ginocchio economicamente – una inflazione del 10% e un debito estero che raggiungeva il 46% del PIL – e sull’orlo di un’implosione violenta.
Gli integralisti islamici, che si erano infiltrati in tutti gli ingranaggi del regime Bourguiba, durante la sua agonia, erano a due passi dal prendere il potere, uno scenario temuto dalla maggioranza dei tunisini di espressione laica. Il colpo di Stato contro Bourguiba era progettato per il 9 novembre 1987.
Per Mezri Haddad fu semplicemente “un atto di salubrità pubblica”.

“Officiellement âgé de 84 ans, Bourguiba s’endort quand il reçoit un hôte étranger; sous l'influence de ceux qui guignent la présidence, il chasse le lendemain le ministre qu’il a nommé la veille, il admet le remaniement ministériel proposé par son Premier ministre pour se rétracter quelques heures après… Pire que tout, il exige la révision du procès de l’intégriste Rached Ghannouchi (et la condamnation à mort de ce dernier):
“ Je veux cinquante têtes (…) Je veux trente têtes (…) Je veux Ghannouchi.”
Mezri Haddad, Non Delenda Carthago, Carthage ne sera pas détruite. Autopsie de la campagne antitunisienne

Tuttavia, nel loro libro Notre ami Ben Ali, i giornalisti Nicolas Beau e Jean-Pierre Tuquoi danno un’altra versione degli eventi:

“Sept médecins dont deux militaires, sont convoqués en pleine nuit, non pas au chevet du malade (Bourguiba) mais, là encore, au ministère de l’ntérieur. Parmi eux se trouve l’actuel médecin du président, le cardiologue et général Mohamed Gueddiche. Ben Ali somme les représentants de la faculté d’établir un avis médical d’incapacité du président. “Je n’ai pas vu Bourguiba depuis deux ans.” proteste un des médecins.
“Cela ne fait rien! Signe!” tranche le général (Ben Ali).”

Quello stesso 7 novembre, nel suo primo discorso programmatico alla radio nazionale, Ben Ali aveva annunciato:

L’époque que nous vivons ne peut plus souffrir ni présidence à vie ni succession automatique à la tête de l’État desquels le peuple se trouve exclu. Notre peuple est digne d’une vie politique évoluée et institutionnalisée, fondée réellement sur le multipartisme et la pluralité des organisations de masse. 

Il discorso era piaciuto alla stragrande maggioranza dei tunisini che si erano stretti attorno all’“uomo del cambiamento”.
La stampa mondiale aveva salutato “la rivoluzione del gelsomino”. Difficile accusare gli opinionisti occidentali di eccesso di zelo, sapendo che i più feroci oppositori al sistema dello Stato-Partito avevano, quasi unanimemente, applaudito l’avvento del nuovo potere a Cartagine.
Ciò detto, le promesse di democratizzazione della vita pubblica, una crescita continua del PIL, un tasso di natalità controllato e una condizione invidiata delle donne non sono una garanzia assoluta di successo. Dopo una schiarita democratica di due anni (1987-1989), che aveva visto sbocciare una stampa libera, il regime di Ben Ali si mostrò nel suo vero volto.
Verso la metà degli anni 1990, il potere tunisino si attaccò a ciò che restava della sinistra politica. Dopo aver messo i sindacati e la stampa al passo, il potere scivolò, a poco a poco, verso il dispotismo. Anche il limite legale di tre mandati presidenziali finì per saltare con il referendum del 2002, che modificava la costituzione. Dal 1987, Ben Ali e il suo partito hanno raccolto, regolarmente, più del 90% dei voti, alle diverse scadenze elettorali. Forte di un controllo stretto della società, avrebbe potuto, teoricamente, continuare a governare fino al 2014.
Il paesaggio mediatico tunisino è uno dei più arretrati del mondo arabo e musulmano. La maggior parte dei giornali, sia pubblici sia privati, cantavano le lodi del beneamato presidente e del suo partito. La televisione e la radio pubbliche abbeveravano l’uditorio di litanie per la gloria di questo capo che riceveva, spiegava, ordinava, disponeva, tutto il giorno.
Sul fronte politico, i partiti dell’opposizione reale – escludo dalla analisi “l’opposizione cosmetica” che serviva, essenzialmente, a far apparire democratico il regime – erano sotto stretta sorveglianza e i loro rappresentanti oggetto di una repressione costante. Le organizzazioni indipendenti, quali la Ligue Tunisienne de Défense des Droits de l’Homme, hanno vissuto saghe politico-giudiziarie e sono state regolarmente minacciate di chiusura. L’università e il principale sindacato del Paese, culle della contestazione, negli anni 1970 e 1980, erano più o meno rientrati nei ranghi.
Una delle rare armi, di cui disponevano gli oppositori al regime, era lo sciopero della fame.
Quanto alla giustizia, era, totalmente, infeudata al potere esecutivo.
Il modello tunisino, tanto vantato dai politici occidentali come un bastione contro l’integralismo, non era che un bluff.
Creando un vuoto politico e culturale intorno a sé, il potere non poteva che fare il gioco di tutti gli estremismi. La reislamizzazione della società tunisina, non molto tempo fa una delle più laiche del mondo musulmano, ne è una illustrazione.
Vi è un elemento psicologico importante nella rapida trasformazione di Ben Ali in dittatore. I tunisini erano stati sorpresi del cambiamento alla guida dello Stato, il 7 novembre 1987. Non avevano partecipato a questo processo. Questa non-partecipazione popolare al cambiamento, aveva portato Ben Ali a sentirsi il salvatore del Paese e a trasformarsi in decisore unico per tutto ciò che atteneva alla vita politica, economica, sociale e culturale di 10 milioni di persone. Abbracciando la carriera di dittatore, Ben Ali, si metteva in una disposizione psicologica molto particolare: in quanto presidente, non era lui al servizio del popolo, ma il popolo a porsi al suo servizio, senza protestare per quanto fosse deciso per lui al Palais de Carthage. Ma Ben Ali non ha, neppure, avuto l’intelligenza di perseverare nella sua carriera di dittatore, attenendosi a una applicazione minimale della legge e consentendo una preservazione, altrettanto minimale, degli interessi dello Stato. L’assenza o piuttosto lo spregio per questa preoccupazione fondamentale nell’esercizio del potere ha fatto in modo che Ben Ali precipitasse dallo status di dittatore a quello di padrino, attento più al benessere del suo entourage che alle dure condizioni di vita delle centinaia di migliaia di disoccupati.
È molto corrente, in dittatura come in democrazia, che un uomo di potere faccia beneficiare il proprio entourage di alcuni vantaggi.
È una debolezza umana, si sa!
Ben Ali non avrebbe focalizzato su di sé tutto questo odio, se si fosse limitato a seguire questa regola banale, vale a dire se si fosse limitato ad avvantaggiare il suo entourage nei limiti “ragionevoli”, impedendo di utilizzare i legami parentali per abusare dei beni pubblici e privati.
Lasciando la briglia sul collo ai membri della propria famiglia e della famiglia della propria moglie, Ben Ali li incoraggiava, volontariamente o involontariamente, a trasformarsi in veri predatori che, più hanno possibilità di fare razzia, più hanno voglia di affondare i denti.   
In una parola, come direbbe il popolo, più mangiano, più hanno fame.
Il silenzio imposto dal vertice dello Stato alle istituzioni pubbliche e ai singoli privati, vittime delle depredazioni della propria famiglia e della famiglia della propria moglie, ha reso Ben Ali agli occhi del popolo sempre meno presidente e sempre più padrino, al centro di un vasto traffico di influenza che ha trasformato, di anno in anno, dei poveruomini in miliardari.
Questo per quanto attiene alla sfera pubblica.
Quanto a ciò che accade dietro le quinte, solo Dio e alcuni sanno.
L’indifferenza o l’incapacità di Ben Ali a rispondere ai bisogni dei disoccupati, sempre più numerosi, senza dimenticare il dilagare della corruzione tra i molti funzionari dello Stato, hanno finito per avere ragione della pazienza del popolo.
Alla sua prima fronda seria, la dittatura mafiosa è crollata come un castello di carte.
Il cambiamento non è offerto al popolo tunisino.
Il popolo tunisino lo ha reso possibile, pagando un prezzo altissimo: il sangue di decine di suoi figli nel fiore dell’età.
I tunisini sono, oggi, a un crocevia, con una occasione d’oro tra le mani.
Sono, perfettamente, in grado di utilizzare questa buona occasione per imporre alla propria classe politica piccolissime cose, molto semplici, il treppiede della democrazia:
-         la libertà di stampa
-         l’indipendenza della giustizia
-         l’alternanza al potere.
Ma possono anche, a Dio piacendo, far fallire questa occasione unica e affondare, di nuovo, in un altro mezzo secolo di dittatura.
La scelta è tra la luce e l’oscurità, tra la dignità e l’ossequiosità.
Personalmente, sono ottimista.
Il mio ottimismo mi deriva dalla storia di questo Paese.
La Tunisia ha avuto la prima Costituzione del mondo arabo, nel 1861.
È stato il primo Paese del mondo arabo e molto prima di molti paesi occidentali a garantire i diritti fondamentali alla donna.
Può essere il primo Paese arabo a dotarsi di un reale sistema democratico, vale a dire a gettare nuove basi costituzionali, attraverso l’elezione di una assemblea costituente, che dia al Paese una nuova costituzione. Una nuova costituzione che dia meno potere al presidente della Repubblica e rafforzi quello del parlamento e dell’autorità giudiziaria, unico modo per sbarrare, definitivamente, la strada al culto della persona e all’abuso del potere.
Una tale prospettiva richiede tempo.
Richiede stabilire una scala di priorità.
E la priorità delle priorità, oggi, è ristabilire l’ordine civile, conditio sine qua non per il passaggio all’ordine democratico.
Habib Bourguiba si era cucito addosso una costituzione su misura, come ci si confeziona un abito dal sarto, che assicurava poteri esorbitanti all’esecutivo, vale a dire al presidente della Repubblica, a discapito del parlamento e dell’autorità giudiziaria, che, dall’indipendenza fino al 14 gennaio 2011, non hanno mai né criticato e neppure solo discusso una decisione presidenziale.
Per più di un secolo, i poteri legislativo e giudiziario si sono visti esautorare ogni potere reale, accettando, passivamente, di svolgere il ruolo di cinghie di trasmissione della volontà dell’esecutivo, obbedendo, senza discutere, agli ordini e contentandosi di recitare il ruolo di figuranti sulla scena pubblica. 
È confortante vedere la vitalità dei tunisini che scendono, quotidianamente, in strada, per gridare la loro collera e reclamare le dimissioni del governo di transizione. 
È rassicurante vedere la determinazione dei tunisini che scendono, quotidianamente, in strada, per non lasciarsi scippare il rovesciamento pacifico della dittatura.
Questi uomini e queste donne che manifestano hanno figli, fratelli e sorelle che studiano, hanno parenti che hanno bisogno di lavorare, hanno loro stessi un lavoro che li attende o sono alla ricerca di un lavoro – e né studi né lavoro sono pienamente possibili senza il ritorno alla vita normale – ma avvertono il rischio di veder vanificati la loro conquista e il loro sacrificio da parte di apprendisti-dittatori.
La differenza con il cambiamento del 7 novembre 1987 è sostanziale.
L’occasione è storica e potrebbe non presentarsi più, se fallisse.
La Tunisia non la fallirà.




Note:
(1) Article 57 - En cas de vacance de la Présidence de la République pour cause de décès, démission ou empêchement absolu, le président de la Chambre des Députés est immédiatement investi des fonctions de Président de la République par intérim pour une période variant entre 45 jours au moins et 60 jours au plus.
Il prête le serment constitutionnel devant la Chambre des Députés ou, le cas échéant, devant le bureau de la Chambre des Députés.
Le Président de la République par intérim exerce les attributions dévolues au Président de la République sans, toutefois, pouvoir recourir au référendum, démettre le gouvernement, dissoudre la Chambre des Députés ou prendre les mesures exceptionnelles prévues par l’article 46. Durant cette période, il ne peut être présenté de motion de censure contre le gouvernement.
Durant cette même période des élections présidentielles sont organisées pour élire un nouveau Président de la République pour un mandat de cinq ans.
Le nouveau Président de la République peut dissoudre la Chambre des Députés et organiser des élections législatives anticipées conformément aux dispositions du deuxième alinéa de l’article 63.
Constitution de la République tunisienne du 1er juin 1959




Daniela Zini
Copyright © 25 gennaio 2011