Powered By Blogger

Informazioni personali

martedì 27 settembre 2011

MONSANTO II. MONSANTO IN INDIA, DAL COTONE TRANSGENICO ALL'ONDATA DI SUICIDI

DA UTILIZZARE AMPIAMENTE
DA DIFFONDERE LARGAMENTE

“Sulla terra vi è abbastanza per soddisfare i bisogni di tutti, ma non per l’ingordigia di pochi.”
Mohandas Karamchand Gandhi (1869-1948)

Al piccolo Satish e ai nostri ragazzi, nostro avvenire  
Noi diciamo molto spesso che l’avvenire è nelle mani dei nostri ragazzi. Ma, nell’attesa che divengano grandi, è nelle mani degli adulti che riposa la responsabilità di proteggerli, tutelarli e aiutarli a schiudersi perché possano, a loro volta, contribuire a fare evolvere la nostra società.


In India, dal 1991, circa 20 milioni di contadini hanno lasciato la campagna per andare a riempire le bidonvilles delle grandi metropoli. Ma questo dato agghiacciante non è nulla al confronto dell’incontrollabile ondata di suicidi, che devasta l’ambiente rurale, toccato dal disastro del cotone BT.
250mila agricoltori indiani si sono suicidati, negli ultimi sedici anni, come dire, in media, un suicidio ogni mezz’ora. Le vedove si sono unite in una associazione e reclamano il divieto delle sementi. Accusano la MONSANTO di profittare della ingenuità e della mancanza di istruzione della massa dei coltivatori.
Il settore agricolo indiano è divenuto più vulnerabile ai mercati mondiali a causa della liberalizzazione dell’economia. Le riforme, nel Paese, hanno incluso la soppressione delle sovvenzioni agricole e l’apertura dell’agricoltura indiana al mercato mondiale. Queste riforme hanno aumentato i costi, riducendo le rese e i profitti di molti agricoltori.
Di conseguenza, i piccoli produttori sono, sovente, presi in un ciclo infernale di debiti insormontabili, che induce molti a mettere fine ai propri giorni, per semplice disperazione. Il tasso di suicidi più elevato è quello dei coltivatori del cotone. Come per altre colture, l’industria del cotone è, sempre, più dominata dalle multinazionali straniere, che tendono a promuovere le colture di cotone geneticamente modificate e controllano, sovente, il costo, la qualità e la quantità dei semi disponibili.  
Dal 2004, il Partito del Congresso è al potere. È stato eletto, poi, rieletto, grazie ai voti dei contadini. Ma evidentemente, la lobby agroindustriale è più forte di un bulletin de vote.


Lo scorso 11 agosto, la India’s National Biodiversity Authority (NBA) annunciava di avere avviato un’azione giudiziaria contro l’impresa americana MONSANTO “per aver sfruttato e utilizzato varietà locali di melanzana senza la preventiva autorizzazione delle autorità competenti”.
È la prima volta, in India, che una società viene perseguita per atti di “biopirateria”(1), una infrazione passibile di tre anni di carcere.
Sei anni fa, esattamente il 18 luglio 2005, mentre tutti gli occhi erano puntati sull'accordo nucleare, negoziato tra Washington e New Delhi, il Primo Ministro indiano Manmohan Singh e il Presidente americano George W. Bush, ne concludevano un altro, le cui conseguenze mondiali sarebbero state, potenzialmente, altrettanto importanti: un’iniziativa conoscitiva USA-India sull’agricoltura per la promozione dell’insegnamento, della ricerca, dei servizi e dei legami commerciali.
In tali condizioni diviene molto difficile individuare la linea di demarcazione tra interessi privati e interessi pubblici.
L’Aral Sea Basin Programme II (ABSP II) prevedeva l’immissione sul mercato della melanzana BT, nel 2007.
La melanzana BT è l’esempio perfetto del modello di partenariato pubblico-privato. Il progetto parte dal Governo americano, attraverso un programma finanziato dall’United States Agency for International Development (USAID) e condotto dall’Università di Cornell, chiamato Programma di Sostegno alla Biotecnologia in Agricoltura o ANSP II. Tra i partners si trova la MONSANTO, il suo avatar indiano, MAHYCO – che avrebbe fornito ai partners del progetto le licenze dei geni BT brevettati dalla MONSANTO –, il Tamil Nadu Agricoltural University (TNAU), l’University of Agricultural Sciences (UAS) di Dharwad e l’Indian Institute of Vegetable Research (IIVR) di Varasani. Il progetto include anche il Bangladesh, dove il Bangladesh Agricultural Research Institute (BARI) e l’University of Philippines Las Baños (UPLB) hanno condotto esperimenti nel quadro di protocolli di accordo (MOU) con MAHYCO.
L’USAID è “un organismo governativo federale indipendente che riceve l’insieme delle sue direttive in materia di politica estera dal Segretario di Stato”. La promozione degli OGM fa, ufficialmente, parte delle sue attribuzioni, uno dei suoi ruoli è di “integrare gli OGM nei sistemi alimentari locali”, affidando il compito ai giganti dell'agroalimentare e alle loro filiali.
Una decina di varietà esistenti nelle regioni del Karnataka e del Tamil Nadu, tra le 2.500 che conta il Paese, sono state utilizzate per mettere a punto questa prima melanzana geneticamente modificata, destinata a essere commercializzata in India. Contrariamente a quanto esige la legge sulla biodiversità, votata nel 2002, nessuna autorizzazione era stata avanzata per utilizzare le varietà locali. Gli agricoltori, in particolare, avrebbero dovuto essere consultati per una eventuale partecipazione agli utili derivanti dalla commercializzazione della melanzana, secondo quanto prevede il protocollo internazionale di Nagoya, adottato in occasione della Conferenza Mondiale sulla Biodiversità, nell'ottobre del 2010, che sancisce il principio dell'accesso e della ripartizione dei benefici (Access and Benefits-Sharing, ABS) per l'utilizzo delle risorse genetiche.

“La MONSANTO era perfettamente al corrente della legislazione e l’ha deliberatamente infranta.”,

sostiene Leo Saldanha, direttore dell’Environnement Support Group (ESG), che si è rivolto all’India’s National Biodiversity Authority (NBA) per dirimere questo caso di biopirateria.
Secondo il settimanale India Today, la MONSANTO avrebbe respinto ogni responsabilità, accusando i suoi partners indiani di non aver chiesto le autorizzazioni necessarie.
La MAHYCO, di cui la MONSANTO detiene il 26% delle quote, sostiene che la melanzana transgenica sia stata sviluppata dall’University of Agricultural Sciences (UAS) di Dharwad e che la società si sarebbe limitata a fornire il gene di trasformazione.
La melanzana, molto presente nel vasto panorama alimentare indiano, è, anche, oggetto di offerta votiva, in India. Nel tempio di Udupi (Karnataka), nel Sud del Paese, i fedeli di Krishna si sono, fortemente, opposti alla commercializzazione della melanzana BT, per timore di incorrere nella collera della loro divinità, offrendole ortaggi impuri.
L’accusa di biopirateria è un ulteriore colpo duro per la MONSANTO e rischia di frenare lo sviluppo delle sue attività in India.
Nel febbraio del 2010, mentre la questione del mais MON 810 tornava davanti alla Commissione Europea, il Ministro indiano dell’Ambiente, Jairam Ramesh, contro ogni aspettativa – il 16 ottobre 2009, il Genetic Engineering Approval Committee (GEAC) aveva emesso un parere favorevole alla commercializzazione della melanzana BT – decretava una moratoria (prorogata a tutto il 2011) sulla commercializzazione delle melanzane geneticamente modificate.
Nel suo comunicato stampa del 9 febbraio 2010, Ramesh parla di trasparenza, di riflessione e, soprattutto, di prudenza nelle scelte da fare:

“Quando non vi è chiaro consenso nella stessa comunità scientifica, esiste una forte opposizione in seno ai Governi dei diversi Stati, i responsabili della società civile pongono sempre più domande serie senza ricevere risposte soddisfacenti, l’opinione pubblica rifiuta la melanzana BT (…) e non vi è alcuna urgenza nell’immetterla sul mercato, è mio dovere adottare il principio di precauzione e imporre una moratoria.”

Una decisione che non rattristava, certo, l’ex-direttore generale delle operazioni in India per la MONSANTO, l’ottantaquattrenne Tiruvadi Jagadisan, che ha accusato la società di aver sottoposto “dati scientifici falsificati” agli organi governativi per ottenere le autorizzazioni di commercializzazione dei suoi prodotti sul territorio indiano.
L’India, che conta il 7,8% delle specie animali e vegetali del pianeta su solo il 2, 5% delle terre emerse, è molto esposta ai rischi di biopirateria. L’attenzione  è, particolarmente, alta da quando, nel 1997, gli agricoltori del Nord del Paese protestarono, violentemente, contro la società americana RiceTec per aver brevettato, con la denominazione “Kasmati”, una varietà di riso Basmati prodotta negli Stati Uniti. Nel maggio del 2001, l’Ufficio Brevetti americano respingeva l’istanza della RiceTech; se l’avesse accolta, la concessione del brevetto statunitense avrebbe significato non solo la fine delle esportazioni di riso indiano verso l’America, ma anche l’obbligo da parte dei coltivatori indiani di pagare i diritti di proprietà intellettuale su una delle loro colture ancestrali.
La moratoria rappresenta, dunque, una vittoria della società civile indiana. Ma questo non significa che il Paese volterà le spalle agli OGM alimentari.
Solo la coltura del cotone geneticamente modificato è, attualmente, autorizzata in India e ha portato la Nazione al rango di secondo produttore mondiale, davanti agli Stati Uniti e subito dopo la Cina.
Ma queste nuove sementi, costose, sono accusate di danneggiare i produttori più fragili.
Uno studio condotto sulle colture di cotone BT, nello Stato del Gujarat, nell’Ovest dell’India, rivelava che queste colture non resistevano più agli attacchi del verme della capsula del cotone contro il quale il cotone BT era stato, inizialmente, concepito.
La MONSANTO aveva sostenuto fino ad allora che “non vi erano mai stati casi di calo di rese delle colture di cotone o dei cereali BT attribuibili alla resistenza di un insetto.”
Era cosa fatta!
Tra il 60% e il 75% della popolazione indiana, che conta più di un miliardo di abitanti, vive di agricoltura, che rappresenta un quarto del PIL indiano.
Il miracolo tecnologico del cotone geneticamente modificato, in India, non vi è stato.
Vi è stato, al contrario, un vero disastro che si è dipanato in meno di un decennio.
Non ve ne è che uno, alla fin fine, che non abbia creduto al miracolo ed è il verme della capsula del cotone. Lui, ha sviluppato, così rapidamente, una resistenza da chiedersi se sia stato, mai, toccato dal pesticida secreto dalla pianta.
E, infine, il cotone BT non rende più di qualsiasi altro seme di cotone.
Per bloccare il calo inevitabile di resa, si era dovuto, dunque, passare, a un uso massivo di pesticidi, aumentando la fattura di almeno il 30%. 
Senza contare che questa bella pianta ha visto aumentare il suo prezzo incessantemente.
Senza contare, naturalmente, che, come ogni pianta geneticamente modificata, questo grazioso fiore è sterile e, dunque, ogni stagione, bisogna riacquistare le sementi.
Senza contare, infine, che questa dolcezza della natura ama l’acqua e il  nutrimento più del cotone ordinario: la terra si impoverisce e si dissecca e il mantenimento delle rese passa per l’arricchimento artificiale e l’irrigazione... tutto ciò costa caro e l’acqua è una derrata fragile, soprattutto se il cielo “si mette di mezzo”.
Ed è ciò che è accaduto, nel 2009, con una stagione del monsone la più debole da trentasette anni.
In mancanza di acqua in quantità sufficiente, le rese sono calate irrimediabilmente. I contadini, già molto indebitati, non hanno, dunque, guadagnato denaro, nel 2009, in un Paese che vantava, in quel momento, una crescita del 7% (è la decima potenza economica mondiale).
Non vi è alcun dubbio che il cotone BT sia stato un successo commerciale per la MONSANTO.
Ma, tecnicamente, è stato un échec completo.
E umanamente, il risultato è stato un vero dramma.
Nel 2009, un suicidio collettivo ha coinvolto 1.500 persone, che, senza alcuna via di uscita di fronte al fallimento completo che li toccava, non avevano più la forza di battersi e decidevano insieme di darsi la morte. Questa ondata di suicidi toccava, più particolarmente, tre regioni del Sud dell’India, la Maharashtra, il Kamataka et l’Andhra Pradesh.
Insediatasi in India, dal 1949, la MONSANTO rappresenta uno dei primi fornitori di prodotti fitosanitari, diserbanti e, soprattutto, pesticidi, che costituiscono un mercato importante, perché il cotone è, particolarmente, vulnerabile a una miriade di distruttori, quali il verme della capsula del cotone, l’antonomio, la cocciniglia, il ragno rosso, il bruco spinoso e il pidocchio.
Con l’avvento della “rivoluzione verde”, nella metà degli anni 1960, l’India aveva incoraggiato la monocoltura intensiva del cotone con varietà ibride di alto rendimento, che esigevano il ricorso a fertilizzanti chimici e l’uso massivo di pesticidi. E, l’uso intensivo di pesticidi aveva indotto un fenomeno ben conosciuto agli entomologi: lo sviluppo di forme di resistenza negli insetti ai prodotti impiegati per distruggerli. Risultato: per combattere i parassiti, i contadini avevano dovuto rincarare le dosi e ricorrere a molecole sempre più tossiche. Ed è a tal punto vero che, in India, dove la coltura del cotone non rappresenta che il 5% delle terre coltivate, questa conta, da sola, il 55% dei pesticidi utilizzati. Questo più ragguardevole ricorso ai prodotti chimici aveva aumentato i costi di produzione e costretto i contadini a indebitarsi sempre più. 
Dalla metà degli anni 1980, l’India ha accettato di aprire, totalmente, il suo mercato, in contropartita all’aiuto del Fondo Monetario Internazionale. Il mondo rurale, che rappresenta i 2/3 della popolazione, è, allora, divenuto un vasto laboratorio di sperimentazione in campo agricolo. Da allora, i contadini si sono consegnati mani e piedi ai piazzisti di sementi magiche: le rese dovevano essere eccezionali e gli insetti e i parassiti ordinati nei cassetti della storia.
Ma per toccare il Graal, si doveva sborsare per la stessa quantità di sementi fino a dieci volte di più.
Il prezzo della gloria.
E i contadini si sono fortemente indebitati.
Senonché le sementi di cotone BT si sono ammalate, infestate dal vorace verme della capsula del cotone.
Le società si erano, proprio, dimenticate di precisare che le piante non erano resistenti alle malattie locali e che si dovevano, dunque, spargere tonnellate di pesticidi in più.
Avevano, anche, omesso di indicare che le varietà in questione bevevano il doppio di acqua e danneggiavano il suolo molto velocemente.
Gli agricoltori si sono ritrovati a secco, paralizzati dai loro debiti e senza soldi per acquistare le sementi per l’anno seguente, perché le piante OGM – dotate di una tecnologia rivoluzionaria, affettuosamente, chiamata Terminator – sono state ideate perché i semi non possano ripiantarsi.
Di qui nuovi debiti... 
A questo si deve aggiungere la caduta dei corsi del cotone, negli anni 1990, che era passato da 98, 2 dollari a tonnellata, nel 1995, a 49,1, nel 2001, in particolare a causa della politica di sovvenzione americana (2). Questo calo dei corsi aveva finito per mettere in ginocchio i contadini, già indebitati, e innescato la prima ondata di suicidi, alla fine degli anni 1990.  
Oggi, l’introduzione di sementi geneticamente modificate è considerata come una seconda “rivoluzione verde” o “rivoluzione genetica” dagli osservatori indiani.
I negoziati per le licenze di utilizzazione della tecnologia BT tra la MONSANTO e la Maharashtra Hybrid Seeds Co. Ltd (MAHYCO) risalgono al 1993.
Con l’accordo del governo, la prima varietà di cotone BT – la US Cocker-312 – fu importata in India, nel 1996, e incrociata con le migliori varietà indiane, mediante back-cross, per produrre varietà di cotone BT, contenenti il gene Cry1Ac, adattate localmente.
Nell’aprile del 1998, la società di Saint-Louis acquistava il 26% delle quote della MAHYCO e creava con la sua partner indiana una fifty-fifty joint venture, la MAHYCO MONSANTO BIOTECH (MMB), destinata alla commercializzazione delle future sementi transgeniche di cotone. Contemporaneamente, il governo indiano autorizzava la multinazionale a condurre i primi esperimenti in campo di cotone BT.

“Questa decisione è stata presa fuori di ogni quadro legale.”,
denuncia Vandana Shiva, che ha ricevuto, nel 1993, il Right Livelihood  Award, per il suo impegno in favore dell’ecologia e contro l’influenza delle multinazionali agrochimiche nell’agricoltura indiana.

 “Nel 1999,”,

spiega,

“la mia organizzazione (2) ha depositato un ricorso presso la Corte Suprema per denunciare l’illegalità degli esperimenti realizzati da MAHYCO MONSANTO. Nel luglio del 2000, allorché la nostra richiesta non era stata, ancora, esaminata, questi esperimenti sono stati autorizzati su più vasta scala, vale a dire su una quarantina di siti, ripartiti in sei Stati, ma i risultati non sono mai stati comunicati, perché ci è stato detto che erano confidenziali. Il Genetic Engineering Approval Committee (GEAC) aveva domandato che fosse testata la sicurezza alimentare dei semi di cotone BT, utilizzati come foraggio per mucche e bufali, e che possono, dunque, alterare la qualità del latte, come quella dell’olio di cotone, che serve alla consumazione umana, ma questo non è, mai, stato fatto. In pochi anni, la MONSANTO ha realizzato un vero hold-up sul cotone indiano, con la complicità delle autorità governative, che hanno aperto la porta agli OGM, incuranti del principio di precauzione che l’India aveva, pur sempre, difeso.”

Il 20 febbraio 2002, l’India autorizza la piantagione di sementi di cotone modificate. La semente miracolo si chiama cotone BT ed è prodotta dalla MONSANTO. Seppure più costoso del seme classico, il cotone BT ha di che sedurre: la MONSANTO promette niente di meno che il triplo delle rese. Se si economizza sull’insetticida, l’investimento importante di partenza sarà recuperato e anche superato senza preoccupazione. Di qui, gli agricoltori indiani investono al massimo, si indebitano, se occorre, e in qualche anno, è il 90% delle superfici cotoniere del Paese a essere coperto di cotone magico.
Nel 2006, il Ministero dell’Agricoltura indiano dà l’allarme: la metà delle famiglie contadine è indebitata.
Questa pianta simbolica del mondo agricolo indiano è coltivata da più di 5mila anni e dà di che vivere a più di 17 milioni di famiglie, principalmente, negli Stati del Sud, Maharashtra, Gujerat, Tamil Nadu e Andhra Pradesh.
Nell’ottobre del 2008, un rapporto pubblicato dall’International Food Policy Research Institute (IFPRI), aveva fornito la prova che la causa del suicidio degli agricoltori, in India, fosse dovuta a diverse cause e che l’immissione del cotone BT sul mercato agricolo indiano non avesse avuto alcuna incidenza significativa su questi casi di suicidio. Questo rapporto tendeva a dimostrare che i suicidi fossero stati anteriori all’introduzione di questo cotone transgenico, nel 2002, e che il tasso di suicidi fosse abbastanza costante dal 1997. Concretamente, l’IFPRI non vedeva alcun legame tra il tasso di suicidio e lo sviluppo di cotone transgenico, mentre queste sementi erano vendute fino a cinque volte il prezzo pagato per il loro equivalente non OGM. Sulla carta, l’International Food Policy Research Institute (IFPRI) è una organizzazione che cerca soluzioni durevoli per eliminare la fame e la povertà nel mondo. L’IFPRI è uno dei quindici centri sostenuti dal Consultative Group on International Agricultural Research (CGIAR), la cui missione è di coordinare i programmi di ricerca agricola internazionale, allo scopo di ridurre la povertà e di assicurare la sicurezza alimentare nei Paesi in via di sviluppo, attraverso la ricerca agricola. Il CGIAR costituisce una alleanza di sessantaquattro membri, Governi, fondazioni private (The Rockfeller Foundation, MONSANTO) e organizzazioni internazionali e regionali. I dubbi sulla credibilità dei rapporti dell’IFRPI, si volgono verso i membri e gli sponsors dell’IFPRI, per i quali gli interessi diretti o indiretti delle multinazionali, quali la MONSANTO, sarebbero relativamente importanti.
Secondo il professor M.D. Nanjundaswamy, presidente del Karnataka Rajya Raitha Sangh (KRRS) (4), tutto sarebbe iniziato da una menzogna della MONSANTO. Il gigante dell’agroalimentare avrebbe cercato di testare la qualità di nuovi semi transgenici del cotone BT nell’ambiente indiano e avrebbe profittato della ingenuità di circa 10mila contadini, millantando un migliore raccolto.
Dopo aver tentato di far ricadere la responsabilità sui contadini indiani per aver mal utilizzato il suo prodotto, la MONSANTO doveva riconoscere l’inefficacia della sua semente. Di fronte allo scandalo e alle pressioni dei diversi movimenti, l’11 marzo 2010, la MONSANTO ammetteva, pubblicamente, che gli insetti avevano sviluppato una resistenza all’insetticida secreto da questa pianta geneticamente modificata e ritirava dal mercato i suoi semi B-Terminator.
Ma, molto prima, Greenpeace aveva, già, denunciato i rischi di resistenza che potevano sviluppare gli insetti. E non solo nei confronti del cotone BT, ma anche nei confronti delle numerose varietà di OGM, quali il mais MON 810.
Ma la MONSANTO aveva la soluzione!
Gli agricoltori dovevano passare alla seconda generazione di cotone BT, Bollguard II.
L’ammissione da parte della MONSANTO dell’inefficacia del cotone transgenico BT rientrava in una strategia di affari?
La società americana è ben disponibile a fornire soluzioni sempre più onerose ai suoi clienti.  
Per tutti coloro che sono morti, per tutti coloro che sono partiti per crepare nel fango delle bidonvilles e per tutti coloro che tentano ancora di sopravvivere, indebitandosi per acquistare un seme dalle rese misere, non cambia nulla.
Nell'ambito del tour asiatico alla conquista di nuovi mercati per i beni prodotti in America, la visita di tre giorni, in India, di Barack Obama, conclusasi l’8 novembre 2010, intendeva, essenzialmente, rafforzare le relazioni commerciali e la cooperazione nell'antiterrorismo tra i due Paesi, (http://www.bbc.co.uk/news/world-south-asia-11711007,
http://www.ibtimes.com/articles/79899/20101108/full-text-obamas-address-to-indian-parliament-on-nov8-2010.htm). Washington ha messo, da tempo, gli OGM, venduti dalla MONSANTO, al centro della sua politica economica estera. In un consesso di uomini di affari indiani e americani, Barack Obama avrebbe dichiarato:

“Gli Stati Uniti vedono l’Asia, particolarmente l’India, come il mercato dell’avvenire.”

Ma non saranno, certo, i maneggi di imprese, quali la MONSANTO, a facilitare il compito al Governo degli Stati Uniti!
In questi ultimi dieci anni, gli scambi commerciali tra India e Stati Uniti si sono triplicati, hanno raggiunto i 36,6 miliardi di dollari, nel 2010. Ma, allo stesso tempo, gli Stati Uniti sono passati dal ruolo di primo partner commerciale dell’India a quello di terzo.
Questa storia non è che un esempio nauseante, rivoltante, straziante.
Questa storia non è che un esempio, tra un numero incommensurabile di tanti altri, del valore che il capitalismo dà alla vita umana, del valore che dà alla salvaguardia e allo sviluppo delle nostre risorse.
Questa storia non è che una chiara illustrazione di come il capitalismo manipoli la natura al solo fine di trarre profitti.
È chiaro che questa semente è stata messa sul mercato senza disporre delle garanzie sufficienti sulla sua efficacia. Quello che contava, innanzitutto, era  venderla, e per questo, la promessa di rese superiori era sufficiente.
Le miserie umane, le devastazioni sulla natura non compromettono, infine, che l’avvenire commerciale del prodotto; ciò che è stato incassato resta nelle casse.
È la logica di un sistema che vive, giorno per giorno, e accumula le sue ricchezze distruggendo sempre più risorse.
Compresa la vita umana.
Non è solo il processo alla MONSANTO che conviene fare, ma quello al capitalismo.
È lui il vero colpevole.


Note:
(1) La biopirateria può essere definita come il modo in cui le multinazionali traggono vantaggio dalle risorse genetiche e dalle conoscenze tradizionali dei Paesi in via di sviluppo.
(2) Le sovvenzioni accordate agli agricoltori americani si elevano a 18 miliardi di dollari, nel 2006 (v. Fawzan Husain, “On India’s farms, a plague of suicide”, New York Times, 19 septembre 2006).
 (3) Il Research Foundation for Science, Technology and Natural Resource Policy è un istituto di ricerca, dedito, dal 1982, ad affrontare le più importanti questioni ecologiche e sociali dei nostri giorni, in stretta collaborazione con le comunità locali ed i movimenti sociali.
(4) Associazione dei Contadini dello Stato del Karnataka.


Copyright © 25 settembre 2011 ADZ
Daniela Zini


                                              

MONSANTO I. SFAMARE IL MONDO O L'AGROBUSINESS

DA UTILIZZARE AMPIAMENTE
DA DIFFONDERE LARGAMENTE

Per le generazioni della prima metà del XX secolo, la società tedesca Krupp, la britannica Vickers e la francese Schneider-Creusot erano divenute sinonimi di mercanti di morte.
Per coloro che sono nati dopo il 1945, è l’americana MONSANTO che può fregiarsi di questo sinistro appellativo. Se vi è, oggi, una società, le cui attività siano simbolo mondiale della necro-impresa, è, incontestabilmente, questa multinazionale che, dall’agent orange (http://www.youtube.com/watch?v=tznQ2Bko5X4) alla semenza Terminator, passando per la produzione di PCB, di pesticidi e diserbanti, altamente tossici, di ormoni di crescita cancerogeni e di organismi geneticamente modificati (OGM), ha ricercato i maggiori profitti, fabbricando i prodotti più nocivi. 
Chiaramente, affermando il contrario e pretendendo di promuovere la scienza della vita e la sfamazione dell’umanità…!
Questa identificazione della MONSANTO con la produzione per la morte può essere spinta più lontano ancora, perché legami stretti la associano al nazismo.
Dopo la seconda guerra mondiale, la MONSANTO era divenuta una partner Farbenfabriken, in seno alla Chemagrow Corporation. L'IG Farbenfabriken (Interessen-Gemeinschaft Farbenindustrie AG) aveva apportato un sostegno finanziario decisivo al partito nazista, negli anni 1930, e aveva prodotto il pesticida destinato ad Auschwitz e a Majdanek, all’inizio del decennio successivo, lo Zyklon-B (acido cianidrico o acido prussico).
Alla Chemagrow Corporation, chimici nazisti e americani avevano lavorato insieme alla messa a punto di armi chimiche, i primi dividendo con i secondi il frutto delle loro esperienze nei campi di sterminio della Germania hitleriana.
Nessuno si sorprenderà, dunque, di leggere dalla stessa penna di Edgar Monsanto Queeny, presidente di questa impresa dal 1943:

“I recognized my two selves: a crusading idealist and a cold, granitic believer in the law of the jungle.”
Edgar Monsanto Queeny, Monsanto chairman, 1943-63, The Spirit of Enterprise, 1934.

È l’ideologia del più forte, nutrita delle teorie economiche dei liberali manchesteriani e dei loro discepoli della scuola di Chicago.
Negli anni 1960, le grandi praterie americane divennero silenti: il numero degli uccelli canori era diminuito a causa dell’utiilizzo massivo di pesticidi. Il famosissimo libro di Rachel Carson, Silent Spring (1), dette il via alle prime campagne ecologiche americane.
Se le produzioni della MONSANTO sono tanti attacchi ai diritti fondamentali degli esseri umani, i governi reagiscono, nel caso migliore, con l’indifferenza, nel caso peggiore – e il più sovente – con la complicità.
Di fronte a questa diserzione, ai cittadini non resta che farsi carico loro stessi della qualità dei propri mezzi di sussistenza e del proprio spazio di vita.
Come?
Innanzitutto con l’informazione.
Questo è più di un reportage, è un GRIDO, lanciato a ogni persona attenta al modo in cui gli attori economici modellano le nostre vite.
Un GRIDO della società civile.
Un GRIDO cittadino.
Un GRIDO che potrà fornire le chiavi per disintossicarsi dalle menzogne degli attori politici, dalle manipolazioni della pubblicità e dalle imprecisioni di una stampa, troppo spesso, silenziosa, quasi sempre caricaturale e, talvolta, anche compiacente.
E, dunque?
Non solo ripercorrere la storia di una impresa americana, divenuta un gigante mondiale dell’agrochimica, ma mostrare come una multinazionale possa divenire, a poco a poco, una piovra, i cui tentacoli serrano i popoli di tutti i continenti, e prendere, progressivamente, il controllo del più vitale di tutti i settori: la catena alimentare e sanitaria.
Agendo sull’alimentazione e sulla salute, ci si assicura un controllo assoluto dei popoli, posti, così, in totale dipendenza.
Aldous Huxley e George Orwell sono stati superati dalla realtà.
Secondo la formula uitlizzata da uno dei quadri della MONSANTO “la captazione della totalità della catena alimentare” è l’obiettivo ultimo delle multinazionali dell’agrochimica.
Per proteggere e accrescere la produzione agricola, la MONSANTO ha proposto  pesticidi e diserbanti, le cui prestazioni, sempre più spinte, hanno finito con il mettere in pericolo le piante stesse, che volevano proteggersi. Piuttosto che rimettere in causa il produttivismo all’origine di questo uso intensivo di prodotti – che avvelenano i terreni e le riserve idriche, hanno un impatto sulla salute degli animali e dei consumatori e gravano sul budget dei coltivatori agricoli, piuttosto che dare alla ricerca l’obiettivo di diminuire la nocività dei prodotti del trattamento – la MONSANTO e gli altri giganti dell’agrochimica hanno preferito ricorrere alle manipolazioni genetiche in vivo. Perché l’oggetto della ricerca, non era il miglioramento della qualità della vita e dell’ambiente, ma la produzione di quello che era suscettibile di divenire commercializzabile.
Sono state create, dunque, specie vegetali MONSANTO che resistevano ai pesticidi e ai diserbanti MONSANTO.
E a questi soli.
Il legame di dipendenza era stabilito perché si doveva, necessariamente, fare ricorso agli uni e agli altri per garantire la produzione.
Ma non bastava forse.
Per garantire una “captazione” totale della catena alimentare e impedire ogni velleità di indipendenza degli agricoltori, il genio genetico divenne faustiano: dette vita a una semenza che germogliava una sola volta, grazie all’introduzione di un gene autodistruttore, rendeva impossibile il ricorso tradizionale alla semenza prelevata nella produzione del raccolto precedente e obbligava l’agricoltore ad acquistare, ogni anno, nuove semenze.
Era la semenza Terminator, di cui la MONSANTO aveva acquistato i diritti.
Al fine di assicurare il controllo della catena alimentare mondiale, “de la graine à l’assiette”, come ammonisce José Bové, le multinazionali dell’agrochimica, la MONSANTO in testa, si impiegano, ormai, a estendere la pratica delle manipolazioni genetiche e del brevetto a tutte le specie viventi suscettibili di servire come alimenti o come trattamenti nell’ordine vegetale, ma egualmente nell’ordine animale, dove il ricorso agli ormoni o ad altri attivatori di crescita, l’impiego di farine animali, l’uso intensivo di antibiotici, mostrano, già, che l’obiettivo non è di fornire una alimentazione di qualità, ma di soddisfare la ricerca di profitti sempre maggiori per le grinfie rapaci dell’agrochimica mondiale.
In nome di un obiettivo definito non in funzione dei bisogni reali dei popoli, ma in funzione dei profitti, ricercati da quelli che agiscono a monte come a valle della produzione agricola, un produttivismo frenetico conduce a pratiche dannose per miliardi di persone nei Paesi del sud, ma egualmente e sempre di più, nei Paesi industrializzati. Senza che gli agricoltori abbiano formulato una domanda, senza che siano stati consultati e senza che abbiano potuto esprimere una scelta.
Un modello produttivo è stato loro imposto.
La generalizzazione degli ONG, brevettati nel quadro delle politiche vantate dall'OMC, spoglierà i popoli del sud delle proprie risorse naturali e manterrà se non accrescerà la carestia e la malnutrizione.
Favorisce, già, l’esodo rurale e la desertificazione delle campagne, provocando la distruzione massiva degli eco-sistemi. Da un punto di vista sanitario, indebolisce la qualità della catena alimentare, scatenando meccanismi suscettibili di rendere incurabili certe malattie nelle piante, negli animali e negli umani.
Ma di tutto ciò, la MONSANTO si preoccupa?
Quando la qualità della vita e la sicurezza della salute lasciano indifferenti o negligenti la maggior parte dei decisionisti politici, sdegnati, a breve termine, e sensibili, poi, alle pressioni degli ambienti di affari, quando gli attori economici rifiutano ogni funzione sociale e privilegiano la ricerca sfrenata di un profitto sempre considerato insufficiente, quando la ricerca scientifica, abbandonata dalle istituzioni statali, deve vendere la sua indipendenza agli investitori di fondi privati e rinunciare, da quel momento, alla sua capacità critica e a una interrogazione permanente sul suo ruolo nella società, quella che trionfa è una organizzazione mercanteggiatrice del mondo, a beneficio esclusivo, ma considerabile, di una piccola minoranza di individui e di quanti sono al loro soldo.
Questa deriva è voluta dalle società multinazionali e accettata dai loro “staffettisti” della classe politica.


Note
(1) Il libro di Rachel Carson, il cui titolo si ispira a una poesia di John Keats, The Beautiful Lady without Pity, che contiene i versi:
“The sedge is wither'd from the lake,
 And no birds sing”,
 è stato pubblicato nel settembre del 1962.
Silent Spring, che ha contribuito al divieto del pesticida DDT negli Stati Uniti, nel 1972, è
 comunemente, ritenuto una sorta di manifesto antesignano del movimento ambientalista ed è dedicato ad Albert  Schweitzer, che disse:
 “L'uomo ha perduto la capacità di prevenire e prevedere. Andrà a finire che distruggerà la Terra.”


Daniela Zini
Roma, 6 settembre 2011
Copyright © ADZ

venerdì 26 agosto 2011

LETTERE DALL'IRAN: LETTERA DI FARZAD KAMANGAR

LETTERE DALL’IRAN
Oggi vi propongo la traduzione della:

LETTERA DI FARZAD KAMANGAR

Buongiorno ragazzi,
tutti, tutti voi mi siete mancati. Qui, io compongo canzoni di vita grazie ai dolci pensieri e ricordi che mi avete lasciato. Ogni giorno, invece di salutare voi, io saluto il sole. Al di là di questi alti muri, io mi sveglio con voi, mi diverto con voi e mi addormento con voi. Di tanto in tanto, il mio essere si accende, in ogni sua fibra, di “qualcosa che somiglia alla nostalgia”.

Vorrei, come un tempo, poter rientrare stanco da quelle che chiamavamo escursioni tra i campi, sfinito da tutto il chiasso, sbarazzare della polvere gli abiti nell’acqua limpida delle sorgenti del nostro villaggio. Vorrei poter origliare “il rumore della corrente”, mentre mi abbandono alla leggera carezza delle fronde e dei fiori, fare lezione nella fantastica sinfonia della natura e lasciare sotto una pietra i nostri libri di matematica, pieni di incognite, perché, quando un padre non può far fronte ai bisogni della propria famiglia, che importanza ha che pi greco equivalga a 3,14 o a 100,14.

Vorrei poter, come un tempo, lasciare da parte le nostre lezioni di scienze, piene di tutte le formule chimiche e fisiche del mondo, per poter salutare le nuvole che tappezzano il cielo, mano nella mano, nella brezza, in un mutare di amore e di miracolo. Attenderemo, impazientemente, il cambiamento perché Kurosh, il vostro entusiasta compagno di classe, non sia costretto ad abbandonare gli studi per lavorare, a correre su e giù per i palazzi per guadagnarsi la vita e a lasciarci. Avremmo potuto attendere questo cambiamento che dovrebbe portarci un paio di scarpe nuove, un abito nuovo e una tavola ricca di dolciumi e di ghiottonerie per il Nouruz.

Vorrei poter, ancora una volta, lontano da un direttore accigliato, scandire il nostro alfabeto curdo, recitare poesie nella nostra lingua madre, cantare e, mano nella mano, danzare, danzare e danzare.   

Vorrei poter essere di nuovo il portiere dei ragazzi di primo anno, per farvi sognare di essere Ronaldo, che segna un goal al proprio maestro, e abbracciarvi. Purtroppo, voi ignorate che nella nostra patria, i sogni e i desideri sono fuggiti sotto la polvere del tempo, prima che i nostri ritratti potessero esserne ricoperti. Vorrei poter essere l’attore fisso dello spettacolo delle ragazze di primo anno che recitano Amu Zanjir Baf. Io so che queste ragazze scriveranno, segretamente, a margine del loro diario intimo, tra qualche anno:
“Io non vorrei essere nata donna.”

Io so che siete cresciute, che vi sposerete, ma per me, restate quegli angeli puri e innocenti, i cui begli occhi portano il ricordo del bacio di Ahura Mazda.
Chissà?
Forse, voi, angeli, se non foste nate nel dolore e nella povertà, raccogliereste firme per la campagna a favore dei diritti delle donne. Se non foste nate in questo luogo dimenticato da Dio, se, all’età di tredici anni, gli occhi pieni di lacrime e di rimpianti, sotto il bianco velo verginale, non foste obbligate a dire addio alla scuola per fare l’esperienza con tutte le fibre del vostro essere “della storia amara di un cittadino di seconda classe”. Figlie della terra di Ahura, quando vi impegnerete in seno a madre natura a raccogliere foglie di menta per i vostri figli e a confezionare corone floreali di violette, ricordatevi di tutta la purezza e la gioia della vostra infanzia.

Figli della natura e del sole, so che voi non potrete più restare con i vostri compagni di classe a leggere e a ridere; dopo “il flagello della virilità”, dovrete affrontare il dolore di guadagnarvi la vita, non dimenticate la poesia, i canti, i sogni e le ragazze. Insegnate ai vostri figli a essere gli eredi “della rima e della pioggia” per il proprio Paese, nell’ora presente e per tutti i loro giorni a venire. Io vi lascio al vento e al sole, io vi lascio perché, in un futuro non tanto lontano, diate lezioni di amore e di lealtà al vostro Paese.
Il vostro compagno di infanzia, compagno di gioco e insegnante.

Prigione di Rajaj Shahr, marzo 2008

Farzad Kamangar

Traduzione di Daniela Zini
Copyright © 21 agosto 2011 ADZ

domenica 14 agosto 2011

LETTERE DALL'IRAN: LETTERA DI FARZAD KAMANGAR

LETTERE DALL’IRAN
Oggi vi propongo la traduzione della:

LETTERA DI FARZAD KAMANGAR

Dicembre 2009 – Evin

Non dimenticherò che, in questo Paese, le parole si trasformano, talvolta, in “crimini” e in “peccati imperdonabili”, se solo vengono pronunciate. Il tratto di una penna su un foglio bianco può “turbare lo spirito del lettore” e portare al perseguimento giudiziario. Esprimere i propri pensieri può essere considerato “propaganda”. La simpatia può divenire “cospirazione” e una manifestazione può essere ritenuta un tentativo di “rovesciamento (del regime)”. Le parole hanno un peso legale, quindi, si deve fare attenzione.

Non dimenticherò di educare i miei occhi a non credere a tutto quello che vedono, la mia lingua a non ripetere tutto. Quello che sento, ogni notte, non è un grido, un’onda o una tempesta. Ogni notte, sento l’eco “della polvere e della sporcizia” che tengono sveglia la città, tutta la notte.  

Non dimenticherò che in città, non vi è né povertà, né protesta, né inflazione, né disoccupazione, né ingiustizia, né fame, né disuguaglianza, né oppressione, né tirannia, né menzogna, né condotta immorale e contraria all’etica. Sono parole usate e difese dai nemici.

Ora, nondimeno, sotto la pelle della città, accade qualcosa che suggerisce al poeta le parole, che ispira un soggetto e una sceneggiatura al regista, che rende il coraggio agli anziani e la speranza ai giovani, qualcosa che spinge i disillusi e i disperati ad agire. Ora, il cuore del mondo sembra battere nella città.

È come se Tehran fosse divenuta il meridiano di Greenwich del mondo: un riferimento. Nessuno dorme finché gli abitanti della città non si addormentano. E finché non si svegliano, il nostro emisfero non vede la luce del giorno.

Ora, alcun bisogno di percorrere il mondo per sapere dove il cuore fa soffrire, dove lo schizzo d’inchiostro abbandona alla solitudine. Alcun bisogno di recarsi nelle regioni in crisi per trovare soggetti da fotografare. Per comporre o per cantare, alcun bisogno di sentire il dolore dei palestinesi, degli iracheni e degli afghani.  Le note e i ritmi si accorderanno a quelli delle madri inquiete della città. Il ritmo profondo della musica si accorderà al ritmo della bastonatura sulla schiena e sul capo del popolo.

Ora, il tempo di luglio è divenuto autunno. Racconta di una foresta mutata in deserto. Si vede tutto, anche se la televisione è cieca. Si sente tutto, anche se la radio è sorda. Le parole non scritte appaiono dietro le righe nere dei giornali, anche se il giornale è divenuto muto. Si sente, si comprende tutto, nonostante la cinta delle spesse alte mura di Evin.  

Ora, io non erro più solo nelle stradine della nostra città. Il mio cuore è sempre in Haft-e tir Square, in Enqelab Avenue e in Jomhuri Avenue. Avevo un fiore in mano; l’ho offerto alle madri in lutto della città.

Oggi, non si tratta più soltanto della solitudine di Ebrahim nella prigione di Sanandaj, né dei miei fratelli e delle mie sorelle, isolati nelle prigioni di Sanandaj, Mahabad e Kermanshah. Le loro sofferenze mi opprimono il cuore. Ho dozzine di fratelli e sorelle detenuti qui. Io scoppio in lacrime quando vedo i loro volti sofferenti e le loro vesti strappate. Io sono fiero di avere tali fratelli e tali sorelle.

La città non è più quel luogo che mi era straniero, grigio, inquinato, soffocato da alti edifici. Ora, la città è piena di Nede e di Sohrab. Come se, al termine di lunghi anni, la “farfalla della libertà” avesse attraversato la città, in volo, per giungere fino al cuore del popolo.

Prigione di Evin, 5 dicembre 2009

Farzad Kamangar

Traduzione di Daniela Zini
Copyright © 13 agosto 2011

http://www.youtube.com/watch?v=YSWFQbpz7kI

http://www.youtube.com/watch?v=3ljnlCoz_Qc

http://www.youtube.com/watch?v=9IOJlOt3rfE&feature=related

http://www.youtube.com/watch?v=u15EVv_nEhQ

domenica 7 agosto 2011

LETTERE DALL'IRAN: LETTERA DI HAMID TAQVAI A LUIS MORENO-OCAMPO

LETTERE DALL’IRAN
Oggi vi propongo la traduzione della:

LETTERA DI HAMID TAQVAI A LUIS MORENO-OCAMPO


Signor Luis Moreno-Ocampo
Procuratore capo
Corte Penale Internazionale
Unità dell’ Informazione e delle Prove
Post Office Box 19519
Aia, Paesi Bassi

Signor Luis Moreno-Ocampo
Le scrivo, in nome del popolo dell’Iran per chiedere alla Corte Internazionale di perseguire Khamenei, guida suprema della Repubblica Islamica dell’Iran, per crimini contro l’umanità.

Esiste una ampia documentazione su tali crimini, dall’instaurazione della Repubblica Islamica dell’Iran, tuttavia, la repressione condotta contro le manifestazioni del mese di giugno è un motivo più che sufficiente per un tale perseguimento.

Venerdì 19 giugno, nel suo discorso della preghiera del venerdì, Khamenei ha chiesto la fine delle proteste in strada e ha minacciato i dimostranti che non si sarebbe potuto ritenere responsabile per “il bagno di sangue e il caos” che sarebbero seguiti a queste manifestazioni. Il giorno seguente, le forze di sicurezza del governo, quali i bassiji, i pasdaran, le forze di polizia e gli agenti in civile, hanno occupato le strade e hanno attaccato, alla cieca, i manifestanti. Se una informazione completa non è disponibile,  abbiamo raccolto 56 nomi di persone uccise, il numero totale degli uccisi è, chiaramente, più elevato. Migliaia di persone sono state, anche, arrestate, abbiamo sentito parlare di 3mila arresti solo a Tehran. Abbiamo, già, messo a punto una lista di diverse centinaia di nomi di persone arrestate. Ben più elevato è il numero dei feriti.

Assassinii di manifestanti
Il giorno dopo che Khamenei aveva minacciato i manifestanti, la giovane Neda Aqa-Soltan di 27 anni, è morta per un colpo partito dalle forze di sicurezza, il 20 giugno. I testimoni oculari sostengono che si sia, chiaramente, mirato e sia stata colpita al petto. Vi è stato anche un mandato nei confronti del medico che era sul posto, che aveva cercato di aiutarla, ed era stato, poi, il primo a informare il mondo di quanto era accaduto. Tra gli altri morti, vi sono lo studente di chimica Kianush Asa, che è stato portato dentro dal suo dormitorio dell’università e trovato morto all’obitorio, dieci giorni più tardi, con evidenti segni di tortura; Hossein Tahmasbi, 25 anni, picchiato a morte dalle forze del regime e Ashkan Sorbi, colpito in pieno petto da tre proiettili, morto nel tragitto all’ospedale. Sono inclusi in una lista di 56 morti che unisco alla mia lettera.

Vi sono anche rapporti su numerose persone scomparse, che si teme siano morte. Alcuni rapporti citano una guardia di prigione, che parla di corpi traslati fuori della prigione di Evin e sepolti in fosse comuni in zone della prigione accessibili ai servizi di informazione dei bassiji e dei pasdaran.

Vi sono anche i rapporti delle famiglie dei morti, cui è stato chiesto di “sborsare” somme di denaro,spiantare
 anche pari all’equivalente di 3mila dollari, per riavere i corpi dei propri cari. Un esempio messo in luce dai media è quello della famiglia di Neda Aqa-Soltan, che ha dovuto faticare non poco per ottenere dalle autorità iraniane la restituzione del corpo. Secondo il fidanzato, intervistato dalla BBC farsi (http://www.youtube.com/watch?v=GTkzyyv0DuA), “è stata portata in un obitorio fuori Tehran. I funzionari dell’obitorio hanno chiesto di poter espiantare parti del suo corpo da trapiantare in pazienti.

Non hanno ben chiarito cosa intendessero fare. La famiglia ha dato l’assenso pur di riavere il corpo, il prima possibile. L’abbiamo sepolta nel cimitero Behesht-e Zahra, nel sud di Tehran. Ci hanno chiesto di seppellirla in una sezione del cimitero, dove, sembra, le autorità abbiano riservato posti speciali per coloro che sono morti durante gli scontri.” Questa sezione è stata chiamata dal regime “sezione degli ipocriti”. Il governo ha anche vietato alla sua famiglia e alle altre famiglie dei morti di fare funerali pubblici.

Trattamenti dei feriti
Abbiamo ricevuto numerosi rapporti di persone ferite, anche in modo grave. I dottori e gli infermieri sono scesi in strada per protestare contro il trattamento dei feriti. Molti non hanno potuto raggiungere le proprie famiglie. Alcuni sono stati buttati giù dal letto di ospedale e portati in prigione.

Torture, maltrattamenti e situazione dei detenuti
 I rapporti di torture e di stupri sono ricorrenti. Abbiamo ricevuto rapporti che riferiscono di prigionieri selvaggiamente torturati con l’intenzione di uccidere. Secondo un testimone oculare, in un recente raduno di familiari davanti alla prigione di Evin, uno dei prigionieri, liberati durante il raduno, aveva raccontato di essere stato arrestato nei pressi di Afsariyeh a Tehran e condotto in un luogo segreto. Era stato tenuto senza mangiare per 48 ore. Vi erano là dove stava, 500 persone detenute nello stesso ambiente, senza alcuna possibilità di accesso a docce e sanitari. Dopo 48 ore, avevano dato loro pane, patate e formaggio. Quando si erano lamentati, era stato risposto loro:
“Siete dei contro-rivoluzionari, ringraziate di non essere stati uccisi.” 

Il prigioniero liberato aveva raccontato che tutti erano stati selvaggiamente picchiati. Un uomo di 48 anni sottoposto a scariche elettriche era morto, quando era là. Numerosi prigionieri della sua cella erano gravemente feriti, con braccia e gambe rotte. Aveva riferito di essere stato mandato alla prigione di Evin, dove gli avevano detto:
“Tu hai protestato contro il regime islamico, ti faremo qualcosa per cui non sarai più in grado di ritrovare la tua casa, una volta uscito di qui.”
Secondo questi, molti a Evin sono in pericolo di vita.

Abbiamo anche sentito da una donna che sua figlia era stata picchiata alla cieca per quattro giorni, poi, gettata fuori di prigione in strada, in tarda notte. Un passante l’aveva presa a bordo della sua auto e l’aveva ricondotta a casa. Dalla sua liberazione, aveva tentato più volte il suicidio. Sua madre temeva che fosse stata violentata.

Molti detenuti hanno confessato alla televisione di Stato iraniana di essere stati influenzati da poteri esterni. Chiaramente, lo hanno fatto forzatamente.

Unisco una lista di una parte degli arrestati. Le famiglie degli arrestati si sono radunate davanti alla prigione di Evin o al tribunale di Tehran per reclamare la liberazione dei propri figli e chiedere cosa ne sia di loro. Le famiglie sono state minacciate. Le madri degli scomparsi e dei morti si sono, anche, radunate in diversi parchi e sono state aggredite dalle forze di sicurezza.

Il Partito Comunista-Operaio d’Iran ha iniziato a raccogliere le proteste del popolo contro Ali Khamenei attraverso la rete televisiva New Channel in Iran e farà tutto il possibile per portare in giudizio le prove a sostegno contro Ali Khamenei.

Nell’attesa di una sua risposta e di una sua azione rapida, sinceramente.

Hamid Taqvai

Traduzione di Daniela Zini
Copyright © 7 agosto 2011 ADZ

sabato 6 agosto 2011

LETTERE DALL'IRAN: MESSAGGIO DI JAFAR PANAHI

LETTERE DALL’IRAN
Oggi vi propongo la traduzione del:

MESSAGGIO DI JAFAR PANAHI


Questo messaggio è stato fatto pervenire da Jafar Panahi ad Abbas Bakhtiari, direttore del Centre Culturel Pouja (http://www.youtube.com/watch?v=EEQIfYaNm9Y&feature=player_embedded).


Con la presente dichiaro i maltrattamenti subiti nella prigione di Evin:

Sabato 15 maggio 2010, le guardie della prigione sono entrate, all’improvviso, nella cella n. 56. Ci hanno portati fuori, me e i miei compagni di cella, ci hanno fatto denudare e tenuto al freddo per un’ora e mezza.

Domenica mattina, mi hanno condotto nella sala degli interrogatori e mi hanno accusato di aver filmato l’interno della mia cella, cosa che è, del tutto, falsa. Hanno, poi, minacciato di arrestare la mia famiglia e di maltrattare mia figlia in una prigione insicura nella città di Rajai Shahr. 

Non ho bevuto né mangiato da domenica mattina e dichiaro che, qualora le mie volontà non fossero rispettate, continuerei, ogni mio istante, a non bere né a mangiare. Io non posso essere un topo da laboratorio, vittima dei loro giochi perversi, minacciato e torturato psicologicamente.

Le mie volontà sono:
-      la possibilità di contattare e di vedere la mia famiglia e l’assicurazione totale della loro sicurezza;
-      il diritto di avere e di comunicare con un avvocato, dopo 77 giorni di prigione;
-      una libertà incondizionata fino al giorno del mio processo e della sentenza finale.
-      infine, giuro sul cinema, nel quale credo, che cesserò lo sciopero solo quando le mie condizioni saranno accettate.

La mia ultima volontà è che la mia salma sia resa alla mia famiglia affinché possa seppellirmi ove desideri.

Jafar Panahi

Traduzione di Daniela Zini
Copyright © 6 agosto 2011 ADZ


venerdì 5 agosto 2011

LETTERE DALL'IRAN: L'ULTIMA LETTERA DI HOSSEIN KHEZRI

LETTERE DALL’IRAN
Oggi vi propongo la traduzione della:

ULTIMA LETTERA DI HOSSEIN KHEZRI
prigioniero curdo giustiziato in Iran


Il prigioniero politico curdo Hossein Khezri, arrestato, nel 2008, e condannato a morte per appartenenza al Partito per una Vita Libera in Kurdistan (PJAK), in un’udienza di dieci minuti, veniva giustiziato, il 15 gennaio 2011, secondo i responsabili della prigione centrale di Orumieh, nel Kurdistan iraniano, ma, secondo il proprio avvocato e la propria famiglia, l’esecuzione aveva avuto luogo, il 5 gennaio. Era l’ottavo prigioniero curdo giustiziato dal 2007, per “presunti legami” con questa organizzazione.

Una udienza di dieci minuti
Mi chiamo Hossein Khezri. Sono nato a Orumieh, nel Kurdistan orientale (iraniano). Sono stato arrestato, nel 2008. Il 18 maggio 2009, sono comparso, per la prima e ultima volta, davanti al giudice della corte della rivoluzione di Orumieh. L’udienza si è aperta in presenza di un procuratore e di un agente della VEVAK (i servizi di informazione iraniani). All’inizio dell’udienza, la persona mandata dai servizi di informazione mi ha minacciato perché io non dicessi niente sulle torture. Io non ho avuto il diritto di difendermi durante l’udienza farsa di dieci minuti e sono stato condannato a morte. È stato un processo sospetto e illegittimo. Come avremmo potuto, io e il mio avvocato, difenderci in dieci minuti!

Una farsa, non una udienza
Io mi sono sempre posto questa domanda:
“È possibile che questa farsa sia messa in scena perché “il criminale” è presente in aula e la sua condanna a morte è pronunciata davanti a lui?”
Per me, questo spettacolo comico è stato realizzato unicamente per questo.    
Durante l’udienza, ho detto al giudice, di nome Darvish, che rigettavo la maggior parte delle mie deposizioni, perché mi avevano obbligato a firmarle sotto torture psicologiche e fisiche indescrivibili. Nonostante le mie insistenze, il giudice non mi ha ascoltato e ha pronunciato la pena di morte.
La condanna è stata confermata, il 2 agosto 2008, dalla corte suprema della giustizia iraniana. Questa decisione mi è stata notificata, l’8 agosto, nella prigione di Orumieh.

Io sono stato privato di tutti i miei diritti
Innanzitutto, vorrei dire che ho cercato di beneficiare di tutti i diritti previsti dalla legge e ho avanzato istanze alle autorità per impedire questa ingiustizia, prima della notifica della decisione. Ho raccontato delle torture inumane che mi erano state inflitte e ho sporto denuncia contro le pratiche illegali, inumane... questa denuncia è stata inoltrata dalla corte di Orumieh alla corte suprema. In seguito alla mia denuncia, sono stato convocato, il 7 agosto 2009, dalla ottava camera della corte. Ho raccontato delle torture e dei trattamenti inumani e ho, anche, presentato il rapporto medico, che confermava le torture, ma la corte ha ignorato quello che ho detto. Tutte le mie istanze, a norma di legge, sono state respinte. Il 2 febbraio 2010, ho presentato alle autorità il mio rapporto accompagnato da una lettera, ma la corte ha rifiutato, ancora una volta, e sono stato consegnato ai servizi di informazione di Orumieh.

Io non ho mai accettato di divenire un informatore
Per tutto il tempo, nella prigione centrale di Orumieh, sono stato, spesso, minacciato. Mi minacciavano di morte per la denuncia sporta contro di loro. Volevano che confessassi davanti alle telecamere. Volevano anche che smentissi le torture. E, in cambio, mi promettevano la revisione del processo e la commutazione della condanna a morte. Tali erano i loro atteggiamenti nei miei confronti, ma io non ho mai accettato di divenire un informatore.

Chi è il responsabile della morte di mio padre?
La mia famiglia era molto preoccupata per me. Le forze dell’ordine volevano che la mia famiglia vivesse nella paura. Mio padre si era recato presso i servizi di informazione, a Orumieh, per avere notizie del mio caso, ma aveva ricevuto risposte false e contraddittorie. Mio padre, che voleva avere notizie delle mie condizioni, è morto per la gran pena, di una crisi cardiaca davanti all’edificio dei servizi di informazione. La morte di mio padre è un crimine in più della repubblica islamica d’Iran. E stato un duro colpo per la mia famiglia. La morte di mio padre, in questo modo, è stata cento volte più pesante per me della mia esecuzione.
Chi è il responsabile della morte di mio padre?
Dio lo sa!
Dopo la sua morte, in luogo delle condoglianze, le autorità hanno fatto il contrario e mi hanno trasferito nella prigione di Qazvin (una città dell’Iran situata a ovest di Tehran). Mio padre non era al corrente di questo trasferimento. Per più di cento ore le mie mani e i miei piedi sono stati legati e i miei occhi bendati. Mi hanno detto che era giusto un cambiamento di luogo. Immaginatevi la situazione di un uomo che ha perso suo padre...

Io non ho aderito ad alcuna azione armata
Lo Stato iraniano, la procura e la corte mi considerano un mohareb (nemico di Dio). È il motivo della mia condanna. Io non ero armato, al momento del mio arresto perché facevo attività politica, ma è, per questo motivo, che sono stato arrestato. Io non ho aderito ad alcuna azione armata contro lo Stato iraniano. A Kermanshah (una città nel Kurdistan iraniano), sono stato tenuto, per otto mesi, in una cella. Ho subito torture fisiche e psicologiche ad al-Mahdi, l’edificio dei servizi di informazione, nella città di Orumieh.

La morte era meglio che vivere
Ho tentato, due volte, il suicidio per le torture e i maltrattamenti inumani che mi hanno inflitto, ininterrottamente, negli otto mesi di isolamento totale. Morire era meglio che vivere. Immagino che sia raro vedere una persona sola in una cella subire, continuamente, torture e non avere contatti con la propria famiglia e il mondo esterno per tutto il tempo!
È ora evidente che sarò giustiziato. Credo che la mia esecuzione possa avvenire a ogni istante. Anche in questi ultimi giorni, mi impediscono di raccontare, liberamente, delle torture subite e delle mie condizioni di salute.

Fate sentire le nostre voci
In queste condizioni di isolamento e di repressione intensiva, faccio un appello alle istituzioni internazionali, alle organizzazioni dei diritti umani e, in particolare, a coloro che si battono per i diritti dei prigionieri:
“Fate sentire le nostre voci soffocate, la voce dei prigionieri in Iran, all’umanità.”

Traduzione di Daniela Zini
Copyright © 1 agosto 2011 ADZ