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Informazioni personali

martedì 19 luglio 2011

LETTERE DALL'IRAN: LETTERA DI NASRIN SOTOUDEH A SUA FIGLIA MEHRAVEH

LETTERE DALL’IRAN
Oggi vi propongo la traduzione della:

LETTERA DI NASRIN SOTOUDEH
A SUA FIGLIA MEHRAVEH

Alla mia carissima Mehraveh, mia figlia, mia fierezza e mia gioia,

Ti saluto dal blocco 209 di Evin e spero che tu stia bene. Vengo a te senza preoccupazione, senza tristezza e senza pianto, ti saluto, il cuore pieno di amore e dei migliori auspici per te e per il tuo amatissimo fratello.

Sono sei mesi che mi hanno separato da voi, miei figli diletti. In questi sei mesi, voi avete avuto il diritto di vedermi solo raramente e unicamente in presenza degli agenti di sicurezza. Per tutto questo tempo, io non ho mai avuto il permesso di scrivervi, di ricevere una foto o anche solo di incontrarvi liberamente, senza restrizioni di sicurezza. Mia cara Mehraveh, più di chiunque altro tu comprendi la tristezza del mio cuore e il momento in cui abbiamo avuto il permesso di incontrarci. Ogni volta, dopo ogni visita e ogni giorno, io mi sono chiesta se avessi, sufficientemente, considerato e rispettato i diritti dei miei figli. Io avevo, soprattutto, bisogno di essere certa che tu, mia figlia amatissima, la cui saggezza è per me un articolo di fede, non mi accusassi di violare i diritti dei miei figli.

Mia carissima Mehraveh. Ho iniziato a riflettere sui tuoi diritti e su quelli di tuo fratello dal primo giorno del mio arresto. Proprio per la tua età, io mi preoccupo soprattutto per te. Mi preoccupo della tua capacità di sopportare questa situazione, del modo in cui la giudichi, del tuo morale e, cosa più importante, mi preoccupo degli effetti che tutto ciò avrà sui tuoi rapporti con i compagni di classe. Non mi è, tuttavia, occorso molto per tranquillizzarmi e ho compreso che io, o piuttosto noi, saremo capaci di restare saldi e fedeli alle nostre convinzioni.    

La tua forza e la tua determinazione non hanno niente da invidiare alle mie. Ti avevo detto: “Figlia mia, spero che tu non creda mai che io non pensi a te o che sia, a causa delle mie azioni, che io sia stata punita.” Ho proseguito con fiducia: “Tutto quello che ho fatto è legale ed è nell’ambito della legge.” È allora che tu hai accarezzato amorevolmente il mio volto con le tue piccole mani per rassicurarmi: “Lo so, mamma… Lo so…” È quel giorno che, grazie al modo fiducioso con cui hai parlato, mi sono sentita liberata dall’angoscia di essere giudicata da mia figlia.   

Mia carissima figlia, le mie preoccupazioni per i tuoi rapporti con i compagni di classe erano anch’esse senza fondamento; la giovane generazione è sempre più matura, intellettualmente, rispetto alla generazione precedente.

… E io ho, dunque, potuto liberarmi da tutte le mie preoccupazioni per stare diritta e salda. E questo, è a te e a tuo padre che lo devo.

Mia carissima Mehraveh, permettimi di condividere con te qualche ricordo più amato. Quando scende la notte, distesa in prigione, penso, spesso, al modo in cui ti facevo addormentare. Di tutte le canzoni e le ninne nanne che ti cantavo quando tu ti coricavi, preferivi quella intitolata “Le fate”. Ogni notte, prima di addormentarti, mi chiedevi di intonarla ed era una gioia iniziare con…
C’erano una volta tre fate sedute completamente nude al calar della sera...

Mia carissima figlia, sei tu che mi hai incoraggiata a occuparmi dei diritti dei bambini. Io pensavo, allora, e lo penso ancora, che di tutto il mio lavoro per i diritti dell’infanzia avrebbero beneficiato, innanzitutto, i miei figli. Ogni volta che tornavo a casa dal tribunale, dopo aver difeso un bambino maltrattato, io vi stringevo te e tuo fratello, tra le mie braccia e mi era difficile staccarmi da quell’abbraccio. A tutt’oggi, non comprendo ancora il perché… Forse, stringendovi a me volevo compensare il dolore dei bambini, vittime dei maltrattamenti.  

Mi ricordo che, una volta, mi hai detto che non volevi compiere diciotto anni. Quando te ne ho chiesto la ragione, tu mi hai risposto che non ti avrebbe fatto piacere non potere più gioire dei privilegi dell’infanzia e non essere più una bambina. Tu non puoi neppure immaginare quanto la tua risposta mi abbia reso felice. Io non riesco a ricordarmi quante volte tu abbia rammentato, a tuo padre e a me, che tu fossi ancora una bambina, che non avessi ancora diciotto anni e che dovessimo, dunque, rispettare la tua infanzia e i tuoi diritti di bambina… 

Tu hai preteso che noi rispettassimo i tuoi diritti di bambina e io sono così felice che tu lo abbia fatto, perché, talvolta, la negligenza può condurre a mancare di rispetto ai diritti degli altri, anche se questi altri sono i nostri stessi figli. Con i tuoi occhi e le tue parole di bambina, hai ricordato a noi adulti, che ci consideriamo dei difensori, l’importanza del rispetto dei diritti degli altri, dell’esigenza dei propri diritti, della giustizia, della legalità, dell’eguaglianza e di altre cose di pari importanza.

Mia carissima Mehraveh, come non ho mai potuto mancare di rispetto ai tuoi diritti e ho, sempre, cercato di fare tutto il possibile per proteggerli, così io non ho mai potuto mancare di rispetto ai diritti dei miei clienti.

Come avrei potuto abbandonare dall’annuncio della mia convocazione, sapendo che i miei clienti erano dietro le sbarre? Come avrei potuto abbandonarli dal momento che mi avevano scelta per consigliarli e attendevano il loro processo? Mai… io non avrei mai potuto fare questo.

In conclusione, io voglio dirti ancora una volta che desideravo solo proteggere i diritti di tutti e, più particolarmente, quelli dei miei figli, proteggere il tuo avvenire è quello che mi ha spinto a patrocinare queste cause in tribunale. Io credo che il dolore che la nostra famiglia e le famiglie dei miei clienti abbiano dovuto sopportare in questi ultimi anni non sia vano. La giustizia arriva proprio quando i più hanno perduto la speranza. Arriva quando meno si aspetta. Ne sono certa. Tutto ciò che ti auguro, è una infanzia piena di felicità e di gioia. Se tu sei disturbata dagli inquirenti e dai giudici a causa del mio processo, accorda loro la pace e la tranquillità con il tuo modo di bambina perché anche noi possiamo accedere alla tranquillità e alla pace dello spirito che meritiamo.

Tu mi manchi mia diletta e io ti invio mille baci.

Mamma Nasrin

Traduzione di Daniela Zini
Copyright © 18 luglio 2011 ADZ







sabato 9 luglio 2011

LETTERE DALL'IRAN: MESSAGGIO MESSAGGIO DI SAID POURHEYDAR

LETTERE DALL’IRAN
Oggi vi propongo la traduzione del:

MESSAGGIO DI SAID POURHEYDAR
In ricordo dell’amico Reza Hoda Saber,
mio compagno di cella a Evin


12 giugno 2011 – 20.30 ora di Tehran
Le lacrime continuano a scorrere sulle mie gote. Io non so cosa scrivere. Hoda ci ha lasciato anche lui; un uomo che amavo, che adoravo; un amore e una ammirazione mai provate prima di incontrarlo. Hoda e io condividevamo la cella 3 del blocco 350 di Evin. Hoda era un modello di dignità e di umanità.

Said Matinpour, Hoda e io avevamo l’abitudine di cucinare per i nostri compagni di cella. Ogni sera, noi camminavano lungo il corridoio e parlavamo per una mezz’ora. Discutevamo del Movimento Verde e del suo futuro, dell’Alleanza Nazional-Religiosa (il gruppo politico di Melli-Mashabi), della storia della resistenza in Iran e di Ezzatollah Sahabi.

Sapevo che Hoda non avrebbe sopportato la morte di Ezzatollah e di Haleh. La notizia del suo sciopero della fame, come quella di Amir Khosrow (Dalirsani), mi ha molto inquietato. Sapevo delle sue condizioni fisiche, l’indifferenza delle autorità della prigione, come dei responsabili dell’infermeria, non ha fatto che accrescere le mie inquietudini. Comprendevo pienamente la sua situazione precaria.

Mi ricordo che, una volta, la sua pressione scese talmente che svenne. Noi lo portammo in infermeria. Una mezz’ora più tardi, anziché portarlo in ospedale, lo ricondussero in cella nelle stesse condizioni fisiche. Gli avevano dato dell’acqua zuccherata e gli avevano fatto una endovenosa. Lo consideravano, dunque, guarito. Era un po’ pallido ma era sempre forte e incrollabile. Avevo l’abitudine di scambiare le mie clementine con le sue patate. Diceva sempre che le clementine zuccherine erano buone per lui. 

Quando ho appreso il decesso di Ezzatollah Sahabi, ho chiesto a Dio di fare in modo di risparmiare la notizia a Hoda. Mi sono, anche, augurato che fosse trasferito in isolamento, quel giorno, perché sapevo che non lo avrebbe sopportato. Nonostante Hoda fosse stato abbastanza forte da sopportare uno sciopero della fame, sapevo che ne avrebbe iniziato uno per protestare contro la morte di Haleh. Sapevo che lo avrebbe proseguito fino alla fine… Ed è quello che ha fatto.

Sono incapace di scrivere…
Sono sommerso dalle lacrime. Il mio corpo è pervaso da un sentimento di tristezza e di collera…

12 giugno 2011 – 21.30 ora di Tehran
Mio caro Hoda, hai sofferto?
Ti sei lamentato fino all’alba a causa di un dolore al petto senza che nessuno venisse in tuo aiuto?
Hoda ti ricordi quando ho avuto un dolore al petto e tu mi hai messo una compressa sotto la lingua nel cuore della notte?
Dove ero io Hoda per aiutare il tuo cuore affaticato?
Io vorrei che tu ti sia ricordato che le compresse erano ancora sotto il letto, là dove le avevi lasciate l’ultima volta che me le hai date…
Dio, mi senti tu?!

Traduzione di Daniela Zini
Copyright © 9 luglio 2011 ADZ

martedì 5 luglio 2011

LETTERE DALL'IRAN: MESSAGGIO DELLA MADRE DI FARZAD KAMANGAR

LETTERE DALL’IRAN
Oggi vi propongo la traduzione del:

MESSAGGIO DELLA MADRE DI FARZAD KAMANGAR


Ho, già, detto, più volte, nei miei messaggi e lo dirò di nuovo: noi dobbiamo pensare ai nostri cari prigionieri e non lasciare che siano chiusi, torturati, uccisi in prigione. Nessun prigioniero sarà liberato se non faremo niente, perché quelli che decidono della sorte dei prigionieri sono gli individui più crudeli e indifferenti. Per spezzare questa sbarra, la solidarietà è essenziale.

Dovrebbe esserci solidarietà tra le famiglie e tutti dovrebbero aiutarle. Di sicuro, questo sostegno non c’è. Noi dovremmo chiedere perché i nostri cari stiano in carcere quando sono innocenti; noi dovremmo chiedere che cosa autorizzi le autorità ad ammazzare i nostri figli. A dispetto degli anni trascorsi, molte famiglie ignorano ancora in quale prigione stiano rinchiusi i propri figli e, perfino, se siano ancora in vita o se siano stati, già, ammazzati. Le famiglie, i cui figli sono stati ammazzati, non sanno dove siano stati sepolti.

Migliaia di famiglie vagano, come me, di città in città.
Quale legge, quale Dio e quale essere umano può accettare ciò?
Quale crimine aveva commesso Farzad?
Si limitava a dire che un essere umano dovrebbe vivere come un essere umano. È per questo che le autorità hanno imprigionato mio figlio e lo hanno giustiziato.

Naturalmente, vi sono altri giovani che vogliono vivere come esseri umani ed esprimono gli stessi desideri di mio figlio.
Perché dovrebbero stare in prigione?
Per quanto tempo ancora, le madri soffriranno, piangeranno e si vestiranno di nero per il lutto?
Sono una madre che ha molto sofferto quando suo figlio Farzad era in prigione e che soffre ancora adesso perché le autorità glielo hanno strappato. Comprendo, dunque, quello che le altre madri attraversano, giorno e notte, per i propri figli. Sono anch’io una madre e non voglio, dunque, né dolore, né sofferenza per nessuno, neppure per i miei nemici. Non voglio che nessuna madre soffra per il proprio figlio.

Le mie parole sono rivolte a tutte le famiglie dei prigionieri politici e a tutti gli esseri umani. L’unica soluzione a questa situazione sta nella solidarietà. Dobbiamo unirci, all’interno del Paese, ma anche all’estero. Chiedo a tutte le organizzazioni per la difesa dei diritti umani di non dimenticare i giovani di questo Paese e di non lasciare alle autorità imprigionare e assassinare i nostri giovani. È tutto.

Vi abbraccio tutti.


traduzione di Assunta Daniela Zini
Copyright © 5 luglio 2011 ADZ

lunedì 4 luglio 2011

LETTERA APERTA AD ALI KHAMENEI

a mia sorella Maryam Majd, 25 anni
fotografa-giornalista detenuta nel carcere di Evin, a Tehran

Carissima Mary,
che tu sia a un passo da me o altrove, io ti sento.
Daniela

LETTERA APERTA AD ALI KHAMENEI
di
Daniela Zini

“Il femminismo non ha mai ucciso nessuno,
il maschilismo uccide tutti i giorni.”
Benoîte Groult


Entrando nella sede delle Nazioni Unite a New York si legge:


Bani Adam a’za-ye yek peikarand,
Ke dar afarinesh ze yek gouharand.
Chu ‘ozvi be dard avard ruzgar,
Degar ‘ozvha ra namanad qarar.

To kaz mehnat-e digaran bi ghammi,
Nashayad ke namat nehand Adami.

I figli dell’Uomo sono parti di un unico corpo,
Originate dalla stessa essenza.

Se il destino arreca dolore a una sola,
Anche le altre ne risentono.

Tu, che del dolore altrui non ti curi,
Tu non sei degno di essere chiamato Uomo.


Abu ‘Abdallah Mosharref-od-Din b. Mosleh Sa’di, Golestan
traduzione dal persiano di Daniela Zini

Quel 12 giugno 2009, Satana ha usurpato il potere con lo stupro, la tortura e l’assassinio.
Che cosa può trarre di positivo un maschio dalla arrogante presunzione di appartenere a una casta superiore soltanto perché nato maschio?
“Quello che gli pende lo difende.”
Quando da bambine facciamo la scoperta di avere “qualcosa in meno” dei maschi, nessuno ci rassicura sul valore del nostro sesso, perché nessuno ci crede. Non ci crede nostro padre, tanto meno nostra madre. Non ci credono gli uomini, ma neppure le donne. Tra le donne, infatti, non esiste l’orgogliosa solidarietà di sesso che esiste tra gli uomini: mentre il “noi uomini” ha il significato di un orgoglioso trionfo di coloro che appartengono a un gruppo privilegiato, “il noi donne” ha il tono recriminatorio degli oppressi. Nessuna donna vorrebbe, seriamente, essere un maschio e possedere il pene, ma la maggior parte delle donne desidererebbe avere i privilegi e le possibilità che sono legati al fatto di possederlo.
Io non ho fatto l’esperienza del freddo e della fame.
Io non ho subito la tortura.
Io non ho conosciuto la schiavitù.
Io sono una privilegiata.
Io ho potuto, per nascita, educazione e caso, in certa misura, sfuggire alle pressioni della società.
Un uomo o una donna che scrive non appartiene più al suo sesso!
Sfugge perfino all’umano.
All’origine della mia scrittura vi è il ricordo di una rivoluzione. 
Inteso, in senso storico, intellettuale e, astrattamente, etico, il mutamento – di stato, di regime – ha sempre una “ragione efficiente”, che non è riconducibile al semplice evento, che, anzi, è radicata tanto lontana da esso da apparire una guida remota e sicura di ogni scelta umana. Considerata con lungimiranza, tale “ragione efficiente” si eleva al di sopra delle contingenze politiche o geografiche e si afferma come “coscienza di un’altra vita”, come “aspirazione segreta verso la divinità”. Per analizzare una trasformazione così profonda da coinvolgere la vita di tanti uomini, implicandoli, uno a uno, in un nuovo ordine sociale, occorre uno sguardo non solo curioso, ma anche critico.
Chi interroga la storia deve, allo stesso tempo, mettere in questione se stesso.
Il mutamento quale esso sia, non appartiene solo al passato, alla casualità, anzi la sua natura è trascendentale: solo la coscienza è in grado di legittimarlo e di erigerlo a principio. Il sovvertimento politico, qualora se ne ricerchino le origini, si rivela di natura morale e, in ciò, coinvolge direttamente l’individuo.
Letteratura e potere non sono mai andati d’accordo.
Il potere è dalla parte dell’ordine e della responsabilità, la letteratura dalla parte del disordine e dell’irresponsabilità.
Il potere comanda, la letteratura disobbedisce.
Il potere inclina per sua natura alla perpetuazione, la letteratura al rinnovamento.
Rifiutando il passato, o più esattamente, legandosi al momento presente, nella sua qualità essenziale, fugace, il moderno respinge la tradizione, si lega alla sensazione dell’hic et nunc.
In una cultura patriarcale, che pone quali valori essenziali, da una parte, la supremazia dell’individuo di sesso maschile e, dall’altra, l’inferiorità dell’individuo di sesso femminile, è comprensibile che sia, rigorosamente, vietato mettere in discussione il prestigio dell’uomo perché ciò porterebbe, fatalmente, allo sgretolamento del suo potere.
Le credenze di varia natura relative alla maternità, da quelle più remote a quelle contemporanee, hanno, sempre, avuto la particolarità di attribuire all’uomo i meriti, la parte predominante nel processo di riproduzione e alla donna i demeriti e la parte secondaria. Aristotele affermava che l’embrione umano si sviluppasse da un coagulo del flusso mestruale, in altri termini, che la donna fornisse il materiale informe e l’uomo avesse il ben più nobile compito di dargli una forma. E il suo era, già, un punto di vista illuminato, perché la maggior parte dei suoi contemporanei sosteneva che la donna non contribuisse con nulla di suo al concepimento di un essere, eccettuato il nutrimento del seme, che era fornito dall’uomo.
Le radici della nostra individualità sono profonde e ci sfuggono perché non ci appartengono, altri le hanno coltivate per noi, a nostra insaputa. La cultura cui apparteniamo, si serve di tutti i mezzi, a sua disposizione, per ottenere dagli individui dei due sessi il comportamento più adeguato ai valori che le preme conservare e trasmettere. E, per quanto sia le donne sia gli uomini siano stati allevati in modo autoritario e repressivo e, quindi, ripropongano, nella loro veste di educatori, gli stessi valori che hanno ricevuto, è certo che questo tipo di educazione abbia pesato molto più sulle donne.  
Essere donna, italiana, scrittrice, che cosa significa tutto questo?
Per rispondere, bisognerebbe prima di tutto sapere che cosa rappresenta, storicamente, il momento che io sto vivendo.
È un anteguerra o la vigilia di grandi rivoluzioni che liquideranno il sistema?
I giovani di oggi vedranno l’avvento di un vero socialismo o il trionfo di una tecnocrazia che perpetuerà il capitalismo o una forma di società diversa da tutte quelle che posso immaginare?
Queste domande restano senza risposta.
Considerata la nostra miopia quando si tratta di valutare la nostra civiltà, i suoi errori, le sue probabilità di sopravvivenza, e l’opinione che ne avrà la posterità, non abbiamo, certo, il diritto di stupirci che i romani del III o del IV secolo si siano contentati, fino alla fine, di vaghe meditazioni sugli alti e bassi della Fortuna, invece di interpretare, con maggiore chiarezza, i segnali di morte del loro mondo.
Non vi è nulla di più complesso della curva di una decadenza.
Spesso mi chiedono:
“Che cosa si può fare?”
Spezzare la catena di condizionamenti, che si trasmette, pressoché, immutata da una generazione all’altra.
I pregiudizi sono, profondamente, radicati nel costume: sfidano il tempo, le rettifiche, le smentite, perché presentano un’utilità sociale. L’insicurezza umana ha bisogno di certezze e questi ne forniscono. La loro stupefacente forza risiede proprio nel fatto di non essere ammanniti a persone adulte che, per quanto condizionate e impoverite di senso critico, potrebbero averne conservato abbastanza per analizzarli e rifiutarli, ma di essere trasmessi, come verità indiscutibili, fino dall’infanzia e mai rinnegati, successivamente. L’individuo li interiorizza, suo malgrado, e ne è vittima sia chi li formula e li mantiene in vita contro l’altro, sia chi ne viene colpito e bollato. Per confutarli e distruggerli occorre non solo una notevolissima presa di coscienza, ma anche il coraggio della ribellione, che non tutti hanno. La ribellione suscita ostilità e condanna chi tenta di sovvertire le leggi del costume, più profonde e più tenaci delle leggi scritte, può essere l’ostracismo, l’emarginazione sociale.
E dove mai le donne, impoverite, programmaticamente, di coraggio proprio dall’educazione che viene loro impartita, potrebbero trovarne per opporsi ai pregiudizi che le riguardano?
Il loro senso di inferiorità, di insicurezza, la convinzione che è giusto che siano loro a pagare il prezzo più alto, perché in cambio ottengano considerazione e rassicurazione, ne fanno delle vestali timorose di cambiamenti, anche quando tornino, a lungo termine, a loro vantaggio.
Credere nella vita, è credere negli altri.
Non tutti gli altri, naturalmente, ma se ci assumiamo le nostre responsabilità di fronte alla vita, possiamo trovare degli alleati.
Essere insieme diviene una necessità assoluta.
Davanti allo scandalo della sofferenza, dell’ingiustizia, del male, io resto muta come Giobbe.
Fare il proprio mestiere di UOMO, è, in certi momenti, assumersi il rischio di esporsi, rinunciare, in parte, a se stessi davanti alle miserie che ci circondano. Molte donne e molti uomini si assumono questo rischio per servire gli altri. A loro modo, oscuramente. In effetti, lo so per esperienza, si è spinti, quasi portati.
Il cammino di ogni vita è lastricato di UOMINI. Non è un cammino nel deserto. È un cammino tra milioni di individui, di cui, sovente, ignoriamo le ricchezze nascoste. A volte, cogliamo un frutto inatteso. Altre, da più di uno, anche sconosciuto, siamo colti a nostra volta. 
Incontrare “veramente” UOMINI è stata una delle opportunità della mia vita. Mi ha dato la possibilità di trovarmi tra la gente, di parlare alla gente.
La scrittura può condannare alla solitudine!
Io ho sempre du mal a rispondere alla domanda sugli incontri che più mi hanno segnata. Le persone importanti che ho incontrato nella mia vita non sono mai state per me dei modelli. Ma mi hanno chiarito sulle diverse sfaccettature della mia personalità e mi hanno forzato a disperdermi meno, a concentrarmi. Mi hanno foggiata alla maniera del colpo di pollice impresso nella creta da modellare.
All’éveil de ma vie, vi è mio padre, l’essere di mio padre, il suo modo di essere. La sua presenza era come quelle lampade basse, dolcissime, che rischiarano appena, ma il cui chiarore non permette che sia troppo buio o che si sia veramente soli. Per lui la conoscenza assumeva un significato soltanto attraverso il vissuto. In questa teoria pedagogica, molto sorprendente per la mia epoca, si può scorgere la volontà di mio padre di impartirmi quella educazione di cui lui non aveva beneficiato e che, per puritanesimo, era preclusa ai miei coetanei e il suo desiderio di evitarmi ciò che lui aveva patito a causa della severità clericale: il soffocamento. Questa permissività corrispondeva, effettivamente, agli ideali di mio padre, alla sua fede nell’universalità dei valori dello spirito, alla negazione di ogni fondamentalismo.
La morte non mi spaventa: non vorrei, tuttavia, morire oscuramente e, soprattutto, inutilmente. Adesso so, avendola vista da vicino, essendo stata sfiorata dalla sua ala nera e gelida, che, quando si avvicina si prova un assoluto distacco, una rinuncia definitiva alle cose di questo mondo. Da quel giorno, la morte – quella degli altri e la mia – significa per me che loro sono altrove, che io sarò altrove. Questo mi fa sentire vicina a quelle persone, si direbbe, smarrite tra la folla del tempo perduto. Non ho mai provato un senso di annientamento. Forse, perché il destino mi ha risparmiato le morti atroci, non ho conosciuto l’orrore vissuto dai prigionieri nei campi di concentramento, né l’inferno dei combattimenti sotto la mitraglia. Le morti, di cui sono stata testimone, mi sono, sempre, apparse come un compimento. So anche che ho nervi e volontà in grado di resistere alle grandi prove personali e i miei avversari non vedranno mai in me né vigliaccheria o paura.
Vi è, nondimeno, dal punto di vista dell’avvenire, una cosa che mi spaventa: sono, assolutamente, disarmata contro le avversità che potrebbero colpire le persone a me care; contro di esse sono di una debolezza spaventosa, tutta la sicurezza mi abbandona e divengo vulnerabile come una bambina.
Se la mia vita è un ricorrente interrogativo, è perché una certezza alberga in me:
“L’INFINITO È AMORE E L’AMORE È INFINITO.”
A lungo, gli UOMINI hanno pensato di essere soli; oggi, noi sappiamo che, al di là della nostra galassia, possono esistere mille miliardi di altri cosmi nei quali, logicamente, dovrebbero trovarsi esseri liberi, anche se non necessariamente simili. Hanno quel qualcosa senza il quale tutto sarebbe assurdo. Se esistono, vengono, come noi, dall’AMORE e questo AMORE è loro destinato proprio come il nostro.   
L’AMORE.
Che cosa significa?
Questo termine, da solo, va al di là di ogni nostra capacità di misura o di calcolo. Tutte le parole, per quanto siano sacre e preziose, si consumano con il tempo. Usiamole, con cautela, o rischieremo di cogliere solo una piccola parte di quello che vogliono dire: è necessario servirsene, precisando sempre il loro significato. L’AMORE appartiene a quel genere di vocaboli di cui si sente parlare molto, ma che evoca, spesso, un concetto più banale che sacro. Dunque, ogni qual volta, sentiamo una parola importante, abbiamo il dovere di chiederci sempre:
“Di cosa si tratta?
Qual è il suo significato primario?”
Quando chiedo:                                                 
“Che cosa è per te amare?”,
sono impressionata dalla frequenza con cui il verbo amare venga associato al verbo perdonare. Il perdono è un dono perfetto, più che un dono in sé. È anche un impegno e l’AMORE dà la forza di rimanere fedeli.
Il perdono, sì sempre.
Ma non dimenticare.
E per non dimenticare, dobbiamo, a nostra volta, far conoscere la verità. Noi abbiamo questa responsabilità. Ma, per essere ascoltati, bisogna essere credibili. E, per essere credibili, bisogna essere competenti, sperimentare, avere, già, sperimentato. Solo, così, si potrà proclamare, a voce alta, ed essere ascoltati.
In situazioni terribili, quali gli stupri, le torture o gli assassini, come trovare la forza di perdonare?
Il perdono non si decreta, risulta da una lenta maturazione che permette di prendere le distanze da un passato di sofferenze. Appare al termine di un lavoro personale sulle ferite, che può prendere la forma di una psicoterapia, nella quale si deve, sovente, ridiscendere fino al bambino che si è stato. Presuppone per la vittima che tutte le ferite siano cicatrizzate. Solo allora il perdono diviene possibile.
Se si prova sofferenza, rabbia e desiderio di vendetta verso qualcuno, senza osare dirglielo, si vive in una distorsione di relazioni che rende l’AMORE impossibile. Per riappropriarsi dell’AMORE, bisognerebbe potergli dire il torto che ci ha causato, al fine di restituirgli quel male che non ci appartiene.
Le scrivo, dunque, aqa-ye Khamenei, per quelle centinaia di persone disperse brutalmente, ogni giorno, che non si rassegnano a reclamare i propri familiari e i propri amici dispersi.
Non ho potuto farlo prima, ma “me ne assumo, io, il rischio”, oggi.
Dall’arresto di Maryam, mi sono sentita addosso il peso dei muri grigi della sua prigione…
Mi sono sentita triste, infinitamente triste…
Mi pesava, soprattutto, non poter esprimere tutto il pesante fardello di idee e di sensazioni che popolavano il solitario silenzio della mia anima e che, spesso, mi procuravano una dolorosissima  angoscia. E, adesso constato, senza possibilità di dubbio, che il fascino da noi attribuito a talune regioni della terra è solo inganno e illusione. Finché l’aspetto della natura che ci circonda corrisponde al nostro stato d’animo, ne vediamo lo splendore, la bellezza particolare… ma, il giorno in cui la nostra effimera anima cambia, tutto crolla, svanisce.
E, così, sarò condannata a portare con me, per sempre inespresse, la mia infinita tristezza, tutto un mondo di pensieri, attraverso i paesi e le città della terra, senza mai trovare la Persia sognata!   
È un destino essere iraniani o volerlo essere…
Mi si accusa di essere, allo stesso tempo, “di destra” e “di sinistra”, “filo-imperialista” e “filo-islamica”.
Ne sorrido.
Destra, sinistra, filo-imperialismo, filo-islamismo, sono parole vuote per me.
La mia scelta è di mostrare la realtà qual è e di far cogliere le priorità.
A chi qualifica di islamofobia o di appoggio all’imperialismo ogni critica all’Iran, come il presidente venezuelano Hugo Chavez, domando dove sia stato in questi ultimi trenta anni. Gli eventi, dopo le elezioni del 12 giugno 2009, mostrano la determinazione degli iraniani a finirla con una dittatura integralista che, pur di conservare il potere, sbarra loro ogni avvenire e li soffoca con pregiudizi medievali, la negazione dei diritti democratici, la violenza, la misoginia, la censura, la tortura e, perfino, l’assassinio legalizzato e santificato.
Nessun Dio nell’universo giustificherebbe tutto ciò.
Mahmud Ahmadinejad è stato obbligato ad ammettere l’esistenza di abusi nelle prigioni, ma lo stupro continua a essere utilizzato come arma contro gli oppositori, che siano donne o uomini, perché?
Invano, cerco, in fondo al mio cuore, odio per questi uomini: non vi è odio e ancora meno disprezzo per chi è nato cieco alla bellezza di un tramonto o alla bellezza di una notte stellata. 
Lo sguardo pieno di vergogna sul proprio sesso lordato.
Loro lo ignorano.
Il rigetto dell’AMORE, che si crede di non poter più meritare.
Loro lo ignorano.
Il dolore, che brucia le mani quando si tocca la propria pelle.
Loro lo ignorano.
Le grida, che squarciano la notte.
Loro le ignorano.
L’insopportabile riflesso di sé allo specchio.
Loro lo ignorano.
Che ne sanno loro?
Loro...
Fino dai primi giorni della repubblica islamica, lo stupro è stato usato come strumento di tortura e di intimidazione, grazie ai documentari di Pantea Bahrami e di Reza Allamehzadeh, si dispone su Youtube della testimonianza di militanti iraniane stuprate in carcere, una ventina di anni fa (http://www.youtube.com/watch?v=GC9fi6d6O7c&feature=related, http://www.youtube.com/watch?v=_vTM3MyzcsM, http://www.youtube.com/watch?v=SiHxt4-Gn6o&feature=related, http://www.youtube.com/watch?v=S4_4NhfO6Ik).
Secoli di valori e di relazioni non si inabissano in una notte, ma, nella società iraniana, si osservano cambiamenti strabilianti, soprattutto nelle relazioni tra i due sessi.
E chiunque soffra nella sua lotta contro il regime è un UOMO.
Tutti gli stupri sono gravi attacchi ai diritti umani. Ma l’esazione prende un significato in più, quando lo stupratore è una autorità pubblica.
Questo regime si batte, ormai, per la sopravvivenza e non ha limiti.
E, come in ogni stato totalitario, ha addestrato esseri umani disumanizzati per farne armi decisive, efficaci ed efficienti.
Sono, naturalmente, ben colpevoli.
Ma su altri grava la responsabilità di questi crimini.
Si impone che l’attenzione portata dalla comunità internazionale sull’Iran non sia, unicamente, ristretta alle sue installazioni nucleari, ma anche ai diritti umani del suo popolo. 
Tutte le difficoltà presenti, sia nella dimensione interplanetaria, sia sul piano della politica delle singole nazioni, si riconducono, in ultima analisi a questo problema: dobbiamo esigere di conoscere il più possibile. Questo è ipotizzabile, comprendendo la realtà del mondo in cui viviamo. Lo impone, oggi, una UMANITÀ, per la prima volta, unita e solidale.
Bisogna confrontarsi con questa idea!
Ma l’UMANITÀ è veramente unita e solidale?
Da cosa lo deduco, dal momento che si parla ancora di terzo mondo e di paesi sottosviluppati?
Più nessuno, ormai, potrebbe osare dire:
“Noi non lo sapevamo.”
Si muore di fame, qui e là UOMINI si scannano, ma noi non potremmo più scusarci, dicendo:
“Noi non eravamo al corrente.”
In nome degli ideali più puri si costruiscono le migliori cattedrali, le migliori moschee, le migliori sinagoghe e le migliori pagode, ma, se gli ideali proposti non vivono nel nostro animo al servizio di ciascuno di noi, sono destinati a essere traditi. E le belle cattedrali, le belle moschee, le belle sinagoghe e le belle pagode si trasformano in vuote conchiglie.
Con la minaccia della distruzione del pianeta, con la mondializzazione dell’economia, un altro UOMO è nato.
A chi è sulla soglia dell’età adulta, io dico:
“Coraggio. Assumetevi i vostri rischi!”
Per cecità da una parte, per impotenza dall’altra, le soluzioni della disperazione sembrano essere le sole adottabili e realistiche. Il vecchio mondo da qualsiasi lato si guardi appare nel suo letto di morte, non vediamo intorno a noi che diffidenza, incertezza e fanatismo.
Certi mezzi di comunicazione e di massa al servizio di interessi, più o meno mascherati, hanno rovesciato sul mondo, con visioni e rumori fantomatici, un oppio dei popoli più insidioso di quello che nessuna religione sia mai stata accusata di diffondere. Una falsa abbondanza, dissimulando l’erosione crescente delle risorse, ha distribuito cibi sempre più adulterati e divertimenti sempre più gregari, panem et crcenses di società che si credono libere.
Il sangue ha ripreso a scorrere.
Viviamo sotto il regime della grande paura.
Per decine di milioni di UOMINI la fame e la disperazione sono più che una paura, sono la realtà della vita quotidiana. A questi UOMIMI che se ne vanno tristi, con l’occhio spento, il viso madido di sudore, verso le Geenne oscure, dove le sofferenze non hanno testimoni e i lamenti non hanno eco, io vorrei aprire un passaggio, attraverso le brume della nostra coscienza, affinché sia concesso il posto che loro spetta.
Ricordo che, nella scena finale del film Les visiteurs du soir (I visitatori della sera) (http://www.youtube.com/watch?v=GFidllHmius&feature=related, http://www.youtube.com/watch?v=LHL1X9V1-Cw&feature=related), Satana trasforma i due innamorati in statua, ma, subito, sente un rumore.
È il loro cuore che batte.
Sferza rabbiosamente la statua e ripete:
“Batte, batte, batte…”
Quel cuore, è “il cuore della rivoluzione”, quel cuore scriveva Jacques Prévert “al quale niente… nessuno può impedire di abbattere coloro che vogliono impedirgli di battere… di battersi… di battere”.
E, se solo vi porgessimo attenzione, potremmo sentirlo anche noi.


Daniela Zini
Copyright © 4 luglio 2011 ADZ

venerdì 1 luglio 2011

LETTERE DALL'IRAN: MESSAGGIO DI PARVIN FAHIMI

LETTERE DALL’IRAN
Oggi vi propongo la traduzione del:

MESSAGGIO DI PARVIN FAHIMI
madre di Sohrab A’rabi ai suoi compatrioti all’estero


Nel nome di Dio,

vi saluto rispettosamente, Signore e Signori, miei cari compatrioti che vivete all’estero. Mi piacerebbe tanto incontrarvi nel nostro Paese.

Come sapete, sono trascorsi due anni dal giugno del 2009, una eternità per molti di noi. Io vorrei ringraziare tutti voi che lottate senza sosta per la libertà, la giustizia e la democrazia, ovunque siate nel mondo, voi che, tenacemente e costantemente, avete messo tutto il vostro cuore, lasciando da parte ogni considerazione egoista.

Sono persone che pensano a problemi più grandi di loro. Se il modo in cui i nostri figli sono morti ci avesse spinto tutti a non dare tregua e a non rinunciare all’azione, noi, oggi, forse, non saremmo stati testimoni degli assassini di persone come Mohammad Mokhtari, Sane Jaleh o Haleh Sahabi.

Lottando insieme e senza sosta, non sarebbe stato così difficile ottenere pace, democrazia e diritti umani, nonché sufficiente tolleranza per rispettare i diritti di tutti, anche quelli dei nostri avversari. Dovremmo fare un esame di coscienza.

Per chiudere, tutti i figli di questa terra sono per me dei Sohrab e voglio che tutti i Sohrab stiano bene e lottino insieme alla costruzione di un Iran libero e prospero. Aspetto quel giorno con impazienza e auguro salute e prosperità a tutti voi che mi siete cari e vivete all’estero.

12 giugno 2011

Parvin Fahimi

traduzione di Assunta Daniela Zini
Copyright © 30 giugno 2011 ADZ




domenica 12 giugno 2011

IRAN DUE ANNI DOPO LA RIVOLUZIONE INCOMPIUTA 12 giugno 2009 - 12 giugno 2011

La lingua ci aiuta a mentire, come sosteneva Charles-Maurice deTalleyrand-Périgord o, invece, oppone resistenza alla menzogna, come auspicava Sant’Agostino?

IRAN DUE ANNI DOPO LA RIVOLUZIONE INCOMPIUTA
12 giugno 2009 – 12 giugno 2011


a E., G., A. ed A.
che possiate vedere un mondo migliore di quello che vi abbiamo consegnato. 

“Ogni rivoluzione che possa dirsi tale ha tre componenti principali: un atteggiamento specifico verso il mondo, un programma per trasformarlo in modo essenziale e una fiducia incrollabile che questo programma si possa realizzare: una visione del mondo, un programma e una fede.”
Donald Fleming


di
Daniela Zini




V
i sono particolari momenti, misteriosamente privilegiati, in cui taluni Paesi ci rivelano, con un’intuizione subitanea, la loro anima, in qualche modo, la loro essenza precipua, in cui ne cogliamo una visione esatta, unica, che, mesi e mesi di studio paziente, non potrebbero rendere più completa, né diversa. In questi momenti furtivi, tuttavia, ci sfuggono necessariamente dei dettagli, vediamo solo l’insieme delle cose.
Particolare stato d’animo o aspetto speciale dei luoghi, colto al volo e sempre in modo inconscio?
Non lo so…
Amo l’Iran di un amore oscuro, misterioso, profondo, inspiegabile, ma reale e indistruttibile.
Dovrei, invece, trovare la forza di sottrarmi a questa malia… ma dove trovare il coraggio di reagire?
È un sentimento particolare: mi sembra di costeggiare un abisso, un mistero di cui non sia stata ancora svelata l’ultima… anzi, la prima parola, e che racchiuda tutto il senso della mia vita. Finché non conoscerò la chiave di questo enigma, non saprò chi sono, né la ragione e lo scopo della mia sorte davvero straordinaria.
Mi sembra, tuttavia, di non essere destinata a scomparire senza avere avuto la rivelazione di tutto il profondo mistero che ha circondato la mia vita, dai primi giorni a oggi.
Cos’è una patria?
Un luogo per vivere, un luogo per essere.
Io vivo nelle mie poesie, nelle parole che cercano di respingere le frontiere fino alla temerità.
Ho la polvere sotto la lingua.
Oggi, so che mai sarò, totalmente, separata, tagliata da questa terra.
Follia, diranno gli increduli!



1.                     Iran 1979-2011: gli orfani della rivoluzione
Se, da due anni, le donne e gli uomini dei Paesi, cosiddetti liberi, trattengono il respiro e ammirano il coraggio delle donne e degli uomini in Iran, di contro, in questi stessi Paesi, i poteri e la maggior parte dei partiti politici restano testimoni indifferenti delle lotte in Iran.
Alcuni osservatori suggeriscono che le repressioni violente dello Stato, gli arresti in massa, le torture e, soprattutto, le esecuzioni arbitrarie dei prigionieri politici, falsamente accusati di terrorismo, abbiano avuto ragione del movimento dei diritti civili e segnalano la normalizzazione della situazione politica in Iran.
La calma è stata, dunque, ristabilita in Iran?
Niente affatto.
La lotta per la democrazia è, dunque, cessata in Iran?
Niente affatto.
L’Iran è in preda a una crisi generale che tocca tutte le sfere della società, dalle fabbriche alle università.
Il rovesciamento del regime è fallito.
Il Paese ha sempre il volto schiacciato sotto lo stivale del dittatore.
Il quotidiano triste e severo ha ripreso il suo corso.
L’Iran vive nella paura.
L’Iran sta morendo.
L’Iran sta morendo in nome di una causa.
L’Iran pretende essere una teocrazia, un governo basato sulla religione.
Ma, in Iran, Dio esiste?
Su certi biglietti di banca con l’effigie dell’ayatollah Ruhollah Khomeini (1902-1989) si può leggere:

“Giugno è il mese della lotta.”,

o ancora:

“Morte a Khamenei.” 

Per lungo tempo i media ci hanno mostrato un Iran totalitario e oscurantista. Poi, questa immagine semplicistica, che discende dal postulato che le società islamiche siano forzatamente segnate dall’arretratezza, è, a poco a poco, divenuta più complessa. La diffusione di film realizzati da una nouvelle vague di cineasti iraniani, quali Abbas Kiarostami (1940), Mohsem Makhmalbaf (1957), Majid Majidi (1959) e Jafar Panahi (1960), che descrivono la realtà della società iraniana, ha permesso di scoprirne una ben diversa. Queste testimonianze su un altro Iran restano, tuttavia, ancora molto insufficienti per dare a un largo pubblico una immagine completa della realtà iraniana.
Einstein diceva:

“È più facile disintegrare un atomo che un pregiudizio.”

Dietro la tragica maschera mediatica dell’Iran degli ayatollah si trova, infatti, una società che è ancora sotto lo choc della rivoluzione del 1979 e delle sue molteplici conseguenze.
Trentadue anni fa, l’ascesa al potere di un regime islamico dà all’islam un impulso ideologico sconosciuto prima. Ma, per mantenersi al potere, il regime deve darsi un’immagine militante antiamericana: la sua esistenza si lega alla sua sedicente facciata antimperialista. Ricorrere alla nota tattica di creare un nemico esterno per unificare le masse dietro di sé salvaguarda il regime, in Iran, e sviluppa la sua immagine di forza antimperialista su scala regionale e internazionale. Il Paese conosce, allora, un vasto movimento di epurazione e di repressione, ma anche una profonda rivoluzione sociale. In seno al nuovo governo e tra i sostenitori di Ruhollah Khomeini, le personalità che prendono posizione contro le esecuzioni si contano sulle dita di una mano.
Nel 1981, sono 406 le persone giustiziate, legate al regime Pahlavi. E solo nella città di Tehran.
Ma si tratta di una epurazione che fa seguito a un cambio di potere…
È violenta, come era, facilmente, prevedibile.
La banalizzazione dell’eliminazione, spesso fisica, come strumento di lotta in campo politico e come mezzo di protezione di un entre-soi sempre più stretto, ci può aiutare a comprendere la situazione attuale.
Dopo l’occupazione dell’ambasciata degli Stati Uniti, a Tehran, il 4 novembre 1979, il primo ministro dell’epoca, Mehdi Bazargan (1907-1995) , sostenuto dai mojahedin-e khalq e degno rappresentante del bazar, il movimento socialmente conservatore che incentiva la liberalizzazione degli scambi, deve dimettersi. Discreditato, lascia il potere nel momento della “seconda rivoluzione”, iniziata dall’imam Khomeini, il cui obiettivo è di mettere fine all’ingerenza straniera, principalmente statunitense, nel Paese. Ma la definitiva estromissione del suo partito non si compie che con l’esilio del primo presidente della repubblica islamica, Abol Hassan Banisadr (1933), nel luglio del 1981.
Il nuovo regime ha solo due anni quando si sbarazza degli ultimi laici.
Sulla base di alcuni documenti, recuperati negli archivi segreti dell’ambasciata americana a Tehran, numerosi uomini politici reputati filo-occidentali dal potere iraniano erano nella lista nera, Abbas Amir Entezam (1933), ex-ambasciatore in Svezia ed ex-vice-primo ministro del governo Bazargan, Hassan Nazih (1918) (http://www.youtube.com/watch?v=weJkGXw5rDg), ex-direttore della National Iranian Oil Company, Rahmatollah Moghadam-Maraghi, capo del partito radicale  e il grande ayatollah Mohammad Kazem Shariatmadari, (1905-1986) (http://www.youtube.com/watch?v=Gt79IudNI18), considerato un liberale di destra.
Nel corso degli anni 1980, la guerra contro l’Iraq è, sistematicamente, evocata per ridurre ulteriormente il numero degli oppositori. Nel 1983, è il grande ayatollah Mohammad Kazem Shariatmadari, potenziale avversario di Ruhollah Khomeini, in termini di popolarità, a dover “confessare i propri errori” e, nel 1988, è il grande ayatollah Ali Montazeri (http://www.youtube.com/watch?v=bzoV7PhX4ns&NR=1&feature=fvwp), che subisce una emarginazione politica per aver protestato contro l’ennesimo bagno di sangue di migliaia di mojahedin-e khalq.

Il diniego dei diritti del popolo, l’ingiustizia e il disconoscere i veri valori della rivoluzione hanno portato i più severi colpi alla rivoluzione. Prima di ogni ricostruzione, vi deve essere una ricostruzione politica e ideologica. (…)
 È quello che si aspetta il popolo da un leader.”
Ali Montazeri, Keyhan, 1989

La macchina per eliminare gli avversari politici non si arresta, né rallenta con la morte di Khomeini, il 3 giugno 1989. Da quel momento, l’epurazione colpisce gli ex-fedelissimi dell’imam, compresi i sostenitori della linea dura. È il caso di Behzad Nabavi (1941), che, qualche annno prima, si era rallegrato della caduta del governo Bazargan, di Said Hajjarian (1954), padre fondatore dei servizi segreti, e di Sheikh Sadeq Khalkhali (1926-2003) (http://www.youtube.com/watch?v=1RKf-ZVqnSU55), che, un anno dopo la rivoluzione, poteva vantare l’esecuzione di 55 monarchici, tra i quali Amir Abbas Hoveyda, ex-primo ministro dello shah Mohammad Reza Pahlavi (1919-1980) e Nematollah Nassiri (1911-1979) (http://www.youtube.com/watch?v=fM-aU3P3VmI), ex-capo della SAVAK. Ma l’epurazione dei “figli della rivoluzione” raggiunge il suo apice, nel 1995, con l’eliminazione di Ahmad Khomeini (1945-1995) (http://www.youtube.com/watch?v=pqD6CugE8LY&feature=fvst), scomparso nel quadro degli assassini in serie che segnano tutto il decennio. Ahmad, figlio più giovane nonché braccio destro di Khomeini, doveva, dunque, conoscere, a sua volta, contro ogni attesa, la stessa sorte delle altre vittime del sistema epurativo di suo padre. Lui stesso affermava che “per raggiungere gli obiettivi del padre, (non aveva) pietà per nessuno”.    
Più tardi, il presidente Mohammad Khatami (1943) denuncerà questa “pratica”. 
Con gli eventi pre e post-elettorali del giugno del 2009, l’eliminazione degli avversari di un establishment sempre più ridotto, entra in una nuova fase. Gli insiders di ieri sono divenuti i nuovi outsiders, i nuovi “traditori”.
Nel 1979, uno dei protagonisti del colpo di Stato (http://www.youtube.com/watch?v=urAjTX51ebc&feature=related) che, nell’agosto del 1953, aveva fatto cadere il primo ministro iraniano Mohammad Mossadeq (1882-1967) (http://www.youtube.com/watch?v=LdoPln7BEL8), prima di essere giustiziato, ammoniva il suo giudice:

“Conti di imprigionarmi? Vedrai, anche tu ti farai imprigionare! Conti di farmi giustiziare? Vedrai, anche tu ti farai giustiziare!”

Dieci anni dopo, quel giudice era, a sua volta, giustiziato.
Se nessuno può dire come evolverà la configurazione del potere in Iran, abbiamo, tuttavia, una delle ragioni della debole leggibilità del suo funzionamento, che trova la sua origine in questa “pratica” di emarginazione e di eliminazione fisica degli oppositori politici. Una “pratica” che rinsalda sempre più l’entre-soi, poiché ogni amico può divenire, un giorno, un nemico da abbattere.
Dopo venti anni di potere assoluto e arbitrario sul popolo iraniano, la guida suprema Ali Khamenei (1939) segue le tracce dello shah Mohammad Reza Pahlavi. Che lo riconosca o no, ha scelto la via della tirannia, che i popoli d’Iran e del mondo intero hanno rigettato, a più riprese, nelle pattumiere della Storia. Reprimendo, violentemente, la manifestazione del 20 giugno 2009, Ali Khamenei ha commesso lo stesso fatale errore dello shah, quando, l’8 settembre 1978, ordinò all’esercito di sparare sulla folla. I pasdaran non fanno che sostituire i soldati dello shah e i bassiji gli uomini armati di bastone al soldo del regime imperiale. Hanno lo stesso obiettivo: soffocare nel sangue le rivendicazioni del popolo.
Ali Khamenei ha dimenticato cosa ha permesso la vittoria del popolo contro lo shah.
Non è stata né la guerra armata, né le violente manifestazioni.
Il popolo iraniano ha vinto sotto le stesse insegne dell’imam Hossein di fronte alle truppe del califfo Yazid:

“Il sangue vince sulle armi.

Khamenei ha dimenticato che lo shah decretava la sua fine, inviando l’esercito nelle strade.
Nel 1979, la vittoria impressionante degli iraniani era, in parte, determinata da slogans quali:

“Mio fratello armato, perche uccidere il tuo stesso fratello?”

e gesti storici quali mettere fiori nelle canne dei fucili.
Khamenei ha dimenticato che ha di fronte quella generazione eroica e i suoi figli. E sono questi figli e queste figlie, che, dopo aver sopportato, in silenzio, il giogo, per anni, seguono il cammino tracciato dai genitori, riprendendone slogans e metodi. 
Gridano:

“Allah akbar!”,  

la notte, e

“Morte al dittatore!”,

il giorno.

Nel secondo anniversario della rielezione contestata di Mahmud Ahmadinejad (1956) è d’obbligo fare il punto sul faccia a faccia Stato-società civile che si è protratto con scaramucce irregolari fino a oggi, ma di cui non si sente più parlare nella stampa internazionale da mesi.
In questi due anni, il regime è riuscito a tenere schiacciato il Paese sotto una cappa di piombo. Le forze di sicurezza sono onnipresenti e gli iraniani sanno che “big ayatollah” può ascoltare le loro conversazioni telefoniche e leggere la loro posta elettronica.
La forte aspirazione a una più grande libertà individuale e a uno spazio pubblico liberato dall’influenza dello Stato è naturalmente accompagnata da una altrettanto forte aspirazione a uno Stato di diritto. La società chiede di essere autonoma, di avere uno spazio ove esercitare questa autonomia e beneficiare di un sistema che la protegga dall’azione arbitraria dello Stato. L’Iran soffre di uno Stato onnipotente rispetto alla popolazione che esercita il suo potere in modo completamente imprevedibile. Dal XIX secolo, questa assenza dello Stato di diritto è stata identificata da Amir Kabir (1807-1852), uno dei grandi uomini di Stato iraniani, come uno dei principali ostacoli all’accesso dell’Iran alla modernità.
La lotta, per riuscire, ha bisogno del sostegno delle forze democratiche di tutto il mondo.
È tempo che tutti i Paesi, gli europei in primis, cessino di occultare, per ragioni di ordine economico, il carattere “fascisteggiante” del regime e agiscano per la difesa della democrazia in Iran.
Preserverebbero meglio i propri interessi e la pace dei propri popoli.
L’Europa è il principale partner commerciale dell’Iran: circa il 40% del mercato.
Le grandi imprese europee dei settori dell’auto, dell’energia e delle telecomunicazioni beneficiano di una concorrenza meno rude su questo mercato, per il fatto dell’assenza delle compagnie americane, almeno ufficialmente.
Vi è un’opposizione vitale e durevole in Iran.
Ma, questa opposizione ha i difetti delle sue qualità.
Coesione accidentale di persone di ogni colore politico non ha una chiara strategia.
E, certamente, nessun grande leader.
E, tuttavia, affronta un regime politicamente indebolito, che ha commesso un errore colossale, secondo il sociologo americano Ali Akbar Mahdi:

“Ha ignorato le attese di un largo segmento della popolazione e ha perduto la capacità di interpretare il popolo.”

Risultato: si stima che circa il 70% degli iraniani auspichino la caduta del regime.
Il suo declino è talmente evidente che la sua leadership pensa di non avere, ormai, più nulla da perdere.
Gli slogans di Ahmadinejad ricalcano gli stessi concetti che hanno animato, trentatrè anni fa, il discorso di Ruhollah Khomeini: lotta contro la corruzione per la difesa dei diseredati e per il ritorno della dignità perduta del popolo musulmano di fronte alla dominazione dell’Occidente. La sola differenza è che il discorso di Khomeini, all’epoca, aveva la valenza di essere coerente, poiché promuoveva un futuro in rottura con il passato, vale a dire in rottura con il potere dello “shah alleato del diavolo”. Mentre gli slogans di Mahmud Ahmadinejad, fedele alla linea dell’imam, non vantano alcuna rottura, ma si iscrivono, al contrario, nella continuità di una visione politica, responsabile dell’anomia sociale che, attualmente, regna in Iran. Il potere politico, i mezzi istituzionali e la fortuna nazionale sono stati nelle mani degli islamici ed è il loro governo che ha prodotto la povertà e la corruzione, che ha portato al crescente divario tra ricchi e diseredati, che ha rafforzato e sostenuto le discriminazioni per religione, sesso e grado di obbedienza alle istanze ideologiche dominanti tra stessi iraniani. I suoi sforzi per proteggere l’Iran dalla contaminazione culturale del “Grande Satana” americano hanno ingenerato patologie sociali ben peggiori di quelle che si possono trovare in un qualunque Paese occidentale. 
In seno allo Stato, fondato sull’ideologizzazione dell’islam, l’elezione non è che un mezzo per praticare la fusione sacra della volontà di Dio e del popolo musulmano. Per fare ciò, la repubblica islamica ha creato i meccanismi di un potere che articola il diritto di voto del popolo e il diritto di veto dell’istanza religiosa. Gli otto anni di presidenza di Mohammad Khatami hanno messo in piena luce il vero potere di queste istanze e portato al fallimento dei riformisti. Le loro minime offensive e la progressione costante dei ruoli sociali avevano portato a una perversione delle tematiche della democrazia e della libertà, trasformandole in rivendicazioni di lusso, tagliate dalla realtà sociale, marcata da una vita quotidiana sempre più difficile, soprattutto per gli strati sfavoriti. La propaganda di Ahmadinejad aveva potuto sedurre una parte di questi ultimi. Le frodi avevano compiuto il resto.

“Chi controlla il passato controlla l’avvenire; chi controlla il presente controlla il passato.”,

scriveva George Orwell (1903-1950), analizzando le tecniche della manipolazione e spiegando come la menzogna passi alla storia. Come ammonisce Sant’Agostino (354-430), scrivendo a Crescenzio, la menzogna non è una semplice mancanza della verità, è il contrario della verità. È una falsificazione e non solo una privazione della verità. Esiste nella menzogna un elemento di attivismo e di aggressività, poiché mentire non induce semplicemente a percepire la realtà in modo errato, ma ad affermare l’esistenza di ciò che non è e a negare l’esistenza di ciò che è.
Sempre più tagliato dal suo popolo, sempre più isolato sulla scena internazionale, il regime iraniano sopravvive grazie alla repressione.
Quanto tempo può durare?
A lungo, ci insegna la Storia.
Ma non indefinitamente.
Non si tratta di un movimento insurrezionale, ma di un processo politico che agisce in profondità e guadagna terreno.
È un movimento di flusso e riflusso sul lungo termine.
Ma, infine, sarà la società a uscirne vittoriosa.
Di più, alcuni leaders religiosi divengono sempre più critici riguardo al potere. Iniziano a voler dissociare la religione dalla politica. Si sono resi conto che la “pratica” del potere usa la religione e la sua autorità morale. In Iraq, il grande ayatollah Ali al-Sistani, di origine iraniana, rifiuta di avere mandati politici e chiede ai suoi discepoli di fare altrettanto. Preferisce una influenza al potere e, così, riprende la grande tradizione sciita.
Nel primo periodo della repubblica islamica, vi erano sollevamenti, approssimativamente, ogni otto anni.
Oggi, i cambiamenti hanno tempi rapidi.
Penso che la crisi politica si risolverà tra due o tre anni.



2.                 Iran 2009: la terza rivoluzione
La prima rivoluzione, nel febbraio del 1979, aveva rovesciato lo shah.
La seconda, secondo Ruhollah Khomeini, era consistita nell’occupazione dell’ambasciata americana.
Sarebbe la terza?
All’indomani delle elezioni presidenziali del 12 giugno 2009, che, grazie a una campagna vigorosa, avevano visto affluire alle urne un numero senza precedenti di elettori, la frode elettorale mobilitava più di 3 milioni di iraniani, che si erano sentiti gabbati e rivendicavano, pacificamente, il loro diritto a elezioni libere.
Un boccone ghiotto cadeva “bello e pronto” nel becco dei media occidentali. 
Quale che fosse, in effetti, la realtà delle cifre di questo scrutinio ufficiale che, con più del 63% dei voti, dava al presidente uscente, Mahmud Ahmadinejad, le mani libere per un secondo mandato, quello che traspariva, dalla violenza della repressione, dal disturbo delle comunicazioni e dagli arresti, era che l’Iran potesse, forse, lanciare la sua “terza rivoluzione”.
Sotto gli occhi del mondo intero, l’Iran era di fronte alla sua più grande crisi dalla rivoluzione del 1979.
Questa storia sembra scriversi da sola.  
Il principale candidato dell’opposizione ed ex-primo ministro Mir Hossein Musavi (1941), che aveva condotto tutta la sua campagna elettorale nel segno della sua buona fede di riformista, aveva, subito, rivestito il ruolo di leader dei difensori dei diritti civici e aveva esortato i suoi sostenitori a non cedere. Le manifestazioni erano proseguite per mesi, come le misure di repressione. Per resistere, infatti, al maremoto, il regime aveva dovuto dispiegare una macchina repressiva di una brutalità senza precedenti nella storia recente del Paese.
E la giustizia iraniana non scherza con i prigionieri politici.
Questi sono sistematicamente torturati.
Gli arresti arbitrari, le torture, i processi e le confessioni televisive delle vittime, avevano messo in evidenza la natura totalitaria di un regime spesso qualificato “semidemocratico” e messo in causa quello che ci era stato raccontato sulla società iraniana e sulle sue strutture socio-politiche e culturali. In modo ripetuto, ci era stato detto che l’Iran era una società islamica, che il popolo non era né contro la repubblica islamica né contro le regole e i costumi islamici. Che non voleva che minimi cambiamenti.
Come se gli iraniani fossero una sorta di masochisti cui piacesse essere torturati per praticare la propria cultura e le proprie credenze!
Gli eventi non facevano cadere solo il sistema politico, ma rivoluzionavano anche la visione del mondo di fronte all’islam e del ruolo dell’islam nelle società sotto la sua influenza. Questo processo era facilitato da un fattore importante: grazie alla moderna tecnologia e alla conoscenza tecnologica della giovane generazione iraniana, questa insurrezione si svolgeva davanti agli occhi del mondo intero. Il mondo vedeva una società civile scendere nelle strade, sfidare i manganelli, i gas lacrimogeni, le armi da fuoco, le torture brutali e gli stupri collettivi, per tenere testa allo Stato totalitario. Non è un caso se Neda, la giovane donna, la cui tragica morte, filmata da un cellulare e diffusa ovunque, sia divenuta l’icona del sollevamento popolare in Iran, l’icona di una rivoluzione femminile contro un regime che considera le donne individui a metà.
Questi supposti individui a metà, che affrontano non solo un sistema misogino, ma l’islam.
Questi supposti individui a metà, che sono spinti da una grande aspirazione di libertà.
E, mentre il regime si evolve a suo ritmo verso un’apertura controllata alla cinese, la società ha una dinamica propria ed evoluta, indipendente dalla facciata islamica del regime e delle sue querelles interne. È sufficiente camminare per le strade di Tehran per rendersi conto che la città somiglia più a Bangkok o a Seul che a Kabul o a Riyad.
Il problema di fondo è che l’Iran, contrariamente alle apparenze, è un Paese in piena evoluzione, che la rivoluzione non ha ingessato. Questa mutazione fa scontrarsi  modernità e tradizione, visione teocratica e separazione della religione dallo Stato, rivendicazioni democratiche e ondate dittatoriali, relativa libertà di parola e attentati brutali ai diritti dell’uomo, rivendicazioni libertarie e ordine morale, volontà di normalizzazione nelle relazioni internazionali e difficoltà a voltare la pagina dell’eredità rivoluzionaria.
Ciò significa che è, sempre, facile dare un’immagine estremamente negativa di questo Paese. È sufficiente mettere avanti un problema reale, poi, generalizzare, facendo affidamento sulla molto debole conoscenza che si ha dell’Iran. Vi è, forse, una forma di disprezzo nel voler ridurre una civiltà e una cultura così antiche e così complesse a visioni semplicistiche. Si può citare, a proposito dell’Iran, ciò che è stato detto giustamente del film di Oliver Stone, Alexander:

“È l’eterna questione dei rapporti con l’Oriente che è posta afferma (Oliver Stone), ma un Oriente ridotto all’immagine fantasma che l’Occidente trionfante ha costruito da secoli, vale a dire dei deserti e delle popolazioni che, per la potenza delle sue armi e per la forza di convinzione del suo modello politico, il paladino del mondo occidentale riuscirà a elevare a uno stadio di civiltà da cui saranno bandite la differenza e la diversità.”

L’Occidente – anche quando si crede aperto e liberale – e l’Oriente non possono che attrarsi violentemente e perdersi.
La popolazione iraniana è giovane.
E la rottura dei giovani con l’ordine patriarcale li ha portati a una relazione più diretta e individuale con il potere. Per loro la tirannia dello shah, la rivoluzione del 1979 e, perfino, la guerra contro l’Iraq, sono passato.



3.                 Iran 2010: la spirale discendente
Mahmud Ahmadinejad non ha alcun potere, è una marionetta.
E Ali Khamenei non è stato mai tanto isolato.
Perdendo i suoi appoggi religiosi, la guida suprema si è chiusa in un cerchio militare e securitario, tenuto dai comandanti dei guardiani della rivoluzione. Questi ultimi profittano del vuoto politico per rafforzare la propria influenza. Per il momento, l’attivismo della società civile impedisce l’instaurazione di una dittatura militare, ma, se il Paese precipitasse in una fase di grande violenza e di anarchia totale, i guardiani della rivoluzione sarebbero, allora, i soli a poter ristabilire l’ordine. Dunque, tutto dipende dal movimento di opposizione e dalla sua capacità a restare un movimento pacifico. 
Bisogna dire che il regime, come tutti gli animali braccati, non può contare che su una repressione feroce per domare un movimento pacifico che tocca tutti gli strati della società iraniana.
Un evento passato sotto i radar dei media internazionali la dice lunga sul clima politico in Iran. Il 4 giugno 2010, nel XXI anniversario della morte di suo nonno, Hassan Khomeini era stato fischiato (http://www.youtube.com/watch?v=lu7pD3Q_-fk&feature=related). Da due decenni, la famiglia di colui che si considera il padre della rivoluzione iraniana, è al centro di questa commemorazione annuale, e, più in particolare, suo nipote Hassan, che, nel 2009, aveva, implicitamente, appoggiato il principale candidato dell’opposizione alle presidenziali, Mir Hossein Musavi. L’incidente ha avuto grande eco a Tehran. Che a un membro della famiglia di Khomeini fosse impedito di esprimersi in pubblico, era un fatto senza precedenti in Iran.
L’ultima grande manifestazione, a Tehran,  risaliva al mese di dicembre. La violenza con la quale i guardiani della rivoluzione e le milizie dei bassiji avevano attaccato i manifestanti aveva finito per scoraggiare gli oppositori.
Alla vigilia del primo anniversario, volevano manifestare legalmente.
Il potere aveva rigettato la loro richiesta.  
Mir Hossein Musavi e Mehdi Karubi avevano fatto appello a non sfidare il potere e a non scendere nelle strade.
In un comunicato congiunto, pubblicato il 10 giugno scorso, i due principali candidati dell’opposizione, avevanno salutato le “grandi e indimenticabili” manifestazioni che avevano seguito le elezioni del 12 giugno. Ma avevano, anche, spiegato di non voler mettere le persone in pericolo.

“Il bilancio dello scorso anno è stato il peggiore degli ultimi venti anni circa il numero di vittime della violenza, che sono state uccise durante o dopo le manifestazioni pacifiche. Tutti sono stati, grazie a tutti i mezzi di comunicazione moderna, testimoni che si è trattato di manifestazioni pacifiche, represse in modo sanguinoso e violento dalle forze dell’ordine e, soprattutto, dalle squadre in civile. Malauguratamente, decine di persone sono state uccise, quattro picchiate e seviziate a morte in un centro di detenzione, a Kahrizak. Migliaia di persone sono state arrestate. Una buona parte è stata liberata dietro pagamento di una pesante cauzione.
In considerazione della repressione che ha colpito, lo scorso anno, persone il cui solo crimine era di reclamare il proprio voto in modo pacifico e tenuto conto delle informazioni sulla mobilitazione di estremisti e di forze repressive, chiediamo alla popolazione di portare avanti le proprie rivendicazioni con altri metodi meno costosi e più efficaci.” 

Un’ammissione di impotenza?
Solo in parte, perché, nel mese di dicembre del 2009, le mobilitazioni avevano fatto tra i manifestanti otto morti, di cui un nipote di Musavi.
La gente, giustamente, non ha voglia di farsi ammazzare!
Ma la resistenza non è morta.
Prende altre forme, più dispersive.
Gli studenti boicottano gli esami nelle università.
Le donne si riuniscono nel parco Laleh di Tehran, ogni sabato pomeriggio, o davanti alla sinistra prigione di Evin.

“Il governo iraniano non ha mai accettato di rivelare il numero dei prigionieri politici. Minaccia le famiglie dei detenuti perché non parlino ai media. Quello che è certo, oggi, è che il numero dei prigionieri politici supera le 800 persone.”

dichiarava Shirin Ebadi, il 12 giugno 2010, a France 24.

“Le carceri sono affollate. Hanno arrestato così tante persone da non poterle più trattenere, dunque, le liberano dietro cauzioni proibitive, proprio per fare posto.”

aveva spiegato.
Shirin Ebadi si era detta, anche, d’accordo con la quarta ondata di sanzioni economiche imposte all’Iran, nella misura in cui queste non avessero colpito la popolazione.

“Le sanzioni economiche che riguardassero la popolazione sarebbero molto nefaste e noi ci opporremmo. Ma quanto a quella quarta serie di sanzioni, ha unicamente un intento militare, noi siamo d’accordo contro queste sanzioni militari.”

La risoluzione 1929, adottata a larga maggioranza, il 9 giugno 2010, dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, vietava, in particolare, la vendita all’Iran di otto nuovi tipi di armamenti pesanti e portava nuove limitazioni agli investimenti iraniani all’estero.



4.                 Iran 2011: la crepa al vertice
In Iran, i giornalisti sono sempre stati soggetti a censura, ma la morsa si è, ulteriormente, stretta dopo le contestazioni delle elezioni presidenziali.
Molti giornali sono stati chiusi e i giornalisti stranieri e binazionali sono stati confrontati a restrizioni crescenti. Molti di loro hanno visto il loro visto revocato, non rinnovato. Alcuni sono stati intimati a lasciare il Paese o sono stati arrestati.
La guida suprema vuole impedire la copertura degli eventi.
Cosa impossibile perché tutti hanno un cellulare per dare o ricevere informazioni.
Dei 120 giornalisti gettati in carcere, molti sono stati liberati.
Circa 4mila sono rimasti senza impiego. Sono stati licenziati, i loro giornali sono stati chiusi e il ministero della cultura e della guida islamica ha vigilato affinché nessuna redazione li riassumesse.
Non hanno più alcuna possibilità di trovare lavoro nella stampa.
Non vi sono più giornalisti indipendenti in Iran.
Non vi sono più giornalisti per evocare la povertà e la disoccupazione, la crescente presenza di bidonvilles che divorano le periferie delle grandi città.
Silenzio totale sui prigionieri politici.
In una dittatura il solo diritto è quello di tacere.
La censura e la repressione politica continuano sotto diverse forme e prendono a bersaglio gli intellettuali e gli artisti che trasgrediscono le linee rosse definite dal quadro ideologico del regime.
Il movimento studentesco subisce una repressione continua.
Nessun partito politico, sindacato o associazione può costituirsi al di fuori del quadro ideologico dominante.
I laici non hanno il diritto di esprimersi liberamente, ma l’espressione laica fiorisce in mille e un modi attraverso gli scritti, le traduzioni, internet e i media iraniani all’estero.
Il regime tende a strangolare queste voci con la censura e l’arresto dei bloggers.
E di fronte alla censura e alla tortura in prigione, le donne sono uguali agli uomini.
Mentre il mondo intero portava la sua attenzione sull’onda di protesta nel mondo arabo, la repubblica islamica ha giustiziato, in tutta discrezione, un intollerabile numero di prigionieri accusati di cospirare contro il regime.
Tra il 20 dicembre 2010 e il 30 gennaio 2011, sono state giustiziate 118 persone, più del totale delle persone giustiziate nel corso dei precedenti dodici mesi.
Non vi è stata primavera iraniana.
In due anni, il movimento verde è stato metodicamente indebolito.
I suoi leaders Mir Hossein Musavi e Mehdi Karubi sono, dal 14 febbraio, agli arresti domiciliari.
Tagliati dal mondo, secondo la ormai collaudata “pratica” della repubblica islamica.
Nessun atto di accusa, nessun arresto per quelli che il regime chiama “sediziosi”.
Musavi e Karubi sono stati semplicemente occultati, neutralizzati.
Non arrestandoli ufficialmente, il regime spera di evitare di farne dei martiri.
Gli arresti, le pressioni esercitate sulle famiglie degli oppositori, le torture in prigione, l’onnipresenza della sorveglianza dei servizi di informazione hanno condannato il movimento verde a divenire sotterraneo.
Un regime, che sa di essere detestato dalla maggioranza della popolazione, non abbassa mai la guardia e non cade perché colto di sorpresa.
Noi applaudiamo le rivoluzioni arabe, che il regime ha la sfacciataggine di salutare come manifestazioni di un “risveglio islamico”, ma non dimentichiamo che, nel giugno del 2009, è stata la gioventù verde, con i suoi cellulari, a fare di ogni manifestante un potenziale reporter.
Oggi, dopo aver schiacciato ogni forma di opposizione, il regime iraniano si offre il lusso di una crisi politica al vertice.
Tutto è iniziato con il licenziamento del ministro dell’informazione, Heidar Moslehi (1956), un religioso molto vicino alla guida suprema, da parte di Mahmud Ahmadinejad. Moslehi era sospettato da Ahmadinejad di spiare il proprio capo di gabinetto nonché consuocero, Esfandiar Rahim Mashai (1960), bestia nera dei sostenitori della guida suprema e guru del presidente. Subito, Khamenei è intervenuto per imporre il mantenimento del ministro al suo posto, scoffessando così pubblicamente Ahmadinejad.
Per una decina di giorni Ahmadinejad ha disertato il consiglio dei ministri, quasi una sfida diretta a Khamenei. La stampa e i deputati khameneisti si sono scatenati con una rara violenza contro Ahmadinejad, finché questi non è stato costretto a cedere.
Il primo maggio, dopo aver presieduto il consiglio, dichiarava:

Dico a coloro che in questi ultimi giorni hanno cercato di insinuare divergenze tra le massime autorità dell'Iran: nessuno può negare le diversità di opinioni, ma quando si tratta di salvaguardare i traguardi della rivoluzione islamica e gli interessi nazionali siamo tutti uniti. “

Ma l'atto di sottomissione di Ahmadinejad non è bastato a scongiurare il successivo regolamento di conti. Esfandiar Rahim Mashai veniva arrestato insieme a una ventina di fedeli del presidente, tra i quali Abbas Amirifar e Abbas Ghaffari, definito l’“uomo con poteri metafisici speciali e connesso con mondi sconosciuti”, con l’accusa di aver invocato i jinn, spiriti maligni della tradizione preislamica, per far valere la politica di Ahmadinejad rispetto a quella del numero uno del regime.
Questo scontro fratricida tra la guida suprema e il presidente è il segno della tensione che regna al vertice dello Stato.
La lotta per il potere è portata al cuore stesso della repubblica islamica.
Per ora, i capi dei guardiani della rivoluzione sembrano sostenere la guida.
Ma, per quanto tempo ancora?    




Daniela Zini
Copyright ©  12 giugno 2011 ADZ