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Informazioni personali

domenica 7 agosto 2011

LETTERE DALL'IRAN: LETTERA DI HAMID TAQVAI A LUIS MORENO-OCAMPO

LETTERE DALL’IRAN
Oggi vi propongo la traduzione della:

LETTERA DI HAMID TAQVAI A LUIS MORENO-OCAMPO


Signor Luis Moreno-Ocampo
Procuratore capo
Corte Penale Internazionale
Unità dell’ Informazione e delle Prove
Post Office Box 19519
Aia, Paesi Bassi

Signor Luis Moreno-Ocampo
Le scrivo, in nome del popolo dell’Iran per chiedere alla Corte Internazionale di perseguire Khamenei, guida suprema della Repubblica Islamica dell’Iran, per crimini contro l’umanità.

Esiste una ampia documentazione su tali crimini, dall’instaurazione della Repubblica Islamica dell’Iran, tuttavia, la repressione condotta contro le manifestazioni del mese di giugno è un motivo più che sufficiente per un tale perseguimento.

Venerdì 19 giugno, nel suo discorso della preghiera del venerdì, Khamenei ha chiesto la fine delle proteste in strada e ha minacciato i dimostranti che non si sarebbe potuto ritenere responsabile per “il bagno di sangue e il caos” che sarebbero seguiti a queste manifestazioni. Il giorno seguente, le forze di sicurezza del governo, quali i bassiji, i pasdaran, le forze di polizia e gli agenti in civile, hanno occupato le strade e hanno attaccato, alla cieca, i manifestanti. Se una informazione completa non è disponibile,  abbiamo raccolto 56 nomi di persone uccise, il numero totale degli uccisi è, chiaramente, più elevato. Migliaia di persone sono state, anche, arrestate, abbiamo sentito parlare di 3mila arresti solo a Tehran. Abbiamo, già, messo a punto una lista di diverse centinaia di nomi di persone arrestate. Ben più elevato è il numero dei feriti.

Assassinii di manifestanti
Il giorno dopo che Khamenei aveva minacciato i manifestanti, la giovane Neda Aqa-Soltan di 27 anni, è morta per un colpo partito dalle forze di sicurezza, il 20 giugno. I testimoni oculari sostengono che si sia, chiaramente, mirato e sia stata colpita al petto. Vi è stato anche un mandato nei confronti del medico che era sul posto, che aveva cercato di aiutarla, ed era stato, poi, il primo a informare il mondo di quanto era accaduto. Tra gli altri morti, vi sono lo studente di chimica Kianush Asa, che è stato portato dentro dal suo dormitorio dell’università e trovato morto all’obitorio, dieci giorni più tardi, con evidenti segni di tortura; Hossein Tahmasbi, 25 anni, picchiato a morte dalle forze del regime e Ashkan Sorbi, colpito in pieno petto da tre proiettili, morto nel tragitto all’ospedale. Sono inclusi in una lista di 56 morti che unisco alla mia lettera.

Vi sono anche rapporti su numerose persone scomparse, che si teme siano morte. Alcuni rapporti citano una guardia di prigione, che parla di corpi traslati fuori della prigione di Evin e sepolti in fosse comuni in zone della prigione accessibili ai servizi di informazione dei bassiji e dei pasdaran.

Vi sono anche i rapporti delle famiglie dei morti, cui è stato chiesto di “sborsare” somme di denaro,spiantare
 anche pari all’equivalente di 3mila dollari, per riavere i corpi dei propri cari. Un esempio messo in luce dai media è quello della famiglia di Neda Aqa-Soltan, che ha dovuto faticare non poco per ottenere dalle autorità iraniane la restituzione del corpo. Secondo il fidanzato, intervistato dalla BBC farsi (http://www.youtube.com/watch?v=GTkzyyv0DuA), “è stata portata in un obitorio fuori Tehran. I funzionari dell’obitorio hanno chiesto di poter espiantare parti del suo corpo da trapiantare in pazienti.

Non hanno ben chiarito cosa intendessero fare. La famiglia ha dato l’assenso pur di riavere il corpo, il prima possibile. L’abbiamo sepolta nel cimitero Behesht-e Zahra, nel sud di Tehran. Ci hanno chiesto di seppellirla in una sezione del cimitero, dove, sembra, le autorità abbiano riservato posti speciali per coloro che sono morti durante gli scontri.” Questa sezione è stata chiamata dal regime “sezione degli ipocriti”. Il governo ha anche vietato alla sua famiglia e alle altre famiglie dei morti di fare funerali pubblici.

Trattamenti dei feriti
Abbiamo ricevuto numerosi rapporti di persone ferite, anche in modo grave. I dottori e gli infermieri sono scesi in strada per protestare contro il trattamento dei feriti. Molti non hanno potuto raggiungere le proprie famiglie. Alcuni sono stati buttati giù dal letto di ospedale e portati in prigione.

Torture, maltrattamenti e situazione dei detenuti
 I rapporti di torture e di stupri sono ricorrenti. Abbiamo ricevuto rapporti che riferiscono di prigionieri selvaggiamente torturati con l’intenzione di uccidere. Secondo un testimone oculare, in un recente raduno di familiari davanti alla prigione di Evin, uno dei prigionieri, liberati durante il raduno, aveva raccontato di essere stato arrestato nei pressi di Afsariyeh a Tehran e condotto in un luogo segreto. Era stato tenuto senza mangiare per 48 ore. Vi erano là dove stava, 500 persone detenute nello stesso ambiente, senza alcuna possibilità di accesso a docce e sanitari. Dopo 48 ore, avevano dato loro pane, patate e formaggio. Quando si erano lamentati, era stato risposto loro:
“Siete dei contro-rivoluzionari, ringraziate di non essere stati uccisi.” 

Il prigioniero liberato aveva raccontato che tutti erano stati selvaggiamente picchiati. Un uomo di 48 anni sottoposto a scariche elettriche era morto, quando era là. Numerosi prigionieri della sua cella erano gravemente feriti, con braccia e gambe rotte. Aveva riferito di essere stato mandato alla prigione di Evin, dove gli avevano detto:
“Tu hai protestato contro il regime islamico, ti faremo qualcosa per cui non sarai più in grado di ritrovare la tua casa, una volta uscito di qui.”
Secondo questi, molti a Evin sono in pericolo di vita.

Abbiamo anche sentito da una donna che sua figlia era stata picchiata alla cieca per quattro giorni, poi, gettata fuori di prigione in strada, in tarda notte. Un passante l’aveva presa a bordo della sua auto e l’aveva ricondotta a casa. Dalla sua liberazione, aveva tentato più volte il suicidio. Sua madre temeva che fosse stata violentata.

Molti detenuti hanno confessato alla televisione di Stato iraniana di essere stati influenzati da poteri esterni. Chiaramente, lo hanno fatto forzatamente.

Unisco una lista di una parte degli arrestati. Le famiglie degli arrestati si sono radunate davanti alla prigione di Evin o al tribunale di Tehran per reclamare la liberazione dei propri figli e chiedere cosa ne sia di loro. Le famiglie sono state minacciate. Le madri degli scomparsi e dei morti si sono, anche, radunate in diversi parchi e sono state aggredite dalle forze di sicurezza.

Il Partito Comunista-Operaio d’Iran ha iniziato a raccogliere le proteste del popolo contro Ali Khamenei attraverso la rete televisiva New Channel in Iran e farà tutto il possibile per portare in giudizio le prove a sostegno contro Ali Khamenei.

Nell’attesa di una sua risposta e di una sua azione rapida, sinceramente.

Hamid Taqvai

Traduzione di Daniela Zini
Copyright © 7 agosto 2011 ADZ

sabato 6 agosto 2011

LETTERE DALL'IRAN: MESSAGGIO DI JAFAR PANAHI

LETTERE DALL’IRAN
Oggi vi propongo la traduzione del:

MESSAGGIO DI JAFAR PANAHI


Questo messaggio è stato fatto pervenire da Jafar Panahi ad Abbas Bakhtiari, direttore del Centre Culturel Pouja (http://www.youtube.com/watch?v=EEQIfYaNm9Y&feature=player_embedded).


Con la presente dichiaro i maltrattamenti subiti nella prigione di Evin:

Sabato 15 maggio 2010, le guardie della prigione sono entrate, all’improvviso, nella cella n. 56. Ci hanno portati fuori, me e i miei compagni di cella, ci hanno fatto denudare e tenuto al freddo per un’ora e mezza.

Domenica mattina, mi hanno condotto nella sala degli interrogatori e mi hanno accusato di aver filmato l’interno della mia cella, cosa che è, del tutto, falsa. Hanno, poi, minacciato di arrestare la mia famiglia e di maltrattare mia figlia in una prigione insicura nella città di Rajai Shahr. 

Non ho bevuto né mangiato da domenica mattina e dichiaro che, qualora le mie volontà non fossero rispettate, continuerei, ogni mio istante, a non bere né a mangiare. Io non posso essere un topo da laboratorio, vittima dei loro giochi perversi, minacciato e torturato psicologicamente.

Le mie volontà sono:
-      la possibilità di contattare e di vedere la mia famiglia e l’assicurazione totale della loro sicurezza;
-      il diritto di avere e di comunicare con un avvocato, dopo 77 giorni di prigione;
-      una libertà incondizionata fino al giorno del mio processo e della sentenza finale.
-      infine, giuro sul cinema, nel quale credo, che cesserò lo sciopero solo quando le mie condizioni saranno accettate.

La mia ultima volontà è che la mia salma sia resa alla mia famiglia affinché possa seppellirmi ove desideri.

Jafar Panahi

Traduzione di Daniela Zini
Copyright © 6 agosto 2011 ADZ


venerdì 5 agosto 2011

LETTERE DALL'IRAN: L'ULTIMA LETTERA DI HOSSEIN KHEZRI

LETTERE DALL’IRAN
Oggi vi propongo la traduzione della:

ULTIMA LETTERA DI HOSSEIN KHEZRI
prigioniero curdo giustiziato in Iran


Il prigioniero politico curdo Hossein Khezri, arrestato, nel 2008, e condannato a morte per appartenenza al Partito per una Vita Libera in Kurdistan (PJAK), in un’udienza di dieci minuti, veniva giustiziato, il 15 gennaio 2011, secondo i responsabili della prigione centrale di Orumieh, nel Kurdistan iraniano, ma, secondo il proprio avvocato e la propria famiglia, l’esecuzione aveva avuto luogo, il 5 gennaio. Era l’ottavo prigioniero curdo giustiziato dal 2007, per “presunti legami” con questa organizzazione.

Una udienza di dieci minuti
Mi chiamo Hossein Khezri. Sono nato a Orumieh, nel Kurdistan orientale (iraniano). Sono stato arrestato, nel 2008. Il 18 maggio 2009, sono comparso, per la prima e ultima volta, davanti al giudice della corte della rivoluzione di Orumieh. L’udienza si è aperta in presenza di un procuratore e di un agente della VEVAK (i servizi di informazione iraniani). All’inizio dell’udienza, la persona mandata dai servizi di informazione mi ha minacciato perché io non dicessi niente sulle torture. Io non ho avuto il diritto di difendermi durante l’udienza farsa di dieci minuti e sono stato condannato a morte. È stato un processo sospetto e illegittimo. Come avremmo potuto, io e il mio avvocato, difenderci in dieci minuti!

Una farsa, non una udienza
Io mi sono sempre posto questa domanda:
“È possibile che questa farsa sia messa in scena perché “il criminale” è presente in aula e la sua condanna a morte è pronunciata davanti a lui?”
Per me, questo spettacolo comico è stato realizzato unicamente per questo.    
Durante l’udienza, ho detto al giudice, di nome Darvish, che rigettavo la maggior parte delle mie deposizioni, perché mi avevano obbligato a firmarle sotto torture psicologiche e fisiche indescrivibili. Nonostante le mie insistenze, il giudice non mi ha ascoltato e ha pronunciato la pena di morte.
La condanna è stata confermata, il 2 agosto 2008, dalla corte suprema della giustizia iraniana. Questa decisione mi è stata notificata, l’8 agosto, nella prigione di Orumieh.

Io sono stato privato di tutti i miei diritti
Innanzitutto, vorrei dire che ho cercato di beneficiare di tutti i diritti previsti dalla legge e ho avanzato istanze alle autorità per impedire questa ingiustizia, prima della notifica della decisione. Ho raccontato delle torture inumane che mi erano state inflitte e ho sporto denuncia contro le pratiche illegali, inumane... questa denuncia è stata inoltrata dalla corte di Orumieh alla corte suprema. In seguito alla mia denuncia, sono stato convocato, il 7 agosto 2009, dalla ottava camera della corte. Ho raccontato delle torture e dei trattamenti inumani e ho, anche, presentato il rapporto medico, che confermava le torture, ma la corte ha ignorato quello che ho detto. Tutte le mie istanze, a norma di legge, sono state respinte. Il 2 febbraio 2010, ho presentato alle autorità il mio rapporto accompagnato da una lettera, ma la corte ha rifiutato, ancora una volta, e sono stato consegnato ai servizi di informazione di Orumieh.

Io non ho mai accettato di divenire un informatore
Per tutto il tempo, nella prigione centrale di Orumieh, sono stato, spesso, minacciato. Mi minacciavano di morte per la denuncia sporta contro di loro. Volevano che confessassi davanti alle telecamere. Volevano anche che smentissi le torture. E, in cambio, mi promettevano la revisione del processo e la commutazione della condanna a morte. Tali erano i loro atteggiamenti nei miei confronti, ma io non ho mai accettato di divenire un informatore.

Chi è il responsabile della morte di mio padre?
La mia famiglia era molto preoccupata per me. Le forze dell’ordine volevano che la mia famiglia vivesse nella paura. Mio padre si era recato presso i servizi di informazione, a Orumieh, per avere notizie del mio caso, ma aveva ricevuto risposte false e contraddittorie. Mio padre, che voleva avere notizie delle mie condizioni, è morto per la gran pena, di una crisi cardiaca davanti all’edificio dei servizi di informazione. La morte di mio padre è un crimine in più della repubblica islamica d’Iran. E stato un duro colpo per la mia famiglia. La morte di mio padre, in questo modo, è stata cento volte più pesante per me della mia esecuzione.
Chi è il responsabile della morte di mio padre?
Dio lo sa!
Dopo la sua morte, in luogo delle condoglianze, le autorità hanno fatto il contrario e mi hanno trasferito nella prigione di Qazvin (una città dell’Iran situata a ovest di Tehran). Mio padre non era al corrente di questo trasferimento. Per più di cento ore le mie mani e i miei piedi sono stati legati e i miei occhi bendati. Mi hanno detto che era giusto un cambiamento di luogo. Immaginatevi la situazione di un uomo che ha perso suo padre...

Io non ho aderito ad alcuna azione armata
Lo Stato iraniano, la procura e la corte mi considerano un mohareb (nemico di Dio). È il motivo della mia condanna. Io non ero armato, al momento del mio arresto perché facevo attività politica, ma è, per questo motivo, che sono stato arrestato. Io non ho aderito ad alcuna azione armata contro lo Stato iraniano. A Kermanshah (una città nel Kurdistan iraniano), sono stato tenuto, per otto mesi, in una cella. Ho subito torture fisiche e psicologiche ad al-Mahdi, l’edificio dei servizi di informazione, nella città di Orumieh.

La morte era meglio che vivere
Ho tentato, due volte, il suicidio per le torture e i maltrattamenti inumani che mi hanno inflitto, ininterrottamente, negli otto mesi di isolamento totale. Morire era meglio che vivere. Immagino che sia raro vedere una persona sola in una cella subire, continuamente, torture e non avere contatti con la propria famiglia e il mondo esterno per tutto il tempo!
È ora evidente che sarò giustiziato. Credo che la mia esecuzione possa avvenire a ogni istante. Anche in questi ultimi giorni, mi impediscono di raccontare, liberamente, delle torture subite e delle mie condizioni di salute.

Fate sentire le nostre voci
In queste condizioni di isolamento e di repressione intensiva, faccio un appello alle istituzioni internazionali, alle organizzazioni dei diritti umani e, in particolare, a coloro che si battono per i diritti dei prigionieri:
“Fate sentire le nostre voci soffocate, la voce dei prigionieri in Iran, all’umanità.”

Traduzione di Daniela Zini
Copyright © 1 agosto 2011 ADZ

domenica 31 luglio 2011

LA GLORIA DI RE DARIO TRAMONTA A MARATONA

Così dice Re Dario, il Re dei Re:
Colui che è giusto mi è gradito alla vista. Non amo i bugiardi. Non sono vendicativo. Sono contro tutto ciò che mi è causa di cruccio.
Colui che serve la patria sarà da me ricompensato e colui che pecca sarà castigato.
Non amo coloro che fanno male al loro prossimo, né amo che i malfattori restino impuniti.
Sono contento quando sento qualcuno lodare il prossimo e ne gioisco, essendo per me fonte di gioia.
Tutto quello che ho fatto, lo vedrai e lo sentirai: quanto ho fatto in patria o sui campi di battaglia.
Conoscerai allora la misura della mia potenza e della mia saggezza.
dal testamento di Dario
    

di
Daniela Zini




“Io sono Dario, il grande Re, il Re dei Re, il Re dei Paesi dove abitano diverse razze, il Re di queste immense terre fino alle frontiere lontane, figlio di Istaspe Achemenide, persiano, figlio di persiani, ariano di razza ariana.
Quando il Dio Ahura Mazda vide che sulla terra le cose non andavano bene, mi dette potere, creandomi Re. Io, con il suo aiuto, ovunque ho ristabilito l’ordine. Ogni mio desiderio è stato esaudito ed eseguito. Se vuoi vedere e conoscere la diversità dei popoli che Dario ha governato, guarda queste immagini e queste figure sulle cui teste poggia il mio trono. Con questo mi conoscerai bene e comprenderai che le lance dei persiani sono andate lontanissimo e i soldati persiani si sono battuti in questi Paesi molto lontani dalla loro terra.”

Queste sono le frasi scolpite da millenni nella viva roccia delle aride montagne di Naqsh-e Rostam, che ricordano ai posteri di tutte le razze e di tutte le civiltà la gloria immortale di Dario I di Persia, il Re dei Re. Nacque, nel 550 a.C., nella nobile famiglia degli Achemenidi e non sarebbe, forse, mai salito sul trono, se una congiura di palazzo non avesse posto in pericolo non solo la dinastia regnante, ma l’avvenire stesso del giovane Impero fondato pochi decenni prima dal grande Ciro. Durante i ventuno anni del suo governo, Ciro aveva saputo creare uno Stato esteso quanto nessun altro in quel tempo; aveva sottomesso i medi, i lidi, i babilonesi e aveva portato i confini dello Stato fino al limite meridionale della Siberia. Ma, opera ancora più mirabile, in pochissimi anni aveva dato ai suoi vastissimi possedimenti una organizzazione politica, militare, amministrativa solidissima, fondando il suo governo sulla generosità verso i popoli vinti, sulla magnanimità, il rispetto delle idee e delle tradizioni altrui: rara eccezione in un’epoca in cui i conquistatori fondavano i loro Imperi sul terrore, sulle rovine, sul sangue dei popoli conquistati e sottomessi.
Il figlio del saggio Ciro, Cambise, pur avendo ereditato alcuni aspetti positivi del carattere paterno, fu, spesso, vittima di veri attacchi di follia omicida e si macchiò di orrendi delitti che gli inimicarono l’opinione pubblica; e quando, durante una sua assenza dalla capitale, un avventuriero detto Gaumata il Mago, spacciandosi per il figlio morto di Ciro, Smerdi, tentò di impadronirsi del potere, la situazione si rivelò subito pericolosissima: era in pericolo non solo la dinastia regnante, ma la solidità stessa del giovane Impero. Fu in questo momento terribile che Cambise venne a morte, sembra in Siria, in circostanze misteriose; la Persia intera, divisa in fazioni, attendeva con ansia lo svilupparsi degli eventi, quando un giovane della dinastia regnante degli Achemenidi, Dario, con polso fermo, prese in mano le redini della situazione. Con il valido aiuto dei grandi feudatari raccolse attorno a sé, i fedeli del Re defunto e, scacciato dalla Persia l’usurpatore, salì al trono iniziando un regno che doveva passare alla storia come splendido esempio di oculatezza amministrativa, di audacia guerriera e di abilità politica.
Iniziò con il domare le ribellioni interne, scoppiate numerosissime in ogni parte del vasto Impero: e, per questo, riunì attorno a sé un perfetto esercito di fedelissimi, pronto a seguirlo in ogni dove.
I governatori dell’Egitto e della Lidia, le province della Babilonia, dell’Armenia, dell’Assiria e altre ancora avevano rifiutato di sottomettersi al nuovo sovrano; Dario le affrontò, a una a una, e con la forza delle armi le domò. Babilonia gli resistette a lungo, ma quando l’assedio fu rotto, il re ordinò che 3mila dei suoi più eminenti cittadini fossero crocifissi nella pubblica via, spaventoso esempio a quanti avessero in futuro accarezzato idee di ribellione e di rivolta.
La pace, infine, tornò a regnare sovrana sull’Impero persiano; e, allora, Dario, deposte le armi, pensò a riorganizzare politicamente e amministrativamente la sua terra, ben sapendo che il disordine interno non gli avrebbe mai permesso nuove conquiste esterne. 
L’Impero era, fino ad allora, governato con un sistema feudale, mentre le singole regioni sottomesse avevano mantenuto una certa indipendenza in seno allo stesso Impero. Dario abolì il feudalesimo, accentrò il governo nelle mani sue e di un esiguo gruppo di nobili suoi fedeli; per meglio governare le singole regioni, suddivise tutto il territorio in Satrapie, governata ciascuna da un principe vassallo, ma sempre nel nome e per ordine del Re dei Re. Per evitare che i Satrapi potessero sfuggire al suo controllo, Dario inviò, in ogni regione, un generale al comando di un gruppo di soldati scelti; e il generale dipendeva, unicamente, dal sovrano ed era indipendente dal governatore. Ma temendo che tutto ciò non bastasse, decise di nominare propri segretari personali i quali, dipendendo unicamente dal Re dei Re, vivevano nelle varie regioni con il compito di controllare l’operato sia dei principi, sia dei generali e di riferirne, personalmente, al sovrano. Infine, tutto l’Impero era perlustrato, costantemente, da osservatori incaricati di indagare in materia fiscale, finanziaria, politica, morale, su ogni privato cittadino e sui rappresentanti della legge: a tali personaggi il popolo diede il significativo nome di “Occhi e Orecchi del Re”, occhi e orecchi sempre bene aperti, cui mai nulla sfuggiva di quanto avveniva attorno.
I principi-governatori ricevevano altissimi compensi che consentivano loro un regime di vita elevatissimo; ed egualmente ben pagati erano i funzionari governativi. Era lo stesso popolo persiano che provvedeva ai loro bisogni, così come provvedeva al necessario e al superfluo del Re dei Re. Le varie Satrapie versavano ogni anno, nelle casse reali, somme proporzionate alle proprie risorse, ma che ammontavano a complessivi 14.500 talenti: una somma paragonabile, oggi, a 94.250.000,00 euro. Inoltre i vari principi dovevano contribuire alle necessità reali con merci e materie prime di vario genere: l’Armenia forniva 30mila puledri l’anno, la Media 100mila pecore, l’Egitto il grano necessario per sfamare 120mila uomini.
In cambio di questi oneri piuttosto rilevanti, i cittadini delle singole regioni potevano conservare intatte le proprie leggi private, i propri costumi, la propria religione, la propria moneta, spesso, anche la propria dinastia di Re; l’ordine interno, la pace, la libertà davano ai sudditi del Re dei Re la sensazione di un presente felice e di un futuro pieno di promesse per i propri figli.
Ma il dio della guerra costrinse, ben presto, il grande Dario a riprendere le armi. L’Iran non poteva, ormai, più estendersi a nord, dove le altissime montagne del Caucaso, formavano una barriera invalicabile dai soldati di allora, né a sud, dove l’Impero persiano aveva raggiunto i grandi deserti africani da un lato e l’Oceano Indiano dall’altro. Dario si volse, allora, a occidente dove le città greche, in Asia Minore, costituivano un continuo pericolo anche per il potente sovrano orientale.
L’esercito persiano non possedeva una flotta abbastanza forte per attaccare la Grecia dal mare, ragione per cui il Re dispose l’attacco via terra e puntò con un fortissimo esercito verso l’Ellesponto, ma ebbe la marcia ostacolata da uno dei secolari nemici dell’Iran: il popolo degli sciti, selvaggi e abilissimi guerrieri che, con improvvise scorrerie, rendevano difficile la vita ai conquistatori.     
Le truppe persiane, divise in vari gruppi, oltrepassarono il Bosforo e puntarono decise verso il Danubio, penetrando fin dentro i confini attuali della Russia. Gli sciti, affrontati ripetutamente in duri scontri, non trovarono di meglio che fuggire e cercarono scampo nelle sterminate pianure russe, oltre il fiume Don. La via, ormai, era sgombra e l’esercito persiano fece ritorno ai confini dell’Iran, ma il Re, nel frattempo, aveva mutato i suoi piani e, anziché volgersi a occidente, puntò deciso verso est e andò alla conquista dell’India e delle sue favolose ricchezze.
Decine e decine di migliaia di uomini marciavano, agli ordini del Re dei Re, attraverso sterminati territori, portando con loro diverse abitudini, diverse culture, diversi sistemi di guerra, diversi armamenti. L’esercito persiano poggiava su un perno costituito da 2mila fanti e 2mila cavalieri, tutti nobili, tutti devotissimi al sovrano, cui si affiancavano le schiere dei cosiddetti “Immortali”: 10mila soldati di provate capacità e di assoluta fedeltà, che facevano della guerra lo scopo della loro vita. Sempre primi in battaglia, sempre pronti allo sbaraglio, sapevano che quando uno di loro cadeva, immediatamente, veniva sostituito da un giovane delle nuove leve, perché il numero di 10mila non doveva mai essere mutato. Accanto a questo fior fiore di combattenti, si schieravano centinaia di migliaia di soldati provenienti dalle varie regioni dello sterminato Impero: chi armato di daghe, chi di frecce, chi di giavellotto, chi a piedi, chi a cavallo, chi completamente difeso da armature di metallo o in cuoio, chi con il corpo seminudo. E accanto agli uomini carri velocissimi e leggeri da combattimento, pesanti vetture per il trasporto di viveri, schiere di elefanti che con la loro poderosa mole incutevano terrore a quanti non li avevano mai visti; e migliaia di servi, di sguatteri che provvedevano alle necessità giornaliere dei soldati, che, talvolta, si facevano seguire, perfino, dalle proprie famiglie, vecchi e bambini compresi.
Una simile massa in spostamento causava problemi gravissimi sia per il sostentamento, sia per l’organizzazione militare e amministrativa. Problemi tutti che Dario seppe, sempre, brillantemente, risolvere, ma, che dopo di lui, dovevano essere una delle cause determinanti del troppo rapido disgregarsi dell’Impero persiano.
L’India venne conquistata e, in parte, sottomessa, in parte sottoposta alla sola influenza commerciale dell’Iran; Dario dovette fare ritorno in occidente, richiamato dalle voci di una rivolta in Egitto. Accorse nella terra dei Faraoni, punì il disonesto governatore che aveva creato tanto malcontento tra quelle popolazioni, si dedicò per mesi, personalmente, al riordino amministrativo e morale di quella vasta terra di antichissima civiltà. Fece costruire strade, riattivò le immense miniere d’oro, intensificò i commerci. Fece erigere templi nuovi alle divinità locali, insegnò nuovi metodi di irrigazione; il grandioso tempio di Ammone, nella valle di Tebe, si erge, ancora oggi, a ricordare agli uomini la grandezza e la munificenza del Re dei Re.
Narra Erodoto, nelle sue meravigliose Storie, che Dario il Grande organizzò la celebre spedizione persiana contro la Grecia, spinto dal capriccio della sua bella moglie, Atossa: la preferita del momento. Ma ragioni ben più gravi e più serie dovettero spingere l’illuminato sovrano in una impresa tanto pericolosa e difficile. Le Città- Stato della Grecia dovettero apparire al Re un pericolo latente, ma non per questo meno grave, al dominio persiano nell’Asia occidentale.
Quando i cittadini greci della Ionia, soggetti al trono di Persia, si ribellarono cercando la libertà, Atene e Sparta, messa da parte la tradizionale rivalità, corsero in aiuto dei fratelli in pericolo; e Dario, sia pure con riluttanza, si preparò alla nuova guerra.
Correva, già, l’anno 490 quando una flotta persiana, comandata da Dati e Artaferne, il figlio del grande Satrapo omonimo, penetrò nell’Egeo per punire le due grandi città greche che avevano osato, apertamente, aiutare i nemici dell’Impero persiano. A bordo erano circa 20mila uomini perfettamente armati e addestrati.
La prima città a cadere sotto il dominio dell’esercito di Dario fu Nasso, che venne, aspramente, punita per la resistenza opposta ai soldati persiani nelle campagne militari dell’anno 500; quindi, fu la volta dell’Eretria, che fu ridotta in cenere, mentre i cittadini sopravvissuti all’immane rovina vennero trasportati a Susa. Ormai, Atene era esposta, direttamente, all’attacco persiano, priva quasi totalmente di alleati, se si esclude la piccola città di Platea. Tebe, per lotte interne, non aveva voluto scendere in campo con le città in pericolo e i soldati spartani, accampati a pochi chilometri dalla pianura di Maratona, luogo del probabile scontro, non potevano impugnare le armi prima del prossimo plenilunio, a causa di certe prescrizioni religiose, che non intendevano, a nessun costo, ignorare.
L’esercito persiano, compatto e possente, prese posizione favorevole e, in poche ore, fu pronto alla battaglia.
Contro i 20mila uomini del Re dei Re scesero in campo circa 10mila greci, spinti da un coraggio leonino e dalla forza della disperazione: sapevano che il destino non solo di Atene, ma della Grecia tutta era nelle loro mani. Li guidava Milziade, il quale si rese conto che l’unico modo per tentare di aver ragione di un esercito numericamente più forte, era sorprenderlo con un attacco immediato e deciso.
E così fu fatto.
Mentre gli spartani esitavano ancora, trattenuti dai loro scrupoli religiosi, 10mila opliti di Atene e di Platea si lanciarono a passo di corsa e con grandi grida verso il nemico. La forza d’urto fu tremenda, ma la linea mediana greca si schiantò contro il possente centro persiano; la battaglia parve per un attimo in mano dei soldati del Re dei Re, quando le ali greche, con uno sforzo immane, riuscirono ad avere ragione dei loro diretti avversari e con azione rapidissima e poderosa effettuarono una conversione verso l’interno, stringendo il nemico in una morsa di ferro e di fuoco.
Colti alla sprovvista dall’impreveduta situazione, i guerrieri orientali ripiegarono rapidamente verso l’accampamento: di là con una corsa velocissima raggiunsero il mare.
Ma 6.400 uomini, la sera, non poterono rispondere alle chiamate dei loro compagni superstiti: giacevano, per sempre, immoti, sull’insanguinato campo di Maratona, accanto ai corpi di 192 greci: ancora un difensore della libertà greca, Filippide, doveva trovare la morte, poche ore dopo, stremato dalla fatica della corsa che lo aveva condotto in patria ad annunciare ai suoi concittadini la strepitosa notizia della vittoria.
Il grande Dario accolse la notizia senza dimostrare alcuna emozione; e, da quel momento, si mise, ancora una volta, di impegno, a preparare un’altra spedizione contro l’unico popolo che avesse osato sfidarlo e resistere alla sua potenza. Lavorò, seriamente, per tre anni, senza mai darsi riposo; quando l’esercito fu pronto, gli spiriti temprati, pronti alla lotta, la notizia di una nuova, violenta sommossa in Egitto indusse Dario ad accantonare, almeno per il momento, il grande sogno e a prepararsi a domare i suoi sudditi ribelli.
Ma la morte lo colse improvvisa, nel 486 a.C., non permettendogli di portare a compimento l’impresa, più a lungo, sognata nella sua laboriosa vita.




Daniela Zini
Copyright © 31 luglio 2011 ADZ
Daniela Zini
Copyright © ADZ
Rome, le 5 février 2007

giovedì 28 luglio 2011

LETTERE DALL'IRAN: INTERVISTA ALLA MADRE DI MAJID TAVAKOLI

LETTERE DALL’IRAN
Oggi vi propongo la traduzione della:

IINTERVISTA ALLA MADRE DI MAJID TAVAKOLI


Signora Tavakoli quando ha avuto notizie di suo figlio l’ultima volta?
Io non ho notizie di mio figlio dallo scorso gennaio (gennaio 2010). Non gli è concesso di telefonare. Suo padre e io siamo malati. Il viaggio alla prigione di Rajai Shahr è lungo e non possiamo andare a trovarlo. Non abbiamo notizie sulle sue condizioni fisiche e psichiche da settembre, quando suo fratello gli ha fatto visita.

Le autorità sanno che lei e suo marito siete malati?
Sì, sanno che siamo malati e non possiamo affrontare un viaggio di diciassette ore.

Le autorità vi hanno spiegato le ragioni del divieto delle telefonate e del rifiuto di un permesso?
A metà gennaio, ci hanno fatto sapere che Majid non aveva più accesso al telefono. Ne sono rimasta profondamente addolorata. Ho contattato la prigione, più volte, ma mi hanno detto che i telefoni erano staccati e che nessuno rispondeva. Ho supplicato loro, più volte, e ho, anche, spiegato loro che le nostre condizioni fisiche non ci permettevano di viaggiare. Ho chiesto loro di poter almeno sentire la voce di mio figlio, anche per pochi minuti. Ma hanno rifiutato di rispondere a una madre sofferente dal cuore affranto. Che dire? Sono una madre e vorrei vedere mio figlio.

Ha qualche speranza di avere accanto suo figlio per il Nouruz (Capodanno persiano)?
Speriamo più di un permesso per nostro figlio. Aspettiamo la sua completa liberazione. E, nel caso in cui sia liberato, che gli diano, almeno, un permesso per passare il Nouruz in famiglia.

Come madre privata di vedere suo figlio e di sentirne la voce da mesi, che vorrebbe dire alle autorità giudiziarie?
Per dei genitori malati, privati della vista del proprio figlio da sedici mesi, chiedere che gli venga accordato un permesso non è troppo. Noi non siamo soli ad averne fatto richiesta. Tutte le famiglie dei prigionieri politici vorrebbero vedere i propri cari in famiglia per il Nouruz. Spero che li liberino tutti per mettere fine a questa situazione difficile. Spero che liberino i nostri cuori da questa angoscia. Se uno dei responsabili ascoltasse la mia voce, poiché il padre di Majid e io siamo malati, gli chiederei di permettergli, almeno, di venire a casa. È un diritto dei prigionieri politici e delle loro famiglie. Io vorrei riuscire a spiegare la sofferenza del mio cuore per far comprendere cosa stiamo passando. Piango giorno e notte. Majid mi manca terribilmente. Nouruz si avvicina. Tutti sono felici e contenti. Mentre la nostra casa è piena di tristezza, di nostalgia e di apprensione. Neppure l’anno scorso, Majid era con noi. Non ci siamo curati di preparare gli Haft Sin (Sette Sin) né di festeggiare il nuovo anno. Mi sono contentata di fissare la foto di Majid e di piangere. Sono restata accanto al telefono nella speranza di sentire la voce di Majid, ma il telefono è rimasto muto e non ho avuto la possibilità di sentire la voce di mio figlio. Non potete immaginare quanto sia difficile attendere, soprattutto per una madre, lo sguardo fisso alla porta e l’orecchio teso al telefono. I giorni e le notti scorrono e noi continuiamo ad attendere. Chiedo a chiunque ascolti le mie parole un atto di clemenza e di permettere a Majid di vedere suo padre e sua madre malati. E chiedo a Dio di concedere felicità alle famiglie dei prigionieri politici e ai loro cari che sono detenuti.

La ringraziamo di averci concesso questa intervista e auspichiamo il giorno in cui tutti i nostri cari detenuti siano liberati.


Traduzione di Daniela Zini
Copyright © 28 luglio 2011 ADZ

LETTERE DALL'IRAN: MESSAGGIO DI SAID POURHEYDAR

LETTERE DALL’IRAN
Oggi vi propongo la traduzione del:

MESSAGGIO DI SAID POURHEYDAR
LA TORTURA DIETRO LE MURA DI EVIN

Venerdì 13 maggio 2011, in una lettera indirizzata alla guida suprema Seyed Ali Khamenei, Mehdi Mahmudian descrive la situazione insostenibile delle prigioni di Evin e di Rajai Shahr e quello che debbono sopportare i prigionieri politici. Per me non è solo una realtà di cui sono stato testimone e di cui ho voluto raccontare per i prigionieri del mio blocco, ma è anche qualcosa che ho sperimentato nella carne.

Dopo le elezioni presidenziali truccate, sono stato arrestato due volte. La prima volta, sono stato tenuto in isolamento, poi, in una cella di 5 persone nel blocco 240 di Evin. La seconda volta, sono stato detenuto insieme ad altri 19 prigionieri nel blocco 350 di Evin. I rapporti colloquiali di lunghe ore dietro le sbarre mi hanno dato la possibilità di parlare con altri prigionieri delle torture psicologiche e fisiche subite durante gli interrogatori. Il resoconto dettagliato di questi aperti colloqui sugli arresti, gli interrogatori, le torture e i giudizi è stato consegnato nei quattro taccuini di cento pagine che ho intenzione di pubblicare appena possibile.  

Quanto segue non è che un breve estratto di questi colloqui dell’autunno e dell’inverno scorso con 19, su un totale di 160 prigionieri politici, arrestati dopo le elezioni, trasformate in un colpo di Stato, e detenuti nel blocco 350. Questo estratto si riferisce, soprattutto, alle torture fisiche e psicologiche subite.

Di questi 19 prigionieri politici con i quali ho parlato, 3 erano miei compagni di cella, i miei migliori amici, e sono stati giustiziati, altri 2 hanno scontato la loro pena e sono stati liberati. 14 sono ancora dietro le sbarre, nel blocco 350, dei quali 3 sono stati condannati a morte e attendono la loro esecuzione.

Quanto riferisco si limita alla mia esperienza personale e a quella di altri prigionieri politici di Evin, più in particolare del blocco 2A e dei blocchi 209 e 240.

Ritornare su quanto è accaduto è, al tempo stesso, doloroso e amaro, ma io credo, fermamente, che potremo liberarci da questo sguardo all’indietro soltanto quando avremo vinto; sarà, allora, tempo di guardare in faccia quello che accadrà. Ho scelto di liberare il mio spirito da questi amari ricordi e di parlarne, nella speranza che il mondo possa rendersi conto delle torture che la nobile gioventù iraniana, amante della libertà, accusata di pensiero e di filosofia “verde”, ha dovuto subire tra le morse della tirannia.

La tortura fisica
Ho diviso una cella di tre persone del blocco 350 di Evin con un prigioniero, le cui torture fisiche e psicologiche avrebbero distrutto ogni persona di spirito libero. Aveva 25 anni ed era stato arrestato con accuse ingiustificate e infondate da agenti dei guardiani della rivoluzione all’aeroporto Imam Khomeini. Era stato trasferito al blocco 2 A di Evin e aveva sopportato torture fisiche e psicologiche inimmaginabili durante i 6 mesi del suo isolamento.

Quelli che lo avevano interrogato gli avevano urinato in faccia. Era stato selvaggiamente picchiato ed era stato frustato sotto la pianta dei piedi. Aveva subito, a più riprese, l’elettroshock durante gli interrogatori; era stato talmente picchiato nei testicoli da perdere coscienza. Quelli che lo avevano interrogato avevano utilizzato pinze in diverse parti del suo corpo; tre di loro erano arrivati a trattarlo come un pallone, dandogli calci così violenti che i miei medici legali avevano, perfino, definito una forma di tortura, confermando le ferite al cranio e una frattura al naso.

Una delle peggiori forme di tortura sopportata da questo carissimo amico era stata lo stupro da parte degli agenti dei guardiani della rivoluzione che lo avevano interrogato; avevano versato dell’adesivo plastico nell’ano, poi, lo avevano strappato una volta consolidato.

Nonostante sia, ancora, dietro le sbarre, nonostante le torture brutali e inumane, rifiuta, sempre, di fare false confessioni.

Durante un colloquio di tre ore su una panchina del blocco 350, un altro dei nostri innocenti compagni verdi detenuti mi ha raccontato le torture subite, quando era nel blocco 2A. Gli avevano gettato un secchio di acqua gelida ed era stato tenuto in isolamento per dieci giorni in una cella di 1,25 m. di altezza. Per ore, lo avevano costretto a restare in piedi, nudo, fuori, in pieno inverno. A più riprese, gli avevano spinto la testa nella latrina dei bagni mentre tiravano lo sciacquone. Lo avevano selvaggiamente picchiato, lo avevano, completamente, denudato e lo avevano malmenato durante gli interrogatori. Sono solo alcuni esempi di tortura che ha dovuto sopportare nei due mesi di isolamento nel blocco 2A. È stato trasferito, qualche mese fa, nel blocco 350 di Evin, dove attende il processo.

Un’altra forma di tortura: obbligare i prigionieri a sedersi sul pavimento, nudi, mentre vengono colpiti alla schiena con randelli e cavi. Molti prigionieri sono obbligati a restare in piedi per ore. Due prigionieri hanno perso conoscenza dopo un tale trattamento. Si obbligano i prigionieri a prendere sostanze psicotrope. Hanno obbligato anche me. Li appendono per le spalle o per le gambe. Durante gli interrogatori, si blocca loro la testa al braccio di una poltrona e si prendono a calci le parti sensibili del corpo come i testicoli. Si obbligano i prigionieri a coricarsi sul ventre mentre due o tre persone camminano sulla loro schiena. Vi sono molte rotture di timpano a causa dei violenti colpi portati alla testa, al volto e agli orecchi. Si bendano, sovente, gli occhi dei prigionieri per impedire loro di reagire quando sono colpiti al volto. Non sono che alcuni esempi dell’infinità di metodi di tortura descritti da molti prigionieri politici, durante la loro detenzione nei blocchi 209, 240 e 2 A di Evin.  Molti di questi prigionieri sono, attualmente, nel blocco 350 di Evin, o scontano la loro pena o attendono il loro verdetto, non sapendo cosa aspettarsi.          

La tortura psicologica
Il dolore causato dalla tortura fisica può attenuarsi con il tempo, ma gli effetti della tortura psicologica persisteranno anni. Prima del mio arresto, il 5 febbraio 2010, a causa dei miei problemi cardiaci, prendevo, quotidianamente, una compressa di Pronol, un beta-bloccante da 10 mg. Oggi, il solo beneficio, ottenuto dai miei giorni passati in isolamento e dalle brutali torture psicologiche e fisiche subite, consiste nel prendere due o tre compresse di Pronol da 40 mg. al giorno, oltre a una infinità di sedativi che sono stato costretto ad assumere nei mesi che hanno seguito la mia liberazione dal carcere. L’impatto negativo sul mio psichismo ha, senza alcun dubbio, creato numerosi problemi nella mia vita quotidiana.

Quasi tutti i prigionieri politici hanno fatto l’esperienza di una forma di tortura psicologica o di un’altra. Anche supponendo, cosa impossibile, che un prigioniero non sia stato sottoposto a pressioni psicologiche, il tempo passato in isolamento è di per sé una delle peggiori forme di tortura psicologica.

Inutile dire che chiunque non abbia fatto l’esperienza dell’isolamento in prigione, fosse pure per una sola ora, non potrà mai capire appieno cosa significhi.

Le simulazioni di esecuzione, una forma orribile di tortura psicologica sono molto diffuse nel blocco 2A. Tre prigionieri con i quali ho parlato nel blocco 350 mi hanno detto di averle subite e uno dei detenuti del blocco 350 mi ha descritto come avesse subito due simulazioni di esecuzione.

Fanno visita al prigioniero prima dell’alba, mentre si trova in isolamento e gli dicono che, purtroppo, sarà giustiziato. Gli bendano, allora, gli occhi, lo legano e lo conducono nel cortile del blocco 2A. Mettono, poi, il prigioniero su uno sgabello, gli mettono un nodo scorsoio intorno al collo e gli chiedono quali siano le sue ultime volontà prima di essere impiccato.

Un amico mi ha detto di essere rimasto in piedi, gli occhi bendati, il nodo scorsoio intorno al collo, alla prima simulazione per 30 minuti, mentre chi lo aveva interrogato gli spiegava che attendevano l’arrivo del responsabile della prigione, di un osservatore giudiziario e del medico legale prima dell’esecuzione del verdetto. Dopo una mezz’ora, lo avevano informato che, poiché il direttore della prigione era impossibilitato a venire e l’esecuzione doveva aver luogo prima dell’alba, l’impiccagione era rinviata di qualche giorno.

Di certo, nessuno può comprendere appieno lo stato psicologico di un prigioniero politico costretto ad aspettare in piedi su uno sgabello, gli occhi bendati; nessuno può immaginare la sofferenza causata da un’attesa di quattro giorni prima di essere sottoposto alla stessa messa in scena.

Quattro giorni più tardi, lo avevano, di nuovo, svegliato e lo avevano, di nuovo, condotto nel cortile del blocco 2A. Di nuovo, il nodo scorsoio intorno al collo, veniva messo sullo sgabello della morte. Gli veniva letto il verdetto della sua esecuzione. Gli venivano chieste le sue ultime volontà. Gli togievano lo sgabello da sotto i piedi, ma la corda era troppo lunga e cadeva a terra; allora, le due persone che lo avevano interrogato e gli erano d’accanto scoppiavano a ridere e sentenziavano: “Questa volta, sei stato fortunato; la corda si è spezzata. Puoi tornare nella tua cella ora fino a quando decideremo di impiccarti.”

Sono sicuro che vi ricorderete dei ridicoli processi messi in scena, nel 2010, dopo le elezioni presidenziali, e delle false confessioni di alcuni personaggi noti e meno noti, che seguirono. Erano stati costretti a testimoniare contro se stessi e il Movimento Verde. Il modo in cui sono stati condotti questi processi è una lunga storia di cui ho intenzione di descrivere i dettagli: come preparano i prigionieri, per giorni, a ripetere quello che dovranno dire in tribunale oppure come li costringano a farsi crescere i baffi prima del processo. 

Sono sicuro che vorreste sapere perché certi personaggi abbiano accettato di testimoniare contro se stessi e il Movimento Verde. Uno di questi personaggi di primo piano ha resistito alle pressioni di coloro che lo interrogavano per due mesi. Come ha, infine, ceduto?
Un giorno, si sono presentati dalla moglie e dalla figlia di questo personaggio e le hanno portate in prigione con il pretesto di far incontrare loro, rispettivamente, il proprio marito e il proprio padre. Hanno chiesto loro di restare in una stanza nell’attesa dell’arrivo del prigioniero.

La stanza aveva uno specchio trasparente. Il prigioniero era stato condotto dall’altro lato dello specchio. Gli avevano detto: “Come vedi, abbiamo portato tua moglie e tua figlia qui. Spetta a te decidere se vuoi parlare in tribunale o no.” Il prigioniero aveva continuato a rifiutare di confessare. Chi lo interrogava aveva, allora, chiamato il suo collega al telefono: “Haji, crede ancora che si scherzi.” Aveva riattaccato il telefono. La porta della stanza nella quale si trovavano sua moglie e sua figlia era aperta. Due prigionieri pericolosi e nerboruti, condannati per assassinio, erano, allora, entrati nella stanza. Chi lo interrogava gli si era parato davanti: “Vedi, fratello mio, quei due uomini accanto a tua moglie e a tua figlia; sono stati condannati a morte per assassinio. È da un pò che sono in prigione e non hanno contatto con una donna da molto tempo. Ti lascio un minuto per riflettere sulla tua risposta, vuoi o no andare in tribunale e sederti di fronte alle telecamere? Se la tua risposta è no, io dirò loro di iniziare là, proprio davanti a te.” Ed ecco come questo personaggio di primo piano è stato obbligato a testimoniare contro se stesso e gli altri.

Questi sono solo tre esempi di tortura psicologica subita dai prigionieri politici del blocco 2A e dei blocchi 209 e 240. Ed è solo quello che è accaduto a 19 dei 160 prigionieri politici detenuti nel blocco di Evin con i quali ho avuto il privilegio di conversare per ore.

Inutile dire che per comprendere la profondità della tragedia ed esporre, chiaramente, le gravi violazioni dei diritti umani,  dovremmo prendere in considerazione tutto quello che centinaia di altri amici hanno subito prima e dopo la mia detenzione nel blocco 350 di Evin, senza dimenticare i detenuti in isolamento nei blocchi 209, 240 e 2A di Evin, nella prigione di Rajai Shahr o in altre prigioni iraniane. 

In quanto giornalista, recentemente uscito di prigione, attesto, che, a dispetto di tutte queste torture e persecuzioni, a dispetto dell’isolamento della società e della disperazione, i prigionieri del Movimento Verde Democratico, nelle morse di una dittatura, continuano a resistere con dignità all’interno del blocco 350 della prigione di Evin. Aspetto la liberazione di tutti questi combattenti della libertà e sono sicuro che il giorno in cui saremo tutti liberi giungerà prima di quanto immaginiamo.


Said Pourheydar è giornalista e attivista di RAHANA

La prigione di Evin conta diversi blocchi e unità:
-         il blocco 2A, che è posto sotto la supervisione dei guardiani della rivoluzione;
-         i blocchi 209 e 240, che sono posti sotto la supervisione del ministero dell’informazione;
-         il blocco 350, che è il blocco comune dove sono detenuti i prigionieri politici.


Traduzione di Daniela Zini
Copyright © 27 luglio 2011 ADZ